Giulio Cesare Becelli
L’ingiusta donazione
Commedia
a cura di Monica Bisi
Biblioteca Pregoldoniana
lineadacqua edizioni
2026
Giulio Cesare Becelli
L’ingiusta donazione
Giulio Cesare
Becelli
L’ingiusta
donazione
a cura di
Monica Bisi
© 2026 Monica Bisi
© 2026 lineadacqua edizioni
Biblioteca Pregoldoniana, nº 47
Collana diretta da Javier Gutiérrez Carou
Supervisori per i dialetti: Piermario Vescovo e Luca D’Onghia
Comitato scientifico: Beatrice Alfonzetti, Francesco Cotticelli, Andrea Fabiano,
Javier Gutiérrez Carou, Simona Morando, Marzia Pieri, Anna Scannapieco e Piermario
Vescovo
Editing: Enma Rodríguez Mayán
www.usc.gal/goldoni
javier.gutierrez.carou@usc.gal
Venezia - Santiago de Compostela
lineadacqua edizioni
san marco 3717/d
30124 Venezia
www.lineadacqua.com
ISBN: 979-12-81350-71-7
La presente
edizione è risultato dalle attività svolte nell’ambito dei progetti di ricerca Archivio del teatro pregoldoniano
(FFI2011-23663), Archivio del teatro pregoldoniano II: banca dati e biblioteca pregoldoniana (FFI2014-53872-P), Archivio del teatro pregoldoniano III: biblioteca pregoldoniana, banca dati e archivio musicale (PGC2018-097031-B-I00) e Archivio
del teatro pregoldoniano IV: biblioteca teatrale, archivio
musicale e banca dati (PID2023-148944NB-I00) finanziati dal Ministerio de Ciencia e Innovación
spagnolo e dal FEDER. Lettura,
stampa e citazione (indicando nome della curatrice, titolo e sito web) con finalità
scientifiche sono permesse gratuitamente. È vietato qualsiasi utilizzo o riproduzione
del testo a scopo commerciale (o con qualsiasi altra finalità differente dalla ricerca
e dalla diffusione culturale) senza l’esplicita autorizzazione della curatrice e
del direttore della collana.
I
lavori svolti da Javier Gutiérrez Carou nella revisione del libro si inseriscono
inoltre nell’ambito delle attività realizzate dal Grupo de Referencia Competitiva CALDERÓN (GI-1377) dell’Universidade de Santiago de Compostela, finanziato dal Plan Galego IDT della Xunta de Galicia per il periodo 2023-2026, rif. ED431C 2023/06.
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Giulio
Cesare Becelli
L’ingiusta
donazione
a
cura di
Monica
Bisi
Biblioteca Pregoldoniana,
nº 47
Nota al testo
Per il testo de L’ingiusta
donazione di Giulio Cesare Becelli l’edizione di riferimento è quella realizzata
nel 1741 dalla stamperia dei fratelli Merlo a Verona, che resta la sola
edizione disponibile.
Per quanto concerne i criteri grafici
di trascrizione si seguono le Norme filologiche generali previste dell’Edizione
Nazionale di Carlo Gozzi, che aggiornano la grafia del testo in tutti quegli aspetti
mancanti di implicazioni fonetiche. In particolare, sono stati ricondotti all’uso
moderno l’impiego dell’apostrofo e dell’apocope; le
maiuscole (riassorbendo anche tutte quelle occorrenti nelle parole iniziali di verso);
l’accentazione (con la distinzione di accento grave e accento acuto per e e per o). Sono stati
aggiunti alcuni segni di interpunzione dove imprescindibili ai fini della comprensione
del testo e in alcuni contesti si è ritenuto opportuno evidenziare il valore causale
della congiunzione che, segnalandolo tramite accentazione. Sono state
integrate alcune consonanti in corrispondenza di verosimili errori tipografici,
mentre è stato mantenuto il segno di apostrofo della stampa ove indica la
caduta della vocale finale nelle forme aggettivali al plurale (es.:
buon’=buoni). Sempre allo scopo di una maggior chiarezza, le battute pronunciate
a parte vengono poste fra parentesi e precedute da opportuna indicazione, diversamente
da quanto si trova attestato nella stampa, e vengono integrati alcuni nomi dei
parlanti.
Giulio Cesare Becelli
L’ingiusta donazione
A Sua
Eccellenza
Girolamo
Zenobio
Patrizio
Veneto[1]
Conte
di Ennia, Caldivia, Salorno, Khonigsperg[2] eccetera.
Giulio Cesare Becelli
Questa
commedia composta da me (come vorrebbero essere tutte l’altre
ad imitazione degli antichi per migliorare i costumi de’ moderni) io ardisco presentar
a Vostra Eccellenza, e porle in fronte il suo riveritissimo nome. Le chiare virtù
sue, la pietà verso Dio, la giustizia, magnificenza e liberalità verso gli uomini
dolcemente mi sforzano a presentarle un sì picciolo dono. E a dir veramente, una
nobilissima, e ricchissima Casa qual è la sua, in quali altre operazioni se non
in queste può impiegare e le proprie persone e que’ larghi
doni di fortuna, cui Iddio dator d’ogni bene ha ad esse loro abbondevolmente impartiti?
Questo fecero e i maggior vostri, e fanno tuttavia i moderni; poiché le città di
Treviso, di Bergamo, di Chioggia, e Rovigo serbano ancora una gloriosa non meno
che grata memoria di Pietro, di Verità, di Carlo, li quali con dolce comando le
ressero: anzi lo stesso Carlo, fratello di V. E. fu per lo suo
raro consiglio e per mille altre doti con la porpora senatoria fregiato. Né tacer
devo di Vostra Eccellenza medesima, la quale custodì nella carica di provveditore
le frontiere degli Orzi, con infaticabile equità e vigilanza. Ora, non ha dubbio
che queste due, cioè prudenza e giustizia, non reggano il coro di tutte l’altre virtù, in quella guisa che l’occhio e la mano reggono
i nostri corpi, onde per esse, beate sono e le città, e le famiglie, e l’uomo considerato
privatamente da sé. Ma siccome dalla prudenza e dalla giustizia dipendono le virtù
tutte, così quelle dalla pietà verso Dio hanno sua origine. Che però a ritroso di
ciò che dice Aristotele, cioè, nascere dall’esser prospero e fortunato il mostrarsi
religioso e ben disposto verso Dio,[3] anzi succede,
che dall’esser tale, grandi fortune e prosperità sono cagionate. Quinci a misura
che i maggior vostri ordinarono sacre rendite alle chiese, ed i viventi patrizi
con larghi e continui dono soccorrono i sacri luoghi, riceverono onorate giurisdizioni
dagli arciduchi d’Austria e felici avvenimenti ed
innocenti ricchezze avvengono al casato vostro tuttavia. Adunque in sì chiari pregi della famiglia loro ed
in virtù così eccellenti si specchino i nobili nipoti vostri Verità, e Giancarlo,
e a quell’alto segno indirizzino le indoli generose, da cui possano con le due grand’arti
di pace e di guerra servire la loro patria immortale, e riceverne dipoi que’ premi
ed onoranze, le quali né nuove sono alla Vostra eccellentissima Casa, né mai alla
medesima verran meno, infino a tanto che sarà gratitudine al mondo e conoscimento
delle illustri azioni. Il qual fortunato tempo attendendo io, vivrò con isperanza
che gradita sia a V. E. la mia divozione.
