Giulio Cesare Becelli

 

L’ingiusta donazione

 

Commedia

 

a cura di Monica Bisi

 

 

Biblioteca Pregoldoniana

 

 

lineadacqua edizioni

 

2026

 



Giulio Cesare Becelli

L’ingiusta donazione

 

 

 

 


Giulio Cesare Becelli

L’ingiusta donazione

a cura di Monica Bisi

 

© 2026 Monica Bisi

© 2026 lineadacqua edizioni

 

Biblioteca Pregoldoniana, nº 47

Collana diretta da Javier Gutiérrez Carou

Supervisori per i dialetti: Piermario Vescovo e Luca D’Onghia

Comitato scientifico: Beatrice Alfonzetti, Francesco Cotticelli, Andrea Fabiano, Javier Gutiérrez Carou, Simona Morando, Marzia Pieri, Anna Scannapieco e Piermario Vescovo

Editing: Enma Rodríguez Mayán

 

www.usc.gal/goldoni

javier.gutierrez.carou@usc.gal

Venezia - Santiago de Compostela

lineadacqua edizioni

san marco 3717/d

30124 Venezia

www.lineadacqua.com

 

ISBN: 979-12-81350-71-7

 

La presente edizione è risultato dalle attività svolte nell’ambito dei progetti di ricerca Archivio del teatro pregoldoniano (FFI2011-23663), Archivio del teatro pregoldoniano II: banca dati e biblioteca pregoldoniana (FFI2014-53872-P), Archivio del teatro pregoldoniano III: biblioteca pregoldoniana, banca dati e archivio musicale (PGC2018-097031-B-I00) e Archivio del teatro pregoldoniano IV: biblioteca teatrale, archivio musicale e banca dati (PID2023-148944NB-I00) finanziati dal Ministerio de Ciencia e Innovación spagnolo e dal FEDER. Lettura, stampa e citazione (indicando nome della curatrice, titolo e sito web) con finalità scientifiche sono permesse gratuitamente. È vietato qualsiasi utilizzo o riproduzione del testo a scopo commerciale (o con qualsiasi altra finalità differente dalla ricerca e dalla diffusione culturale) senza l’esplicita autorizzazione della curatrice e del direttore della collana.

            I lavori svolti da Javier Gutiérrez Carou nella revisione del libro si inseriscono inoltre nell’ambito delle attività realizzate dal Grupo de Referencia Competitiva CALDERÓN (GI-1377) dell’Universidade de Santiago de Compostela, finanziato dal Plan Galego IDT della Xunta de Galicia per il periodo 2023-2026, rif. ED431C 2023/06.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Giulio Cesare Becelli

L’ingiusta donazione

 

a cura di

Monica Bisi

 

 

 


Biblioteca Pregoldoniana, nº 47

 

 

 

 

 


Nota al testo

Per il testo de L’ingiusta donazione di Giulio Cesare Becelli l’edizione di riferimento è quella realizzata nel 1741 dalla stamperia dei fratelli Merlo a Verona, che resta la sola edizione disponibile.

            Per quanto concerne i criteri grafici di trascrizione si seguono le Norme filologiche generali previste dell’Edizione Nazionale di Carlo Gozzi, che aggiornano la grafia del testo in tutti quegli aspetti mancanti di implicazioni fonetiche. In particolare, sono stati ricondotti all’uso moderno l’impiego dell’apostrofo e dell’apocope; le maiuscole (riassorbendo anche tutte quelle occorrenti nelle parole iniziali di verso); l’accentazione (con la distinzione di accento grave e accento acuto per e e per o). Sono stati aggiunti alcuni segni di interpunzione dove imprescindibili ai fini della comprensione del testo e in alcuni contesti si è ritenuto opportuno evidenziare il valore causale della congiunzione che, segnalandolo tramite accentazione. Sono state integrate alcune consonanti in corrispondenza di verosimili errori tipografici, mentre è stato mantenuto il segno di apostrofo della stampa ove indica la caduta della vocale finale nelle forme aggettivali al plurale (es.: buon’=buoni). Sempre allo scopo di una maggior chiarezza, le battute pronunciate a parte vengono poste fra parentesi e precedute da opportuna indicazione, diversamente da quanto si trova attestato nella stampa, e vengono integrati alcuni nomi dei parlanti.

 

 

 

 


Giulio Cesare Becelli

 

L’ingiusta donazione

 


A Sua Eccellenza

Girolamo Zenobio

Patrizio Veneto[1]

Conte di Ennia, Caldivia, Salorno, Khonigsperg[2] eccetera.

 

Giulio Cesare Becelli

 

Questa commedia composta da me (come vorrebbero essere tutte l’altre ad imitazione degli antichi per migliorare i costumi de’ moderni) io ardisco presentar a Vostra Eccellenza, e porle in fronte il suo riveritissimo nome. Le chiare virtù sue, la pietà verso Dio, la giustizia, magnificenza e liberalità verso gli uomini dolcemente mi sforzano a presentarle un sì picciolo dono. E a dir veramente, una nobilissima, e ricchissima Casa qual è la sua, in quali altre operazioni se non in queste può impiegare e le proprie persone e que’ larghi doni di fortuna, cui Iddio dator d’ogni bene ha ad esse loro abbondevolmente impartiti? Questo fecero e i maggior vostri, e fanno tuttavia i moderni; poiché le città di Treviso, di Bergamo, di Chioggia, e Rovigo serbano ancora una gloriosa non meno che grata memoria di Pietro, di Verità, di Carlo, li quali con dolce comando le ressero: anzi lo stesso Carlo, fratello di V. E. fu per lo suo raro consiglio e per mille altre doti con la porpora senatoria fregiato. Né tacer devo di Vostra Eccellenza medesima, la quale custodì nella carica di provveditore le frontiere degli Orzi, con infaticabile equità e vigilanza. Ora, non ha dubbio che queste due, cioè prudenza e giustizia, non reggano il coro di tutte l’altre virtù, in quella guisa che l’occhio e la mano reggono i nostri corpi, onde per esse, beate sono e le città, e le famiglie, e l’uomo considerato privatamente da sé. Ma siccome dalla prudenza e dalla giustizia dipendono le virtù tutte, così quelle dalla pietà verso Dio hanno sua origine. Che però a ritroso di ciò che dice Aristotele, cioè, nascere dall’esser prospero e fortunato il mostrarsi religioso e ben disposto verso Dio,[3] anzi succede, che dall’esser tale, grandi fortune e prosperità sono cagionate. Quinci a misura che i maggior vostri ordinarono sacre rendite alle chiese, ed i viventi patrizi con larghi e continui dono soccorrono i sacri luoghi, riceverono onorate giurisdizioni dagli arciduchi d’Austria e felici avvenimenti ed innocenti ricchezze avvengono al casato vostro tuttavia. Adunque in sì chiari pregi della famiglia loro ed in virtù così eccellenti si specchino i nobili nipoti vostri Verità, e Giancarlo, e a quell’alto segno indirizzino le indoli generose, da cui possano con le due grand’arti di pace e di guerra servire la loro patria immortale, e riceverne dipoi que’ premi ed onoranze, le quali né nuove sono alla Vostra eccellentissima Casa, né mai alla medesima verran meno, infino a tanto che sarà gratitudine al mondo e conoscimento delle illustri azioni. Il qual fortunato tempo attendendo io, vivrò con isperanza che gradita sia a V. E. la mia divozione.

 

 

 


PERSONAGGI

 

pompilio, cliente e congionto di Vittoria.

florindo, avvocato amico di Pompilio.

clarice, nubile figliuola di Vittoria,

argentina, serva delle dette.

celio, avvocato.

vittoria, vedova madre di Clarice.

fabio, procuratore amico di Celio.

il freccia, servo di Celio.

 

 


                  ATTO PRIMO

 

 

 

                                    SCENA PRIMA

 

                                    Pompilio, Florindo.

 

            pompilio     Florindo mio, noi nelle cose tutte

                                    amici siamo, ne’ pensier, nell’opre,

                                    quai due colombi, che l’un va con l’altro;

                                    in una cosa sola siam discordi

5                                  ch’io penso che il mestier dell’avvocato

                                    far non si possa in tutto puro e netto;

                                    e tu tieni il contrario. E più e più volte

                                    venuti siamo in simile contrasto,

                                    né mai potuto abbiam venirne a capo.

 

10        florindo   Appunto, ora che sono i Baccanali

                                    quivi in Milano, e siamoci avvenuti[4]

                                    oggi, io mi penso che a grand’agio nostro

                                    potrem parlar di simile materia.

                                    Anzi vi priego di presente a dirmi

15                                sommariamente le ragioni vostre

                                    che in brieve io pur mi proverò a rispondervi.

 

            pompilio     Dunque così incomincio. È cosa certa,

                                    che l’avvocare è un’arte faticosa,

                                    ed oltre a ciò noiosa ed importuna.

20                                Ed in prima il travaglio e la fatica

                                    nasce da ciò, che deve l’avvocato

                                    adoprando stancar la mente, e ’l corpo.

                                    Onde che il suo mestiere si compone

                                    di vita attiva, e insiem contemplativa.[5]

25                                Poiché il pensar, il leggere e rileggere,

                                    il meditar le leggi, e della causa

                                    il punto ritrovare, e gli argomenti

                                    e gli ornamenti ancora del discorso,

                                    al viver si convien contemplativo.

30                                La disputa di poi, e la consulta,

                                    l’andar avanti indietro, interrogare,

                                    rispondere, gridare, recitare,

                                    son cose attive e di fatica molta.

 

            florindo   Amico, voi ben dite, e pare insieme,

35                                che voi siate cliente ed avvocato,

                                    anzi un poco più in là, cioè filosofo.[6]

 

            pompilio     Ma udite ancor. Questo mestier, molesto

                                    è quanto alcuno della vita umana.

                                    Poich’io con occasion delle mie liti,

40                                la vostra vita osservo ed i tormenti.

                                    Taccio che avete a legger le cataste

                                    di carte scritte sì, che meglio scrive

                                    quando la coda il diavolo si pettina;[7]

                                    carte dotali, alberi, testamenti,

45                                inventari, stromenti, pieggerie,

                                    ripudie, fedi, division, procure.[8]

                                    Taccio che dopo ciò viene una massa

                                    di citazioni, proroghe, ed andanti

                                    diritte contumacie, e ancor retrograde,

50                                che il caminar de’ gamberi somigliano,[9]

                                    d’atti interlocutori ed altre carte

                                    che dir si sogliono estragiudiciarie.

                                    Quando queste fatiche avete fatte

                                    che, credo, Alcide non ne feo maggiori,[10]

55                                ecco il cliente ad erudir la causa.

                                    Mia madre, che fu pur la buona donna,

                                    venuta a morte per un mal di gola,

                                    che poté appena far suo testamento,

                                    chiamò il notaio e ’l fece in fretta in fretta.

60                                E perché mi volea più ben che agli altri

                                      ed io lo meritava in buona fede –

                                    sebben quel furbo di mio fratel Carlo

                                    quasi mi fe’ la berta. E dàlle, dàlle,[11]

                                    detto com’era la sua madre fatta,

65                                quanti anni avea, e qual divozione,

                                    e quai lavor faceva, e infìn descrittala

                                    com’era in letto, quando fece il suo

                                    testamento, e mille altre scioccherie,

                                    in capo a un’ora se ne viene al punto,

70                                e dice che lasciòllo unico erede.

                                    Voi poveri avvocati sofferite

                                    questi tormenti che non danno i Turchi.

                                    Ditemi, per piacere, o per guadagno?

 

            florindo   Io credo per guadagno tutti noi.

 

75        pompilio     Ed io ripiglio. Se potete voi

                                    per guadagno patir pazzi clienti

                                    e bergoli, importuni; se potete[12]

                                    ne’ dimezzati vostri ritirarvi

                                    subito dopo il cibo, per rivolgere

80                                sudicie carte malamente scritte,

                                    piene talor di fraudi e di nequizia

                                    e leggi, e chiose, e interpreti più oscuri

                                    che non è il testo, e tutto questo fate

                                    per guadagno, io mi credo che farete

85                                cose peggiori per guadagno ancora.

 

            florindo   Come sarebbe dir?

 

            pompilio                                    Che, per esempio,

                                    pigliarete la paga da due mani,

                                    e dal cliente, e ancor dall’avversario,

                                    consigliandoli entrambi c’han ragione.

90                                E farete altre cose ch’or non dico.

                                    Oltre di quello, la fatica vuole

                                    i suoi sollazzi. Vuole il giuoco ancora,

                                    il convito la crapula, e non meno

                                    certe altre cose, cui tacere è bello.[13]

95                                Ci vuol poi, nel vestir, nell’abitare,

                                    e nel servigio non leggera spesa.

                                    Poiché da alcun di voi sentito ho dire,

                                    che l’avvocato con la spesa e ’l lusso

                                    in credito si pone di sapere.

100                              Or si fa tutto ciò forse, trattando

                                    quattro o pur sei meschine cause, al mese?

                                    Ovver con diece misere consulte?

                                    Altro ci vuol. Ond’io mi credo che

                                    per lucro, per delizia, e per costume,

105                              non sien sì giusti li guadagni vostri.

                                    Aggiungi a ciò: ch’io più d’un mio compagno

                                    conobbi, il quale era pria giusto e schietto,

                                    e serbava la fede e la parola;

                                    e alcun di nobil nascita e costume,

110                              che entrato poi dentro la schiera vostra,

                                    mi par d’agnello divenuto lupo.[14]

                                    Onde tem’io ch’alcune arti ci sieno

                                    che non si possan far con buona fede.

 

            florindo   Sicché secondo voi, non già nel ramo

115                              s’annida il tarlo, ma nel tronco stesso.[15]

                                    Cioè non già di noi in uno o in due,

                                    ma in tutti è quel malor che vi pensate.

                                    E dite.

 

            pompilio                   Io non m’avvanzo a tanto dire,

                                    ma pochissimi voglio eccettuare;

120                              poiché tante vedute, e n’ho passate,

                                    che non ne posso più.

 

            florindo                                        Signor Pompilio,

                                    odo l’accusa vostra e la querela

                                    contro l’avvocatismo, e il ben condotto

                                    ragionamento, ch’assai d’arte abbonda,

125                              ma non così di verità e giustizia.

                                    Il primo vostro detto, o sia proposta

                                    fu che il nostro mestier è faticoso

                                    al sommo, e che lo stesso è più noioso

                                    che non è quello degli schiavi, o pure

130                              de’ galeotti ch’armano una fusta.[16]

                                    E da questa premessa deduceste,

                                    per conseguenza, al vostro dir legittima,

                                    che l’avvocar essendo faticoso,

                                    convien che siasi ancora frodolento.

135                              Se l’argomento vostro oggi valesse;

                                    il capitano soffre e caldo e gielo,

                                    patisce fame e sete, ha il sonno corto,

                                    e duro il letto, ed è mai sempre esposto

                                    ad esser preso, ed o ferito, o morto.

140                              Dunque, se il capitan fa tante e tali

                                    fatiche, ei sarà ancor maligno e doppio:

                                    che per voi ciò sen viene in conseguenza.

                                    Se il cacciator patisce e fame e sete,

                                    e la moglie si scorda, e i passatempi,

145                              e lo studente or trasuda or aghiaccia,

                                    dunque con frode l’uno e l’altro varca.

                                    Or volete veder, qual conseguenza

                                    nasca per dritta linea, dai tormenti

                                    e dalla gran fatica d’avvocare?

150                              Che noi meglio pagati esser devremmo.

                                    Una causa ricchiede legger mille

                                    processi, rubricargli ove sta il punto,

                                    summariargli, e riccavar da tanti

                                    summari un solo, quasi quintessenza.

155                              Preparata la causa, poi dirigerla

                                    con ordin buono, consigliarla, escuterla,

                                    esaminar più leggi, e cento autori,

                                    istruirne il collega e fabbricarne

                                    la disputa, ed infin trattarla.

 

            pompilio                                                    E perderla.

 

160      florindo   Che monta ciò? Ma che credete voi[17]

                                    che per tante fatiche si guadagni?

 

            pompilio     Quello, io mi credo, che guadagna chi

                                    è sopra la biscaccia. Un perde, un vince,[18]

                                    e la vittoria e perdita sen vanno

165                              in pure carte; delle quali il lucro

                                    congionto a quel che il biscaccier fa poi

                                    prestando, a riaver trenta per cento,

                                    i giuocatori la biscaccia impinguano.

                                    Così i clienti fan con gli avvocati.

170                              L’attore il reo spendono il cotto il crudo,[19]

                                    mandati citazioni apellazioni,

                                    e proroghe e capitoli ed impristini,[20]

                                    sequestri, copie, cartazion, summari.

                                    Esce da’ litiganti il succo e il sangue,[21]

175                              ad impinguare e pascere avvocati.

                                    Che più? Si fa la lite di uno stabile,

                                    l’attor che lo domanda, non avendo

                                    con che far lite, vende la speranza

                                    all’avvocato suo e la vittoria.

180                              Si disputa: si spropria il possessore,

                                    e di quel bene il pretendente ancora,

                                    perché va in pagamento della lite.

 

            forindo     Adagio, adagio, che cotesta vostra

                                    interruzion più lunga è della disputa.

 

185      pompilio     Ma più vera.

 

            florindo                           Lasciatemi seguire.

                                    Io dico che i guadagni che son leciti

                                    fatti da noi, non vagliono il tormento.

                                    Poiché di quelli illeciti non parlo.

                                    Che il mestiere non dee denominarsi

190                              da chi il fa malamente, ma da chi

                                    con fede, diligenza, ed onestate.

                                    Le cose sacre, sono meno sacre,

                                    perché altri se ne serve ai sortilegi?

                                    Con lo stesso coltel si taglia il pane,

195                              e l’uom s’uccide. È meno buona l’acqua

                                    cui Pindaro già disse ottima ancora,

                                    perché altri in essa puote soffocarsi?[22]

                                    Tutte le cose che nel mondo sono,

                                    possono a tristo e buono uso servire;

200                              saranno elle perciò triste e non buone?

                                    A questo punto pria convien rispondere,

                                    e biasimar poi il mestier dell’avvocato.

                                    Anticamente furono oratori

                                    che distrussero communi e città intere;

205                              ma ve ne furo ancor che le fondarono.

                                    E chi addusse i mortali a star uniti,

                                    o sotto un tetto, o tra le stesse mura,

                                    se non fu un dicitor soave e forte?

                                    E lo stesso è pur oggi. Che se alcuno

210                              degli avvocati è un tristo, ne son molti

                                    de’ buoni, e se un danneggia, molti giovano.

                                    Il dir poi, che voi fate, che sovverchie

                                    spese fan gli avvocati, e nel vestito,

                                    e nel vitto, ed ancor ne’ passatempi;

215                              non prova che per quello, ognuno faccia

                                    un mestier sì onorato con inganno.

                                    Prima circa le spese, me guardate

                                    (a parte) (che tra due amici può tal vanto darsi)

                                    e giudicate. Io vivo onestamente

220                              qual è il mio grado; ma non soglio spendere

                                    gran cosa, e sol di libri mi diletto.

                                    Ma siavi ancor chi spenda largamente,

                                    val ciò a provar ch’egli quel d’altri spenda?

                                    Perché ladro è chi sol consuma il suo?

225                              Pur via: siano di quei   che saran pochi –

                                    che alcuna gherminella ancora adoprino,[23]

                                    perché gli altri ne deono patir pena

                                    e biasmo, da color singolarmente,

                                    che buoni sono, e, come voi discreti?

230                              Ma invero, se ancor l’esito si guardi,

                                    che nelle cose umane molto può;

                                    vedrete i buon’ che ottengon premio e lode,

                                    e vituperio i rei, se non castigo,

                                    visibile ed aperto.

 

            pompilio                                 Caro amico

235                              voi degno siete e il vostro dir è degno.

                                    Ma lasciate ch’io resti con quel dubbio

                                    che serbar soglio anco in molt’altre cose.

                                    Anzi, lasciamo tai discorsi e andiamo

                                    piuttosto altrove per veder le maschere.

 

240      florindo   Per compiacervi io vengo e non per quelle,

                                    e ancor perché per via favelleremo

                                    di cosa che mi preme insino all’anima.

 

            pompilio     Già quello che vi preme, lo so quasi.

 

 

                                    SCENA SECONDA

 

                                    Clarice in maschera, Argentina.

 

            argentina            Uh, la signora padrona, state allegra.

                                    Che diavol ve n’andate a capo chino

                                    come foste in un bosco. Quelle maschere

                                    che abbiam vedute così ben vestite

5                                  da Cinesi vi piacquero? O sol come

                                    una mandra che passi per la strada?

 

            clarice       Argentina, non piacquermi o dispiacquero,

                                    né odio od amo in nulla queste feste.[24]

                                    Io vado dove gli altri, e sol m’aggrada

10                                di non sentirmi quel tintinno a lato

                                    di mia madre.

 

            argentina                                    Or perché? La madre vostra

                                    che v’ama e tien degli occhi suoi più cara?

                                    Che vorrebbe vedervi maritata

                                    bene col signor Celio avvocato?

15                                Signora, queste donne di valore

                                    e spirito, sono tutte fastidiose.

 

            clarice       Perché non se lo piglia ella per sé?

 

            argentina            O questa è bella! A noi che giovinette

                                    siamo conviensi sposo!

 

            clarice                                           Anzi tu falli.

20                                Oggi la moda è che le donne vadano,

                                    delle fanciulle più amorose e gaie,

                                    come ancora che facciano l’amore

                                    assai più dolcemente delle giovani:

                                    ed a me questa moda è grata al sommo.

 

25        argentina            Uh come siete seria, e spigolistra![25]

 

            clarice       Io ti dico, Argentina, che a me piace

                                    – e son di questo genio e naturale –

poco parlar, e meno conversare

                                    in queste ridduzioni, ove si giuoca,[26]

30                                o si parla di cose che non vagliono

                                    un fico, ove si mescola il francese

                                    con l’italiano, e questo è omai perduto.[27]

                                    Non è per questo ch’ami sempre starmi

                                    in casa come monaca o romita.

35                                Ma pare a me, che si potrebbe meglio

                                    conversar oggi di quel che si fa.

 

            argentina            E pur a me piace e cotanto aggrada

                                    quel «monsù», quel «madama», e quell’«ho stima[28]

                                    per lei»: oh quella stima è pur la bella

40                                parola! Ma, tornando a quel discorso

                                    di vostra madre; ella veder vorrebbe

                                    questo paio di nozze; e veramente

                                    v’ama di cor. È il vero çhe di poi

                                    in parole ed in atti è un po’ noiosa.

45                                Pur finalmente quella noia viene

                                    da voglia di vedervi accompagnata,

                                    con sì gran dote come ell’è la vostra,

                                    con un degno soggetto. Egli è avvocato

                                    il primo del paese, spiritoso,

50                                di buon umor, buona presenza e grazia.

 

            clarice       Argentina, son giovine, ma veggo

                                    assai più oltre della scorza: questi

                                    di cui tu parli, e ancor mia madre parla

                                    – di personali qualità tralascio –

55                                ma di fortune, a me sembra da meno,

                                    che non mostra l’estrinseca figura.

                                    Il trattamento è grande: le faccende

                                    son grandi; ma mi par che il tutto sia

                                    in aria, e perciò dubbio e mal sicuro.

60                                Il palagio è ad affitto; campi e case

                                    non ci sono; egli spende l’incredibile.

                                    Io non ho sperienza delle cose;

                                    ma sento in me tal moto naturale,

                                    che da lui mi frastorna, qual da cosa

65                                fragile e che non può durar gran tempo.

 

            argentina            Vedete ben ch’altro non vi frastorni.

                                    Noi donne quando abbiam quel naturale

                                    genio, che chiami amor, e cui ben spesso

                                    non intendiam noi stesse, ciò che a quello

70                                s’oppone, miriam sempre di mal occhio.

                                    Né giova dir: gli è bello ricco grande,

                                    ché se quegli non sia, si stima un nulla.

 

            clarice       Tu se’ pazza: andiam oltre. Ma chi è quella

                                    maschera che da capo a piè mi guata?

 

 

                                    SCENA TERZA

 

                                    Celio in maschera, e le dette.

                                    Celio, avendo guardato da capo a piedi Clarice, chiama a sé con mano Argentina.

 

            celio                        Io credo di conoscerti, ed ancora

                                    quella ch’è teco, ed è la tua padrona.

 

            argentina            Illustrissimo sì: ella ci ha colto.

 

                                    (Clarice fa cenno ad Argentina che vada seco e lasci Celio)

 

            celio                        Qual fretta ell’ha? Ferma trattienti un poco,

5                                  che converrà pur essa trattenersi.

 

                                    (Clarice segue ad accennare alla serva, né essa andando, finalmente s’accosta)

 

            clarice       Signor mio, che non so ben chi si sia,

                                    in grazia lasci la mia damigella

                                    venirsen meco.

 

            celio                        (cavandosi la maschera) Veda chi mi sono

                                    signora. Di partir perché ha tal fretta?

 

10        clarice       O signor Celio, mi condoni, ch’io

                                    non potea ravvisarla, e non essendo

                                    buon costume, che fermisi una figlia

                                    a parlar con persona sconosciuta,

                                    io me n’andava.

 

            celio                                                 Ella faceva bene,

15                                ma a me mal n’avveniva perché allora

                                    saria mancata a me si bella sorte.

                                    Come piace a lei l’opera?

 

            clarice                                                Io non so

                                    di musica, però non mi dispiace.

 

            celio                        Veda ben di, parlandone, lodarla,

20                                poiché ella aggrada sommamente a Donna

                                    Usimberta Minuti, e alla Marchesa

                                    Del Banco, e sa che queste sole dame

                                    all’opera favor danno e risalto,

                                    ed a tutte le cose in questa patria.