PERSONAGGI
pompilio, cliente e congionto di Vittoria.
florindo, avvocato amico di
Pompilio.
clarice, nubile figliuola
di Vittoria,
argentina, serva delle dette.
celio, avvocato.
vittoria, vedova madre di Clarice.
fabio, procuratore amico
di Celio.
il freccia, servo di Celio.
ATTO PRIMO
SCENA
PRIMA
Pompilio, Florindo.
pompilio Florindo mio, noi
nelle cose tutte
amici siamo,
ne’ pensier, nell’opre,
quai due colombi,
che l’un va con l’altro;
in una cosa sola
siam discordi
5 ch’io penso che
il mestier dell’avvocato
far non si possa
in tutto puro e netto;
e tu tieni il
contrario. E più e più volte
venuti siamo
in simile contrasto,
né
mai potuto abbiam venirne a capo.
10 florindo Appunto, ora che sono
i Baccanali
quivi
in Milano, e siamoci avvenuti[4]
oggi, io mi penso che a grand’agio nostro
potrem parlar
di simile materia.
Anzi vi priego
di presente a dirmi
15 sommariamente
le ragioni vostre
che in brieve io pur mi proverò a rispondervi.
pompilio Dunque così incomincio. È cosa certa,
che l’avvocare
è un’arte faticosa,
ed oltre a ciò
noiosa ed importuna.
20 Ed in prima il travaglio
e la fatica
nasce da ciò,
che deve l’avvocato
adoprando stancar
la mente, e ’l corpo.
Onde che il suo
mestiere si compone
di
vita attiva, e insiem contemplativa.[5]
25 Poiché
il pensar, il leggere e rileggere,
il
meditar le leggi, e della causa
il
punto ritrovare, e gli argomenti
e
gli ornamenti ancora del discorso,
al
viver si convien contemplativo.
30 La
disputa di poi, e la consulta,
l’andar
avanti indietro, interrogare,
rispondere,
gridare, recitare,
son
cose attive e di fatica molta.
florindo Amico, voi ben dite, e pare insieme,
35 che voi siate cliente
ed avvocato,
anzi un poco
più in là, cioè filosofo.[6]
pompilio Ma udite ancor. Questo mestier, molesto
è quanto alcuno
della vita umana.
Poich’io con occasion delle mie liti,
40 la vostra vita osservo
ed i tormenti.
Taccio che avete
a legger le cataste
di carte scritte
sì, che meglio scrive
quando la coda
il diavolo si pettina;[7]
carte dotali,
alberi, testamenti,
45 inventari, stromenti,
pieggerie,
ripudie, fedi, division, procure.[8]
Taccio che dopo
ciò viene una massa
di citazioni,
proroghe, ed andanti
diritte contumacie,
e ancor retrograde,
50 che il caminar de’ gamberi somigliano,[9]
d’atti interlocutori
ed altre carte
che dir si sogliono
estragiudiciarie.
Quando queste
fatiche avete fatte
che, credo, Alcide
non ne feo maggiori,[10]
55 ecco il cliente ad
erudir la causa.
Mia madre, che
fu pur la buona donna,
venuta a morte
per un mal di gola,
che poté appena
far suo testamento,
chiamò il notaio
e ’l fece in fretta in fretta.
60 E perché mi volea più ben che agli altri
– ed io lo meritava in buona fede –
sebben quel furbo
di mio fratel Carlo
quasi mi fe’
la berta. E dàlle, dàlle,[11]
detto com’era
la sua madre fatta,
65 quanti anni avea, e qual divozione,
e quai lavor faceva, e infìn descrittala
com’era in letto,
quando fece il suo
testamento, e
mille altre scioccherie,
in capo a un’ora
se ne viene al punto,
70 e dice che lasciòllo unico erede.
Voi poveri avvocati
sofferite
questi tormenti
che non danno i Turchi.
Ditemi, per piacere,
o per guadagno?
florindo Io credo per guadagno tutti noi.
75 pompilio Ed io ripiglio. Se potete voi
per guadagno
patir pazzi clienti
e bergoli, importuni;
se potete[12]
ne’ dimezzati vostri ritirarvi
subito dopo il
cibo, per rivolgere
80 sudicie carte malamente scritte,
piene talor di
fraudi e di nequizia
e leggi, e chiose,
e interpreti più oscuri
che non è il
testo, e tutto questo fate
per
guadagno, io mi credo che farete
85 cose peggiori per
guadagno ancora.
florindo Come sarebbe
dir?
pompilio
Che, per esempio,
pigliarete la paga da due mani,
e dal cliente,
e ancor dall’avversario,
consigliandoli
entrambi c’han ragione.
90 E farete altre cose
ch’or non dico.
Oltre di quello,
la fatica vuole
i suoi sollazzi.
Vuole il giuoco ancora,
il convito la
crapula, e non meno
certe altre cose,
cui tacere è bello.[13]
95 Ci vuol poi, nel
vestir, nell’abitare,
e nel servigio
non leggera spesa.
Poiché da alcun
di voi sentito ho dire,
che l’avvocato
con la spesa e ’l lusso
in credito si
pone di sapere.
100 Or si fa tutto ciò
forse, trattando
quattro o pur
sei meschine cause, al mese?
Ovver con diece misere consulte?
Altro ci vuol.
Ond’io mi credo che
per lucro, per
delizia, e per costume,
105 non sien sì giusti li guadagni vostri.
Aggiungi a ciò:
ch’io più d’un mio compagno
conobbi, il quale
era pria giusto e schietto,
e serbava la
fede e la parola;
e alcun di nobil
nascita e costume,
110 che entrato poi dentro
la schiera vostra,
mi par d’agnello
divenuto lupo.[14]
Onde tem’io ch’alcune arti ci sieno
che non si possan far con buona fede.
florindo Sicché
secondo voi, non già nel ramo
115 s’annida il tarlo,
ma nel tronco stesso.[15]
Cioè non già
di noi in uno o in due,
ma in tutti è
quel malor che vi pensate.
E dite.
pompilio Io non m’avvanzo a tanto dire,
ma pochissimi
voglio eccettuare;
120 poiché tante vedute,
e n’ho passate,
che non ne posso
più.
florindo Signor Pompilio,
odo l’accusa
vostra e la querela
contro l’avvocatismo, e il ben condotto
ragionamento,
ch’assai d’arte abbonda,
125 ma non così di verità
e giustizia.
Il primo vostro
detto, o sia proposta
fu che il nostro
mestier è faticoso
al sommo, e che
lo stesso è più noioso
che non è quello
degli schiavi, o pure
130 de’ galeotti ch’armano una fusta.[16]
E da questa premessa
deduceste,
per conseguenza,
al vostro dir legittima,
che l’avvocar
essendo faticoso,
convien che siasi
ancora frodolento.
135 Se l’argomento vostro
oggi valesse;
il capitano soffre
e caldo e gielo,
patisce fame
e sete, ha il sonno corto,
e duro il letto,
ed è mai sempre esposto
ad esser preso,
ed o ferito, o morto.
140 Dunque, se il capitan
fa tante e tali
fatiche, ei sarà
ancor maligno e doppio:
che per voi
ciò sen viene in conseguenza.
Se il cacciator
patisce e fame e sete,
e la moglie si
scorda, e i passatempi,
145 e lo studente or trasuda
or aghiaccia,
dunque con frode l’uno e l’altro varca.
Or volete veder,
qual conseguenza
nasca per dritta
linea, dai tormenti
e dalla gran
fatica d’avvocare?
150 Che noi meglio pagati
esser devremmo.
Una causa ricchiede legger mille
processi, rubricargli
ove sta il punto,
summariargli, e riccavar da tanti
summari un solo, quasi quintessenza.
155 Preparata la causa, poi dirigerla
con ordin buono, consigliarla, escuterla,
esaminar più
leggi, e cento autori,
istruirne il
collega e fabbricarne
la disputa, ed
infin trattarla.
pompilio E perderla.
160 florindo Che
monta ciò? Ma che credete voi[17]
che per tante
fatiche si guadagni?
pompilio Quello, io mi credo, che guadagna chi
è sopra la biscaccia. Un perde, un vince,[18]
e la vittoria
e perdita sen vanno
165 in pure carte; delle
quali il lucro
congionto a quel che il biscaccier
fa poi
prestando, a
riaver trenta per cento,
i giuocatori
la biscaccia impinguano.
Così i
clienti fan con gli avvocati.
170 L’attore il reo spendono
il cotto il crudo,[19]
mandati citazioni
apellazioni,
e proroghe e
capitoli ed impristini,[20]
sequestri, copie,
cartazion, summari.
Esce da’ litiganti
il succo e il sangue,[21]
175 ad impinguare e pascere
avvocati.
Che più? Si fa
la lite di uno stabile,
l’attor che lo
domanda, non avendo
con che far lite,
vende la speranza
all’avvocato
suo e la vittoria.
180 Si disputa: si spropria
il possessore,
e di quel bene
il pretendente ancora,
perché va in
pagamento della lite.
forindo Adagio, adagio, che
cotesta vostra
interruzion più lunga è della disputa.
185 pompilio Ma più vera.
florindo Lasciatemi seguire.
Io
dico che i guadagni che son leciti
fatti
da noi, non vagliono il tormento.
Poiché
di quelli illeciti non parlo.
Che
il mestiere non dee denominarsi
190 da
chi il fa malamente, ma da chi
con
fede, diligenza, ed onestate.
Le
cose sacre, sono meno sacre,
perché
altri se ne serve ai sortilegi?
Con
lo stesso coltel si taglia il pane,
195 e
l’uom s’uccide. È meno buona l’acqua
cui
Pindaro già disse ottima ancora,
perché
altri in essa puote soffocarsi?[22]
Tutte
le cose che nel mondo sono,
possono
a tristo e buono uso servire;
200 saranno
elle perciò triste e non buone?
A
questo punto pria convien rispondere,
e
biasimar poi il mestier dell’avvocato.
Anticamente
furono oratori
che
distrussero communi e città intere;
205 ma
ve ne furo ancor che le fondarono.
E
chi addusse i mortali a star uniti,
o
sotto un tetto, o tra le stesse mura,
se
non fu un dicitor soave e forte?
E
lo stesso è pur oggi. Che se alcuno
210 degli
avvocati è un tristo, ne son molti
de’
buoni, e se un danneggia, molti giovano.
Il
dir poi, che voi fate, che sovverchie
spese
fan gli avvocati, e nel vestito,
e
nel vitto, ed ancor ne’ passatempi;
215 non
prova che per quello, ognuno faccia
un
mestier sì onorato con inganno.
Prima
circa le spese, me guardate
(a
parte) (che tra due amici può tal vanto darsi)
e
giudicate. Io vivo onestamente
220 qual
è il mio grado; ma non soglio spendere
gran
cosa, e sol di libri mi diletto.
Ma
siavi ancor chi spenda largamente,
val ciò a provar ch’egli quel d’altri spenda?
Perché
ladro è chi sol consuma il suo?
225 Pur via: siano di quei – che saran pochi –
che alcuna gherminella ancora
adoprino,[23]
perché
gli altri ne deono patir pena
e
biasmo, da color singolarmente,
che
buoni sono, e, come voi discreti?
230 Ma
invero, se ancor l’esito si guardi,
che
nelle cose umane molto può;
vedrete
i buon’ che ottengon premio e
lode,
e
vituperio i rei, se non castigo,
visibile
ed aperto.
pompilio Caro
amico
235 voi
degno siete e il vostro dir è degno.
Ma
lasciate ch’io resti con quel dubbio
che
serbar soglio anco in molt’altre cose.
Anzi,
lasciamo tai discorsi e andiamo
piuttosto
altrove per veder le maschere.
240 florindo Per
compiacervi io vengo e non per quelle,
e
ancor perché per via favelleremo
di
cosa che mi preme insino all’anima.
pompilio Già
quello che vi preme, lo so quasi.
SCENA SECONDA
Clarice in maschera, Argentina.
argentina Uh,
la signora padrona, state allegra.
Che
diavol ve n’andate a capo chino
come
foste in un bosco. Quelle maschere
che
abbiam vedute così ben vestite
5 da
Cinesi vi piacquero? O sol come
una
mandra che passi per la strada?
clarice Argentina, non piacquermi o dispiacquero,
né
odio od amo in nulla queste feste.[24]
Io
vado dove gli altri, e sol m’aggrada
10 di
non sentirmi quel tintinno a lato
di
mia madre.
argentina Or
perché? La madre vostra
che
v’ama e tien degli occhi suoi più cara?
Che
vorrebbe vedervi maritata
sì bene col signor Celio avvocato?
15 Signora,
queste donne di valore
e
spirito, sono tutte fastidiose.
clarice Perché non se lo piglia
ella per sé?
argentina O
questa è bella! A noi che giovinette
siamo conviensi sposo!
clarice Anzi tu falli.
20 Oggi
la moda è che le donne vadano,
delle
fanciulle più amorose e gaie,
come ancora che facciano
l’amore
assai
più dolcemente delle giovani:
ed
a me questa moda è grata al sommo.