 

25        clarice       Io venero tai dame; ma di poi

                                    se mi spiacesse, lo direi sì bene,

                                    come dico che piacemi.[29]

 

            celio                                                             Ed i balli?

 

            clarice       Il ballo non m’aggrada.

 

            celio                                                             Intende in palco,

                                    signora? O pur di ballo d’ogni specie?

 

30        clarice       Non so: ma certo in palco disconviene.

                                    Poiché noi donne, non dobbiam sovverchio

                                    scompor la vita, e il feminil contegno

                                    troppo con questi balli si sconcerta.[30]

 

            celio                        Ella ben dice; ma una giovinetta

35                                a me par che con troppa gravitate

                                    parli di ballo.

 

            argentina            (guardando entro la scena) Miei signor’ di là

                                    a me par di veder venirsi a noi

                                    la signora Vittoria.

 

            celio                                                      Ella ben venga.

 

            clarice       Ci mancava ancor questa a far la mia

40                                noia compita e la molestia intera.

 

                                    SCENA QUARTA

 

                                    Vittoria in maschera con cameriere che le dà braccio, e detti.

 

            vittoria     Oh qual felice incontro è oggi il mio

                                    di quivi ritrovarvi, signor Celio,

                                    con mia figliuola!

 

            celio                                                      Questa anzi è mia sorte,

                                    signora, e delle Grazie a far intero

5                                  il numero, vi manca sol la terza;

                                    ma non saprei dove poter trovarla,

                                    per pareggiar il merto di voi due.

 

            clarice       O fastidioso can!

 

            vittoria                                  Voi siete pieno

                                    non men di cortesia che di virtute.

10                                Non so poi se mia figlia ciò conosca.

                                    Ma dovete scusarla. Ella non ha

                                    delle cose del mondo ancor la pratica,

                                    né conosce i soggetti valorosi.

 

            celio                        Anzi, signora, non ho che lagnarmi,

15                                e se non fa la signora Clarice

                                    meco quanto vorrei, fa quanto merto,

                                    ché poco veramente è il merto mio,

                                    a lato a’ suoi stimabili favori.

 

            vittoria     Per altro, mio signor, credo che in questi

20                                giorni darete alcuna sosta ai vostri

                                    gravi affari, e che in alcuno onesto

                                    diletto passerete e l’ore e il tempo.

 

            celio                        O signora, non so che sia riposo

                                    in alcun tempo. In questi giorni in cui

25                                ciascun segue il piacer, io m’affatico

                                    più che negli altri. Ho alcuna causa posta

                                    a questo nicchio per studiarla meglio.[31]

 

            vittoria     Dunque non vi diletta, o il ballo, o l’opera?

 

            celio                        Nulla, signora.

 

            clarice                                 Vedi come è finto,

30                                che pria non ragionava meco d’altro!

                                    Ma ancora la biscaccia ci sarà

                                    per terzo, sebben meco, né con lei

                                    ne fece pur la minima parola.

 

            vittoria     Io vi chiedea di ciò, perché l’ardire

35                                aveva d’invitarvi alla mia casa

                                    a passare alcun’ora della notte

                                    o nel giuoco, o in piacevoli discorsi.

 

            celio                        Se ciò mi fusse a cor, o avessi tempo,

                                    la signora Vittoria mi può credere

40                                che i suoi favor’ anco ad ogni altra cosa,

                                    e persona, e diletto antiporrei.

                                    Ma come pria diceva, il tempo e l’ore

                                    notturne, io devo in altre cose spendere.[32]

                                    E fu miracol ch’ella mi trovasse

45                                quivi in quest’ora; che se una persona

                                    da ben io non veniva a ricercare,

                                    sarei stato a mia casa, e sopra i miei

                                    processi e libri. Ma non si può sempre

                                    far quel che vuolsi. E gli avvocati sono

50                                dell’amico, de’ poveri, di tutti.

 

            clarice       Io mi vorrei che tu fussi d’un solo,

                                    cioè del manigoldo.[33]

 

            vittoria                                      O gravi affari!

                                    O studio infaticabile! Ed o somma

                                    tolleranza! Se questo è, signor Celio,

55                                che non cessate in questo tempo e luogo

                                    d’occuparvi in ben far, io mi ritiro[34]

                                    e vado ad altra parte, e vi son serva.

 

            clarice       Serva, signore.

 

            celio                                                Mie signore addio.

 

 

                                    SCENA QUINTA

 

                                    Celio, e poi Pompilio.

 

            celio                        Così favellar vuolsi con costei.

                                    Mostrar disinteresse, assiduità,

                                    continenza, ritiro, noncuranza

                                    de’ diletti, quantunque usati e leciti;

5                                  e lasciar poi ch’ogni altro gliene dica

                                    quante ch’ei vuol de’ fatti miei, che nulla

                                    gli crederà e terrallo per calunnia.

                                    Quando che sarò sposo di Clarice,

                                    se l’oprar mio con gli occhi veda, e tocchi

10                                con mano; poco importa. Allorché l’oste

                                    è dentro la fortezza, abbruci, uccida,

                                    saccheggi quanto vuol, non c’è rimedio.[35]

                                    La destrezza, i bei modi, i patti onesti

                                    la fede, sono fatti per entrare.

15                                Quand’hai preso il possesso, il tutto cangia

                                    faccia scena figura. Ma Pompilio

                                    sen viene a questa volta. E mi bisogna

                                    parlargli.

 

            pompilio                   Nella folla e nel bagordo

                                    ho perduto Florindo; e più lo cerco

20                                men lo ritrovo, sarà gito a casa.

 

            celio                        Signor Pompilio amico e mio compare,

                                    voi non vi dilettate di far versi?

 

            pompilio     Perché, signor, mi domandate questo?

 

            celio                        Vorrei un sonetto subito, ma subito.

 

25        pompilio     Credete forse, che un sonetto sia[36]

                                    una citazione?[37]

 

            celio                                                A voi poeti

                                    è più facile assai. Anzi un sonetto,

                                    con quattordici versi è bello e fatto;

                                    ch’una citazion empie talora,

30                                scritta pur in minuto, un foglio intero.      

                                    Massimamente quando con parole

                                    oscure, e ridondanti incapestrare

                                    l’avversario si vuol, e far così

                                    ch’egli non scorga ove si stia la quaglia.[38]

35                                E le clausule sole? Ut in lubricis,

                                    ut stant stantibu rebu: visi iuribu.[39]

                                    Con tassa alli ministri, e pena e pignora

                                    di cinquecento scudi, ancor se fusse

                                    la lite di tre soldi? Onde vedete

40                                che una denoncia val più d’un sonetto.

 

            pompilio     Signor Celio, voi già deste la vostra

                                    dottrina, ed ancor io darò la mia.

                                    Un sonetto vuol esser dolce e grave

                                    d’un pensier solo, ch’abbia novitate;

45                                di voci scelte e pure, e di sonore

                                    rime che naturalmente sen vengano.

                                    Chi è lodato convien che appaia il primo,

                                    e pur, né men per questo devon gli altri

                                    apparir i secondi. Se direte:[40]

50                                «La Fama è stanca di lodarvi o bella»

                                    diran che questa bella è troppo vecchia;

                                    poiché a stancar la Fama ci vuol tempo,

                                    e il tempo è quegli onde ogni cosa invetera.

                                    Vedete, s’è difficile un sonetto.

55                                Gli oziosi di poi son senza numero,

                                    e quei che fanno i critici son più.

                                    Il sonettuccio è brieve, e averne copia

                                    non costa un soldo, perché ve lo porgono,

                                    se ben non lo volete. Onde vedete,

60                                che non è cosa criticata, e in mille

                                    modi straziata contradetta e risa,

                                    come un sonetto. Or dite che un sonetto

                                    facil sia?

 

            celio                                           O caro amico, voi

                                    siete un poeta e rimator migliore

65                                di Cicerone o di Quintiliano.

                                    Io credeva che fosse anzi difficile

                                    il sonetto per la latina lingua:

                                    e voi mi dite per tutt’altro, ch’io

                                    non so nemmeno quel che vi diciate.

70                                Posciaché il grave intendo io della borsa

                                    e del soldo; e quel vostro pensier solo,

                                    penso che sia far l’interesse proprio,

                                    ancor con l’altrui danno o pur discapito.

                                    Ma sia come si vuol, a me fa d’uopo

75                                d’un sonettino per la ballerina

                                    Madama Marion. E s’ha a gettare

                                    giù per li palchi questa sera stessa.

                                    S’ha a riveder stampare e dedicare

                                    al Presidente, a cui tanto ella piace.

80                                Quanto a me ancora. E da lui mi prometto

                                    per questo onor ch’io faccio alla sua dama,

                                    uno di quei servigi, cui maiuscoli

                                    diciamo in nostra lingua d’avvocati.[41]

 

            pompilio     Oh poveri poeti! a che ridutti

85                                voi siete? ad esser d’amore mezzani

                                    d’oppression, di fraude, di nequizia.

                                    Ma pure, acciò costui non m’assassini,

                                    o solo men che può, convienmi fare

                                    a suo modo. Signore io mi ritiro,

90                                ed in mezz’ora vedrò di servirvi.

 

            celio                        Signor Pompilio addio.

 

            pompilio                                          Celio son vostro.

 

 

                                    SCENA SESTA

 

                                    Fabio, procuratore, Pompilio.

                                    Mentre Celio va da una parte e Pompilio all’altra, Fabio ferma questi, pigliandolo per mano.

 

            fabio                       Signor Pompilio, perché tanta fretta?

 

            pompilio     Lasciate che di tempo ho sol mezz’ora.

 

            fabio                       Per la qual cosa? S’aveste mari e monti,

                                    convien che m’attendiate. A me bisogna

5                                  che componiate almeno una canzone;

                                    voi vena avete facile e spedita.

 

            pompilio    (a parte) (O avessi tu speditamente un laccio.)

                                    Signore, io non ho tempo, ed in canzoni

                                    malamente riesco.

 

            fabio                                                       Io so il perché;

10                                perché farmi negate questa grazia.

                                    Ed io del ben vi posso far, volendo,

                                    e ancor del male.

 

            pompilio                                  Ah che purtroppo è vero.

                                    Ma, o bene, o mal, io non posso servirvi.

 

            fabio                       Ricordatevi il debito ch’avete

                                    con quel vostro avversario e mio cliente;

15                                io lo farò per tante stanze, tanti

                                    mesi farvi respiro, o voglia o no.

 

            pompilio     Signor Fabio, voi siete a me sì vecchio

                                    e buon amico, che farò di tutto.

                                    Ma qual è l’argomento!

 

            fabio                                                             La Diana

20                                cantatrice, ed alludere bisogna

                                    a quell’aria: «mio ben da te mi parto».[42]

 

            pompilio     Alluderò, farò, mi sforzerò,

                                    Ma in quanto tempo?

 

            fabio                                                           Posdimani deesi

                                    la sera sparger la canzon stampata,

25                                dopo l’aria, in teatro.

 

            pompilio                                        (a parte) (Deh si sparga

                                    la virtuosa e ’l protettor da un ponte.)

                                    Il tempo è corto, ma farò di tutto.

            fabio                       Signor Pompilio, mi riposo in voi.

 

 

                                    SCENA SETTIMA

 

                                    Argentina che incontra in fretta Pompilio.

 

            argentina            Signor Pompilio, son mandata apposta

                                    dalla padrona mia vostra parente

                                    a dirvi due.

 

            pompilio                 Che domin ella vuole?[43]

                    Sbrigati.

 

            argentina                          A dirvi due parole sole.

5                                  Ella vorrebbe una composizione

                                    di quelle che vi fate voi poeti.

                                    E perché non so dir, m’ha dato questa

                                    cartuccia.

 

            pompilio                     O maledetti siano i versi.[44]

                                    E le cartucce ancor. Che non ho io

10                                oggi altro a far? Però convienla leggere

                                    e fare ancora ciò che vuol Vittoria,

                                    poiché tempo non è di disgustarla: (legge)

 

                                    «Monacandosi la Signora Fausta

                                    de’ Fausti, si desidera un sonetto.

15                                L’arma è una fusta, a cui fa d’uopo alludere.[45]

                                    Avendo mira che lodar bisogna

                                    l’orto, in particolar, del monistero

                                    dentro cui sono alcune belle piante.

                                    Onde dai legni è facile il ritorno

20                                alla fusta ch’è l’arma della monaca».

 

                                    Bisognerebbe porre in fusta tosto[46]

                                    gli stampatori e correttori insieme,

                                    ed abbrucciare i torchi, e de’ caratteri

                                    comporre tanti imbuti da salciccia.

25                                Ma il maggior mal è degli stampatori,

                                    che per bene mangiar e andar vestiti

                                    meglio, così tormentano i poeti.

                                    Ma sai tu quando voglia la signora

                                    Vittoria questi versi?

 

            argentina                                               Or tra sei mesi:

30                                poiché la signorina che si fa

                                    monaca è andata un poco in Inghilterra,

                                    e vuol veder l’Ollanda, e la Francia anco,

                                    onde credo che se facesse solo

                                    una lettera al giorno, con le sue

35                                virgole e punti, che so che ci vanno,

                                    la monaca starebbe anco due mesi

                                    ad arrivare.

 

            pompilio                         Ora tu se’ Argentina,

                                    o la padrona tua, la più cortese

                                    seccatrice per versi, che sia al mondo.

40                                Poiché mi date tanto tempo a farli,

                                    che in questo mentre, o morirsi puote ella,

                                    o uno stuol di librai fiaccarsi il collo;

                                    o l’arte anco smarrirsi della stampa.[47]

                                    Di’ alla signora che sarà a suo loco

45                                servita; né mancar posso all’affare

                                    per diffalta di tempo, essendo che[48]

                                    se la Clarice intanto si marita,

                                    può nascere un fanciullo, che nel giorno

                                    del monacarsi la signora Fausta,

50                                sia grandicel da poter presentare

                                    i sonettini nel solenne invito,

                                    con gentil modo e con buono giudicio.

                                    Ma di’ Argentina, giacché siamo a tale

                                    giunta, ti credi tu che queste nozze

55                                della parente mia col signor Celio,

                                    facciansi in Carnovale, od in Quaresima?[49]

 

            argentina            Dirò signor: se fossero le mie

                                    bramerei in Carnovale; ed oggi più

                                    tosto che la dimane. Ma sapete     

60                                che madama Vittoria la padrona,

                                    parla delle sue cose molto poco

                                    con noi sue damigelle. Io però credo

                                    ch’ella sia in casa e aspetti il gioielliere

                                    col finimento, e con le vesti ancora

65                                il sarto. Le camicie certo sono

                                    fatte ed a me ne sa ed all’altre mie[50]

                                    compagne, ch’ entro l’unghie ci perdemmo

                                    lavorando le notti e i giorni interi.

                                    Onde l’odor si sente delle nozze.

 

70        pompilio     Intesi il tutto: tu ritorna intanto

                                    e di’ a Vittoria che sarà servita.

                                    Tanto più mi convien cercar Florindo.

 

 

                                    SCENA OTTAVA

 

                                    Celio, e il Freccia.

 

            celio                        Te’ questo velo, o Freccia ricamato

                                    ad oro e fiori, cui comprai poc’anzi

                                    dal mercatante, e lo scelsi tra mille,

                                    sicché ebbe a capovolger la bottega,

5                                  né però lo pagai; e porterailo

                                    tantosto alla Clarice mia signora.

                                    E dille ch’io non so se al suo colore

                                     che neppur so qual sia  si convenga egli.

                                    Ma se conviene, che lo porti, o facciane

10                                quel che più vuol come di cosa sua.

 

            freccia       Voi certo m’insegnate complimenti

                                    che sono belli assai. Ma non è oggi

                                    la prima fiata che ve li aggiustai,

                                    come s’acconcian l’ossa dal chirurgo.

15                                Ma di qual pasta siete, che a sì bella

                                    e fresca giovinetta, voi parlate

                                    come fa il mulattier alla più sozza

                                    mula ch’egli abbia e di magagne piena?

 

            celio                        O Freccia, non è al mondo la maggiore

20                                pazzia, d’innamorarsi della moglie.

                                    Sai tu, sciocco, qual cosa sia la moglie?

                                    Ell’è qual la corteccia della noce,

                                    che si rompe con mano o pur co’ denti

                                    per mangiarne il midollo che sta dentro.

25                                Il midollo è la dote e lo suo avere:

                                    questo si mangia e la scorza si getta

                                    a’ cani, o pur a ciò che sia di peggio.

                                    Credi tu ch’io, perché quando la veggo,

                                    le dico alcuna paroluccia dolce,

30                                che la dica di cor? Credi tu ancora

                                    che mi tormenti o intisichir mi voglia

                                    perché ella ama Florindo? Io tanto curomi

                                    di lui, di lei, quanto dell’acqua in cui

                                    m’ho lavate le mani in sul mattino.[51]

35                                Sai tu di cui mi curo? Di Vittoria,

                                    poiché ella la vera è chiave del giuoco;

                                    e solo ella mi puote aprir lo scrigno.

                                    Deh, qual dolcezza, Freccia, quand’è aperto,

                                    sbracciolarmi e cacciarvi entro la mano[52]

40                                e pigliarne quell’oro e quelle doppie,

                                    per giucare e per farne gozzoviglia?[53]

                                    Quello scrigno è la sposa e lo mi’ amore.

                                    Per lui mi struggo e provo gelosia,

                                    e fin che non ci giungo, parmi avere

45                                la febbre il cancro il fistolo e di peggio.

 

            freccia       Veramente voi siete un uom di vaglia.

                                    Ed è un peccato che sposar non possansi

                                    da voi tutte le donne di Milano,

                                    che non saprian trovar miglior marito

50                                di voi, né che facesse tai carezze

                                    alle lor gioie a’ beni ed al danaro.

                                    Per altro, tolte che le aveste in mogli,

                                    saria libero loro, anzi forzoso

                                    andarsi altrove ad accattar il pane.

55                                Insomma io so ciò che alla sposa vostra

                                    s’ha a dir per complimento.

 

            celio                                                                       Dillo un poco.

 

            freccia       Signora un che v’adora, per rispetto

                                    sol nell’immago delle vostre doppie,

                                    saluta quelle, in luogo di voi stessa.

60                                E come si fa al Turco, che la mano

                                    non se li bacia, ma bensì la borsa

                                    d’oro e ricamo ove stanno i dispacci,

                                    Celio vi bacia non la mano, ma

                                    il lembo della veste di broccato

65                                la più bella che abbiate, perché d’essa

                                    quand’altro non ci sia farà vendimini.[54]

 

            celio                        Tu parli ben. Ma non voglio che faccia

                                    con lei molte parole. Parla molto

                                    con la Vittoria, e dille, se ti chiede

70                                di me, c’ho un fascio di faccende sopra;

                                    ma che non lascio mai di domandarti

                                    com’ella sta: se vaglio in cosa alcuna,

                                    ch’ella creder si possa, compiacerla.

                                    Dirai il bisogno?

 

            freccia                                     Sì dirò: ma quelle

75                                poverine, qualor sarete entrato

                                    in casa, non diran solo il bisogno,[55]

                                    ma la necessitade e la miseria.

 

            celio                        Che vuoi pensarci tu, quando che avrai

                                    da guazzare a tua voglia? O Freccia allora

80                                non udiremo bussarci alla porta

                                    assai più creditori che clienti.

                                    Ti priego ancora fare ad Argentina

                                    li miei saluti e li miei convenevoli.

 

            freccia       E che, ne siete forse innamorato?

85        celio                        Io fo pensiero di sposarle tutte

                                    due. Ma tu m’odi pazzo. Sai perché

                                    fo vezzi ad Argentina? Per sapere

                                    come vanno le cose. Io le ho promesso

                                    saran tre anni un bel grembiale.

 

            freccia                                                           Omai

90                                n’avrà logori dodici de’ suoi,

                                    in aspettando e sospirando quello.

 

            celio                        Or la speranza è con le donne un grande

                                    mezzo. Promesso ho ancor di maritarla.

                                    La pigliarestu?

 

            freccia                               Maisì lo farei:

95                                se non che temo, quando avrete il tutto

                                    consumato alla vostra, che di poi

                                    consumerete quello della mia.

 

            celio                        Allor vedrem di quel che s’abbia a fare.

                                    Tu intanto l’ambasciata mi farai

100                              secca alla sposa, ma di poi compiuta

                                    a madonna, e alla serva.

           

            freccia                                               Oh che bel mondo!

                                    Ma così ci si vive oggi e si pratica.

                                    Un altro tempo venirà che sia

                                    forse per entro al cor delle persone

105                              più fede amor semplicità schiettezza.

                                    Oggi queste non son moda o costume.[56]

 

 

                                    SCENA NONA

 

                                    Pompilio, Florindo.

 

            pompilio     Convien ch’io maledica il punto e l’ora[57]

                                    che v’ho perduto. Ma lasciate un poco

                                    (guardando qua e là) ch’io vegga, se passato è de’ sonetti

                                    il mal’influsso.

 

            florindo                           Io non so che diciate.

 

5          pompilio     Vi dico che nel mentre io vi cercava,

                                    venute sono molte genti a stormo

                                    a chiedermi sonetti madrigali

                                    distici ottave acrostici canzoni[58]

                                    ed altre pesti simili poetiche.

 

10        florindo   Incolpatene sol la virtù vostra

                                    signor Pompilio.

 

            pompilio                                Io più ne incolpo il vizio,

                                    che certo è un vizio quello di far versi.[59]

                                    Ma essendo oggi attaccato a tanti e tanti

                                    non so perch’io ne paghi solo il fio,

15                                e debba sempre far versi per altri.

                                    Or parmi che diceste poco fa

                                    che volevate dirmi alcuna cosa.

 

            florindo   Voi ve la immaginaste, come io credo

                                    ed ora ve la dico. Voi sapete

20                                ch’io vivo servo di Clarice, vostra[60]

                                    parente, e che la servitute mia

                                    ella aggradisce. Ma forza è che sia

                                    questo un gran bene ed una gran ventura,

                                    poiché con tanto ben vanno congionti

25                                tai mali. In prima, eccettuando lei,

                                    tutti quelli che sono di sua casa

                                    mi son contrari, infin la gatta e ’l cane.

                                    La madre ch’è padrona degli averi

                                    come si sa, inclina a darla a Celio:

30                                anzi si dice che il farà tra poco.

                                    Io non so mai perché una donna tale

                                    qual è Vittoria, di conoscimento,

                                    e di prudenza, e di valor maschile

                                    sia di sì bel soggetto innamorata.

35                                Forse ella occhi non ha? E se non vede

                                    i suoi costumi, non ha orecchie onde oda

                                    l’opre con cui il mestier nostro infama?

                                    Ma il peggio è che a sposare ei l’ha tra pochi

                                    giorni, come per tutto se ne dice.

 

40        pompilio     Che volete ch’io dica? Io dirò prima

                                    ch’ogni donna, valente e circospetta

                                    per quanto siasi, ha pur il debil suo,

                                    e che Vittoria s’innamora in Celio

                                    del suo peggior, come fan l’altre pazze.

45                                Ma la casa ei difende son molt’anni,

                                    poiché voi certo ne l’etate avvanza.

                                    Ei par un agnellin alla signora,[61]

                                    ei maneggia sue cose, e se non ved’ella

                                    per altr’occhio o per altra bocca parla.

50                                Se quel mal far che sempre egli ha per abito[62]

                                    a lei comunicasse con gli effetti,

                                    indi l’occasion pigliar potrebbesi

                                    di trar dagli occhi di madonna il velo.

                                    Poiché nel cor di donna l’interesse

55                                è passione non minor dell’altre.

                                    Ma costui si conserva sì illibato

                                    seco, e tal faccia mostrale d’uom giusto,

                                    che non si può la maschera levargli.

                                    Florindo, io v’amo, e il cielo sa s’io veggo

60                                qual differenza passi tra voi due:

                                    e se mi piange il core di mirare

                                    una fanciulla di sì buon talento

                                    e belle parti, star come colomba

                                    ch’è per cader tra poco in man del nibbio[63]

65                                poiché tra poco, com’io so ben certo,

                                    seguiranno le nozze.

 

            florindo                                       O questa ancora

                                    ci voleva per certo. Ma qual via

                                    pottrebbesi tener?

 

            pompilio                                     Io non ci vedo

                                    altro rimedio, se non sia, che vada

70                                con varie scuse la fanciulla stessa

                                    procrastinando e guadagnando tempo.

                                    Il tempo ad ogni cosa è buon rimedio.

                                    E sappiate Florindo che la pera

                                    è già matura e poco ha per cadere.

75                                Chi sa? Trattanto può venire a gala[64]

                                    alcuna delle sue. Cerca il castigo,

                                    come fa il veltro la fugace lepre,

                                    sempre la colpa, e per quanto ella imboschi,

                                    alfin la trae dall’ombra nella luce.[65]

 

80        florindo   Dunque vorrei Pompilio caro amico,

                                    che voi, Clarice confortaste a farlo,

                                     e suggeriste a lei alcuna scusa:

                                    che in cor di giovanetta ancor non cape

                                    arte o partito d’onorata astuzia.

85                                Apre l’adito a voi per rivederla

                                    e parlarle sovente il parentado.

                                    Io della sua magione non ho alcuno

                                    favorevole. Celio, i servidori,

                                    e le serventi ha tutti amici. E voi

90                                anco presso Vittoria, siete in conto

                                    d’amorevole saggio e buon parente.

 

            pompilio     Amico è ver, ma non convien con lei

                                    toccare or questo tasto; è ancor la piaga

                                    troppo cruda e immatura per usarvi

95                                o il ferro o il foco o più forte rimedio.

 

            florindo   A voi lascio la cura. Voi m’amate

                                    e vedete il periglio ed il bisogno.