25 argentina Uh
come siete seria, e spigolistra![25]
clarice Io ti dico, Argentina, che a me piace
– e son di questo
genio e naturale –
poco parlar, e meno
conversare
in
queste ridduzioni, ove si giuoca,[26]
30 o
si parla di cose che non vagliono
un
fico, ove si mescola il francese
con
l’italiano, e questo è omai perduto.[27]
Non
è per questo ch’ami sempre starmi
in
casa come monaca o romita.
35 Ma
pare a me, che si potrebbe meglio
conversar
oggi di quel che si fa.
argentina E
pur a me piace e cotanto aggrada
quel
«monsù», quel «madama», e quell’«ho stima[28]
per
lei»: oh quella stima è pur la bella
40 parola!
Ma, tornando a quel discorso
di
vostra madre; ella veder vorrebbe
questo
paio di nozze; e veramente
v’ama
di cor. È il vero çhe di poi
in
parole ed in atti è un po’ noiosa.
45 Pur
finalmente quella noia viene
da
voglia di vedervi accompagnata,
con
sì gran dote come ell’è la vostra,
con
un degno soggetto. Egli è avvocato
il
primo del paese, spiritoso,
50 di
buon umor, buona presenza e grazia.
clarice Argentina,
son giovine, ma veggo
assai
più oltre della scorza: questi
di
cui tu parli, e ancor mia madre parla
–
di personali qualità tralascio –
55 ma
di fortune, a me sembra da meno,
che
non mostra l’estrinseca figura.
Il
trattamento è grande: le faccende
son
grandi; ma mi par che il tutto sia
in
aria, e perciò dubbio e mal sicuro.
60 Il
palagio è ad affitto; campi e case
non
ci sono; egli spende l’incredibile.
Io
non ho sperienza delle cose;
ma
sento in me tal moto naturale,
che
da lui mi frastorna, qual da cosa
65 fragile
e che non può durar gran tempo.
argentina Vedete
ben ch’altro non vi frastorni.
Noi
donne quando abbiam quel naturale
genio,
che chiami amor, e cui ben spesso
non
intendiam noi stesse, ciò che a quello
70 s’oppone,
miriam sempre di mal occhio.
Né
giova dir: gli è bello ricco grande,
ché
se quegli non sia, si stima un nulla.
clarice Tu se’ pazza: andiam oltre. Ma chi è
quella
maschera
che da capo a piè mi guata?
SCENA TERZA
Celio in maschera, e le dette.
Celio, avendo guardato da capo a piedi
Clarice, chiama a sé con mano Argentina.
celio Io credo di conoscerti, ed ancora
quella
ch’è teco, ed è la tua padrona.
argentina Illustrissimo
sì: ella ci ha colto.
(Clarice fa cenno ad Argentina che vada seco e lasci Celio)
celio Qual
fretta ell’ha? Ferma trattienti
un poco,
5 che
converrà pur essa trattenersi.
(Clarice
segue ad accennare alla serva, né essa andando, finalmente s’accosta)
clarice Signor mio, che non so ben chi si sia,
in
grazia lasci la mia damigella
venirsen meco.
celio (cavandosi la maschera) Veda
chi mi sono
signora.
Di partir perché ha tal fretta?
10 clarice O signor Celio, mi condoni, ch’io
non
potea ravvisarla, e non essendo
buon
costume, che fermisi una figlia
a parlar con persona sconosciuta,
io
me n’andava.
celio Ella faceva bene,
15 ma
a me mal n’avveniva perché allora
saria mancata a me si bella sorte.
Come
piace a lei l’opera?
clarice Io non so
di
musica, però non mi dispiace.
celio Veda
ben di, parlandone, lodarla,
20 poiché
ella aggrada sommamente a Donna
Usimberta Minuti, e alla Marchesa
Del
Banco, e sa che queste sole dame
all’opera
favor danno e risalto,
ed
a tutte le cose in questa patria.
25 clarice Io
venero tai dame; ma di poi
se
mi spiacesse, lo direi sì bene,
come
dico che piacemi.[29]
celio Ed i balli?
clarice Il
ballo non m’aggrada.
celio Intende in palco,
signora?
O pur di ballo d’ogni specie?
30 clarice Non
so: ma certo in palco disconviene.
Poiché
noi donne, non dobbiam sovverchio
scompor
la vita, e il feminil contegno
troppo
con questi balli si sconcerta.[30]
celio Ella
ben dice; ma una giovinetta
35 a
me par che con troppa gravitate
parli
di ballo.
argentina (guardando
entro la scena) Miei signor’
di là
a
me par di veder venirsi a noi
la
signora Vittoria.
celio Ella ben venga.
clarice Ci mancava ancor questa a far la mia
40 noia
compita e la molestia intera.
SCENA QUARTA
Vittoria in maschera con cameriere
che le dà braccio, e detti.
vittoria Oh qual felice incontro è oggi il mio
di
quivi ritrovarvi, signor Celio,
con
mia figliuola!
celio Questa
anzi è mia sorte,
signora,
e delle Grazie a far intero
5 il
numero, vi manca sol la terza;
ma
non saprei dove poter trovarla,
per
pareggiar il merto di voi due.
clarice O
fastidioso can!
vittoria Voi
siete pieno
non
men di cortesia che di virtute.
10 Non
so poi se mia figlia ciò conosca.
Ma
dovete scusarla. Ella non ha
delle
cose del mondo ancor la pratica,
né
conosce i soggetti valorosi.
celio Anzi,
signora, non ho che lagnarmi,
15 e
se non fa la signora Clarice
meco
quanto vorrei, fa quanto merto,
ché
poco veramente è il merto mio,
a
lato a’ suoi stimabili favori.
vittoria Per altro,
mio signor, credo che in questi
20 giorni
darete alcuna sosta ai vostri
sì gravi affari, e che in alcuno onesto
diletto
passerete e l’ore e il tempo.
celio O
signora, non so che sia riposo
in
alcun tempo. In questi giorni in cui
25 ciascun
segue il piacer, io m’affatico
più
che negli altri. Ho alcuna causa posta
a
questo nicchio per studiarla meglio.[31]
vittoria Dunque non vi diletta, o il ballo, o l’opera?
celio Nulla,
signora.
clarice Vedi come è finto,
30 che
pria non ragionava meco d’altro!
Ma
ancora la biscaccia ci sarà
per
terzo, sebben meco, né con lei
ne
fece pur la minima parola.
vittoria Io
vi chiedea di ciò, perché l’ardire
35 aveva
d’invitarvi alla mia casa
a
passare alcun’ora della notte
o
nel giuoco, o in piacevoli discorsi.
celio Se
ciò mi fusse a cor, o avessi
tempo,
la
signora Vittoria mi può credere
40 che i suoi favor’ anco ad ogni altra
cosa,
e
persona, e diletto antiporrei.
Ma
come pria diceva, il tempo e l’ore
notturne,
io devo in altre cose spendere.[32]
E
fu miracol ch’ella mi trovasse
45 quivi
in quest’ora; che se una persona
da
ben io non veniva a ricercare,
sarei
stato a mia casa, e sopra i miei
processi
e libri. Ma non si può sempre
far
quel che vuolsi. E gli avvocati sono
50 dell’amico,
de’ poveri, di tutti.
clarice Io
mi vorrei che tu fussi d’un solo,
cioè
del manigoldo.[33]
vittoria O gravi affari!
O
studio infaticabile! Ed o somma
tolleranza!
Se questo è, signor Celio,
55 che non cessate in
questo tempo e luogo
d’occuparvi in
ben far, io mi ritiro[34]
e
vado ad altra parte, e vi son serva.
clarice Serva,
signore.
celio Mie signore addio.
SCENA QUINTA
Celio, e poi Pompilio.
celio Così
favellar vuolsi con costei.
Mostrar
disinteresse, assiduità,
continenza,
ritiro, noncuranza
de’
diletti, quantunque usati e leciti;
5 e
lasciar poi ch’ogni altro gliene dica
quante
ch’ei vuol de’ fatti miei, che nulla
gli
crederà e terrallo per calunnia.
Quando
che sarò sposo di Clarice,
se
l’oprar mio con gli occhi veda, e tocchi
10 con
mano; poco importa. Allorché l’oste
è
dentro la fortezza, abbruci, uccida,
saccheggi
quanto vuol, non c’è rimedio.[35]
La
destrezza, i bei modi, i patti onesti
la
fede, sono fatti per entrare.
15 Quand’hai
preso il possesso, il tutto cangia
faccia
scena figura. Ma Pompilio
sen
viene a questa volta. E mi bisogna
parlargli.
pompilio Nella folla e nel bagordo
ho
perduto Florindo; e più lo cerco
20 men
lo ritrovo, sarà gito a casa.
celio Signor
Pompilio amico e mio compare,
voi
non vi dilettate di far versi?
pompilio Perché,
signor, mi domandate questo?
celio Vorrei un sonetto subito,
ma subito.
25 pompilio Credete
forse, che un sonetto sia[36]
una
citazione?[37]
celio A voi poeti
è
più facile assai. Anzi un sonetto,
con
quattordici versi è bello e fatto;
ch’una
citazion empie talora,
30 scritta
pur in minuto, un foglio intero.
Massimamente
quando con parole
oscure,
e ridondanti incapestrare
l’avversario
si vuol, e far così
ch’egli
non scorga ove si stia la quaglia.[38]
35 E
le clausule sole? Ut in lubricis,
ut stant
stantibu rebu: visi iuribu.[39]
Con tassa alli ministri, e pena e pignora
di
cinquecento scudi, ancor se fusse
la
lite di tre soldi? Onde vedete
40 che
una denoncia val più d’un sonetto.
pompilio Signor
Celio, voi già deste la vostra
dottrina,
ed ancor io darò la mia.
Un
sonetto vuol esser dolce e grave
d’un
pensier solo, ch’abbia novitate;
45 di
voci scelte e pure, e di sonore
rime
che naturalmente sen vengano.
Chi
è lodato convien che appaia il primo,
e
pur, né men per questo devon gli altri
apparir
i secondi. Se direte:[40]
50 «La
Fama è stanca di lodarvi o bella»
diran che questa bella è troppo vecchia;
poiché
a stancar la Fama ci vuol tempo,
e
il tempo è quegli onde ogni cosa invetera.
Vedete,
s’è difficile un sonetto.
55 Gli
oziosi di poi son senza numero,
e
quei che fanno i critici son più.
Il
sonettuccio è brieve, e averne copia
non
costa un soldo, perché ve lo porgono,
se
ben non lo volete. Onde vedete,
60 che
non è cosa criticata, e in mille
modi
straziata contradetta e risa,
come
un sonetto. Or dite che un sonetto
sì
facil sia?
celio O caro amico, voi
siete
un poeta e rimator migliore
65 di
Cicerone o di Quintiliano.
Io
credeva che fosse anzi difficile
il
sonetto per la latina lingua:
e
voi mi dite per tutt’altro, ch’io
non
so nemmeno quel che vi diciate.
70 Posciaché il grave intendo io della borsa
e
del soldo; e quel vostro pensier solo,
penso
che sia far l’interesse proprio,
ancor
con l’altrui danno o pur discapito.
Ma
sia come si vuol, a me fa d’uopo
75 d’un
sonettino per la ballerina
Madama
Marion. E s’ha a gettare
giù
per li palchi questa sera stessa.
S’ha
a riveder stampare e dedicare
al
Presidente, a cui tanto ella piace.
80 Quanto
a me ancora. E da lui mi prometto
per
questo onor ch’io faccio alla sua dama,
uno
di quei servigi, cui maiuscoli
diciamo
in nostra lingua d’avvocati.[41]
pompilio Oh
poveri poeti! a che ridutti
85 voi
siete? ad esser d’amore mezzani
d’oppression, di fraude, di nequizia.
Ma
pure, acciò costui non m’assassini,
o
solo men che può, convienmi fare
a
suo modo. Signore io mi ritiro,
90 ed
in mezz’ora vedrò di servirvi.
celio Signor
Pompilio addio.
pompilio Celio son vostro.
SCENA SESTA
Fabio, procuratore, Pompilio.
Mentre
Celio va da una parte e Pompilio all’altra, Fabio ferma questi, pigliandolo per
mano.
fabio Signor
Pompilio, perché tanta fretta?
pompilio Lasciate
che di tempo ho sol mezz’ora.
fabio Per la qual cosa?
S’aveste mari e monti,
convien
che m’attendiate. A me bisogna
5 che
componiate almeno una canzone;
voi
vena avete facile e spedita.
pompilio (a parte) (O avessi tu speditamente
un laccio.)
Signore,
io non ho tempo, ed in canzoni
malamente
riesco.
fabio Io so il perché;
10 perché
farmi negate questa grazia.
Ed
io del ben vi posso far, volendo,
e
ancor del male.
pompilio Ah che purtroppo è vero.
Ma,
o bene, o mal, io non posso servirvi.
fabio Ricordatevi il debito ch’avete
con
quel vostro avversario e mio cliente;
15 io
lo farò per tante stanze, tanti
mesi
farvi respiro, o voglia o no.
pompilio Signor
Fabio, voi siete a me sì vecchio
e
buon amico, che farò di tutto.
Ma
qual è l’argomento!
fabio La Diana
20 cantatrice,
ed alludere bisogna
a
quell’aria: «mio ben da te mi parto».[42]
pompilio Alluderò,
farò, mi sforzerò,
Ma
in quanto tempo?
fabio Posdimani deesi
la
sera sparger la canzon stampata,
25 dopo
l’aria, in teatro.
pompilio (a parte) (Deh
si sparga
la
virtuosa e ’l protettor da un ponte.)