 

            pompilio     Florindo, state di buon core. Il cielo

                                    aìta il buon voler, e la fortuna

100                              della prudenza è serva, non signora.[66]

 

 


                  ATTO SECONDO

 

 

 

                                    SCENA PRIMA

 

                                    Fabio procuratore, Celio.

 

            fabio                       Celio, io non so se dopo queste nozze

                                    vostre, di più servirvi avrò la sorte

                                    nella fatica di procuratore.

                                    Poiché dir suole il volgo che una mano

5                                  l’altra ben lava, ed ambedue la faccia.

                                    Onde il cliente è prima quel che liscia

                                    me con la borsa sua, e uniti poi

                                    noi due nettiamo il viso all’avvocato.

                                    Ma s’io dovrò seguir con voi più innanzi

10                                nel procurar le cose de’ clienti,

                                    non credo che sì bene due mulini

                                    sappiano macinar grano a riccolta.[67]

 

            celio                        Amico, non si può saper di certo

                                    s’io debba il gentiluom fare, o ’l mugnaio.

15                                La sposa è a me promessa, e la scrittura

                                    si deve celebrar tra pochi giorni;

                                    ma pur ciò ch’esser deve ancor non è.

                                    Il che se fia, non mancheranno a voi

                                    altri compagni ad insaccar farina.

 

20        fabio                        Ma da pagarsi appunto da mugnaio

                                    qual noi facciamo, altri non troverò.

                                    Io pria vo’ dirvi, come purgo il grano,

                                    di poi dirò come con voi lo macino.[68]

                                    Io tengo nella camera dinnanzi

25                                allo mio studio due coadiutori.

                                    Questi, o tagliansi l’unghie, o se ne stanno

                                    sbadigliando, o maneggiano le carti,

                                    non creder delle liti, ma del giuoco.

                                    Ecco il cliente comparisce, ed entra.

30                                Dice un di lor: che paga avete a dare

                                    al signor Fabio? Voi sapete che

                                    ei non è come gli altri uom da dozzina.

                                    Non ci vuol meno d’uno scudo. Se

                                    non ha tanto il cliente, lo congedano;

35                                dicendo ch’io lo servirò piuttosto

                                    per pura grazia. Se il denaro è pronto

                                    entra il cliente a me, parla, m’informa

                                    dell’affar suo. Io mi fo brutto in viso.

                                    E dico: «questa causa è già perduta.

40                                Beato voi che qui siete venuto.

                                    Poiché io raddrizzerò l’Ordine, e poi

                                    adoprerem nel Merto il signor Celio[69]

                                    ch’è l’uomo più famoso del paese.

                                    E che fa insino il debitor rascuotere

45                                da’ creditori», or vedi se gli paga?

                                    Dopo due scudi o tre ch’io n’abbia emmunti

                                    per una cosa sola od un sol punto,

                                    tiro il cliente a farmi la procura,

                                    e sborsarmi danaro per la lite.

50                                Per risparmiare a sé la noia e i passi.

                                    Nella prima comparsa innanzi al giudice,

                                    sol da una paroluccia scritta, nasce

                                    bisogno di consulta e d’avvocato.

                                    Allor viensi da voi a macinare,

55                                cioè vengo da Celio col cliente.

                                    Voi ve ne state in seggio patriarcale;

                                    con le ciglia innarcate e con la faccia

                                    tosta mi udite, dimenando il capo,

                                    e dite: che l’affar ha rotte l’ossa.

60                                Io mostro confessarlo. E appunto, aggiungo

                                    perciò, venuti siamo al protomedico.[70]

                                    Si discute la cosa, e l’uom si manda

                                    vuoto di soldo e pieno di speranze;

                                    ponendo l’ora ad un’altra consulta.

 

65        celio                        O questo è il punto. Bisogna dividere

                                    la quistione in capi, ed ogni capo

                                    in altri capi, e trar dubbio da dubbio,

                                    ch’ogni incertezza apporta paga certa.[71]

 

            fabio                        Questa è la vostra parte, che la mia

70                                è poi stiracchiar l’ordine del Foro

                                    e raggirarlo per la via più lunga.

                                    Proroghe, sospensioni, appellazioni,

                                    dichiarazioni, esamine, capitoli;

                                    che il render finalmente vien dal pendere.[72]

 

75        celio                        Ma dei colpi secreti, e più mortali

                                    che a noi dan vita? Falsare, sopprimere,

                                    giurare, istromentare, ed ingannare

                                    la fe’ privata, e mascherar la publica?

 

            fabio                       Son cose che si possano e si denno

80                                serbar ad altro tempo e ad altro luogo.

 

            celio                        Per or ti dico e ti confermo che

                                    se seguiranno quelle nozze, puoi

                                    trovarti altro collega; ma se pure

                                    non seguano, che questo è in man del caso,

85                                e abbiamo a far con donne, non cangiare

                                    per tutto l’or del mondo il mio mulino.

 

            fabio                       So che altrove non è miglior macinio.[73]

 

 

                                    SCENA SECONDA

 

                                    Clarice, Pompilio.

 

            clarice       Ella è come vi dico, o mio parente.

                                    Mia madre vuole quelle maledette

                                    nozze che fatte sien pria di domenica;

                                    ed oggi è giovedì; e l’ore sono

5                                  ventidue, né si può tirar più a lungo.

                                    Va dicendo ch’è sazia del maneggio

                                    della casa, e non ha ora di bene.

                                    La conversazïon quando è adunata

                                    appo di noi, dice, che deve udire

10                                or questo, or quello, e intanto disturbare

                                    amici e amiche: scrivere alla Camera

                                    di Vienna; e di più, in villa anco al castaldo.

                                    Che un uom le fa mestiero, e vuol godere

                                    sua libertà, sue visite, e suoi spassi:

15                                l’altre van prorogando di far spose

                                    le figlie, sebben sono d’anni trenta;

                                    mia madre mi vuol morta, che n’ho sedici.

 

            pompilio     O questo è un grande imbroglio. Poiché certo,

                                    che diciate di no; questo si è l’ultimo

20                                rimedio, ed i rimedi ultimi sono

                                    da usar ne’ mali estremi e disperati.

                                    Ma lasciate… io ci penso, e quanto più

                                    ci penso, tanto meno ce la trovo.

                                    Vi fingereste amalata per poco?

 

25        clarice       Ma di qual morbo? Di febbre non già;

                                    poiché, se viene il medico, e le dice

                                    ch’io non ho febbre, monta sulle furie.

 

            pompilio     Non potrebbe ei vosco accordarsi il medico?[74]

 

            clarice       Chi? Quel vecchio sciancato, che ha la chioma

30                                rara, partita in due? Con quella sua

                                    voce piana e melensa e sì pietosa?

                                    Questo non si può fare. Ché quel fisico

                                    è troppo scrupuloso, né per tutto

                                    l’oro del mondo direbbe bugia.

35                                Ed il tentarlo sopra questo affare,

                                    ell’è opra perduta, e fuor di speme.

            pompilio     Non potreste pigliare un altro medico?

 

            clarice       Io un altro n’avrei molto più giovine,

                                    che non tormenta tanto gli amalati

40                                – e come sento a dir da quei che sanno –

                                    buon geometra e buon naturalista:

                                    non men de’ libri pratico e dell’arte,

                                    che delle cose e de’ mondani affari:

                                    di capelli castagni e d’olivastro

45                                color, che poco parla ed opra molto.

 

            pompilio     A questi si può dir com’è l’affare.

                                    Ed egli puote, dubitando almeno,

                                    tra ’l sì ed il no ch’abbiate febbre, farvi

                                    guardar il letto per alcuni giorni.

 

50        clarice       Non c’è rimedio, non lo vuol mia madre

                                    né in casa, né alla cura, o d’altri, o sua.

                                    Poi dice ch’ei non opra co’ purganti,

                                    e che so io; che delle cose fisiche

                                    o naturali ho poca esperienza.

55                                Insomma; ella ci vuol quel primo medico

                                    cui dicemmo: e colui dirà alla schietta

                                    che la mia febbre è finta e puro inganno.

 

            pompilio     Per fine, a questo mondo cose tali

                                    s’incontrano, e successi, che il più saggio

60                                – di me non parlo che non empio il numero –

                                    ma certo un uomo del maggior giudicio

                                    per trovarci compenso, non ne sa

                                    più d’un fanciullo. E tante se ne affollano

                                    per contradirci alcuna nostra brama,

65                                che la prevision, l’adoperare,

                                    non son bastanti a superarle tutte.

                                    Ma quinci venir veggo vostra madre.

 

            clarice       Io mi ritiro e lasciovi con lei.

 

 

                                    SCENA TERZA

 

                                    Vittoria, Pompilio.

 

            vittoria     Avventurosamente io vi ritrovo

                                    signor Pompilio qui; poiché vi devo

                                    parlar di ciò che maggiormente preme

                                    a’ nostri dì secondo il buon costume,

5                                  maritando una figlia.

 

            pompilio                                              Sarà forse,

                                    signora, l’equità del parentado.

                                    La virtù della giovine, e ’l valore

                                    dello sposo.

 

            vittoria                           Io di ciò nulla mi curo,

                                    né penso che sian cose necessarie.

10                                Io dico, delle vesti, e delle gioie

                                    del treno nuziale e de’ suoi mobili,

                                    de’ cavalli, carrozze e ancor livree.[75]

                                    Il tutto voglio che vediate, e che

                                    diciate il parer vostro. Ben è vero,

15                                che vi conviene per sei ore almeno

                                    dar bando e tregua ad ogni vostro affare;

                                    se sol vogliamo annoverar le cose.

.

            pompilio     Io sono a’ cenni vostri. Ma che è ciò

                                    che ci vuol tanto tempo, come a fare

20                                d’uno esercito aveste la rassegna?

 

            vittoria     Io vi dirò. Vanno tre cose a gara

                                    oggi nel rivestir, nell’adornare

                                    noi donne. Il Lusso, il Comodo, il Piacere.

                                    Il Lusso s’alza sempre e sopra tutti

25                                vuol starsi, come l’aquila di sopra

                                    agli altri augelli: e questo è molto giusto.

                                    Che se la lavandaia e se la moglie

                                    del beccamorto, vuol andar lucente

                                    di seta e d’or, staranno forse addietro          

30                                la mercatante e gentildonna ancora?

                                    Quinci è che crescon sempre gli ornamenti

                                    e foggie in infinito. E vana voglia

                                    non è la nostra, ma necessitate,

                                    e buon conoscimento del suo grado.

35                                Il Comodo di poi entra pur egli

                                    con gran ragione nel triumvirato.

                                    Le stagioni dell’anno sono quattro;

                                    per l’intemperie poi oggi son dodici.

                                    Anzi lo stesso giorno, or freddo, or caldo,

40                                ora fa secco, or temperato, or umido.

                                    Onde convien mutar secondo l’ore

                                    la veste. E poi le visite, gli uffizi.

                                    Le maschere anco; il serio ed il ridicolo,

                                    ci fan cangiar di spoglia a tutte l’ore,

45                                come color cangia ’l camaleonte.

 

            pompilio     Dite anzi, come donna pensier cangia.       [76]

 

            vittoria     La mattina sedendo in capo al letto,

                                    una veste; allo specchio un’altra veste;

                                    e lavandosi un’altra; indi pigliando

50                                il ciocolato o il pane in brodo, un’altra;

                                    al foco questa, alla finestra quella.

                                    Del cavalier la visita, vuol veste

                                    diversa assai, da quella della dama.

                                    Il parente s’accoglie in confidenza,

55                                il forestier con pompa.

 

            pompilio                                           Vi sarà

                                    veste diversa per trattare ancora,

                                    col canarino, col cane e la gatta.

 

            vittoria     Infine, il Piacer viene dopo i due

                                    ordinator di vesti. O questo sì,

60                                che moltiplica in fogge ed in colori.

 

            pompilio     Ma non so poi, se questo ch’io vi dico

                                    sia piacere. Alla veglia al ballo al giuoco

                                    veggo voialtre donne girar gli occhi

                                    su questa e quella; esaminarle, e se

65                                vedete alcuno abbigliamento nuovo,

                                    struggervi impallidire sospirare.

                                    La notte non dormite, sol pensando

                                    o ad una nuova foggia, o pure al modo

                                    di trovare il danar per acquistarla.

70                                Il marito non ode altro tintinno;

                                    le lettere non sono scritte d’altro;

                                    ed i danar per altra via non vanno.

                                    Piacer io stimo l’aver pace e quiete,

                                    non tormentar sé stesse, e né pur gli altri.

75                                E conversar insieme senza invidia.[77]

 

            vittoria     Basta: o piacer o pena, così s’usa.

                                    Andremo dunque nella stanza addentro.

                                    Volgeretevi attorno, e da ogni banda

                                    vedrete armari aperti e pieni e ceppi

80                                di giubbe giubberelli e di guarnache.[78]

                                    Vesti non sol da femmina, ma ancora

                                    da maschio per la caccia e per la maschera.

 

            pompilio     Non so, signora mia, questo approvare,

                                    che le femmine vestansi da maschi.

85                                Questo una volta fu grave delitto,

                                    e vi fur leggi e pene a ciò grandissime.

 

            vittoria     Io non so d’una volta, io parlo adesso.

                                    Poiché i vestiti avrem veduti, ad uno

                                    ad uno, che non son meno di cento;

90                                verrà la biancheria che a mano a mano

                                    si sta riposta in più di dieci cofani.

                                    Merli fiamminghi cornette camicie.

                                    Poi verremo alle gioie. O queste sì

                                    che vogliono del tempo. Prima ogni abito

95                                vuol le sue gioie del colore stesso,

                                    di poi convien pesar, di quanti grani,

                                    veder di qual chiarezza, e di qual fondo.

                                    Passar, dopo le vere, alle false anco

                                    gioie che oggi per vezzo s’usan pure.

100                              Ma ove lascio lo stucchio e tabacchiera[79]

                                    ed orivolo d’or?[80]

 

            pompilio                               Ove volete

                                    signora. Andiamo dentro, che io mi muoio

                                    di noia di fastidio di tormento

                                    solo ad udire. Or che farò a vedere?

 

 

                                    SCENA QUARTA

 

                                    Il Freccia, Argentina.

 

            freccia       Io già da un’ora ho portato qui un regalo

                                    del mio padrone alla signora sposa;

                                    e l’ho portato così presto e bene,

                                    e con sì gentil modo presentato,

5                                  che la mia diligenza assai più vale

                                    del dono, dello sposo, e della sposa.

                                    E mi han detto che aspetti. Or credo ch’io

                                    impietrirò aspettando. Ma sen viene

                                    Argentina. Ella certo avrà la mancia.

 

10        argentina            Che fai qui Freccia che son dieci secoli

                                    che veduto non t’haggio? Ove sei stato?

 

            freccia       È forza che sia stato invisibilio[81]

                                    o ancor di peggio, che non m’hai veduto,

                                    mira qual fronte di bagascia e druda![82]

15                                Non hai tu, di mia mano, poco fa

                                    quel velo riceùto, che in regalo

                                    Celio il padron mandava?

 

            argentina                                                   Oh, il tuo padrone?

                                    E’ mi par così in sogno ricordarmi.

                                    Ma in ispecie confusa, non già chiara.

 

20        freccia       Or t’avrò io a rischiarar le idee

                                    e col bastone scuoterti ben bene?

 

            argentina            Se il vel fu riceùto. Ma che vuoi,[83]

                                    e che fai qui? Che attendi, né ti vai?

                                    Noi siam piene d’intrichi noi. Chi nozze

25                                fa, non vuol esser – ben lo sai – sturbato.

 

            freccia       E chi porta regali, non vuol egli

                                    essere, o poco, o assai rimeritato?[84]

 

            argentina            Freccia, tu se’ in error. Questo s’usava

                                    al tempo de’ Sforzeschi, e de’ Visconti;[85]

30                                oggi è volata la merenda in cielo.[86]

                                    Sai tu su quella porta ciò ch’è scritto?

 

            freccia       Io nulla leggo, oppure ho le traveggole.

 

            argentina            «Entra qui il tutto, e nulla n’esce poi».

 

            freccia       Chi ti lisciò la vista o mia comare,

35                                che leggi e vedi ancora l’invisibile?

 

            argentina            Freccia, buon dì. Riponi questa mancia

                                    sì che possa trovarla a tuo piacere.

 

            freccia       Sozze trombette, bergole sfacciate.[87]

                                    Fo voto al ciel, se mai cosa ci porto

40                                che mi sia data, di rompermi il collo:

                                    o che ogni dono riterrò per me,

                                    o per far meglio getterollo a fiume.

                                    Ma è tempo ch’io mi parta e ad altro attenda,[88]

                                    ché il padrone è sul ghiaccio di danaro.[89]

45                                Onde convien ch’io sottilizzi e adoperi

                                    ch’io ne faccia uscir da qualche buco.[90]

                                    Ma non so se potrò. Costui biscaccia

                                    quel d’altri e ’l suo in giuoco, in amoreggi,

                                    in vestire, in mangiar. Quant’ei guadagna

50                                quant’io raccolgo, svanisce in un subito.

                                    Omai secca ogni fonte è e che ci innaffia.

                                    Se questo matrimonio non succede

                                    non c’è rimedio più, siamo perduti.

 

 

                                    SCENA QUINTA[91]

 

                                    Vittoria, Clarice.

 

            vittoria     Clarice, il tutto è in pronto. Ho dimostrato

                                    sinora al nostro amico e buon parente

                                    Pompilio, la mobilia per tue nozze;

                                    che n’è restato attonito e confuso.

5                                  sa, d’alcuna che si sposi a questi

                                    giorni, che sia sì ben mobiliata.

                                    Né tante cose ebbe né sì ben fatte

                                    la contessa Baltreschi, e né pur ebbe

                                    simili la marchesa del Bisesto.

10                                Però, se vedi ch’io mi struggo, acciò

                                    niuna sposa ti sorpassi e vinca,

                                    di dote, di danar d’abbigliamenti,

                                    in Milano non sol, ma in altro loco;

                                    tu devi procurarmi il contraccambio

15                                nell’ubbidienza e tua rassegnatezza.

                                    Io doman penso celebrar le tue

                                    nozze, Clarice, con Celio Mignatta.[92]

                                    Onde tu ti prepara a ben accoglierlo,

                                    e far vedere a tutti gl’invitati

20                                che lo stimi e che l’ami com’ei merta.

 

clarice                   Signora madre, quanto alle mobilie,

                                    io mi veggo e conosco che son tali

                                    d’averne invidia ogni più ricca sposa.

                                    Ma se il mio genio devo confessare

25                                – che il simular ho in odio mortalmente –

                                    tolto che sono vostre grazie e vostra

                                    somma benevolenza e cortesia,

                                    poco a core mi sono. E quel ch’è all’altre

                                    di somma ambizion di piacer sommo,

30                                opra nell’alma mia contrario effetto.

                                    Io da bambina ho sempre auto questa

                                    gloria – e mi par di giovine ben nata

                                    degna e di donna – di formar con mie

                                    mani, quanto al vestir mio s’appartiene;

35                                lasciando di far ciò che si disdice,

                                    o per vile materia, o per lavoro.

                                    Onde con l’ago, col ricamo e ’l fuso,

                                    e col tessere ancora, adeguo e vinco

                                    forse i lavor di chi all’Italia vende

40                                le fogge, e altrove l’oro ne trasporta.

                                    Or voi, ciò nonostante, mi voleste

                                    adornar sì di cose elette e care,

                                    che dagli altri si ammirano; da me,

                                    o nulla, o solo come vostro dono.

45                                Ma quanto al celebrar coteste nozze,

                                    con rispetto di figlia, io vi protesto

                                    che sono al genio ed all’etade mia

                                    così presto immature e fuor di tempo.

 

            vittoria     L’ubbidire da figlia è sempre a tempo.

                                    E il voler giudicar contro il volere

50                                d’una madre, ad ognun parrà immaturo.

                                    Però sappi ed intendi che non più

                                    domani, ma per questa sera stessa

                                    vo’ che sien celebrate le tue nozze.

 

            clarice       E che? Tre dì di tempo soglion darsi

55                                ad un dannato giustamente a morte,

                                    e per lo matrimonio, che dipende

                                    dal voler nostro e dalla libertade,

                                    né men tre giorni mi volete dare?[93]

                                    Ora, pigliar un uom con cui si dee

60                                mangiar bere dormir, e stare infino

                                    che il viver duri, o dell’uno, o dell’altra

                                    è egli sugger un bicchier di vino?

                                    Or noi fanciulle semplici innocenti

                                    al mondo nate siam per esser schiave?[94]

65                                Che vale a me dote tesor ricchezza,

                                    e gioie e vesti e sì superba mostra,

                                    se non, siccome al morto i fior gl’ incensi?

                                    Che morta sono veramente, se

                                    né dir di no, né posso differire

70                                cosa che durerà fino alla morte.

                                    Ma s’è partita e né pur volle udirmi.

                                    O trista sorte! O padre se ci fosti,

                                    che diresti, a vedermi unica figlia

                                    unica speme tua, sacrificata

                                    all’arbitrio d’un uomo di tal fatta.

75                                Or vado, e se non val pietà ragione,

                                    se non forza o consiglio, un solo no

                                    ch’io dica, mi potrà cavar d’impaccio.

 

 

                                    SCENA SESTA

 

                                    Fabio, Florindo.

 

            fabio                        Signor Florindo, benché rade volte

                                    mi vedete venir nel vostro studio,

                                    non è ch’io non vi veneri ed osservi

                                    la virtù vostra e somma intelligenza.

 

5          florindo   Fabio, non ho bisogno di preamboli

                                    s’avete a dirmi alcuna cosa, dite.

 

            fabio                       Dico – e mi perdonate – che voi siete

                                    stitico nel mestier dell’avvocato[95]

                                    sovverchiamente; e che se voi yoleste

10                                avreste più danaro e più clienti.

 

            florindo   Clienti non mi mancano perché

                                    gli amici miei senza mercede io servo,

                                    ed i poveri ancora. Ma che importa[96]

                                    a voi di farmi conseguir danaro?

15                                Io dell’or non mi curo, o sol perciò

                                    che l’oro è bisognevole alla vita,

                                    ed è della fatica giusto premio.

                                    E la giustizia come in me procuro,

                                    così bramo vederla anco negli altri.

20                                Onde godo che i ricchi di fortuna

                                    usino meco giusta riccompensa.[97]

                                    Peraltro, se taluno ancor de’ ricchi

                                    la debita mercede non mi porge;

                                    cortesemente, e non con volto fiero

25                                o con irato cor, io li congedo.[98]

                                    E gli lascio a voi Fabio ed al collega

                                    così intrinseco vostro, il signor Celio.

 

            fabio                       E noi gli ricovriamo. Poiché mai

                                    l’avvocato non dee render deserto

                                    lo studio suo; che quell’andar innanzi

30                                e indietro della gente alla sua porta

                                    troppo accresce la fama e l’util suo,

                                    e se non reca avere, apporta stima.

                                    Piuttosto, se non danno frutto, o poco;

                                    gir e tornar si fanno mille volte.

35                                Non posso ora, venite anzi domane,

                                    o posdiman. Così tormentano essi

                                    e noi per lor frequenza abbiam più credito.

 

            florindo   Ma del danno che a voi gli avari apportano,

                                    come vi ristorate?

 

            fabio                                                        Il vi dirò.

40                                Una certa dottrina adoperiamo

                                    che da alcuni si chiama del compenso.[99]

                                    Ed in poche parole io ve la spiego.

                                    Quando uno ti danneggia, e tu ad un altro

                                    apporta danno e l’util tuo compensa.

 

45        florindo   O che bella dottrina! Or come voi

                                    o Fabio, l’applicate all’uso vostro?

 

            fabio                       Io l’adopero così. Tizio mi fa[100]

                                    fare un sommario; né mi paga oppure

                                    la riccompensa mi tributa scarsa.

50                                Che debbo farmi allora? Se m’appello

                                    al giudice, la cosa non va bene,

                                    perché gli altri forensi, ed i clienti

                                    mi trattano da bergolo importuno[101]

                                    e cacciator di risse. Se il cliente

55                                mancatore ricevo con le brutte,

                                    ancor spargo di me sinistra fama.

                                    Dunque ad un altro che non sia sì accorto

                                    faccio pagar il suo sommario il doppio.

 

            florindo   O Fabio, io vi confesso che ne so

60                                assai meno di voi. Ma ben mi pare

                                    col puro lume natural, che questo

                                    non sia diritto. Ora difendereste[102]

                                    voi ciò che fate se ’l facesse un altro

                                    in causa alcuna a parte avanti il giudice?

 

65        fabio                       Amico, altro è manifesta ingiustizia

                                    ed altro occulta. Dalla prima vuolsi

                                    guardare, non così dalla seconda,

                                    quando util sia all’individuo nostro.

                                    Rubare apertamente questa è colpa;

70                                ma occultamente e con la chiave in mano,

                                    o col manto d’ufficio diligenza

                                    onestà gentilezza, e che so io,

                                    questo non è rubare, ma pigliare.

 

            florindo   Or a questo pigliare ci vorrebbe

75                                il boia che pigliasse anch’ei col laccio.

 

            fabio                       O signor mio, di questo affare sono

                                    tai ladri, che non bastano i carnefici.

 

            florindo   Io però veggo che distingue il mondo

                                    tra il far bene e mal fare; perché al primo[103]

80                                segue lode ed applauso, come cosa

                                    a un’altra naturalmente congionta;

                                    e che al secondo succede l’infamia,

                                    che non è poca pena o sì leggera.

                                    Dunque non è nella openion né pure[104]

85                                umana, l’opra rea così velata

                                    da manto alcun che non appaia tale.

                                    E alcuna volta questi furti occulti

                                    vengono pure a gala della forca.

 

            fabio                       Signor Florindo, queste cose sono

90                                da disputarsi nelle scole, e non[105]

                                    nel mezzo delle piazze o delle strade.

                                    Che qui si bada all’utile e non altro.[106]

                                    Or io vi dico, e questo era l’affare

                                    di cui volea parlarvi, che venendo

95                                Celio alle nozze – e certo ei non avrà

                                    altro bisogno d’avvocare – allora

                                    sarò al vostro servigio.

 

            florindo                                       In men parole

                                    vi sareste spedito, e in assai meno

                                    io vi spedisco o Fabio, io non vi voglio;

100                              o Celio abbia la sposa, od il malanno.

 

                                    SCENA SETTIMA

 

                                    Pompilio, Argentina.

 

            pompilio     Signora Vittoria mi volea

                                    dopo la sua pomposa guardaroba,

                                    ancor mostrare i suoi cavalli e le

                                    carrozze sue, con le livree da nozze,

5                                  e m’avria per due ore ancor tenuto.

                                    Ma io che di vedere cose tali,

                                    ho quel piacer che prova l’ignorante

                                    se tu gli mostri libri e prose o versi,

                                    che lo perché di tai cose non sa,

10                                tal io che d’este pompe non intendo

                                    né la cagion né il modo, e che mi sembrano

                                    tutte pazzie, di casa m’involai

                                    ed uscii per la porta del giardino.

                                    O miseri che siamo e stolti insieme![107]

15                                Quanto non solo è il danno, ma la falsa

                                    sottigliezza e pazzia di queste pompe!

                                    Ma eccoti Argentina. Ove ne vai

                                    giovine, che dimostri tanta fretta?[108]

 

            argentina            Signor, c’è in casa alcuna novità,

20                                non per la casa stessa, ma bensì

                                    per la fretta. Vittoria vuole a tutti

                                    i modi che Clarice sposi Celio

                                    in questa notte e prima che si vada

                                    a dormire.

 

            pompilio                        Or che è ciò, forse gli è acceso

25                                il foco in casa, che non si può estinguere

                                    se non con queste nozze?

 

            argentima                                                         Il foco è acceso

                                    nel suo cervel nell’anima nel core.

                                    Ella attorno ha mandato li staffieri,

                                    ed il guattero e ’l cuoco ed il maestro

30                                di casa, a provedere ed invitare.

                                    e manda me precisamente a Celio

                                    che lo avvisi del tutto.

 

            pompilio                                         Or dimmi, sai

                                    il perché di tal fretta? O pur di tale

                                    ira furor bile indiavolamento?

 

35        argentina            Credo che la cagion sia che vi sono

                                    state parole tra Clarice e lei.

                                    La fanciulla, m’accorgo da gran tempo,

                                    che al suo terren non vuol di Celio i ferri:[109]

                                    io m’ingegnai di battere il focile;[110]

40                                ma Clarice non è qual l’altre donne

                                    pronte a cangiar, come biscia, la scorza.[111]

                                    Sia d’altri amor, sia odio di costui

                                    non n’ho potuto aver parola buona.

                                    Apporta ch’egli è un gran scialacquatore.

45                                Ma s’inganna del doppio al parer mio

                                    che mal non n’ebbi un sol paio di guanti.

 

            pompilio     Te’ questa chiave, e portati a mia casa,

                                    e di’ al mio servo ovvero alla servente

                                    che t’introduca dentro la mia stanza;

50                                ed apri in sua presenza tu lo scrigno,

                                    ove sono di guanti paia dodici

                                    per donna, e poco fa da Roma vennero,

                                    e tutti piglieralli che son tuoi.

                                    Di Celio dir potrai alla padrona

55                                che né in mare, né in terra lo ritrovi.

 

            argentina            Signor Pompilio mio, voi veramente

                                    di generositate siete speglio.

                                    Con voi basta aprir bocca, che intendete

                                    prestissimo il bisogno delle donne.

60                                Riferirò di Celio come dite.

 

            pompilio     S’io oggi solo queste nozze posso

                                    turbar o differir, ho speme tale

                                    che saranno turbate anco per sempre.

 

 

                                    SCENA OTTAVA

 

                                    Celio, il Freccia con un sacchetto di processi.

 

            celio                        Io t’ho cercato, manigoldo in mille

                                    luoghi, al caffè al bigliardo in piazza al corso,

                                    nel mondo e fuor del mondo: che facesti

                                    sinora e dove fosti? Tu pur sai

5                                  che non ho un soldo, e che perdei iersera

                                    tutti quanti n’aveva al faraone.[112]

                                    Tu sai che alla Signora Belcolore

                                    convien mandar la spesa, ben che tardi.

                                    E ancora andar subitamente in fretta

10                                dal sarto, che mi porti quel vestito

                                    di veluto di Genova, e marsina[113]

                                    di Lione. E però conviene almeno,

                                    per la fattura sua, e per la mensa

                                    di casa e dell’amica fare un pegno.

15                                Tu taci e non rispondi. Ma che hai

                                    in quel sacchetto? Parla, ovvero ch’io

                                    ti caverò la lingua, parla, di’.

 

            freccia       Questa per me rispondavi, padrone,

                                    (battendo con mano una borsa di danaro)

20                                ch’ha miglior canto assai di Farinello.[114]

                                    Quest’oro è tutto vostro.

 

            celio                                                                   O caro amato,

                                    e ben trovato Freccia, io mai non ebbi

                                    servo sì diligente, né sì presto,

                                    né che sì ben si lasci ritrovare,

25                                o che meno di lui stiami lontano.

                                    Or dimmi, quanti sono? Ma non monta

                                    contargli. Porgi a me dammeli subito

                                    e subito, ch’io torni a ricatarmi

                                    del perduto danaro in un momento.

 

30        freccia       Adagio adagio adagio. Questo soldo

                                    – e sono doppie ottanta – il signor conte

                                    Sansugola mel diede. Ma ne vuole

                                    il ricordo in iscritto o ricevuta;

                                    con la promissione espressa in carta

35                                di preparar il necessario tutto

                                    per la sua lite, che si dee trattare

                                    la prima settimana di Quaresima.

                                    E queste son le carti per l’affare

                                    delle quali vuol anco la minuta.

 

40        celio                        Eh ch’ora non attendo a questi imbrogli;

                                    né in tali giorni voglio il capo rompermi,

                                    scrivendo riceùte od inventari.

                                    Digli ch’ei fia servito, e tanto basta.

 

            freccia       Se tanto basta a voi non basta a me;

45                                e il vostro basta mi farà un bastone

                                    sonare sulla groppa. Io so chi sia

                                    purtroppo il signor conte de’ Sansugoli,

                                    è un cavalier d’onore, ma le truffe

                                    non gli piacciono punto, e le mancanze.

50                                A recargli la carta ed il sommario,

                                    m’ha detto ch’io ci pensi, e che il danaro

                                    a me lo conta e lo consegna a me.

 

            celio                        Freccia, o dallo d’amor, o lo darai

                                    per forza.

 

            freccia                         Io dunque lo darò per forza?

55                                Io che vedendo il vostro gran bisogno

                                    tosto vi procurai questo danaro

                                    da chi men volea darlo? E tanto feci

                                    e dissi tanto, con la scusa che

                                    in queste ferie meglio avreste il punto

60                                studiato della lite, e poste in ordine

                                    le carti, che alla fin condussi il conte

                                    a supplir al maggior uopo che aveste?

                                    Dite, che si volea da vo’ impegnare;

                                    se, tolto in vostra casa alcune poche

65                                masserizie e stovigli, avete voi

                                    non già impegnato ma venduto il tutto?

                                    Voi usarmi la forza e minacciarmi,

                                    che son mallevador in cento luoghi

                                    per voi? All’oste, al rigattiere, infino

70                                alla povera Trecca lavandaia?

 

            celio                        Che hai a far con me, che mi rimbrotti?

                                    Che mi castighi e ben ancor mi predichi?

                                    Io vo’ far a mio modo, e non t’ho preso

                                    per pedante con meco, ma per servo.

 

75        freccia       Io non faccio il pedante, ma vi dico[115]

                                    che non vi lascierò se fuste ancora

                                    nel ninferno, e che voglio mi facciate[116]

                                    il ricordo e la nota per portare

                                    subitamente al conte de’ Sansugoli.[117]

 

80        celio                        (bastonando il Freccia) Questa è prima la nota

 

            freccia                                                                         Ahi ahi padrone

                                    ahimé ahimé, lasciatemi lasciatemi.

 

            celio                        Or vieni ancora a rompermi la testa

                                    con tue sciocchezze, e ti farò il ricordo.

 

 


                                    ATTO TERZO

 

 

 

                                    SCENA PRIMA

 

                                    Clarice, Argentina.

 

            clarice       Alfin poco rimedio ormai mi resta,

                                    o niuno, Argentina; la materna

                                    ira ostinazion, il detto il fatto

                                    tutto è contro di me. Solo rimane

5                                  una cosa ed è questa, il mio volere.[118]

                                    Poiché quand’io non voglia la scrittura

                                    sottoscriver di nozze, sarà nulla.

 

            argentina            Anzi il tutto, signora, è vostro peggio.

 

            clarice       Dimmi come e perché? Quand’io non voglio,

10                                chi mi puote sforzar? Tu vedi bene

                                    che Celio lo mio aver non otterrà,

                                    se non ottien la mia persona stessa;

                                    e che dipende ciò dal voler mio.

                                    Un no basta a levarmi fuor d’impaccio.

 

15        argentina            Signora mia, mi credo assai, che allora

                                    più che mai ci sarete.

 

            clarice                                           O questa è bella!

                                    Non ottiene egli la mia facultate

                                    in via di dote? Or quando mai s’intese

                                    che s’ottenga la dote, senza avere

20                                quella fanciulla o donna ch’è dotata?

 

            argentina            Ancora non capite? Io sì vi dico

                                    che ricusando voi coteste nozze,

                                    Celio si avrà la dote, e voi sarete

                                    senza.

           

            clarice                   O può far il mondo! Tu mi fai[119]

25                                impazzare. Te’ qui questo ventaglio

                                    questo è il ventaglio, non è vero?

 

            argentina            È vero.

 

            clarice                    E questo è il nastro!

 

            argentina                                                           Lo vedo e lo tocco.

 

            clarice       Or tu piglia il ventaglio; ecco che il nastro

                                    nelle tue man naturalmente viene.

 

30        argentina            Ma datemi, di grazia un po’ il ventaglio.

                                    Ora ne spicco il nastro: egli è la dote

                                    e voi siete il ventaglio, che restate

                                    sola tapina povera deserta,

                                    e senza dote.[120]

 

35        clarice       O Argentina; tu mi fai quest’oggi

                                    trasecolar. Se fusse ella così

                                    al nostro tempo, che pur si potesse

                                    senza della fanciulla aver la dote,

                                    staremmo fresche. Questi signorini

40                                tale ci abaderobbono, qual fanno[121]

                                    ad una piuma che per aria voli.

                                    Essi nobili sieno, o pur ignobili,

                                    e si vengano ancor dalle Troiate,[122]

                                    voglion le gentildonne fresche e belle

45                                con molta dote. Vogliono danaro,

                                    mobili eredità. Se son falliti

                                    pensano ricatarsi con la dote.[123]

                                    Alzar imprese ed armi, e dir: «io fui

                                    de’ tali e de’ cotali, ed il mio nonno

50                                entrava nel consiglio». Anch’io lo credo,

                                    ma ad iscopare e ripulir le panche.

                                    Nel lusso poi del vestir, nel mangiare

                                    l’artigiano vuol far da mercatante,

                                    il mercatante – non vo’ dir di tutti

55                                ma d’alcun certo – la vuol far da nobile.

                                    Non c’e mestier, i campi se gli cuopre

                                    un grillo con un’ala, od una mosca.[124]

                                    Or che s’ha a far? Bisogna con la dote

                                    supplir a tutto, e dire’ ancor a’ vizi.

60                                Se una fanciulla un po’ di dote, o pure

                                    se può aver una onesta reditate

                                    che dicono? Io non voglio comprar liti

                                    col matrimonio. E poi devo indugiare

                                    che muoiano i maggiori. Onde piuttosto

65                                con molta dote pigliano una vecchia,

                                    che sia vizza piagnente abominevole,

                                    e che la mane segga al focolare

                                    sulle calcagna e sputi farfalloni;

                                    tanto l’aver si stima, e per suo amore

70                                il tutto si sopporta. Io ben ringrazio,

                                    Argentina, la sorte, che non sono

                                    negli aver tra le prime, né tra l’ultime

                                    di Milano. Per altro potrei dire

                                    e fare, che non troverei persona

75                                che mi guardasse.

            argentina                                               Or vedi, se l’intende

                                    bene questa fanciulla. Insomma io vedo

                                    che la natura dona a tutti noi

                                    dritto discorso senza fraude o macchia.

                                    Ma poi quello che dicon gli altri e l’altre,

80                                e quello ch’esse fanno, e quel che s’usa,

                                    guasta in noi il don dalla natura dato.[125]

                                    Ma, signora, torniamo un poco al primo

                                    discorso. Io dico che se non volete

                                    Celio Mignatta per vostro marito,

85                                neppur potrete aver la vostra dote.

 

            clarice       Dimmi il perché, scioglimi questo nodo.

 

            argentina            Ora vel dico. Il vostro signor padre

                                    Lelio Dondina, degli averi suoi

                                    così dispose, il proprio testamento

90                                facendo; che lasciasse vostra madre

                                    universale erede, e che da lei

                                    foste dotata e ancor lasciata erede,

                                    quando voleste in matrimonio unirvi

                                    a chi da lei vi fosse destinato.

95                                Se no, vi priva d’ogni cosa e lasciavi

                                    la pura e miserabile legittima.

 

            clarice       Meschina me! Come tu puoi saperlo?

                                    Poiché in casa non eri, quando il padre

                                    testò e morì, ch’io era allor bambina,

100                              e tu giovine sei, né ci potesti

                                    essere.

 

            argentina                       Io ve lo dico. Poco fa

                                    per la dissension vostra e ’l rifiuto

                                    fatto di Celio, chiamò vostra madre

                                    Fabio procurator, ed il signore

105                              Pompilio stretto a voi di parentela;

                                    e chiusa nell’archivio (a parte )(sebben io

                                    era fuori alla porta e il tutto udiva,

                                    che tal virtù è di noi serve tutte,

                                    d’udir sempre i secreti dei padroni)[126]

110                              s’incominciò da loro a ricercare

                                    e mescolar le carte. Fabio al fine

                                    trovò quel testamento e tutto il lesse

                                    lo rilesse insieme con Pompilio.

                                    Il qual pure parlava a favor vostro.

115                              Ma vostra madre e il tristanzuol di Fabio[127]

                                    a ciò che venìa opposto, rispondevano.

 

            clarice       Al fin che ne seguì? Dimmi sorella,

                                    che già preveggo l’ultima di mie

                                    disgrazie?

 

            argentina                              Alfine – cara padroncina

120                              voi mi fate pietà – fu preso e fermo,

                                    quando voi non vogliate acconsentire

                                    alle nozze di Celio, di privarvi,

                                    e di lasciarvi puramente ciò

                                    che basti ad un meschin mantenimento.

125                              Sentii ancora a borbottar là dentro

                                    che vostra madre volea far tal carta

                                    che non so cosa fosse, ma per certo

                                    ella era in danno vostro. Simil carta

                                    Fabio volea: Pompilio dissuadea,

130                              so poi qual parere abbiano preso.

                                    Ma conviene ch’io vada in altra parte.

                                    sol vi consiglio, cara padroncina

                                    e priego a mutar voglia, se per sorte

                                    cangiando voi, cangiasse anco la madre.

 

135      clarice       Non fia; che sebben l’alma, all’improviso

                                    colpo, e timor di nuova povertate[128]

                                    alcun poco s’arrese e vacillò,

                                    or non dimen ripiglia ogni sua forza.

 

 

                                    SCENA SECONDA

 

                                    Florindo, Pompilio.

 

            florindo   È dunque certo, amico mio Pompilio,

                                    e fermo il core di Clarice di non

                                    voler acconsentir a queste nozze.

                                    In tanta avversità, ch’io lei non possa

5                                  ottenere, quest’atto suo costante

                                    è per me invero d’alcun refrigerio.

 

            pompilio     Florindo, io ben lo credo, io che conosco

                                    la scambievole fiamma d’ambedue,

                                    e la virtù e i costumi rari e degni

10                                d’entrambi, e all’una son di sangue giunto,

                                    all’altro di amicizia tanto stretta,

                                    che negli affetti dell’uno e dell’altra

                                    trasformarmi conviene per consenso.

                                    Ma a men non posso di non darvi ancora

15                                una novella, che quel vostro solo

                                    conforto ucciderà, purch’io la dica.

                                    Certo che il colpo è pria caduto sopra

                                    dell’alma mia, ch’è sì alla vostra unita.

                                    Onde m’udite e tollerate a un tempo

20                                questa nuova ferita della sorte,

                                    con la virtù, che mai da voi si parte.[129]

 

            florindo   Che sarà mai che possa esser di più

                                    del perdere Clarice?

 

            pompilio                                     E pur vi puote

                                    esser di più, s’ancor Clarice perda

25                                cosa cara non già, ma necessaria[130]

                                    come sono i suoi beni e averi tutti.

 

            florindo   Forse per lite che mossa le sia?

 

            pompilio     Peggio che lite, poiché d’essa l’esito

                                    è incerto, e tanto perdere, che vincere

30                                si potria. La disgrazia di Clarice

                                    è che la cruda sua madre Vittoria

                                    vuol privarla di tutto, e fare a Celio

                                    donazion di tutto irrevocabile.

 

            florindo   E vuol farlo, e può farlo? Ahi cor di vipera.

 

35        pompilio    Che possa farlo, io non ci metto dubbio.

                                    poiché il marito e padre respective,

                                    lasciò alla moglie, e alla figliuola poi,

                                    quando questa maritisi a benplacito

                                    di quella; in altro caso la condanna

40                                alla sola legittima.[131]

 

            florindo                                Fatale

                                    ordinazione invero e amaro colpo,

                                    che priva lei d’aver, d’affanno m’empie![132]

                                    Ma voi Pompilio che di sangue stretto

                                    a’ signori Dondina siete alquanto,

45                                dovreste anco saper per qual motivo

                                    il signor Lelio padre di Clarice

                                    fu indotto a sì disporre. O pur qual era

                                    quell’avvocato ond’egli si valeva

                                    per diriger sue cose e per consiglio.

 

50        pompilio    Maisì che il so; quel bell’uomo di Celio.

                                    Anzi sovvienmi che chiamato anch’io

                                    fui per dir mio parere, e ’l dissuasi,

                                    confortandolo ad altro, e ’l consigliere

                                    Celio, allor agramente ne rippresi.

55                                Ma strinsi l’aria e seminai nell’onda.[133]

                                    Lelio il tutto credevagli e facea

                                    a suo modo; se detto ancor gli avesse

                                    che a mezzo dì era notte, egli il credea.

            florindo   Sai che mi penso, amico? Che d’allora

60                                insino, aver Clarice egli intendesse,

                                    e tendesse la rete.

 

            pompilio                                  Io pur estimo

                                    lo stesso. Un uom sì doppio e di mal core

                                    operar non potea diversamente.

                                    Ma veggo il Freccia che si viene a noi:

65                                egli di Celio è antico servo e sa

                                    le sue ghiottonerie da molto tempo.

                                    So ancora che in iscrezio oggi è col sere,

                                    e poco fa narrommi ch’ei l’avea

                                    con le pugna e co’ calci maltrattato.

                                    Chi sa che non caviamo da costui

70                                cosa che ci possa esser di salute?

 

 

                                    SCENA TERZA

 

                                    Il Freccia e detti.

 

            freccia       Addio signori miei.

 

            florindo                                  Ben venga il Freccia.

 

            pompilio     Vedi Florindo, se non è un peccato,

                                    che un servo sì fedele e diligente

                                    sia così maltrattato dal padrone,

5                                  come il povero Freccia fu da Celio.

                                    Già Pompilo mi disse la disgrazia

                                    tua, Freccia, e ben di core me ne spiace.

                                    Ma a te non mancheranno buon’ padroni

                                    ed a Celio né men servi peggiori.

 

10        freccia       Credo che l’uno e l’altro facil sia,

                                    per parte del padron massimamente;

                                    che non credo ci sia cosa peggiore.

                                    Mettitore di carte, frodolento,

                                    scialacquator, falsario, empio, spergiuro

15                                stupratore, maligno, ingrato, e sopra

                                    tutto, ignorante insieme ed arrogante.

 

            pompilio     Ne vuoi di più? Ora si batta il chiodo

                                    ch’è caldo.

 

            florindo                      Freccia, pratico tu sei

                                    di servir avvocati. A me fa d’uopo

20                                d’un servo. Ora, se vuoi, quivi in presenza

                                    di Pompilio ti piglio al mio servigio,

                                    con salario di tre filippi al mese;

                                    perché non voglio che tu pigli mance

                                    da miei clienti, ed anzi te lo vieto.

25                                Tu avrai la chiave di dispensa e della

                                    cantina, basta che sia diligente,

                                    poiché fedele, il so, tu se’ abbastanza.

 

            pompilio     Vedi, Freccia, buon’ patti.

 

            freccia                                               Ed io con questi,

                                    signor Florindo, vo’ servirvi in vita.

 

30        pompilio     Ben fatto. Ma poiché qui siam tra noi,

                                    né con Celio più avanti a far avrai,

                                    ti ricordi tu Freccia, come fu

                                    un fatto di più anni, ma nel quale

                                    poiché Celio ebbe il tutto, avrai tu pure

35                                avuto parte?

 

            freccia                             Ditemi qual fatto?

                                    Ed io dir vi potrò se mi ricorda.

 

            pompilio     Quando il signor Dondina fece il suo

                                    testamento, non fu quegli da Celio

                                    consigliato?

 

            freccia                           Sì fu. Anzi mi pare

40                                che voi pur usavate in quella casa,

                                    signor Pompilio.

 

            pompilio                                  Appunto dici il vero.

                                    Or ti ricordi il fatto. Ma vorrei

                                    udirlo adesso raccontar da capo,

                                    con le sue ancor particolarità.

 

45        florindo   Io pur lo stesso desiderio ho, Freccia.

 

            freccia       Io pronto sono, e delle sue dironne

                      una che val per mille. Il mio padrone

                      che sin d’allor sopra Clarice avea

                                    posto l’occhio e ’l pensier – ed ella forse

50                                aver poteva nove anni oppur diece –

                                    con Vittoria il trattato ebbe alle strette,

                                    e fece in uno l’interesse proprio

                                    e quel della signora, perché indusse

                                    il vecchio ad ordinarla prima erede:

55                                e che la figlia succedesse a lei,

                                    quando di suo voler si maritasse:

                                    se no, sapete il resto. Questo fece

                                    il mariuol perché cadesse in mano

                                    sua la fanciulla. Ma fece a madonna

60                                creder allora che mirava solo

                                    a renderla dispotica padrona.

                                    Anzi in mercede di quel tradimento

                                    della bambina misera ed oppressa

                                    dalla signora ebbe doppie cinque-

65                                cento. Di poi gli è andato coltivando

                                    la vigna sì, che la Vittoria presa

                                    dalle sue belle parti e innamorata

                                    di lui – poiché le madri s’innamorano

                                    de’ generi tal fiata assai più forte

70                                che non fan le fanciulle – ora vuol dargliela

                                    in isposa, e mi credo il tutto è fatto.

                                    Ma mi scordava il meglio.

 

            pompilio                                               Oh, questo meglio

                                    intendere vorrei.

 

            freccia                                  Voi ben sapete

                                    che tra marito e moglie entrano spesso

75                                dissapori, o leggeri, o talor gravi.

                                    Ora tra Lelio e Vittoria alcuna rissa

                                    essendo nata, molto tempo innanzi

                                    al testamento, di cui detto v’ho;

                                    Celio ridotta con sue arti a tale

80                                avea la gara, che senz’altro il vecchio

                                    per vendetta e per rabbia persuaso

                                    lasciava con un primo testamento

                                    – che dal secondo fu annullato e casso –

                                    a Vittoria le doti riceùte,

85                                ed alla signorina anco le sue

                                    ma molto scarse; nel restante poi

                                    degli aver propri istituiva erede

                                    questo Celio Mignatta.

 

            florindo                                      O ladro, o cane!

 

            pompilio     Or di’, perché l’affar non ebbe effetto?

 

90        freccia       Vel dico. Il Signor Celio in iscrittura

                                    di sua mano distese il reo consiglio,

                                    e ancor lo sottoscrisse di suo pugno,

                                    anzi pregò due altri sottoscriversi

                                    avvocati suoi pari; ed a me ’l diede

95                                e di mia man portailo al signor Lelio.

                                    Ma poi si seppe che di far pentissi

                                    il vecchio quanto scritto era in la carta

                                    maligna, da un buon frate dissuaso.

                                    Onde allor Celio diede mano all’altro

100                              testamento che poi ebbe il su’ effetto.

 

            pompilio     O Florindo, se voi sapeste quale

                                    pensier mi nasce, da ciò che ci ha detto

                                    il Freccia? Dimmi Freccia, credi tu

                                    che la sua carta riavesse Celio?

 

105      freccia       Non credo, ma che Lelio ritenessela.

 

            pompilio     Bisogna ora ch’io segua lo mio istinto.

                                    Oh, se posso trovar questo consiglio

                                    nell’archivio Dondina (e n’ho le chiavi)

                                    Florindo, io molto spero. Amici addio.

 

 

                                    SCENA QUARTA

 

                                    Florindo, il Freccia.