Il
tempo è corto, ma farò di tutto.
fabio Signor Pompilio, mi
riposo in voi.
SCENA SETTIMA
Argentina che incontra in fretta Pompilio.
argentina Signor Pompilio,
son mandata apposta
dalla padrona
mia vostra parente
a dirvi due.
pompilio Che domin
ella vuole?[43]
Sbrigati.
argentina A dirvi due parole sole.
5 Ella
vorrebbe una composizione
di
quelle che vi fate voi poeti.
E
perché non so dir, m’ha dato questa
cartuccia.
pompilio
O maledetti siano i versi.[44]
E
le cartucce ancor. Che non ho io
10 oggi
altro a far? Però convienla leggere
e
fare ancora ciò che vuol Vittoria,
poiché
tempo non è di disgustarla: (legge)
«Monacandosi
la Signora Fausta
de’
Fausti, si desidera un sonetto.
15 L’arma
è una fusta, a cui fa d’uopo alludere.[45]
Avendo
mira che lodar bisogna
l’orto,
in particolar, del monistero
dentro
cui sono alcune belle piante.
Onde
dai legni è facile il ritorno
20 alla
fusta ch’è l’arma della monaca».
Bisognerebbe
porre in fusta tosto[46]
gli
stampatori e correttori insieme,
ed
abbrucciare i torchi, e de’ caratteri
comporre
tanti imbuti da salciccia.
25 Ma
il maggior mal è degli stampatori,
che
per bene mangiar e andar vestiti
meglio,
così tormentano i poeti.
Ma
sai tu quando voglia la signora
Vittoria
questi versi?
argentina Or tra sei mesi:
30 poiché
la signorina che si fa
monaca
è andata un poco in Inghilterra,
e
vuol veder l’Ollanda, e la Francia anco,
onde
credo che se facesse solo
una
lettera al giorno, con le sue
35 virgole
e punti, che so che ci vanno,
la monaca starebbe
anco due mesi
ad arrivare.
pompilio Ora tu se’ Argentina,
o
la padrona tua, la più cortese
seccatrice
per versi, che sia al mondo.
40 Poiché
mi date tanto tempo a farli,
che
in questo mentre, o morirsi puote ella,
o
uno stuol di librai fiaccarsi il collo;
o
l’arte anco smarrirsi della stampa.[47]
Di’
alla signora che sarà a suo loco
45 servita;
né mancar posso all’affare
per
diffalta di tempo, essendo che[48]
se
la Clarice intanto si marita,
può
nascere un fanciullo, che nel giorno
del
monacarsi la signora Fausta,
50 sia
grandicel da poter presentare
i
sonettini nel solenne invito,
con
gentil modo e con buono giudicio.
Ma
di’ Argentina, giacché siamo a tale
giunta,
ti credi tu che queste nozze
55 della
parente mia col signor Celio,
facciansi in Carnovale, od in Quaresima?[49]
argentina Dirò
signor: se fossero le mie
bramerei
in Carnovale; ed oggi più
tosto
che la dimane. Ma sapete
60 che
madama Vittoria la padrona,
parla
delle sue cose molto poco
con
noi sue damigelle. Io però credo
ch’ella
sia in casa e aspetti il gioielliere
col
finimento, e con le vesti ancora
65 il
sarto. Le camicie certo sono
fatte
ed a me ne sa ed all’altre mie[50]
compagne,
ch’ entro l’unghie ci perdemmo
lavorando
le notti e i giorni interi.
Onde
l’odor si sente delle nozze.
70 pompilio Intesi
il tutto: tu ritorna intanto
e
di’ a Vittoria che sarà servita.
Tanto
più mi convien cercar Florindo.
SCENA
OTTAVA
Celio, e il Freccia.
celio Te’ questo velo, o Freccia ricamato
ad
oro e fiori, cui comprai poc’anzi
dal
mercatante, e lo scelsi tra mille,
sicché
ebbe a capovolger la bottega,
5 né
però lo pagai; e porterailo
tantosto
alla Clarice mia signora.
E
dille ch’io non so se al suo colore
–
che neppur so qual sia – si convenga egli.
Ma
se conviene, che lo porti, o facciane
10 quel
che più vuol come di cosa sua.
freccia Voi certo m’insegnate complimenti
che
sono belli assai. Ma non è oggi
la
prima fiata che ve li aggiustai,
come
s’acconcian l’ossa dal chirurgo.
15 Ma
di qual pasta siete, che a sì bella
e
fresca giovinetta, voi parlate
come
fa il mulattier alla più sozza
mula
ch’egli abbia e di magagne piena?
celio O Freccia, non è al mondo
la maggiore
20 pazzia,
d’innamorarsi della moglie.
Sai
tu, sciocco, qual cosa sia la moglie?
Ell’è qual la corteccia della noce,
che
si rompe con mano o pur co’ denti
per
mangiarne il midollo che sta dentro.
25 Il
midollo è la dote e lo suo avere:
questo
si mangia e la scorza si getta
a’ cani, o pur a ciò che sia di peggio.
Credi
tu ch’io, perché quando la veggo,
le
dico alcuna paroluccia dolce,
30 che
la dica di cor? Credi tu ancora
che
mi tormenti o intisichir mi voglia
perché
ella ama Florindo? Io tanto curomi
di
lui, di lei, quanto dell’acqua in cui
m’ho
lavate le mani in sul mattino.[51]
35 Sai
tu di cui mi curo? Di Vittoria,
poiché
ella la vera è chiave del giuoco;
e
solo ella mi puote aprir lo scrigno.
Deh,
qual dolcezza, Freccia, quand’è aperto,
sbracciolarmi e cacciarvi entro la mano[52]
40 e
pigliarne quell’oro e quelle doppie,
per
giucare e per farne gozzoviglia?[53]
Quello
scrigno è la sposa e lo mi’ amore.
Per
lui mi struggo e provo gelosia,
e fin che non ci giungo, parmi avere
45 la
febbre il cancro il fistolo e di peggio.
freccia Veramente
voi siete un uom di vaglia.
Ed
è un peccato che sposar non possansi
da
voi tutte le donne di Milano,
che
non saprian trovar miglior marito
50 di
voi, né che facesse tai carezze
alle
lor gioie a’ beni ed al danaro.
Per
altro, tolte che le aveste in mogli,
saria libero loro, anzi forzoso
andarsi
altrove ad accattar il pane.
55 Insomma
io so ciò che alla sposa vostra
s’ha
a dir per complimento.
celio Dillo un poco.
freccia Signora
un che v’adora, per rispetto
sol
nell’immago delle vostre doppie,
saluta
quelle, in luogo di voi stessa.