 

            florindo   Questi Freccia è un gran fatto. Andiam noi pure

                                    a casa mia, che ti dirò in brev’ora

                                    ciò che tu devi far per ben servirmi.

 

            freccia       Io prego il ciel che come ho migliorato

                                    io di padron, così peggiori Celio

                                    di servo di fortuna e d’ogni cosa.

 

 

                                    SCENA QUINTA

 

                                    Argentina, Vittoria.

 

            argentina            Cara padrona mia s’io fossi qui

                                    in casa vostra nata – il che per me

                                    sarebbe meglio, quando fossi ancora

                                    vostra figlia bastarda – io non potrei

5                                  amar la vostra casa com’io fo,

                                    né la mia padroncina né men voi.

                                    Io però devo confessarvi un mio

                                    peccato c’ho commesso in vostra casa,

                                    e di cui mi vergogno e n’ho rossore.

10                                E mi vi getto a’ piedi, e vi domando

                                    perdon, signora, con la lingua e ’l core.

 

            vittoria     Che diavolo di male fatto avrà

                                    costei che tanto si vergogna e chiede

                                    perdon? Ma siasi che si vuole mai,

15                                vo’ confortarla; ch’ella fa al contrario

                                    dell’altre; poiché l’altre quando han fatto

                                    alcuno error d’umanità, son tutti

                                    primi a saperlo, ed ultimi i padroni.

                                    Di’ su Argentina, parla schiettamente

20                                ch’io ti perdono.

 

            argentina                                        Ho pur la gran vergogna,

                                    non so se potrò dirlo.

 

            vittoria                                        Or non potesti

                                    farlo? Già il mal è fatto, ed il rimedio

                                    ci troverem ben tosto.

 

            argentina                                               Io mia signora

                                    ho fallato, ed iscusa vi domando.

 

25        vittoria     Oh quante che ne fai, di’ su, che temi?

 

            argentina            Signora, io sono stata troppo facile.

 

            vittoria     Di’ su, levati, in che?

 

            argentina                                                Nella credenza

                                    ch’io fin qui ebbi in quel ghiotton di Celio.

                                    Che un galantuomo io lo credeva, ed è

30                                il maggior furbo e ladro che ci viva.

 

            vittoria     Che pruova n’hai, che ti fece?

 

            argentina                                                           N’ho questa.

                                    Voi sapete ch’io aveva que’ pochi ori,

                                    gli orecchini, smaniglie, e la collana.[134]

                                    M’ha egli con bel modo tratto il tutto

35                                di mano ed impegnato hallo all’Ebreo.

                                    Che se per sorte restato non fusse

                                    il ricordo o se vuoi la riceùta

                                    in man del Freccia, il tutto era perduto.

 

            vittoria     Argentina, non è sì poca cosa

40                                Benché in materia picciola. Ma vedi

                                    ch’ella sia vera.

 

            argentina                                    È ver ciò che vi dico.

                                    Se non credete, ecco la carta a leggere.

 

            vittoria     «Ricevo dal Signor Celio Mignatta

                                    una collana d’or, con due smaniglie,

45                                e un paio d’orecchini: ed ei riceve

                                    per questo pegno dodici filippi.

                                    Celio Mignatta. Menechem Ebreo.»

 

                                    Può far il mondo! Io ben conosco

                                    la sua mano, e non ne dubito, che mille

50                                volte ho vedute sue lettre e scritture.

                                    Ma questo alfin che monta? Ella sarà

                                    una burla, Argentina, che vuol farti

                                    il signor Celio per sua cortesia.

 

            argentina            Ell’è una cortesia da ca’ del diavolo.[135]

55                                Ma sia in buon punto che sen viene il Freccia.

 

 

                                    SCENA SESTA

 

                                    Il Freccia, e le dette.

 

            vittoria     Freccia in buon’ora. Come sta il mio caro

                                    genero il signor Celio?

 

            freccia                                           Ei sta signora,

                                    come stava la volpe sotto il corvo

                                    lodandolo guardando vezzeggiando,

5                                  sinché il formaggio le cadesse in bocca.[136]

 

            vittoria     Che domin dici? Questi tuoi proverbi

                                    Freccia a me sono oscuri.

 

            freccia                                                 Or li dicchiaro

                                    signora. Voi a me parete il corvo,

                                    Celio la volpe, e vostra facultate

10                                il formaggio: la favola da voi

                                    già ben si sa ch’avete letto Esopo.

 

            vittoria     Ma come parli oggi del tuo padrone?

                                    Manigoldo, ribaldo?

 

            argentina                                            Uh poverino!

                                    Non vedete, signora ch’ei non può

15                                mover il passo appena? Egli è sì pesto?

                                    Celio il ribaldo, Celio il manigoldo

                                    che l’ha sì maltrattato.

 

            vittoria                                        Come fu,

                                    di’, questo affare o Freccia? Poiché voi

                                    servi forfanti, mille offese fate

20                                a’ padroni, ora in fatti, ora in parole.

                                    Poi, se il padrone vi coglie col vezzo

                                    d’una guanciata o calcio, al ciel ne vanno

                                    i romori e le strida. E son perdute

                                    tutte le mance e tutti i benefizi

25                                     ed i meriti tutti del padrone.

 

            freccia       Signora, un servo che pel suo padrone

                                    – lascio l’esser fedele e diligente –

                                    ponga l’aver, e spesso anco la vita,

                                    come faccio io, o per dir meglio feci

30                                – ché non più sto con Celio – non si merta

                                    le busse che n’ebbi io. Ma senza quelle

                                    non poteva più viverci. Egli è pieno

                                    di debiti e di vizi. Oggi alla porta

                                    bussa il padron di casa per l’affitto;

35                                domani il mercatante; il giorno dietro

                                    l’Ebreo, che le mobilie della casa

                                    gli dà ad usar.

 

            vittoria                            Or taci; che la lingua

                                    hai pessima e maligna, né sarà

                                    il tutto vero: e dimmi un po’ di questa

40                                scritta. Le cose che quinci entro sono,

                                    se te le diede Celio ad impegnare.

 

            freccia       L’istessissimo Celio.

 

            vittoria                                        E perché fece

                                    egli tal burla alla mia cameriera?

 

            freccia       Per fuggir egli un’altra burla.

 

            vittoria                                                    E quale?

 

45        freccia       Di non restarsi l’altro dì a digiuno.

 

            vittoria     Possibile ch’egli abbia tai bisogni.

 

            freccia       Ei n’ha di peggio.

 

            argentina                                         Mia signora, è fuori

                                    Pompilio della stanza, e vuol parlarvi.

 

            vittoria     Venga egli dentro: voi due ritiratevi.

 

 

                                    SCENA SETTIMA

 

                                    Vittoria, Pompilio.

 

            vittoria     Signor Pompilio, prima udite il mio,

                                    e poi direte voi del vostro affare.

 

            pompilio     Dite pur mia signora.

 

            vittoria                                          Nelle cose

                                    delle famiglie, grandi e d’importanza,

5                                  bisogna consigliarsi con gli amici,

                                    e co’ parenti; e voi che l’uno e l’altro

                                    mi siete, or bramo avervi consigliere.

                                    Ma pria, ditemi un poco, che si dice

                                    per Milano di Celio?

 

            pompilio                                        Mia signora

10                                molto mal se ne dice. Io parte credo

                                    e parte no; che nelle cose tutte

                                    convien serbar il mezzo; ed io son solito

                                    creder all’opre più che alle parole.

 

            vittoria     Ma pur, che se ne parla? Dite il tutto,

15                                che vo’ saperne il tutto, o vero o falso.

 

            pompilio     Già che mi comandate, ed io lo dico.

                                    Celio, dicesi c’ha molte magagne.[137]

                                    Lascio la sua alterigia, che maggiore

                                    non la può avere il Sir di Castiglione;

20                                e né meno l’avrà: ché i gran signori

                                    e i gentilmente nati son più umani

                                    di certi che talor nascon dal fango.

                                    Lascio ch’è giucator di tutti i giuochi[138]

                                    precipitosi ed è pieno di debiti,

25                                con altre taccherelle ch’io non dico[139]

                                    per lo migliore. Dirò sol ciò che

                                    la gente parla accorta e ancor di buona

                                    fama, di quel mestiere ch’egli esercita,

                                    cioè dell’avvocato. Ei l’ha ridotto

30                                a tale in sé, che s’altri non vi fosse

                                    – e ve ne sono molti buoni e retti –

                                    la gente lascierebbe di far lite,

                                    o attor o reo che fosse, se credesse

                                    di perdere le vesti e non più averle.

35                                Egli intraprende nelle cause e tratta

                                    ogni più ingiusto e screditato punto.[140]

                                    E come non sappiamo ancora, al mondo

                                    se sia più la malizia o l’ignoranza,

                                    né da qual di esse due nascan più mali,

40                                egli è pien di clienti, e di faccende.

                                    Perché il mal uomo assai più arrischia il torto,

                                    che il buono la ragione ne’ giudizi.

                                    Ma qual pro, se per quanto egli guadagni

                                    per dritto e torto e’ non si trova mai

45                                d’aver all’uopo suo dodici scudi?

                                    La sua maggior fortuna è ch’egli è solo.

                                    Ché se avesse famiglia; oh quanto pianto!

                                    O quanta povertà, quante miserie!

                                    Il pazzo mondo, che all’esterno bada,

50                                al vestito, alle pompe, ai passatempi,

                                    non sa de’ guai che sotto quelli ascondonsi.

                                    Io v’ho detto, signora, interrogato.

                                    Per altro, come dissi, io non mi curo

                                    delle parole, e solo all’opre guardo.

 

55        vittoria     Ho inteso il tutto, e da pensar mi dà

                                    quanto n’ho inteso. Ma che avete voi

                                    a dirmi d’importanza? Che finora

                                    daste solo risposta a mia dimanda.[141]

 

            pompilio     O Vittoria Vittoria, la bontate

60                                sovverchia, e openione che d’alcuno

                                    talor abbiam, forse è nociva a un altro,

                                    e a noi medesmi. Voi che avete al mondo

                                    un’unica figliuola, bella e tale

                                    per virtù per costumi e per buon senno,

65                                che il mondo stesso sì l’ammira e cole,

                                    che non trova l’invidia in che l’emmende,[142]

                                    voi darla in moglie a un così bel soggetto?

                                    E perché la meschina a queste nozze,

                                    non volle poco avanti acconsentire,

70                                – né alcun consente alla ruina propria –

                                    voi dite di volere eseredarla?

                                    O privarla anco in vita del su’ avere?

                                    Che fan di peggio i barbari e i nimici?

                                    E pur voi siete madre. E pur ell’è

75                                tal figlia e si valente, che sarebbe

                                    forse chi dasse a lei quello che voi

                                    cercate ora di toglierle di più.

                                    Deh Signora, tornate entro voi stessa,

                                    movetevi a pietà del vostro sangue,[143]

80                                movetevi a pietate anco di voi.

                                    E soprattutto, ben pensate a ciò

                                    che il mondo ne dirà. Di questo ancora[144]

                                    si dee temer, né noi dobbiam sì presto[145]

                                    incontrar il discredito e la fama

85                                trista, per passion leggera o grave.

                                    So che il vostro marito, ora di buona

                                    memoria, già ordinò che il tutto vostro

                                    fosse, qualor non voglia la figliuola

                                    accompagnarsi al vostro beneplacito.

90                                Or volete per ciò ch’ella s’ammogli

                                    contro il parer del mondo, e più de’ buoni?

                                    Ma, a dirla schietta, quante cose fa

                                    un pover uom, quand’è vicino a morte,

                                    che per mia fe’ non han discrezione?

95                                O signora Vittoria, s’ei faceva

                                    anzi quest’altra, a cui lo consigliò

                                    quel ribaldo di Celio, poteva ella

                                    (mostrandole due carte piegate)

                                    esser non solo giusta ma discreta?

                                    Ma né men a voi utile?

 

            vittoria                                           Che dite?

100                              Che carta è quella cui tenete in mano?

 

            pompilio     Un testamento egli è questo, che Celio

                                    consigliò fare al fu marito vostro,

                                    con cui voi due mie povere signore

                                    privasse, e lui lasciasse unico erede.

 

105      vittoria     E l’altra carta?

 

            pompilio                              Questa è la consulta

                                    soscritta di suo pugno, e d’altri due

                                    avvocati ch’avean lo stesso conio,[146]

                                    e il persuadeano a far quel testamento.

 

            vittoria     Ahi me meschina! Tutta di ribrezzo

110                              e di pena trassudo. Ma la rabbia

                                    ogni ribrezzo ed ogni pena avvanza:

                                    ma come mio marito poi non venne

                                    in sì fiero parer empio ed ingrato?

 

            pompilio     Andiam signora. Entro del gabinetto

115                              io narrerovi brevemente il resto.

 

 

                                    SCENA OTTAVA

 

                                    Celio con una carta in mano, e Fabio.

 

       celio                        Fabio mio, se sapessi che vuol dire

                                    solo una carta. È talor la salute

                                    d’un uom, talora è sua perdizione.

                                    Ma per lo più gli uomini e gli avvocati

5                                  pazzi, credon la sorte ritrovare

                                    in una gran farragine di carte,

                                    e con quella si pongono a far lite.

                                    E pur la sorte cova e si nasconde

                                    entro d’un testamento, o suggestivo,[147]

10                                o falso ancora, ch’ è una carta sola.

                                    È vero che pel falso si ricchiede

                                    un buon notaio, della stessa tempra

                                    di cui siamo noi due, o amico Fabio.

                                    E di questi si trovano non meno

15                                che de’ par nostri, se tu voglia bene

                                    pagarli, allor che del tuo affar si tratta.

 

            fabio                       Voi siete il primo soggetto del foro

                                    e parlate da oracolo. Ma dite

                                    che carta è quella che tenete in mano?

 

20        celio                        Questa è la donazione che mi fa

                                    Vittoria, e presto in casa sua si deve

                                    publicare. Pompilio allor vedrà

                                    s’io sia di lui più prossimo di casa.

                                    Vedrà Florindo s’io di lui mi sono

25                                avvocato miglior, vedrà Clarice

                                    cosa le frutti la superbia sua

                                    e l’amor di Florindo. Ei se la pigli

                                    ma senza dote.

 

            fabio                                                Io non so che mi dire,

                                    se non ch’io pur tentai di persuadere

30                                Vittoria – son due ore – a favor vostro,

                                    e se Pompilio non rompea la tela...[148]

                                    Ma come riducestila a far ciò

                                    ed a fiaccarsi il collo?[149]

 

            celio                                                           Tu non sai

                                    Fabio, quanto sien fragili le donne

35                                e mobili. Quel punto io ritrovai[150]

                                    in cui dovea cadere al suol la pianta.[151]

                                    Andai dalla signora ch’era chiusa

                                    e sola ed adirata con la figlia,

                                    e trovai che volea diseredarla

40                                almen: né ciò appagando le mie voglie,

                                    io le dissi: «Vittoria, entro una casa

                                    il piatir sempre e il rammaricarsi[152]

                                    e l’altercar è pena da demoni;

                                    appo i vicini è scandalo e discredito.

45                                Se chi è soggetto ai suoi maggior, non voglia

                                    ubbidire, e non bastino a ridurlo

                                    né gentilezze usate né rimproveri,

                                    la legge a ciò provede, la qual lascia

                                    libertate a maggiori di disporre

50                                di sue cose ed averi, e così rendere

                                    i rei puniti, ed umili i superbi.[153]

                                    Due sono i mezzi per ciò fare. Il primo

                                    è il testamento, col quale si possono

                                    privar dopo la morte quecongionti

55                                di sangue che non vogliono ubbidire;

                                    e l’altro mezzo è la donazione

                                    tra vivi irrevocabile; ed è questa

                                    del primo mezzo più possente e forte.

                                    Perché ad un testamento sempre puossi

60                                sostituir un altro differente.

                                    Onde i leggisti, il voler nostro dicono[154]

                                    camminatore in fin che venga morte.

                                    Ma la donazion taglia ad un tratto

                                    la sorte de’ parenti e la speranza.[155]

65                                Ché non può rivocarsi, senza cause

                                    gravi e importanti che raro succedono:

                                    quando del donatario ci possiamo

                                    fidar ch’e’ sia uomo discreto e nostro».

                                    Che più Fabio! Alle corte, io la dispongo

70                                con tenue assegnamento la figliuola

                                    a porre in monistero, e riserbarsi

                                    scudi duemila all’anno, ed a donarmi

                                    degli altri averi suoi tutto il restante.

                                    Io stesi l’istromento e in man lo tengo.[156]

75                                Pensa se l’avrò fatto a mio piacere,

                                    e mia cautela. Tra pochi momenti

                                    dal Gallina notaio celebrare

                                    in casa di Vittoria si dovrà

                                    mentre la signorina forse è all’opera.

 

80        fabio                       Io non posso dirvi altro o caro amico,

                                    se non c’ho quel piacer di vostra sorte

                                    che della stessa mia. Solo vi priego

                                    a ricordarvi della mia persona,

                                    e del male che ho posto tra la figlia

                                    e la madre poc’anzi in gabinetto.

 

            celio                        Fabio vedrai, che ti son grato amico.

 

 

                                    SCENA NONA

 

                                    Florindo in maschera, Clarice, Pompilio.

 

            florindo   Deh signora Clarice perdonate,

                                    se con la scusa di cercar l’amico

                                    Pompilio, e in questa guisa trasformato

                                    a voi ne vengo infino a vostra casa

5                                  ove finor non mi vedeste mai.

                                    Quella sospension in cui mi pone[157]

                                    l’ira di vostra madre, e ’l rio talento[158]

                                    di Celio, e più di tutto quel periglio

                                    in cui voi siete, come udii poch’anzi

10                                da Pompilio, condussermi per forza

                                    a visitarvi, e insieme per sapere,

                                    dall’amico e da voi, se alfin si possa

                                    sperar alcun rimedio a tanti mali.

 

            clarice       Florindo, voi potete ben pensarvi

15                                che in mezzo a questi guai la vostra vista

                                    non può a men di non essermi gradita.

                                    Anch’io sapendo che poc’anzi s’era

                                    mia madre chiusa entro del gabinetto;

                                    ora dalle mie stanze curiosa

20                                esco per risaper pure qual sia

                                    cotal moto improviso.

 

            pompilio                                         O mia parente,

                                    e caro amico, io già non posso dirvi

                                    segnatamente ciò che far Vittoria

                                    voglia ista sera. So ben dirvi che

25                                io tal machina ho mossa, che può fare

                                    cangiar la faccia delle cose tutte.

                                    Questo è certo, ch’ella è da quel di pria

                                    molto cangiata, con Celio, e con voi

                                    Clarice, e quasi mi rassembra un’altra.

30                                Sapete che Vittoria non dimostra

                                    i moti del suo cor sì facilmente,

                                    e nemmeno i disegni, ma pur pure

                                    a sperar bene, amici, vi conforto.

                                    Ciò che sol posso dirvi è che ha mandato

35                                a chiamare il Gallina suo notaio,

                                    ed è presentemente dentro chiusa

                                    con lui. Mi ha detto ancor che dopo l’opera

                                    – ed a finirsi, credo, poco manca –

                                    io mi sia qui da lei, che vuol far tale

40                                cosa, onde il mondo vegga ch’ella è amica

                                    del ben oprar, e del contrario ancora,

                                    cioè del mal nemica capitale.[159]

                                    Che voglia far non so né a me l’ha detto.

                                    Ben tra poco il sapremo.

 

            clarice                                                 Io non ardisco

45                                sperar nulla, son tanto ai mali avvezza.

                                    Però succeda ciò che piace al cielo,

                                    ch’io mi ritiro intanto, e sono a voi

                                    signor Florindo, e sarò sempre serva.

 

            florindo   Signora mia, signor Pompilio addio.

 

 

                                    SCENA DECIMA

 

                                    Il Freccia, e Florindo ch’esce dalla casa di Vittoria.

 

            freccia       Padrone, io mi credeva in tutti i luoghi

                                    questa sera trovarvi fuor che in questo;

                                    e pare a me che con piacer ci foste.

            florindo   Che sai tu sciocco di piacer?

 

            freccia                                                       Ne so,

5                                  quanto vo’, e sebben è poco che vi servo,

                                    so che amate Clarice, e da lei siete

                                    corrisposto.

 

            florindo                       Li servi insomma sanno

                                    a’ nostri giorni, e credo sepper sempre,

                                    quanto il padrone stesso, e forse più,

10                                delle cose di lui o buone o triste.

                                    Ma chi a te il disse? Onde il sapesti? Parla.

 

            freccia       Celio a me il disse quand’io lo serviva;

                                    e meglio oggi Clarice a me l’ha detto,

                                    non con la bocca, ma con gli occhi suoi,

15                                la qual perché mi trovo appo Florindo,

                                    si volge a me con più vezzosi rai,[160]

                                    che non facea quando era pria con Celio.

 

            florindo   E Vittoria ti mira di peggiore,

                                    o miglior cocchio?

 

            freccia                                      Non so, ma mi pare

20                                molto con Celio in collera.

 

            florindo                                              Che sia

                                    mai questo? Che Vittoria sia cangiata

                                    dopo tanti anni d’un amor sì grande

                                    ch’era passato in lei quasi in natura?

                                    Freccia mio s’è così, va ben per me.

25                                Poiché quantunque io non mi creda ancora

                                    ch’ella sia per promettermi Clarice;

                                    «Chi ben comincia ha la metà dell’opra».[161]

                                    Ed io comincio ben per lo mio affare

                                    se Celio n’è bandito.

 

            freccia                                           O mio padrone

30                                s’ell’è cosi, n’avrete almen la gioia

                                    cui suole avere il can dell’ortolano

                                    col dir de’ pomi: «nec mihi, nec tibi».[162]

 

            florindo   Tu sai ancor latino? tu ne sai

                                    Freccia, ancor più del tuo signor primiero.

 

 

                                    SCENA UNDICESIMA

 

                                    Argentina, e detti.

 

            argentina            Signor Florindo, la padrona mia

                                    ha un camerier mandato a ricercarvi,

                                    che a lei veniste, per un affar suo

                                    e vostro ancora di somma importanza.

5                                  Onde già che qui siete, e come pare

                                    mostrate d’inviarvi ad altra parte,

                                    a restar vi conforto.

 

            florindo                                   Puoi sapere

                                    ciò ch’ella voglia? In che ubbidirla possa?

 

            argentina            Io di questesso non so dirvi cosa;[163]

10                                né il suo consiglio né il suo desiderio.

                                    Ben so che Celio vuole all’ora stessa,

                                    ella pur qui.

 

            florindo                       Costei or me ne porge

                                    una calda, or n’aggiunge un’altra fredda.

                                    Che sarà mai? Come tra noi potrassi

15                                così diversi di pensieri e fatti,

                                    una mano di noccioli accozzare?[164]

                                    Ma siasi che si vuole. Io non vo’ perdere

                                    la costanza o di spirto la presenza.

                                    Freccia vien qua, va là, innanzi, indietro.

 

20        freccia       A qual parte signor? Non vi perdete,

                                    ove volete andar? Ditemi.

 

            florindo                                             A casa.

 

            freccia       Or come a casa? Non dice costei

                                    ch’entriate da Vittoria? Non sapete

                                    oggi ciò che vi fate.

 

            florindo                                    È vero. Ch’io

25                                entrar da lei voleva, e ne partiva.

 

            argentina            Voi, signori avvocati, quando avete

                                    a far comparigione al parentorio,[165]

                                    o dal giudice andarvi del dificio,[166]

                                    non sapete di poi per l’altre cose

30                                dove vi abbiate il capo.

 

            freccia                                               Che ti dici

                                    madonna poco fila e zucca al vento?[167]

                                    Che ragioni di liti? Vuoi tu forse

                                    aprir lo studio tuo e dir: entrate

                                    signori, ch’io darovvi buon consigli?

 

35        florindo   Entra Argentina, segui Freccia, ch’io

                                    temo tra voi due pazzi, essere il terzo,

                                    tanto traveggo, e sono incerto e dubbio

                                    tra la speme e ’l timor di queste cose.

 

 

                                    SCENA DODICESIMA

 

                                    Sala illuminata con sedie disposte in cui da una parte è Celio con Fabio, dall’altra entra Florindo col Freccia.

 

            celio                        Il luogo è preparato, il tutto è in punto

                                    per la celebrazion dell’istromento.

                                    Ser Gallina con noi le scale ascese,

                                    e di poi da Vittoria ei fu chiamato,

5                                  onde poco staranno ad uscir fuori.

                                    Ma qual affare ha quivi pur Florindo?

 

            fabio                       Forse egli ci farà per testimonio.

 

            florindo   Freccia, noi siam venuti ed invitati

                                    a questa mensa: ma pur vedo che

10                                altri prima di noi seduto è a tavola.

 

            freccia       Ho veduto talora il primo a mensa

                                    a mangiar esser l’ultimo, e partirsi

                                    ancor digiuno e con la bocca asciutta.[168]

 

            celio                        Signor Florindo, l’opera fu bella?

 

15        florindo   Non tanto qual sarà or la commedia.

 

            celio                        Attor d’essa sarete, o spettatore?

 

            florindo   Ciascun di noi alla sua parte pensi.

 

            celio                        Ciascun credo a suo costo la farà.[169]

 

            florindo   «La vita il fin, e il dì loda la sera.»[170]

 

20        celio                        Ella tal è, qual prima fu il mattino.

 

            florindo   Se non soffi tal vento che la cangi.[171]

 

            celio                        Esser però potria signor Florindo

                                    che avesse ognun di noi ciò che desidera.

 

            florindo   Esser può questo; poiché voi l’ingiusto

25                                seguite Celio, ed io m’attengo al giusto.

 

            celio                        Qui noi non siam davanti al tribunale,

                                    né di dritto o di torto si favella.

 

            florindo   Perché dunque voi dite, che di noi

                                    ottener può ciascun ciò ch’egli vuole?

 

30        celio                        Voi cercate l’amante, ed io la roba,

                                    onde ottener ciascun può la sua brama.

 

            florindo   Io del mio fine posso starmi senza,

                                    voi non così che siete nel bisogno.

 

            fabio                       Signori, io non son giudice tra voi,

35                                ma consiglier posso essere, e v’esorto,

                                    senza altercare o rompervi la testa

                                    ad attendere il giudice più vero.

                                    Che da lui fia, secondo le ragioni,

                                    senza bisogno di parole o causa,

40                                e più secondo i merti giudicato.

 

            freccia       O consiglier spettabile e prudente

                                    che fai da mediatore, come se

                                    di te pur non si tratti in questa causa,

                                    conserva i tuoi conforti e persuasive

45                                per te medesmo: e pensa che se perde

                                    il tuo buon condottiere e principale,

                                    della fame sarai vero ritratto.[172]

 

 

                                    SCENA TREDICESIMA

 

                                    Pompilio che ha per la mano destra Vittoria, per la sinistra Clarice, e dietro ser Gallina, il quale poi siede nel mezzo. A destra seggono Clarice e Florindo, a sinistra Vittoria e Pompilio. Così Argentina e il Freccia a destra, ma in piedi. Celio e Fabio a sinistra, ma in piedi.

 

            celio                        Fabio, questa mi pare una assai bella

                                    scena, per celebrar donazione,

                                    se la donante e i testimoni seggono,

                                    e si rimane in piedi il donatario.

 

5          fabio                       Chi riceve favor, abbia l’incomodo,

                                    a mio parere; e chi del suo si spropria,

                                    vuoi tu, che almen non abbia ove sedere?

 

            argentina            Così va la fortuna, o caro Freccia.

                                    Chi soleva sedersi in questa casa

10                                or è in piedi; chi mal reggeasi in piedi

                                    ora si siede patriarchevolmente.[173]

 

            freccia       Quando da reo padron parte il buon servo

                                    seco ancora si tira la fortuna;

                                    come feci io, che da Celio partendo,

15                                a Florindo recai miglior ventura.

 

            vittoria     Celio, date la carta qui al notaio,

                                    che ben sa egli ciò che n’abbia a fare.

 

                                    (porge la carta, e il Gallina la lacera)

 

            celio                        Fabio, qual firma è questa di notaio?

 

            fabio                       Egli sarà che voi non la scriveste

20                                sì bene, ed ei n’avrà meglio esemplare.

                                    Vedete che sel cava di saccoccia,[174]

                                    e gli occhiali si pone, per ben leggerlo.

 

                                    (il Gallina legge)

                                    «Essendo col favore almo del cielo,

                                    e con mediazion de’ parenti anco,

25                                e degli amici, e acciò i nemici schiattino;

                                    conchiuso matrimonio di presente

                                    tra Florindo dal Sole, e la Clarice

                                    de’ Dondinì; Vittoria di lei madre

                                    costituisce in dote alla medesima...»

 

30        celio                        Ora qui non mi posso più star saldo.

 

            fabio                       Tollerate, che già questa è una burla,

                                    udiamo un po’ qual dote finge darle.

 

                                    (il Gallina legge)

                                    «... tutti i mobili a lei già preparati,

                                    e già stimati scudi diecimila,

35                                come da carta sottoposta appare.

                                    Di poi le assegna in lor mantenimento

                                    ancor d’entrata scudi cinquemila.

                                    Volendo che tal dote insista sopra

                                    il fondo da cui viene tale entrata.

40                                E posto è nella villa di Dugnano.»

 

            celio                        Ma, interpor voglio a simile stromento

                                    una solenne contradizione.[175]

 

            fabio                       Non fate, amico, perché son le ferie,[176]

                                    e il vostro atto illegal sarebbe nullo.

 

45        gallina      «Poi per benivolenza, e perché mostra

                                    Vittoria esserle care queste nozze,

                                    e per amore e stima di Florindo,

                                    dona a lui qui pigliante, in una borsa

                                    duemila doppie d’or buona valuta,

50                                de’ propri beni suoi ed in regalo.»

 

                                    (Argentina chiamata con mano da Vittoria riceve e porta a Florindo la borsa)

 

                                    «Del presente stromento testimoni

                                    pel suo valor saranno Celio e Fabio.

                                    E io Lucio Gallina il sottoscrivo,

                                    e segno col sugel notariale.»

 

55        vittoria     Voi Celio e Fabio, poi l’uffizio vostro

                                    è terminato, omai, potere andare,

                                    e per levarvi fuori d’ogni incomodo,

                                    mai più porrete il piede in questa casa.

 

                                    (il Freccia, e Argentina accompagnano i detti col lume)

 

            freccia       Della donazion vi do il buon pro,

60                                o signor Celio.

 

            argentina                                       Ed a voi signor Fabio,

                                    rendo mercè della testimonianza.

                                    E poiché all’un di voi pesa assai il dono,

                                    e all’altro la fatica oggi durata,

                                    potete andar a casa a riposarvi.

 

65        vittoria     Or voi, signor Florindo e mia Clarice

                                    ambi di sposi datevi la mano.

                                    Ed a Pompilio, all’una buon parente,

                                    e caro amico all’altro, ambi rendete,

                                    quelle grazie che merta lo su’ amore,

70                                la fede, la bontà, la diligenza.

                                    Io veramente insino a qui mi fui

                                    teco, mia figlia, immite, e quasi ingiusta;

                                    ma l’opere di Celio traditore,

                                    e il saver di Pompilio, e la destrezza

75                                m’hanno cangiato da quella di pria.

                                    Onde t’accosta a me col tuo Florindo,

                                    Clarice, che vi stringo ambi per figli,

                                    e per tali vi avrò, fino ch’io viva.

                                    Dovendo poi universali eredi

80                                esser voi di mia ricca facoltade.

 

 

                                    SCENA QUATTORDICESIMA ED ULTIMA

 

                                    Il Freccia, Argentina e detti.

 

            freccia       Non poteva, o signori, oggi succedere

                                    né a tutti voi, né a me maggior contento

                                    poiché Florindo mio nuovo padrone

                                    voi siete sposo di Clarice vostra,

5                                  e voi Vittoria la figlia vedete

                                    unita in matrimonio ad uom sì degno.

                                    E Pompilio pur gode per consenso

                                    d’amor, il quarto, di sì belle nozze.

                                    Io pur godo, o signori; poiché appena

10                                col lume sulla porta accompagnai

                                    e Celio e Fabio, insieme con costei

                                    che – ma non posso dire dal gran ridere –

                                    che il Bargello trovai con l’onorata

                                    famiglia, i quali unitamente, Celio

15                                e Fabio, si ghermirono alle brevi,

                                    ed ora li conducono in prigione.

 

            vittoria     Mi spiace questo incontro; vorrei

                                    ch’eglino in lor concetto si credessero,

                                    me data aver occasione al fatto.

 

20        pompilio     Signora, non abbiate dubbio alcuno

                                    di ciò; poiché costor tante n’han fatte

                                    – ed alcuna io ne so – che da tutt’altri,

                                    sapran che il colpo viene, non da voi.

 

            freccia       E voi signori e donne nobilissime

25                                – poiché gli sposi nostri denno attendere

                                    ad altro di presente– se la favola

                                    vi piacque, che per vostra grazia credesi,

                                    o con voce, o con mano, il segno datene.

 

 

 



Bibliografia

 

Opere di Giulio Cesare Becelli

 

Becelli, Giulio Cesare, Della novella poesia, cioè del vero genere e particolari bellezze della poesia italiana, Verona, Ramanzini, 1732.

——————————, Arte dell’educare i fanciulli di Giovanni Loche inglese ridotta ad Aforismi con alcune aggiunte, Verona, Dionigi Ramanzini, 1736.

——————————, Trattato nuovo della divisione degli ingegni e studi secondo la vita attiva, e contemplativa, Verona, Ramanzini, 1738.

——————————, Li poeti comici. Commedia, in Reveredo [Rovereto], presso Francescantonio Marchesani, 1746.

 

 

Studi su Giulio Cesare Becelli

 

Asor Rosa, Alberto, Becelli, Giulio Cesare, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, vol. VII, 1965, pp. 502-505.

Bertana, Emilio, Un precursore del Romanticismo (Giulio Cesare Becelli), «Giornale storico della letteratura italiana», XXVI, 1895, pp. 114-140.

Bottone, Alessio, Per una teoria del dialogo nel Settecento italiano, «Diciottesimo Secolo», III, 2018, pp. 113-132.

Caliaro, Ilvano, Il protopurismo di Giulio Cesare Becelli, in La nascita del Vocabolario, Atti del Convegno di Studio per i quattrocento anni del Vocabolario della Crusca, Udine 12-13 marzo 2013, a cura di Antonio Daniele e Laura Nascimben, Padova, Esedra, 2014, pp. 109-113.

Cappelletti, Cristina, «Il desiderio di riformare i mondani costumi»: Li poeti comici di Giulio Cesare Becelli, «Studi goldoniani», n. s., XIV/6, 2017, pp. 77-90.

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Dilemmi, Giorgio, Tra Becelli e Andrucci: notizie settecentesche del Quattrocento volgare, «Quaderni di critica e filologia italiana», II, 2005, pp. 179-198.

Dosio, Luciana, La fortuna di Dante nel Settecento, Napoli, Morano, 1965.

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Fumagalli, Giuseppina, «L’ariostista e il tassista». Commedia aristofanesca del tempo dell’Arcadia, in Torquato Tasso, a cura del Comitato per le celebrazioni di Torquato Tasso, Milano, Marzorati, 1957, pp. 574-605.

Gagliardi, Giuseppe, Un commediografo veronese del sec. XVIII (Giulio Cesare Becelli), «Ateneo veneto», XXV/2 (1902), pp. 295-321.

Laita, Pierluigi, Giulio Cesare Becelli nel II centenario dalla morte, «Vita Veronese», III/9, 1950, pp. 3-6; 10, pp. 9-11; e 11, pp. 19-22.

Laita, Pierluigi, Scipione Maffei e Giulio Cesare Becelli, in Miscellanea maffeiana. Pubblicata nel II centenario della morte di Scipione Maffei, Liceo ginnasio «S. Maffei», Verona, Ghidini e Fiorini, 1955, pp. 51-64.

Mazzoni, Luca, Dantisti veronesi del Settecento, in Dante a Verona, 2015-2021, a cura di Edoardo Ferrarini, Paolo Pellegrini, Simone Pregnolato, Ravenna, Longo, 2018, pp. 153-167.

Toffanin, Giuseppe, Giulio Cesare Becelli, in Id., L’eredità del Rinascimento in Arcadia, Bologna, Zanichelli, 1923, pp. 267-280.

Vitale, Maurizio, Conservatorismo classicistico e tensione innovatrice in un letterato veronese del primo Settecento: Giulio Cesare Becelli, in Id., L’oro della lingua. Contributi per una storia del tradizionalismo e del purismo italiano, Milano-Napoli, Ricciardi, 1986, pp. 383-506.

 

 

Altri saggi

 

Bisi, Monica, Dal «libero arbitrio» all’«innata libertate»: retorica di un capovolgimento nel cuore del «Purgatorio», «Rivista di filosofia neoscolastica», CXIII, 2021, 1 Suppl., pp. 9-23.

Cosentino, Paola, L’invettiva misogina: dal Corbaccio agli scritti libertini del ’600, in Le scritture dell’ira. Voci e modi dell’invettiva nella letteratura italiana, a cura di Giuseppe Crimi e Cristiano Spila, Roma, RomaTrE-Press, 2016.

Falzone, Paolo, Purgatorio XVIII, o del buon uso degli affetti, «Bollettino di italianistica», XV, 2017, 1, pp. 46-70.

Girardi, Maria Teresa, «Ben far» e salvezza. Qualche riflessione, in Peccato, penitenza e santità nella Commedia, a cura di Marco Ballarini, Giuseppe Frasso e Francesco Spera con la collaborazione di Stefania Baragetti, Milano, Biblioteca Ambrosiana, Roma, Bulzoni, 2016, pp. 99-110.

Püschel, Liana, Echi da corpi lontani. Aspetti del balletto preromantico, in Metamorfosi dei Lumi, 7, Torino, Accademia University Press, 2014, pp. 184-201.

 

 

Opere citate

 

Alighieri, Dante, La divina commedia, Firenze, Domenico Manzani, 1595.

Aretino, Pietro, Ragionamenti. Dialogo nel quale la Nanna insegna a la Pippa, Torino [ma Venezia], P.M.L., 1536.

Boccaccio, Giovanni, Decamerone, ed. di riferimento Decameron a cura di Vittore Branca, Milano, Mondadori, 1999.

Colonna, Vittoria, Rime spirituali, Venezia, Valgrisi, 1546.

Giancarli, Gigio Artemio, La Zingana, Mantova, Ruffinelli, 1545.

Guarini, Giovan Battista, Il pastor fido, Venezia, Bonfadino, 1590.

Petrarca, Francesco, Rerum vulgarium fragmenta, ed. di riferimento Canzoniere, a cura di Gianfranco Contini, Torino, Einaudi, 1964.

Ruzante, Moschetta, edizione critica a cura di Luca D’Onghia, Venezia, Marsilio, 2010.

Sannazzaro, Jacopo, Arcadia, Venezia, Girolamo Cavalcalupo, 1565.

 

 

Strumenti

 

Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, vol. XIV, 1972.

Dizionario dei proverbi: i proverbi organizzati per temi, a cura di Valter Boggione, Lorenzo Massobrio, Torino, UTET 2004.

Dizionario della lingua italiana nuovamente compilato dai signori Nicolò Tommaseo e cav. professore Bernardo Bellini con oltre 100.000 giunte ai precedenti dizionari raccolte da Nicolò Tommaseo, Giuseppe Campi, Giuseppe Meini, Pietro Fanfani e da molti altri distinti filologi e scienziati, corredato da un Discorso preliminare di Nicolò Tommaseo, Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese, 1865-1879.

Serdonati, Francesco, Proverbi italiani, a cura di Paolo Rondinelli, Firenze, Accademia della Crusca, 2024 (on line all’indirizzo www.proverbi-italiani.org/).

Grande dizionario italiano dell’uso, ideato e diretto da Tullio de Mauro, Torino, UTET, 1999.

Vocabolario degli Accademici della Crusca, Venezia, Giovanni Alberti, 1612 e successive edizioni fino alla IV.

Brocardi.it: l’avvocato in un click: https://www.brocardi.it/dizionario/1360.html

 

 

Abbreviazioni

 

GDLI = Grande dizionario della lingua italiana, fondato da Salvatore Battaglia, completato sotto la direzione di Giorgio Barbèri Squarotti, Torino, UTET, 1961-2002, 21 voll. + 2 voll. di Supplementi (2004-2009).

Crusca seguito da numero romano, che indica l’edizione: Vocabolario degli Accademici della Crusca.

 

 



[1] Girolamo Zenobio patrizio veneto: fa parte della famiglia degli Zenobio, mercanti di origine greca entrati a far parte del patriziato veneziano nel 1647 a fronte del pagamento di una considerevole somma di denaro. Appartengono dunque ai cosiddetti ‘patrizi per soldo’.

[2] Conte di Ennia, Caldivia, Salorno, Khonigsperg: i titoli derivano dai rapporti politici ed economici che i mercanti di area veronese intrattengono con l’Austria. Vengono assegnati per motivi legati al mantenimento dell’influenza austriaca su alcuni territori, alla custodia di confini, al rafforzamento di alleanze. Nel marzo del 1648, l’arciduca Ferdinando Carlo, reggente della contea del Tirolo, nomina il veronese Pietro Zenobio e i suoi discendenti Gerichtsherren (giudici, moderatori) delle giurisdizioni di Enn e Caldiff [qui Ennia e Caldivia], Salorno e Königsberg dietro il versamento di 336.000 fiorini. La cessione dei feudi, situati in posizione strategica nella valle dell’Adige e ai confini del Principato vescovile di Trento, è giustificata in nome della difesa della patria. Pietro Zenobio, avo di Girolamo, sale così a prendere possesso delle giurisdizioni e viene nominato conte del Sacro Romano Impero il 14 marzo 1649. Negli anni Ottanta del Seicento, gli Zenobio occupano castellanie e reggimenti minori della terraferma, le podesterie di Chioggia, Rovigo, Feltre, Treviso qui citate da Becelli, per salire a metà Settecento al capitanato di Verona. L’apice del potere della famiglia viene raggiunto con Carlo (1673-1733), che nel 1716, primo fra i membri delle nuove famiglie, viene eletto in Senato (come sottolinea Becelli). Si veda Andrea Bonoldi La mobilità sociale dei mercanti nel Tirolo meridionale tra status e razionalità economica: Pietro Zenobio e gli altri (secoli XVII-XIX) in Soziale Mobilität in der Vormoderne. Historische Perspektiven auf ein zeitloses Thema, a cura di Gustav Pfeifer, Kurt Andermann, Innsbruck, Wagner, 2020, p. 237-257; Marco Bellabarba, Patrizi veneziani e nobili imperiali. Giovanelli e Zenobio in Tirolo (XVII e XVIII secolo), in I colori della Serenissima. Pittura veneta del Settecento in Trentino, a cura di Andrea Tomezzoli, Denis Ton, Trento, Scripta, 2022, pp. 13-24.

[3] Che però a ritroso di ciò che dice Aristotele, cioè, nascere dall’esser prospero e fortunato il mostrarsi religioso e ben disposto verso Dio: in realtà nella riflessione aristotelica non viene sancita una relazione di dipendenza tra la prosperità e la pietà religiosa. Trattando il rapporto virtù-felicità da un punto di vista ben più profondo, l’Etica a Nicomaco (1177b) spiega che la vera felicità consiste nella vita divina, cioè nella vita contemplativa, che porta all’atto l’aspetto che fa dell’uomo un uomo e lo distingue dagli altri esseri. Nel caso della dedica la citazione di Aristotele serve forse a nobilitare ancora di più l’atteggiamento della famiglia del dedicatario, che agisce addirittura meglio di come consigliava lo Stagirita (ma nel fare ciò, a ben guardare, incarna un’idea di religione del tutto pagana, mercantile e retributiva).

[4] I.1.10-11 ora che sono i Baccanali in Milano: il termine ‘baccanali’ trae origine dalle antiche feste greche in onore di Dioniso, diffusesi poi nel mondo romano acquisendo il nome latino da Bacco. Nella cultura dei secoli successivi il termine passa ad indicare le feste di Carnevale e, in generale, divertimenti sfrenati e licenziosi (cfr. GDLI, I, p. 923).

[5] di vita attiva e insiem contemplativa: insignita della duplice natura che già dal testo biblico è indicata come meta da raggiungere, la professione dell’avvocato subisce qui una sorta di nobilitazione che agli occhi del lettore deve risultare iperbolica e dunque ridicola. Vita attiva e vita contemplativa sono, come è noto, oggetto di studio da parte di Becelli: lo attesta fin dal titolo il suo Trattato nuovo della divisione degl’ingegni e studi, secondo la vita attiva e contemplativa, scritto singolarmente ad uso della nobiltà d’Italia, Verona, Ramanzini, 1738.

[6] I.1.35-36 che voi siate cliente ed avvocato, / anzi un poco più in là, cioè filosofo: sulla scia dell’accostamento fra vita attiva e contemplativa si colloca anche questa seconda considerazione sulla duplice natura questa volta dell’amico, che, ancora una volta con ironia, è preso in giro per le qualità che implicitamente lui stesso si attribuisce.

[7] che meglio scrive / quando la coda il diavolo si pettina: notizie esaustive su questo detto popolare si trovano nell’edizione critica della Moschetta (1545) ruzantiana a cura di D’Onghia. Il primo atto si apre proprio con questa esclamazione: «a’ crezo ch’a’ foesse inzenderò quando Satanasso se pettenava la coa»: la nota traduce «credo di essere stato concepito quando Satana si pettinava la coda» ossia ‘credo d’esser nato disgraziato’ e rimanda a Gigio Artemio Giancarli, La Zingana, 221: «Credi che ti xé nassùo quando quell’altro se petenava», fornendo di seguito una serie di espressioni analoghe raccolte dal Dizionario dei Proverbi, a cura di Valter Boggione e Lorenzo Massobrio, Torino, UTET, 2004: «Povero quello che nasce quando il diavolo si pettina la coda [come superstizione popolare]», III, 1.5.23. E ancora: «Nevica: il buon Dio si vede; piove: il buon Dio vuole; lampeggia: il diavolo si pettina» (I, 6.2.9.9); «Sole e pioggia: il diavolo si pettina» (I, 6.2.13.9); «Quando c’è l’arcobaleno si pettinan le streghe» (I, 6.2.9.32); «Quando le donne litigano il diavolo si pettina la coda» (IV, 5.2.5.29.a). Per la coda di Satana, parte integrante della sua iconografia vulgata, D’Onghia rimanda a Gian Luigi Beccaria, I nomi del mondo, Einaudi, Torino, 2000, p. 134. Si veda: Ruzante, Moschetta, edizione critica a cura di Luca D’Onghia, Venezia, Marsilio, 2010, pp. 99-100, disponibile on line all’indirizzo academia.edu/5235038/Angelo_Beolco_il_Ruzante_Moschetta_a_c_di_Luca_DOnghia_Venezia_Marsilio_2010. I precedenti letterari di Ruzante e di Giancarli attestano un uso e una conoscenza del proverbio nell’area veneta in cui si muove anche Becelli.

[8] I.1.44-46: dotali, alberi, testamenti, / inventari, stromenti, pieggerie, /ripudie, fedi, division, procure: si tratta di un catalogo di atti giudiziari. Dotale è naturalmente tutto ciò che riguarda la dote, nel caso specifico di questo contesto è «il negozio giuridico con cui si costituisce la dote e si regolano i diritti, gli obblighi e i rapporti che ne derivano» (GDLI, IV, p. 975); per albero si intende probabilmente quello genealogico; l’inventario consiste nell’«elencazione, descrizione e […] anche valutazione dei singoli beni costituenti il patrimonio di una persona» (ivi, VIII, p. 406); lo stromento è, in generale, un atto pubblico, un patto, un contratto (cfr. ivi, XX, p. 410); la pieggeria è la «garanzia prestata a favore di una persona» (ivi, XIII, p. 397); la ripudia è la «non accettazione dell’eredità» (XVI, p. 724); per fede si intende una certificazione generica, che può essere accompagnata da una specificazione (di povertà, di nascita, di famiglia, cfr. ivi, V, p. 777); la divisione è il procedimento giuridico attraverso il quale si attua una ripartizione di beni (cfr. ivi, IV, p. 880); la procura è l’atto con cui un soggetto conferisce ad un altro il potere di rappresentarlo nel contesto di un atto giudiziario: qui probabilmente, essendo il parlante un avvocato, si intende l’atto stesso di rappresentare un soggetto (cfr. ivi, XIV, p. 453-4); la contumacia è l’omissione di presentarsi in giudizio, o, più in generale, il compiere atti che possano tardare un atto giudiziario e che deve essere notificata dall’avvocato alla persona responsabile (cfr. GDLI s.v.).

[9] che il caminar de’ gamberi somigliano: abbassamento di tono provocato dall’introduzione di un detto popolare, cui fa da contraltare il richiamo mitologico alle fatiche di Ercole che segue pochi versi dopo.

[10] I.1.53-54 Quando queste fatiche avete fatte /che, credo, Alcide non ne feo maggiori: sul lavoro dell’avvocato si getta la luce obliqua dell’ironia attraverso, ancora una volta, un’iperbole con coloritura addirittura mitologica.

[11] quasi mi fe’ la berta: «dar la berta» significa prendere in giro, motteggiare, burlare, ma anche ingannare (cfr. Crusca III).

[12] bergolo: sempliciotto, chiacchierone (GDLI, II, p. 183).

[13] cui tacere è bello: tessera dantesca (cfr. Inferno IV, 104).

[14] mi par di agnello divenuto lupo: l’espressione proverbiale tratta dal sostrato della classicità (Esopo, Favole, CLX) e della tradizione cristiana (Luca, X, 3) ben si inserisce nella scelta di mantenere il duplice registro e di far accozzare linguaggio popolare e forme letterarie o di matrice letteraria.

[15] I.1.114-115 non già nel ramo / s’annida il tarlo, ma nel tronco stesso: la metafora amplifica retoricamente la formula proverbiale molto più semplice e generica «ogni legno ha il suo tarlo» che trova applicazione figurale già nel Canzoniere di Petrarca (48.5), come riporta Crusca III alla voce tarlo. Nel caso specifico il parlante intende dire che la mancanza, il male, il difetto si annidano alle fondamenta del fenomeno in questione e non in un suo aspetto periferico.

[16] fusta: «spezie di navilio da remo, da corseggiare» (Crusca I).

[17] che monta ciò?: montare nel significato di importare, aver rilievo.

[18] biscaccia: peggiorativo di «bisca»: tavolo da gioco. Il paragone fra il guadagno dell’avvocato e quello del biscazziere (qui nella forma biscacciere) getta subito evidenti sospetti sull’onestà del primo, come verrà esplicitato nei versi successivi.

[19] spendono il cotto il crudo: cioè spendono qualsiasi genere di sostanza. Cotto e crudo, nella loro veste di contrari, simboleggiano la totalità, dunque l’espressione, iperbolicamente, rimanda ad una spesa che non lascia nulla d’avanzo (cfr. anche GDLI, III, p. 923).

[20] impristini: dalla locuzione latina in pristinum, che nel linguaggio giuridico indica «l’operazione mediante la quale una situazione viene riportata a com’era prima di subire una turbativa» (cfr. https://www.brocardi.it/dizionario/1360.html).