60 E
come si fa al Turco, che la mano
non
se li bacia, ma bensì la borsa
d’oro
e ricamo ove stanno i dispacci,
Celio
vi bacia non la mano, ma
il
lembo della veste di broccato
65 la
più bella che abbiate, perché d’essa
quand’altro
non ci sia farà vendimini.[54]
celio Tu
parli ben. Ma non voglio che faccia
con
lei molte parole. Parla molto
con
la Vittoria, e dille, se ti chiede
70 di
me, c’ho un fascio di faccende sopra;
ma
che non lascio mai di domandarti
com’ella
sta: se vaglio in cosa alcuna,
ch’ella
creder si possa, compiacerla.
Dirai
il bisogno?
freccia Sì
dirò: ma quelle
75 poverine,
qualor sarete entrato
in
casa, non diran solo il bisogno,[55]
ma
la necessitade e la miseria.
celio Che vuoi pensarci
tu, quando che avrai
da
guazzare a tua voglia? O Freccia allora
80 non
udiremo bussarci alla porta
assai
più creditori che clienti.
Ti
priego ancora fare ad Argentina
li miei saluti e li miei convenevoli.
freccia E che, ne siete forse
innamorato?
85 celio Io
fo pensiero di sposarle tutte
due.
Ma tu m’odi pazzo. Sai perché
fo
vezzi ad Argentina? Per sapere
come
vanno le cose. Io le ho promesso
saran tre anni un bel grembiale.
freccia
Omai
90 n’avrà
logori dodici de’ suoi,
in
aspettando e sospirando quello.
celio Or la speranza è con le donne
un grande
mezzo.
Promesso ho ancor di maritarla.
La
pigliarestu?
freccia
Maisì lo farei:
95 se
non che temo, quando avrete il tutto
consumato
alla vostra, che di poi
consumerete
quello della mia.
celio Allor vedrem
di quel che s’abbia a fare.
Tu
intanto l’ambasciata mi farai
100 secca
alla sposa, ma di poi compiuta
a
madonna, e alla serva.
freccia Oh
che bel mondo!
Ma
così ci si vive oggi e si pratica.
Un
altro tempo venirà che sia
forse
per entro al cor delle persone
105 più
fede amor semplicità schiettezza.
Oggi
queste non son moda o costume.[56]
SCENA NONA
Pompilio, Florindo.
pompilio Convien
ch’io maledica il punto e l’ora[57]
che
v’ho perduto. Ma lasciate un poco
(guardando
qua e là) ch’io vegga, se passato è de’ sonetti
il
mal’influsso.
florindo Io non so che diciate.
5 pompilio Vi
dico che nel mentre io vi cercava,
venute
sono molte genti a stormo
a
chiedermi sonetti madrigali
distici
ottave acrostici canzoni[58]
ed
altre pesti simili poetiche.
10 florindo Incolpatene sol la virtù vostra
signor
Pompilio.
pompilio
Io
più ne incolpo il vizio,
che
certo è un vizio quello di far versi.[59]
Ma essendo oggi attaccato
a tanti e tanti
non
so perch’io ne paghi solo il fio,
15 e
debba sempre far versi per altri.
Or
parmi che diceste poco fa
che volevate dirmi
alcuna cosa.
florindo Voi ve la immaginaste, come
io credo
ed
ora ve la dico. Voi sapete
20 ch’io
vivo servo di Clarice, vostra[60]
parente,
e che la servitute mia
ella
aggradisce. Ma forza è che sia
questo
un gran bene ed una gran ventura,
poiché
con tanto ben vanno congionti
25 tai mali. In prima, eccettuando lei,
tutti
quelli che sono di sua casa
mi
son contrari, infin la gatta e ’l cane.
La
madre ch’è padrona degli averi
come
si sa, inclina a darla a Celio:
30 anzi
si dice che il farà tra poco.
Io
non so mai perché una donna tale
qual
è Vittoria, di conoscimento,
e
di prudenza, e di valor maschile
sia
di sì bel soggetto innamorata.
35 Forse
ella occhi non ha? E se non vede
i
suoi costumi, non ha orecchie onde oda
l’opre con cui il mestier nostro infama?
Ma
il peggio è che a sposare ei l’ha tra pochi
giorni,
come per tutto se ne dice.
40 pompilio Che
volete ch’io dica? Io dirò prima
ch’ogni
donna, valente e circospetta
per
quanto siasi, ha pur il debil suo,
e
che Vittoria s’innamora in Celio
del
suo peggior, come fan l’altre pazze.
45 Ma
la casa ei difende son molt’anni,
poiché
voi certo ne l’etate avvanza.
Ei
par un agnellin alla signora,[61]
ei
maneggia sue cose, e se non ved’ella
per
altr’occhio o per altra bocca parla.
50 Se quel mal far che sempre egli ha per
abito[62]
a lei comunicasse
con gli effetti,
indi l’occasion pigliar potrebbesi
di trar dagli
occhi di madonna il velo.
Poiché
nel cor di donna l’interesse
55 è
passione non minor dell’altre.
Ma
costui si conserva sì illibato
seco,
e tal faccia mostrale d’uom giusto,
che
non si può la maschera levargli.
Florindo,
io v’amo, e il cielo sa s’io veggo
60 qual
differenza passi tra voi due:
e
se mi piange il core di mirare
una
fanciulla di sì buon talento
e
belle parti, star come colomba
ch’è
per cader tra poco in man del nibbio[63]
65 poiché
tra poco, com’io so ben certo,
seguiranno
le nozze.
florindo O questa ancora
ci
voleva per certo. Ma qual via
pottrebbesi tener?
pompilio Io non ci vedo
altro
rimedio, se non sia, che vada
70 con
varie scuse la fanciulla stessa
procrastinando
e guadagnando tempo.
Il
tempo ad ogni cosa è buon rimedio.
E
sappiate Florindo che la pera
è
già matura e poco ha per cadere.
75 Chi
sa? Trattanto può venire a gala[64]
alcuna
delle sue. Cerca il castigo,
come
fa il veltro la fugace lepre,
sempre
la colpa, e per quanto ella imboschi,
alfin la trae dall’ombra nella luce.[65]
80 florindo Dunque vorrei Pompilio caro amico,
che
voi, Clarice confortaste a farlo,
e suggeriste a lei alcuna scusa:
che
in cor di giovanetta ancor non cape
arte
o partito d’onorata astuzia.
85 Apre
l’adito a voi per rivederla
e
parlarle sovente il parentado.
Io
della sua magione non ho alcuno
favorevole.
Celio, i servidori,
e
le serventi ha tutti amici. E voi
90 anco
presso Vittoria, siete in conto
d’amorevole
saggio e buon parente.
pompilio Amico
è ver, ma non convien con lei
toccare
or questo tasto; è ancor la piaga
troppo
cruda e immatura per usarvi
95 o
il ferro o il foco o più forte rimedio.
florindo A
voi lascio la cura. Voi m’amate
e
vedete il periglio ed il bisogno.
pompilio Florindo,
state di buon core. Il cielo
aìta il buon voler, e la fortuna
100 della
prudenza è serva, non signora.[66]
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Fabio procuratore,
Celio.
fabio Celio, io non so se dopo queste
nozze
vostre,
di più servirvi avrò la sorte
nella
fatica di procuratore.