[21] Esce da litiganti il succo e il sangue: strettamente legata – sia dal punto di vista semantico, sia nella forma dittologica – alla precedente «spendono il cotto e il crudo», la metafora di iperbole rappresenta con efficacia il processo e l’esito dell’azione dell’avvocato disonesto sui propri clienti, prosciugati dei loro averi per pagare la sua parcella.

[22] I.1.194-197: Con lo stesso coltel si taglia il pane, /e l’uom s’uccide. È meno buona l’acqua / cui Pindaro già disse ottima ancora, / perché altri in essa puote soffocarsi? La doppia metafora vuole significare la natura neutrale di uno strumento, che acquista valore – buono o cattivo – a seconda dello scopo per il quale esso è impiegato dall’uomo. Nella finalità educativa che Becelli attribuisce alla commedia ben si inserisce l’invito ai temi classici della riflessione morale – collegati fra loro – della natura dell’intenzione e del rapporto che l’uomo istituisce fra mezzi e scopi. Il riferimento a Pindaro rimanda al primo verso della prima Olimpica (ριστον µν δωρ...).

[23] gherminella: gioco di abilità manuale, fatto con una cordicella e un bastoncino, volutamente teso a confondere lo spettatore. Per estensione: «inganno, raggiro, azione astuta e fraudolenta» (GDLI, VI, p. 727).

[24] Né odio od amo in nulla queste feste: riminescenza da Catullo, Carmina, LXXXV.

[25] spigolistra: bigotta, bacchettona. La presenza del termine si segnala in Pietro Aretino, Ragionamenti. Dialogo nel quale la Nanna insegna a la Pippa, giornata terza.

[26] ridduzioni > riduzioni: fra i numerosi e differenti significati, la riduzione è definita anche: «Riunione mondana di persone in una casa privata o in un luogo pubblico» (GDLI, XVI, p. 220).

[27] I.2.31-32 ove si mescola il Francese / con l’Italiano, e questo è ormai perduto: come è noto, molto caro a Becelli è il tema della lingua italiana e, in generale, delle caratteristiche peculiari che distinguono una lingua dall’altra. Per questo si legga Della novella poesia italiana, pp. 26, 392 e in generale il libro III. Per l’abitudine diffusa di mescolare francese e italiano e il relativo giudizio negativo di Becelli si veda in particolare il Dialogo terzo in Se oggidì scrivendo si debba usare la lingua italiana del buon secolo. Dialoghi cinque, Verona, Ramanzini, 1737.

[28] quel «monsù», quel «madama»: italianizzazioni del francese «monsieur», «madame», che mostrano come il gusto dei parlanti tendesse a voler esibire affettata raffinatezza uniformandosi alla lingua d’oltralpe, cui è dunque lasciato accesso in quella italiana.

[29] I.3.25-27: Clarice manifesta la propria volontà di non piegarsi al ‘servo encomio’ e di comunicare il proprio pensiero con libertà: comincia a delinearsi la sua figura di donna sicura di sé e che aspira all’indipendenza, che meglio prenderà forma nella seconda parte della commedia e che ricorre frequentemente anche nelle opere di Goldoni.

[30] I.3.30-33: Le parole di Clarice, che non apprezza gli esuberanti movimenti delle danzatrici sul palco, fanno probabilmente riferimento al tipo di danza diffusa in particolare nei teatri della penisola italiana, erede della Commedia dell’arte e caratterizzata da gesti marcati e scomposti, che si discosta dal modello francese di un balletto che vuole imitare con i propri movimenti la dignità dei personaggi rappresentati («In Italia, dove i teatri pubblici avevano aperto le loro porte prima che a Parigi, la danza doveva intrattenere un pubblico molto meno raffinato di quello di corte, perciò aveva raggiunto un alto grado di virtuosismo e spettacolarità» afferma Liana Püschel, Echi da corpi lontani. Aspetti del balletto preromantico, in Metamorfosi dei Lumi, 7, Torino, Accademia University Press, 2014, pp. 184-201).

[31] nicchio: letteralmente conchiglia; per traslato conca, rientranza, nicchia. Probabilmente intende una borsa la cui forma ricorda una conchiglia.

[32] in altre cose spendere: espressione volutamente sibillina, che può comprendere tra i referenti non solo le cause da tribunale.

[33] manigoldo: giustiziere, carnefice, boia. Per estensione aguzzino, tortu­ratore; persecutore. In senso generico: uccisore, assassino (GDLI, IX s. v.). Con figura decettiva Clarice sposta la prospettiva dalla generosità millantata dall’avvocato – e dunque dalla sua appartenenza a tutti, che significa disponibilità a servire tutti – alla sua auspicabile ‘appartenenza’ alle mani del giustiziere.

[34] d’occuparvi in ben far: si affaccia qui per la prima volta il tema del «ben far», in questo caso oggetto dell’inganno in cui cade Vittoria e che troverà declinazioni eterogenee nel corso della commedia. Sul tema si proietta una lunga tradizione di interpretazioni che muove da Dante, autore certamente molto frequentato da Becelli, come dimostrano anche solo le numerose tessere dantesche di quest’opera (sul «ben far» si veda l’introduzione).

[35] I.5.10-12: Allorché l’oste / è dentro la fortezza, abbruci, uccida, / saccheggi quanto vuol, non c’e rimedio: la metafora che, come di consueto, viene esplicitata nei versi che seguono, proviene dall’immaginario militare. «Oste» è da intendersi qui come traduzione letterale del termine latino hostis, nemico.

[36] Credete forse che un sonetto sia...: inizia qui un affondo importante sul mestiere del poeta: agli occhi del popolo scrivere versi appare come un automatismo che, una volta acquisito dallo scrivente, necessita solo di essere avviato e che funziona più facilmente se i versi devono essere disposti nella forma ben codificata del sonetto. Inteso in questo modo, il fare versi risulta molto più semplice che il mestiere dell’avvocato.

[37] citazione: in senso giuridico è atto formale in cui è contenuta la chiamata in giudizio, vale a dire l’invito a presentarsi davanti al giudice (cfr. GDLI, III, s. v., p. 198). Con le sue affermazioni, Pompilio ristabilisce subito la posizione di superiorità del fare versi sulle azioni degli avvocati.

[38] ove si stia la quaglia: modo di dire che equivale a ‘dove sta la questione principale’; in questo caso, per «quaglia» si intende il nodo cruciale della causa, di fronte al quale si cerca di confondere l’avversario qualora questi avesse in realtà la ragione dalla propria parte. Per la sua massiccia presenza nella dieta della popolazione contadina, essendo animale facilmente catturabile, la quaglia è spesso presente nei modi di dire e nei proverbi.

[39] I.5.36-37 Ut in lubricis, ut stant stantibu rebu: visi iurebu: trascrizione del latino maccheronico esibito dal borioso, ma evidentemente poco competente, personaggio. La forma corretta delle clausole qui elencate potrebbe essere ut in lubriciis; sic stantibus rebus; nisi iure [nelle situazioni controverse; stando così le cose; se non attraverso il diritto]. L’espressione latina sic stantibus rebus è molto diffusa anche al di fuori del contesto giudiziario.

[40] I.5.43-49 Le caratteristiche del sonetto qui sintetizzate da Pompilio trovano più ampio spazio e dettagliate spiegazioni nel trattato di Becelli Della novella poesia, libro III, pp. 329 e seguenti.

[41] I.5.82-83 uno di quei servigi, cui maiuscoli / diciamo in nostra lingua d’avvocati: nella produzione poetica del XVII secolo l’aggettivo «maiuscolo» è usato spesso in senso figurato come sinonimo di «esagerato». Il GDLI rileva un’occorrenza proprio nel Becelli con il significato di «eccezionale», «considerevole» (vol. IX, p. 490).

[42] mio ben da te mi parto: possibile allusione al recitativo della cantata, musicata da Antonio Vivaldi, Nel partir da te mio caro (RV 661), il cui primo verso suona «Parto, mio ben, da te io parto, addio», che risulta però di autore sconosciuto.

[43] domin: signore, in senso lato. Qui nel senso di diamine (GDLI, IV, p. 937). Se preceduta, come nel caso in questione, dal che, assume valore di particella interrogativa (Crusca III, vol. 2, p. 573, GDLI, IV, p. 937).

[44] cartuccia: piccolo pezzo di carta.

[45] arma: qui vale per impresa della monaca. ♦ fusta: qui fiaccola di legno.

[46] porre in fusta: giocando sull’equivoco tra fusta intesa come fiaccola e fusta intesa come imbarcazione, il poeta Pompilio genera l’effetto comico assimilando correttori e stampatori nel comune destino dei rematori sulle navi.

[47] I.7.42-43 o uno stuol di librai fiaccarsi il collo; /o l’arte anco smarrirsi della stampa: iperbole che si inserisce nella tirata contro i tecnici dell’editoria.

[48] diffalta: qui nell’accezione di mancanza (cfr. Crusca IV, vol. 2, p. 104).

[49] facciansi in Carnovale, od in Quaresima?: la domanda è provocatoria, in quanto sia nel giorno di Carnevale, sia nel periodo di Quaresima non era lecito celebrare matrimoni.

[50] a me ne sa e all’altre: espressione impersonale che significa «lo sappiamo io e le altre».

[51] I.8.19-34 Consueta tirata tesa a ridicolizzare il legame coniugale. La metafora continuata viene immediatamente sciolta: la moglie è utile solamente per quanto porta in dote; una volta esauriti i beni, si va in cerca di un’altra donna che possa procacciarne altri. Anche in questo caso Celio non esita a manifestare la propria netta predilezione per la categoria dell’utile rispetto a quella del giusto.

[52] sbracciolarmi: alterato da sbracciarsi: compiere ampi gesti con tutta l’estensione delle braccia.

[53] giucare: per giocare. La forma è registrata in numerosi esempi in tutte le edizioni di Crusca, mentre la forma giocare compare a partire da Crusca III.

[54] vendimini: tessera trascelta direttamente dalla forma verbale della seconda persona plurale dell’imperativo passivo del verbo latino vendo, che va tradotta con “siano venduti”. Il servo, cui il termine forbito attribuisce un’aria di ironica serietà, vuole dire che, quando si trovi nella necessità, Celio non esiterebbe a fare di una preziosa veste della propria dama una merce da vendere.

[55] non diran solo il bisogno: ancora una volta l’ironia si fonda sull’equivoco. Il servo riprende il medesimo significante impiegato poco sopra da Celio («Dirai il bisogno?» v. 74) per attribuirgli un referente meno astratto, che abbassa la materia dal tema della comunicazione a quello della mera sopravvivenza, enfatizzando l’accusa di avidità nei confronti di Celio stesso.

[56] I.8.102-106 Oh che bel mondo! [...] Oggi queste non son moda o costume: il lamento del servo contro i cattivi costumi del secolo, da subito ammantato di ironia, non guarda, come di consueto, al passato, ma si proietta nel futuro.

[57] Convien ch’io maledica il punto e l’ora: rovesciamento del celebre incipit del sonetto di Petrarca Benedetto sia ’l giorno, et ’l mese et l’anno (Rerum vulgarim fragmenta, LXI). Il verso di Petrarca è caro a Becelli, tanto che lo si ritrova in filigrana per ben due volte anche nella commedia Li poeti comici, testo metateatrale in cui Becelli mette in scena la propria poetica. Lo sottolinea Cristina Cappelletti: «Nella Scena terza dell’Atto primo, per esempio, Becelli riprende due volte, nel torno di pochi versi, una citazione petrarchesca, “Benedetto sia ’l giorno, e ’l mese, et l’anno, / et la stagione, e ’l tempo, et l’ora, e ’l punto…” (RVF LXI), usata prima in negativo, “Poiché più volte io maledissi l’anno, / il mese, e l’ora, e il punto allor ch’io nacqui”, e poi citata quasi alla lettera: “Ch’io benedica il punto, e l’ora, e il mese, / e l’anno, ond’io cercai d’esser Poeta” (Li poeti comici, I 3, 9)» (Cristina Cappelletti, «Il desiderio di riformare i mondani costumi», «Studi Goldoniani», cit., p. 84.). Nel caso di Pompilio il verso si conclude diversamente, ma apre una scena nella quale il poeta maledirà la propria attività.

[58] I.9.7-8 a chiedermi sonetti madrigali /distici ottave acrostici canzoni: l’enumerazione per asindeto accumula e confonde differenti generi di componimenti eliminando la particolare natura di ognuno e raggruppandoli indistintamente, al culmine del climax, nella categoria di «pesti simili poetiche», v. 9.

[59] che certo è un vizio quello di far versi: autoironia dell’autore attraverso il proprio personaggio.

[60] io vivo servo di Clarice: tale servitù è da intendersi come «dedizione, attaccamento devoto nei confron­ti della persona amata» (GDLI, XVIII, s. v. servitudine, p. 780).

[61] Ei par un agnellin alla signora: le accuse di simulazione contro Celio si reggono su una trama di similitudini tratte dal mondo animale che, benché non tutte a lui riferite, ne sottolineano gli aspetti peggiori, ma più veritieri, del carattere.

[62] se quel mal far: che si contrappone al «ben far» (v. Introduzione).

[63] I.9.63-64 star come colomba / ch’è per cader tra poco in man del nibbio: la tradizionale similitudine paragona la giovane Clarice alla colomba, mentre Celio è esplicitamente ricondotto alla rapacità del nibbio. L’archetipo classico è Fedro, Fabulae I, 31, un brano la cui morale ben si addice alla situazione di Vittoria e Clarice di fronte a Celio: chi cerca difesa e protezione presso un malvagio ingannatore trova la rovina.

[64] venire a gala: per traslato: venire a manifestarsi. [o mostrarsi in superficie, se fosse una forma errata di ‘galla’].

[65] I.9.76-79 Cerca il castigo, / come fa il veltro la fugace lepre / sempre la colpa e per quanto ella imboschi /alfin la trae dall’ombra nella luce: sempre tratta dal mondo animale, la similitudine si sposta dal soggetto Celio alla considerazione delle conseguenze delle sue azioni. Il castigo che voglia punire la colpa è paragonato al veltro che voglia stanare la preda e la insegue fin quando non la porta alla luce.

[66] I.9.98-100 Il cielo / aita il buon voler e la fortuna / della prudenza è serva, non signora: il tema del rapporto fra virtù e fortuna attraversa la trattatistica del XVI secolo e trova la propria formulazione più celebre nelle pagine di Machiavelli. La posizione di superiorità della virtù – umana – della prudenza rispetto alla fortuna si radica anche nel sentire del secolo XVII, come ben mostra anche una tela di Marco Liberi (Venezia 1640- ivi 1725) intitolata, appunto, La fortuna e la prudenza che ritrae la prima in atto di prendere in braccio, dunque di servire, la seconda. In questi versi vengono allineate due versioni della medesima idea: la prima legata ad una visione del mondo che vagamente comprenda anche una dimensione trascendente; la seconda che invece si muove sul mero piano della contingenza.

[67] II.1.4-12 Poiché dir suole il volgo [...] sappiano macinar grano a riccolta: con le sue metafore Fabio cerca di elevarsi da quello che egli stesso indica come piano della proverbialità popolare, ma impiega un’immagine anch’essa tratta dal mondo contadino. «Una mano lava l’altra e tutte e due lavano il viso» si traduce dapprima nell’idea che “il cliente ingrassa il procuratore e poi entrambi beneficano l’avvocato” e, subito dopo, il procuratore e l’avvocato vengono assimilati a due mulini che macinano farina (cioè il denaro dei clienti). La metafora del mugnaio viene in seguito raccolta da Celio ai vv. 14 e 19.

[68] II.1.20-23 Ma da pagarsi appunto da mugnaio [...] di poi dirò come con voi lo macino: Fabio prosegue con la metafora dei mugnai rendendone alla fine esplicito, come di consueto, il significato.

[69] II.1.41-42 Poiché io raddrizzerò l’Ordine, e poi / adoprerem nel Merto il signor Celio: Fabio utilizza qui termini tecnici della giurisprudenza. Il merito, cioè il grado di fondatezza di una pretesa che si vuol far valere in giudizio, si contrappone all’ordine, da intendersi come sinonimo – desueto – di procedura (GDLI, X, s. v. merito, p. 171 e XII, s. v. ordine, p. 50).

[70] protomedico: per traslato, il funzionario più importante in campo di liti giudiziarie.

[71] ch’ogni incertezza apporta paga certa: la malizia di Celio nell’ingannare chi si rivolge a lui si esprime qui icasticamente attraverso l’antitesi fra certo e incerto nelle forme del sostantivo e dell’aggettivo.

[72] che il render finalmente vien dal pendere: benché normalmente impiegato per indicare la restituzione di quanto si deve al legittimo destinatario, in questo caso, che accumula paranomasia, equivoco e decezione, il verbo rendere va inteso come sinonimo di restituire, o, meglio di dare, a sé stessi, dunque di guadagnare. Il guadagno sarà tanto più assicurato quanto più si sarà mantenuto il tribunale, e per conseguenza il cliente, nello stato di attesa di controlli, indagini, nuovi elementi probatori che allungano i tempi e aggravano gli oneri.

[73] So che altrove non è miglior macinio: la scena si conclude circolarmente, come era iniziata, con la metafora del mulino.

[74] vosco: «con voi» (dal latino vobiscum).

[75] II.3.3-12 di ciò che maggiormente preme [...] de’ cavalli, carrozze e ancor livree: esibita ridicolizzazione della figura della donna superficiale, tutta dedita alle cose materiali, alla bellezza fugace, all’esibizione della ricchezza, che non si cura degli aspetti sostanziali delle situazioni. L’ironia di Pompilio, che paragona iperbolicamente la rassegna degli ornamenti del matrimonio alla rassegna di un esercito offre il destro ad un’ulteriore messa in ridicolo della nobildonna, che fa entrare in scena a guisa di personaggi, il Lusso, il Comodo e il Piacere (vv. 21-45) e successivamente difende la necessità di cambiare veste ad ogni occasione diversa della giornata (vv. 47-55).

[76] Dite anzi, come donna pensier cangia: apice del climax sulla leggerezza femminile, che molta fortuna conosce nella letteratura e che verrà reso indimenticabile un secolo dopo dall’aria La donna è mobile del Rigoletto (1851) di Giuseppe Verdi ispirato al dramma Le roi s’amuse (1832) di Victor Hugo. Il tema, declinato in toni più o meno accesi, percorre tutta la tradizione letteraria a partire dalla classicità: si ricordino almeno il verso virgiliano «varium et mutabile semper / femina» (Eneide, IV, vv. 569-570) e, in tempi e circostanze più vicini al Becelli, l’apostrofe di Rodomonte sull’incostanza femminile nel canto XXVII dell’Orlando furioso: «Oh feminile ingegno (egli dicea) / come ti volgi e muti facilmente, / contrario oggetto proprio de la fede! / Oh infelice, oh miser chi ti crede!», ott. 117, vv. 5-8 (per un’ampia ricognizione che va ben oltre i limiti cronologici di questo lavoro si legga Paola Cosentino, L’invettiva misogina: dal Corbaccio agli scritti libertini del ’600, in Le scritture dell’ira. Voci e modi dell’invettiva nella letteratura italiana, a cura di Giuseppe Crimi e Cristiano Spila, Roma, RomaTrE-Press, 2016, pp. 29-49).

[77] II.3.73-75 Piacer io stimo l’aver pace e quiete, / non tormentar sé stesse, e né pur gli altri. /E conversar insieme senza invidia: la saggezza quasi stoica di Pompilio si contrappone con sintetica sentenza allo sfoggio, di parole come di cose, di Vittoria.

[78] guarnache: plurale di guarnaca, forma antica di guarnacca: sopravveste originariamente ampia e lunga, aperta ai lati, spesso foderata di pelliccia e fornita di cap­puccio, che veniva indossata, specie dagli uomini, sopra ogni altro abito per ripararsi dal freddo e dalla pioggia (GDLI, VI, p. 129).

[79] stucchio: astuccio. Il GDLI lo registra nel supplemento del 2009, p. 804 e lo indica quale nome desueto.

[80] orivolo: da «oriolo», orologio.

[81] Andato invisibilio: diventato invisibile.

[82] Mira qual fronte di bagascia e druda: il servo si abbandona completamente al linguaggio che si addice alla sua appartenenza sociale, ma non senza associarlo ad una esclamazione più forbita che provocherà decezione: precede, infatti, la dittologia di dispregiativi il raffinato «mira qual fronte» (vale a dire «guarda che faccia»). Bagascia è donna di malaffare e concubina; analogamente, druda è amante disonesta: entrambi i termini sono in uso già negli autori del Trecento, Dante e Boccaccio in primis.

[83] Se il vel fu riceùto: il se andrà inteso alla maniera di «eccome», come rafforzativo dell’affermazione precedente, ma probabilmente con sfumatura dispregiativa.

[84] rimeritato: da rimeritare, vale a dire rendere merito. Nella diatesi passiva significa dunque essere riconosciuto nel proprio merito.

[85] al tempo de Sforzeschi e de’ Visconti: Argentina allude ad un passato che sente remoto e le cui abitudini non possono più tornare in essere. Rispetto alla pubblicazione della commedia sono passati quattrocento anni dalla dominazione viscontea e circa trecento da quella sforzesca su Milano.

[86] oggi è volata la merenda in cielo: oggi non è possibile fare merenda. L’espressione probabilmente riadatta il modo di dire «san Michele porta la merenda in cielo», che significa che dopo la fine di settembre (la Festa dei santi Arcangeli cade il 29 settembre), i contadini smettono di far merenda in quanto le ore di sole – e dunque di lavoro – diminuiscono (cfr. Serdonati, Proverbi italiani, vol. III, p. 1482, raccolta disponibile anche on line nella banca dati dei Proverbi italiani all’indirizzo https://www.proverbi-italiani.org/index.asp?m=0). Più celebre e più largamente documentata nei repertori di proverbi la versione toscana del modo di dire: «san Luca: la merenda nella buca», che mantiene il medesimo significato relato al contesto del lavoro nei campi, spostando però la data tre settimane più avanti (18 ottobre). Questo dato potrebbe far indurre che il modo di dire legato a san Michele sia proprio del Nord della Penisola.

[87] Sozze trombette, bergole sfacciate: il verso riecheggia l’incipit del sonetto LXXX del Burchiello «sozze trombette, giovani sfacciate», che si colloca nel contesto delle invettive contro le donne, questa volta troppo provocanti, nel XVI secolo (si veda sopra II.3.46). Dato il contesto, trombetta sarà da interpretare non come metonimia della voce stridula, ma come tromberta, termine del linguaggio volgare per indicare l’organo genitale femminile. Per bergola si veda I.1.77.

[88] impatta: impattare sta per «riuscire a mantenersi in condizioni di parità, senza perdere» (GDLI, VII, p. 412).

[89] che il padrone è sul ghiaccio di danaro: la metafora significa che il soggetto si trova in una situazione alquanto precaria e sdrucciolevole per quanto riguarda i denari a disposizione, ma dal contesto l’espressione potrebbe considerarsi addirittura analoga a «essere sul lastrico», dunque non avere sostanze, essere in estrema necessità.

[90] ne faccia uscir da qualche buco: espressione popolare il cui significato, come si evince dal contesto, è sovrapponibile a ‘riuscire a ottenere un qualche risultato’. Lo si induce, per contrario, anche dalla molto più celebre e diffusa espressione «non cavare un ragno dal buco» – cioè non riuscire a concludere nulla – che i dizionari attestano a partire però dal XVIII secolo, e della quale, dunque, questo modo di dire sembrerebbe un antenato (Crusca IV, vol. I, s.v. cavare § XLIV, poi Tommaseo-Bellini, Dizionario della lingua italiana, vol. II, p. 424).

[91] Il confronto tra madre e figlia che occupa tutta la scena sviluppa il tema, già introdotto nel dialogo fra Clarice e Pompilio, della contrapposizione fra l’opportunismo e la superficialità della madre Vittoria e l’onestà e la trasparenza della figlia Clarice, la quale continua a dimostrare aspirazioni di grande modernità nel suo opporsi ad un matrimonio per interesse e nel suo coraggio di manifestare la propria volontà in contrasto con quella della madre.

[92] Celio Mignatta: disvelato anche il cognome, si ottiene un ritratto esaustivo del principale personaggio negativo della commedia. Il nome Celio indica la sua propensione a prendersi gioco degli altri; mignatta, espressione popolare per ‘sanguisuga’, rimanda alla sua natura di parassita e di approfittatore delle ricchezze altrui: in senso figurato mignatta è infatti «Persona avida, che opera con insistenza e pertinacia, anche imponendo fastidiosamente la propria presenza, per carpire i beni altrui o per trarre comunque un vantaggio personale, sia pur minimo, da amicizie, protezioni, situazioni; scroccone insaziabile, parassita; chi è pronto a lucrare e a speculare sulle sventure o sul bisogno del prossimo; sfruttatore» (GDLI, X, p. 392).

[93] II.5.56-58 e per lo matrimonio, che dipende / dal voler nostro e dalla libertade, / né men tre giorni mi volete dare?: alla ragazza, pur nella sua giovane età, viene attribuita una consapevolezza notevole sia su tematiche antropologiche, sia sulla natura del matrimonio, probabilmente specchio della consapevolezza che l’autore vuole diffondere.

[94] II.5.63-64 Or noi fanciulle semplici innocenti / al mondo nate siam per esser schiave?: protesta degna del femminismo del XX secolo. Una domanda che sul palcoscenico del teatro poteva suscitare reazioni differenti, dalla superiorità altera, alla pavida inquietudine, alla timida o focosa condivisione.

[95] stitico: «per metaf. si dice a Uomo ritroso, e che malvolentieri s’accomoda all’altrui voglie» (Crusca IV, s.v., vol. 4, p. 749). In questa apostrofe giudicante di Fabio si pone in luce fin dall’inizio l’antitesi fra i due personaggi, che meglio verrà sviluppata lungo tutta la scena. Fabio appare nella sua natura di corruttore e utilitarista; Florindo, invece, quale professionista onesto.

[96] II.6.12-13 gli amici miei senza mercede io servo, / ed i poveri ancora: nella risposta a Fabio vengono alla luce la natura integerrima di Florindo e la sua concezione della giustizia, che comprende, sì, il meccanismo retributivo della ricompensa, ma anche la gratuità verso gli amici e soprattutto verso i bisognosi.

[97] riccompensa: raro per ricompensa. Se ne trova occorrenza nella Relazione di L.R. Sier Renier Zen Cavalier et Sier Anzolo Contarini Cavalier Ritornati Ambasadori Estraordinarij all’Imperator, datata 18 febbraio 1637 e disponibile on line all’indirizzo: http://www.bibliotecaitaliana.it/testo/bibit001686#bi_f

[98] II.6.22-25 se taluno ancor de’ ricchi / la debita mercede non mi porge; / cortesemente, e non con volto fiero /o con irato cor, io li congedo: giustizia è anche esigere dai propri clienti una equa amministrazione dei beni e chi ne possiede dovrà più prontamente di altri ricompensare un servizio. Anche in questo caso Florindo sottolinea un aspetto grazioso del proprio agire: si rifiuta di lavorare per i facoltosi che non vogliono pagare, ma li congeda senza ira.

[99] II.6.40-41 Una certa dottrina adoperiamo / che da alcuni si chiama del compenso: la spiegazione di tale meccanismo, per cui del danno in danaro che si riceve da un debitore ci si rifà lasciando aperto un ulteriore debito con un terzo, riparando, così, la propria perdita col danno altrui, pone in luce la natura di Fabio.

[100] biscaccia: dal verbo biscazzare, giocare d’azzardo (cfr. supra I.1.163): si veda GDLI, II, p. 249.

[101] bergolo: vedi I.1.77.

[102] II.6.60-62 Ma ben mi pare /col puro lume natural, che quello / non sia diritto: l’onestà intellettuale di Florindo lo conduce a smentire apertamente la liceità del comportamento descritto da Fabio, una smentita fondata sul semplice “lume natural”, dunque su una capacità di discernimento che tutti gli uomini possiedono per natura e che anche Fabio dovrebbe utilizzare.

[103] II.6.78-79 che distingue il mondo / tra il far bene e mal fare: il tema del ben far e far male ricorre nella Commedia dantesca, soprattutto nel Purgatorio: si legga per questo Maria Teresa Girardi, Ben far e salvezza. Qualche riflessione, in Peccato, penitenza e santità nella Commedia, a cura di Marco Ballarini, Giuseppe Frasso, Francesco Spera, Roma, Bulzoni Editore, 2016, pp. 99-109. Come già aveva dichiarato di comprendere col solo ausilio della ragione che il modo di recuperare i soldi persi proposto da Fabio è ingiusto, così ora Florindo, ampliando lo sguardo, riconosce che tutti gli uomini sono in grado di distinguere l’agire malvagio da quello retto. Si veda per questo Purgatorio XVI, 75.

[104] openion: forma ricorrente nel Cinquecento per opinione. È attestata, tra gli altri, in Bembo, Aretino, Tasso e Dolce, nei vari generi della poesia, della trattatistica, delle epistole e della produzione teatrale. È riportata in Crusca III e IV, rispettivamente in vol. 3, p. 1121 e vol. 3, p. 409.

[105] II.6.89-90 quelle cose sono / da disputarsi nelle scole: la distinzione fra utile, da un lato, e giusto (e onesto), dall’altro, è oggetto di amplissima riflessione filosofica già a partire dall’antichità e si fa questione urgente in ambito morale e politico soprattutto nel XVIII secolo, dopo la diffusione della corrente dell’utilitarismo. La disputa teorica su cosa sia giusto è per Fabio da rinserrarsi nel chiuso ambito delle dispute universitarie, rispetto alle quali la concreta esistenza è altra cosa. L’autore mette qui in discussione la distanza che separa il sapere dei dotti e la pratica quotidiana, nell’ambito giuridico in particolare, ma anche in tutte le altre attività umane sulle quali, naturalmente, incidono gli orientamenti morali e i criteri di scelta.

[106] II.6.91-92 nel mezzo delle piazze o delle strade / che qui si bada all’utile e non altro: Fabio registra un fenomeno diffuso, che, nella sua prospettiva, proprio per la sua diffusione diventa automaticamente lecito.

[107] O miseri che siamo e stolti insieme!: cfr. «e pur con tutto ciò miseri e stolti» (Vittoria Colonna, Stanze VII, Bergamo, Pietro Lancellotti, 1760); cfr. anche Paradiso XI 1.

[108] II.7.1-18 La parlata di Pompilio si inserisce nella critica già avviata negli atti precedenti sulla leggerezza delle persone attente alle mode e schiave dell’esibizione dei beni posseduti (si vedano in particolare i vv. 10-16: «io che d’este pompe non intendo / né la cagion né il modo, e che mi sembrano / tutte pazzie, di casa m’involai / […]. / O miseri che siamo e stolti insieme! / Quanto non solo è il danno, ma la falsa / sottigliezza e pazzia di quelle pompe»).

[109] che al suo terren non vuol di Celio i ferri: nel contesto della battuta Argentina sta dicendo che Clarice non vuole subire l’influenza di Celio, né ammette il suo insediamento in casa propria. In Decamerone, IV.2 si trova un’espressione che, pur ponendosi da un altro punto di vista, può indirizzare verso una più precisa interpretazione di questi versi: «parendogli terreno da’ ferri suoi», che significa «soggetto da poterla ingannar con le sue malizie», secondo quanto registra e spiega Crusca I alla voce ferro. Le parole di Argentina, forse suo malgrado, vogliono allora anche dire che Clarice si sottrae ad essere considerata oggetto di inganno e non ammette di essere identificata con un terreno che Celio possa ‘lavorare’ (intesa in questo senso, suggerito da Serdonati [«Esser terreno da poterlo maneggiare e lavorare», cfr. https://www.proverbi-italiani.org/serdonati_scheda.asp?IDE=6&IDPC=93426&DIR=pre], l’espressione potrebbe costituire anche un’allusione volgare).

[110] io m’ingegnai di battere il focile: con riferimento allo strumento di acciaio col quale si percuoteva la pietra focaia, vale per «suscitare la scintilla» (GDLI, VI, p. 416). L’espressione si riscontra anche in Giambattista Basile, Pentamerone, giornata IV, cunto X.

[111] II.7.40-41 ma Clarice non è qual l’altre donne / pronte a cangiar, come biscia, la scorza: torna il tema della volubilità femminile (vedi supra II.3.46).

[112] faraone: gioco d’azzardo con le carte molto diffuso in Francia e amato soprattutto a corte; in territorio italiano conosciuto principalmente a Milano e a Verona; ne parlerà Casanova nelle Memorie scritte da lui medesimo.

[113] marsina: Abito maschile da cerimonia, di colore nero, con falde strette a coda di rondine; frac. (GDLI, IX, p. 834).

[114] Farinello: soprannome del celeberrimo cantante lirico castrato Carlo Maria Michele Arcangelo Broschi (1705-1782). Il soprannome si deve probabilmente alla facoltosa famiglia napoletana Farini che gli ha consentito gli studi musicali negli anni della giovinezza (Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, vol. XIV, 1972).

[115] pedante: da intendersi nel significato tipicamente attribuitogli dalla tipizzazione della commedia, quale letterato semidotto, di cultura incerta e manchevole, di mente ottusa e ristretta (GDLI, XII, p. 417).

[116] Ninferno: forma letteraria e antica per Inferno.

[117] Conte de’ Sansugoli: come quello di Celio Mignatta, il nome riconduce all’idea della sanguisuga (sansugo) e dunque al tema dell’avidità e dello sfruttamento.

[118] III.1.4-5 solo rimane / una cosa ed è quella, il mio volere: il personaggio di Clarice si rafforza nella consapevolezza del peso della propria volontà, tanto che nei versi successivi ribadirà che è sufficiente un suo «no» perché il matrimonio non si faccia.

[119] oh può fare il mondo!: esclamazione di meraviglia, indignazione, disapprovazione (cfr. GDLI, X, p. 791).

[120] e senza dote: unico quinario presente nella commedia. La centralità dell’argomento nell’economia degli interessi in gioco potrebbe far pensare ad una scelta intenzionale da parte dell’autore per sottolineare il contenuto del verso.

[121] abaderobbono: probabilmente da intendersi come “ci baderebbero”.

[122] troiate: masnade, gruppi di uomini di campagna vestiti in modo trasandato (cfr. Decameron, VII, 8).

[123] ricatarsi: rifarsi di danni o perdite.

[124] III.1.56-57 i campi se gli cuopre / un grillo con un’ala, od una mosca: espressione iperbolica per indicare la ridottissima estensione dei terreni posseduti da quei «signorini», in generale, di cui parla Clarice, che ostentano virtù e ricchezze che non hanno.

[125] III.1.77-81 la Natura dona a tutti noi /dritto discorso […] / Ma poi quello che dicon gli altri e l’altre, […] / guasta in noi il don dalla Natura dato: alla serva Argentina tocca (inaspettatamente?) una delle considerazioni più profonde della commedia, che rimanda ancora, in ultima analisi a Purgatorio XVI: ogni uomo è dotato dalla natura della capacità di parlare secondo verità (dunque, più a monte, di discernere il bene dal male), ma le relazioni con gli altri inficiano questo dono (come il discernimento viene offuscato dalla frequentazione degli uomini). All’eco dantesca si sovrappone il cronologicamente più vicino pensiero che si sta diffondendo in Europa sullo stato di natura. Le considerazioni di Argentina sembrano richiamare in modo generico anche gli insegnamenti che Becelli trova negli Aforismi di Locke che lui stesso traduce (Arte dell’educare i fanciulli di Giovanni Loche inglese ridotta ad Aforismi con alcune aggiunte, Verona, Dionigi Ramanzini, 1736, che prende le mosse da John Locke, Some Thoughts Concerning Education, London, Churchill, 1693) e nei quali il filosofo inglese tratta ampiamente del rapporto dei fanciulli con le parole e dei modi con cui essi devono essere aiutati a sviluppare la conoscenza e l’arte del parlare.

[126] III.1.108-109: che tal virtù è di noi serve tutte, d’udir sempre i secreti dei padroni: dopo le alte considerazioni di pochi versi prima, la serva chiama virtù quello che in realtà è un vizio, provando nei fatti che, benché sia dato all’uomo di parlare rettamente, «quel che s’usa, /guasta in noi il don dalla natura dato» (vv. 80-81).

[127] tristanzuol: uomo di poco spirito. È attestato in Boccaccio, Decameron II, 10, come riporta Crusca III, vol. 3, p. 1730.

[128] III.1.135-138 sebben l’alma, all’improviso / colpo, e timor […] / alcun poco s’arrese e vacillò, or non dimen ripiglia ogni sua forza: l’animo di Clarice continua a dimostrarsi risoluto e libero da condizionamenti.

[129] III.2.19-21 e tollerate a un tempo /questa nuova ferita della sorte, / con la virtù: ritorna il motivo rinascimentale della virtù che si oppone agli assalti della fortuna.

[130] cosa cara non già, ma necessaria: la statura di Pompilio gli fa distinguere con chiarezza il bisogno di ciò che è necessario dall’attaccamento ai beni materiali in generale.

[131] III.2.30-40 Le medesime circostanze spiegate da Argentina a Clarice vengono qui, per così dire, tradotte da Pompilio a Florindo in un linguaggio da par loro, vicino a quello specifico della giurisprudenza, con un inserto latino.

[132] che priva lei d’aver, d’affanno m’empie!: Florindo esprime la propria preoccupazione attraverso un chiasmo ricalcato sulla più autorevole tradizione petrarchesca.

[133] ma strinsi l’aria e seminai nell’onda: fondata sul raddoppiato contrasto fra l’atto veicolato dal verbo e la natura del relativo complemento, l’espressione vale a dire “feci una cosa inutile”. Reminiscenza letteraria forse da Jacopo Sannazzaro, Arcadia, Venezia, Girolamo Cavalcalupo, 1565 (1504): «Nell’onde solca e nelle arene semina […] / chi sua speranza pone in cor di femina» (pp. 38-39).

[134] smaniglie: bracciale d’oro con pietre preziose e miniature applicate su un velluto nero. In senso generico: braccialetto, anche di materiale soltanto semiprezioso (GDLI, XIX, p. 146).

[135] ell’è una cortesia da ca’ del diavolo: una cortesia che in realtà è un imbroglio, tipica dunque degli ambienti che hanno a che vedere col demonio.

[136] III.6.3-5 come stava la volpe sotto il corvo…: Freccia mostra una conoscenza dei classici inconsueta per un servo. E Vittoria finge di non comprendere il paragone, tanto che il servo, come spesso accade per le metafore contenute nella commedia, spende qualche verso per esplicitare il senso dell’apologo di Esopo, esplicitamente convocato a nome al v. 11 (cfr. Esopo, Favole, CLXV. Nel testo originale il corvo ha in bocca un pezzo di carne, sostituito dal formaggio nella versione di Fedro che si è poi tramandata nel Medioevo e nel Rinascimento).

[137] magagne: difetti, mancamenti. La voce è registrata già nel Novellino, nella Commedia, nel Decameron.

[138] giucator: forma di giuocator registrata in alcuni autori fra il XIV e il XVI secolo.

[139] taccherelle: diminutivo di tacche (= vizi, magagne): cfr. Crusca IV, vol. 5, p. 2.

[140] III.7.29-36 Le aperte accuse di Pompilio contro Celio ricapitolano gli argomenti della prima scena della commedia e sembrano anticipare la premura che manifesta Goldoni ne L’avvocato veneziano di sottolineare che fra gli avvocati ci sono, sì, alcuni disonesti, ma molti altri integri.

[141] daste: raro per «deste».

[142] che non trova invidia in che l’emmende: ripresa di Orlando furioso VII, xii dove si legge, nel corso della descrizione di Alcina: «che non trova l’invidia ove l’emende».

[143] movetevi a pietà del vostro sangue: riecheggia qui il versetto 13 del salmo 90: «Ritorna, Signore, fino a quando? Muoviti a pietà dei tuoi servi».

[144] III.7.81-82 e sopra a tutto, ben pensate a ciò / che il mondo ne dirà: le reminiscenze dalla Sacra Scrittura cedono presto il posto, anche nel personaggio di Pompilio, all’urgenza di presentarsi al giudizio del sentire e del dire comuni.

[145] di questo ancora / si dee temer: la meschinità del punto di vista viene enfatizzata e posta in ridicolo, per accostamento inusitato, dall’eco dantesca da Inferno II, 88: «temer si dee di sole quelle cose».

[146] ch’avean lo stesso conio: in senso figurato: «dello stesso genere», dello stesso tipo.

[147] suggestivo: Crusca IV definisce: «Aggiunto, che si dà per lo più a Interrogatorio, o Interrogazione; e vale, Che ingannevolmente trae altrui di bocca ciò, che non avrebbe detto» (vol. iv, p. 807). In questo caso suggestivo è attribuito a testamento e riconosciuto come poco meno grave di ‘falso’ ed equivalente a ‘estorto’.

[148] tela: qui vale per «progetto» «azione intrapresa», accezione che si trova già negli autori del Trecento. Del modo di dire ‘rompere la tela’ Crusca, IV, vol. v, p. 27 segnala un esempio in Rerum vulgarium fragmenta: «S’Amore o Morte non dà qualche stroppio / alla tela novella, ch’ora ordisco» (sonetto XL, 1).

[149] fiaccarsi il collo: letteralmente «fare una caduta mortale», e in senso figurato, in questo caso, «andare in rovina» (GDLI, III, p. 297).

[150] III.8.34-35 quanto sien fragili le donne / e mobili: Celio ribatte sempre sulla sua convinzione della volubilità come caratteristica muliebre (cfr. supra II.3.46).

[151] in cui dovea cadere al suol la pianta: nel momento in cui le circostanze erano mature. In particolare, quando l’animo di Vittoria era adirato al punto giusto contro sua figlia, tanto da accettare anche l’escamotage della donazione per estrometterla dall’eredità.

[152] piatire: letteralmente «Promuovere un piato; instaurare una con­troversia giudiziaria, litigare avanti all’autorità giudiziaria. […] perorare le proprie ragioni in sede giudiziaria; patrocinare cause giudiziarie» (GDLI, XIII, p. 310).

[153] i rei puniti, ed umili i superbi: nella sua esibizione oratoria, Celio mescola categorie giudiziarie e linguaggio evangelico, citando in filigrana il Magnificat (ha rovesciato i potenti […] ha innalzato gli umili, v. 52), ma snaturandone il senso.

[154] leggista: per «legista», giurista, giureconsulto.

[155] III.8.63-64 ma la donazion taglia ad un tratto / la sorte de’ parenti e la speranza: l’uso metaforico del verbo tagliare consente di assimilare, per traslato, con un’immagine che efficacemente si imprime nella memoria, l’effetto della donazione e l’azione delle tre mitologiche Parche, che decretano la fine di un’esistenza tagliando il filo che le corrisponde.

[156] istromento: contratto (Crusca IV, vol. ii, p. 868).

[157] sospension: nel senso di «situazione incerta» (GDLI, XIX, p. 523).

[158] rio talento: desiderio malvagio (per talento cfr. GDLI, XX, p. 693).

[159] III.9.40-42 è amica / del ben oprar, e del contrario ancora / cioè del mal nemica capitale: ritorna quasi in chiusura il tema del «ben far», al quale si converte Vittoria, dichiarando anche la propria, contestuale, presa di distanza dal male.

[160] vezzosi rai: espressione mutuata dalla tradizione del linguaggio poetico, che risulta insolita e dunque suona comica nelle battute di un servo.

[161] «Chi ben comincia ha la metà dell’opra»: traduzione, divenuta poi detto popolare, del motto oraziano «Dimidium facti, qui cœpit, habet», che in realtà si traduce con “chi comincia è a metà dell’opera”, per sottolineare che il primo passo nell’intraprendere un’attività è quello più difficile, ma decisivo. Il modo di dire in italiano è registrato in Crusca I alla voce Cominciamento, nella forma di Albertano da Brescia: «il cominciamento è grandissima parte di ciascuna cosa». Nella forma con l’aggiunta di «ben» è registrato nel XIX secolo in Crusca V e nelle raccolte di Giusti, Capponi e Serdonati (www.proverbi-italiani.org/ricerca_libera_ris_1.asp# [ultima consultazione 27/09/2025]), il quale lo fa risalire a Guarini, Pastor fido, I, 1, 25 (cfr. Francesco Serdonati, Proverbi italiani, a cura di Paolo Rondinelli, Firenze, Accademia della Crusca, 2024, vol. I, p. 399).

[162] III.10.30-32 la gioia /cui suole avere il can dell’ortolano / col dir de’ pomi: «nec mihi, nec tibi»: il modo di dire ha origine spagnola e funge addirittura da titolo alla commedia El perro del hortelano di Lope de Vega (1618), in cui la protagonista, non trovando corrispondenza in colui di cui è innamorata, gli impedisce che possa amare qualcun altro. Quando questi si innamora di lei, la distanza sociale la rende ritrosa e neghittosa: essa si comporta dunque come il proverbiale cane dell’ortolano, che non mangia le verdure del proprio padrone e impedisce anche agli altri di mangiarle. L’espressione latina che il servo inserisce nel contesto proverbiale e teatrale ha ben altra ascendenza: Nec mihi nec tibi, sed dividatur è infatti la soluzione che la falsa madre propone di fronte al problema dell’affidamento del bambino nel celebre racconto legato alla sapienza del re Salomone (III Re, iii, 26). L’irrompere del latino sentenzioso e l’accostamento di proverbio e Sacra Scrittura nelle parole del servo creano l’effetto straniante che, come di consueto, mira a provocare comicità, a rafforzare la quale giunge la battuta di Florindo sulla sapienza di Freccia (vv. 33-34).

[163] questesso: forma antica per «questo», con l’aggiunta della particella «esso» per «proprietà di linguaggio»: Crusca IV, vol. iv, p. 18. Anche la serva Argentina, come il Freccia, dimostra competenze linguistiche che vanno oltre la sua condizione sociale.

[164] una mano di noccioli accozzare: «una mano di noccioli» significa «una cosa da poco». Non saper mettere insieme una mano di noccioli vuole allora dire non essere capaci di concludere nulla. In quest’ultima accezione, l’espressione («Non sapere accozzare in un anno, o simili, tre mani di noccioli») è registrata a partire da Crusca IV, vol. iii, p. 349.

[165] comparigione al parentorio: comparire in giudizio. Crusca IV, vol. i, p. 723 s. v. Comparigione rileva la forma in Boccaccio, Decameron, 8.2. Parentorio è voce corrotta da «Perentorio», termine legale: Crusca IV, vol. iii, p. 491 segnala infatti che in Decameron, 8.2 il termine «è in bocca d’un contadino, al quale, siccome è molte volte loro uso, fa stroppiare le parole». In questo caso, dunque, Argentina impiega un linguaggio a lei consono.

[166] giudice [...] del dificio: giudice del malefizio, vale a dire del tribunale criminale. Il GDLI riporta come esempio letterario il medesimo passo di Decameron, 8.2 riportato da Crusca IV (v. sopra III.11.27), con una frase che racchiude tutti gli elementi compresi in questi versi di Becelli: «e porto queste cose a ser Bonaccorri da Ginestreto, che m’aiuti di non so che m’ha fatto richiedere per una comparigione del parentorio per lo pericolator suo il giudice del difìcio» (Decameron, 8.2).

[167] poco fila: il termine «pocofila» è registrato già in Crusca I, p. 632 come «Nome composto di POCO, e FILA, e dicesi per ischerno alle donne». Il riferimento letterario principale è sempre il Decameron di Boccaccio. ♦ zucca al vento: «o Zucca vota, si dice in maniera bassa di Persona vana, e che non abbia in sé sapere, abilità, o prudenza (Crusca IV, vol. v. p. 367)». Serdonati rimanda a Boccaccio, Decameron, IV, 2 (cfr. Proverbi italiani, vol. III, p. 1681).

[168] III.12.8-13 noi siam venuti ed invitati /a questa mensa [...] / ancor digiuno e con la bocca asciutta: metafora continuata in cui la tavola rappresenta naturalmente le ricchezze in palio.

[169] III.12.14-18 l’opera fu bella? /[...] /Non tanto qual sarà or la commedia / [...] Ciascun credo a suo costo la farà: dalla metafora della tavola il serrato scambio di battute fra Celio e Florindo si sposta sull’immagine dell’azione drammatica, che, dapprima evocata letteralmente da Celio con la domanda sull’opera vista a teatro, diviene traslato nella risposta di Florindo, il quale sostituisce il referente dell’«opera» con l’azione che stanno per compiere (la «commedia») e, attraverso una dinamica metaletteraria, con la scena che stanno per rappresentare, in una sorta di mise en abyme. La «commedia» nella commedia sancirà conclusione felice ad una vicenda inizialmente triste, ma soltanto dal punto di vista di Florindo. Fino al v. 33 la scena è occupata da una sorta di duello verbale fra i due personaggi antagonisti, entrambi tesi a raggiugere il medesimo scopo, vale a dire sposare Clarice, ma per motivi ben diversi e con disposizioni d’animo differenti.

[170] «La vita el fin, e ’l dì loda la sera»: Petrarca, Rerum vulgarium fragmenta, canzone XXIII Nel dolce tempo de la prima etade, v. 31.

[171] III.12.19-21 se non soffi tal vento che la cangi: chiude la sequenza delle metafore (ricchezze in palio insieme a Clarice=mensa e lettura dell’atto notarile=commedia) il tradizionale paragone tra la vita e la giornata, nella quale l’insorgere di un vento improvviso potrebbe cambiare inaspettatamente il tempo, come di fatto succederà nella vita di Celio.

[172] III.12.41-47 o consiglier spettabile e prudente [...] / della fame sarai vero ritratto: al servo il compito di abbassare il tono dell’intervento di Fabio per mostrarne la vera natura: il di per sé nobile ruolo del consigliere prudente, che invita i contendenti a non giudicare da sé, ma ad affidarsi a colui al quale il compito è conferito istituzionalmente, non si attaglia al personaggio di Fabio, che nella faccenda è personalmente coinvolto, in quanto la rovina di Celio inciderà anche sul suo destino, come si vedrà nel corso della scena successiva.

[173] III.13.8-11 così va la fortuna [...] / Chi voleva sedersi [...] / or è in piedi: con il suo intervento Argentina rovescia il punto di vista di Celio e mostra quale sia il modo corretto di interpretare le parti giocate nella scena, mettendo così in ridicolo la boria dell’avvocato.

[174] saccoccia: tasca. Registrato s.v. in Crusca IV, vol. iv, p. 291.

[175] contradizione: in ambito giuridico è l’atto con il quale il detentore di una cosa si oppone al proprietario della stessa, negando il diritto che questi vanta (la definizione si trova nel lemmario giuridico di espressioni latine contenuto nel sito https://www.brocardi.it/C/contradictio.html).

[176] son le ferie: mutuato dal linguaggio giuridico degli antichi romani, in questo contesto feria indica un giorno dell’anno in cui si sospendono le consuete attività pub­bliche e private per celebrare solennemente ceri­monie religiose. La commedia si apre infatti durante le feste dei Baccanali, cioè durante i giorni di Carnevale, e sappiamo da Clarice che siamo alla sera del giovedì. Nel diritto canonico feria indica il giorno di sospensione degli atti giudiziari (GDLI, V, p. 819).