Poiché
dir suole il volgo che una mano
5 l’altra
ben lava, ed ambedue la faccia.
Onde
il cliente è prima quel che liscia
me
con la borsa sua, e uniti poi
noi
due nettiamo il viso all’avvocato.
Ma
s’io dovrò seguir con voi più innanzi
10 nel
procurar le cose de’ clienti,
non
credo che sì bene due mulini
sappiano
macinar grano a riccolta.[67]
celio Amico,
non si può saper di certo
s’io
debba il gentiluom fare, o ’l mugnaio.
15 La
sposa è a me promessa, e la scrittura
si
deve celebrar tra pochi giorni;
ma
pur ciò ch’esser deve ancor non è.
Il
che se fia, non mancheranno a voi
altri
compagni ad insaccar farina.
20 fabio Ma da pagarsi appunto da mugnaio
qual
noi facciamo, altri non troverò.
Io
pria vo’ dirvi, come purgo il grano,
di
poi dirò come con voi lo macino.[68]
Io
tengo nella camera dinnanzi
25 allo mio studio due coadiutori.
Questi,
o tagliansi l’unghie, o se ne
stanno
sbadigliando,
o maneggiano le carti,
non
creder delle liti, ma del giuoco.
Ecco
il cliente comparisce, ed entra.
30 Dice
un di lor: che paga avete a dare
al
signor Fabio? Voi sapete che
ei
non è come gli altri uom da dozzina.
Non
ci vuol meno d’uno scudo. Se
non
ha tanto il cliente, lo congedano;
35 dicendo
ch’io lo servirò piuttosto
per
pura grazia. Se il denaro è pronto
entra
il cliente a me, parla, m’informa
dell’affar
suo. Io mi fo brutto in viso.
E
dico: «questa causa è già perduta.
40 Beato
voi che qui siete venuto.
Poiché
io raddrizzerò l’Ordine, e poi
adoprerem nel Merto il signor Celio[69]
ch’è
l’uomo più famoso del paese.
E
che fa insino il debitor rascuotere
45 da’
creditori», or vedi se gli paga?
Dopo
due scudi o tre ch’io n’abbia emmunti
per
una cosa sola od un sol punto,
tiro
il cliente a farmi la procura,
e
sborsarmi danaro per la lite.
50 Per
risparmiare a sé la noia e i passi.
Nella
prima comparsa innanzi al giudice,
sol
da una paroluccia scritta, nasce
bisogno
di consulta e d’avvocato.
Allor
viensi da voi a macinare,
55 cioè
vengo da Celio col cliente.
Voi
ve ne state in seggio patriarcale;
con
le ciglia innarcate e con la faccia
tosta
mi udite, dimenando il capo,
e
dite: che l’affar ha rotte l’ossa.
60 Io
mostro confessarlo. E appunto, aggiungo
perciò,
venuti siamo al protomedico.[70]
Si
discute la cosa, e l’uom si manda
vuoto
di soldo e pieno di speranze;
ponendo
l’ora ad un’altra consulta.
65 celio O questo è il punto. Bisogna dividere
la
quistione in capi, ed ogni capo
in
altri capi, e trar dubbio da dubbio,
ch’ogni
incertezza apporta paga certa.[71]
fabio Questa è la vostra parte, che
la mia
70 è
poi stiracchiar l’ordine del Foro
e
raggirarlo per la via più lunga.
Proroghe,
sospensioni, appellazioni,
dichiarazioni,
esamine, capitoli;
che
il render finalmente vien dal pendere.[72]
75 celio Ma
dei colpi secreti, e più mortali
che
a noi dan vita? Falsare, sopprimere,
giurare,
istromentare, ed ingannare
la
fe’ privata, e mascherar la publica?
fabio Son
cose che si possano e si denno
80 serbar
ad altro tempo e ad altro luogo.
celio Per
or ti dico e ti confermo che
se
seguiranno quelle nozze, puoi
trovarti
altro collega; ma se pure
non
seguano, che questo è in man del caso,
85 e
abbiamo a far con donne, non cangiare
per
tutto l’or del mondo il mio mulino.
fabio So
che altrove non è miglior macinio.[73]
SCENA
SECONDA
Clarice,
Pompilio.
clarice Ella
è come vi dico, o mio parente.
Mia
madre vuole quelle maledette
nozze
che fatte sien pria di domenica;
ed
oggi è giovedì; e l’ore sono
5 ventidue, né si può tirar più a lungo.
Va
dicendo ch’è sazia del maneggio
della
casa, e non ha ora di bene.
La
conversazïon quando è adunata
appo
di noi, dice, che deve udire
10 or
questo, or quello, e intanto disturbare
amici
e amiche: scrivere alla Camera
di
Vienna; e di più, in villa anco al castaldo.
Che
un uom le fa mestiero, e vuol godere
sua
libertà, sue visite, e suoi spassi:
15 l’altre van prorogando di far spose
le
figlie, sebben sono d’anni trenta;
mia
madre mi vuol morta, che n’ho sedici.
pompilio O
questo è un grande imbroglio. Poiché certo,
che
diciate di no; questo si è l’ultimo
20 rimedio,
ed i rimedi ultimi sono
da
usar ne’ mali estremi e disperati.
Ma
lasciate… io ci penso, e quanto più
ci
penso, tanto meno ce la trovo.
Vi
fingereste amalata per poco?
25 clarice Ma
di qual morbo? Di febbre non già;
poiché,
se viene il medico, e le dice
ch’io
non ho febbre, monta sulle furie.
pompilio Non
potrebbe ei vosco accordarsi il medico?[74]
clarice Chi?
Quel vecchio sciancato, che ha la chioma
30 rara,
partita in due? Con quella sua
voce
piana e melensa e sì pietosa?
Questo
non si può fare. Ché quel fisico
è
troppo scrupuloso, né per tutto
l’oro
del mondo direbbe bugia.
35 Ed
il tentarlo sopra questo affare,
ell’è opra perduta, e fuor di speme.
pompilio Non
potreste pigliare un altro medico?
clarice Io un altro n’avrei molto più giovine,
che
non tormenta tanto gli amalati
40 – e come sento a dir da quei che sanno –
buon
geometra e buon naturalista:
non
men de’ libri pratico e dell’arte,
che
delle cose e de’ mondani affari:
di
capelli castagni e d’olivastro
45 color,
che poco parla ed opra molto.
pompilio A
questi si può dir com’è l’affare.
Ed
egli puote, dubitando almeno,
tra
’l sì ed il no ch’abbiate febbre, farvi
guardar
il letto per alcuni giorni.
50 clarice Non
c’è rimedio, non lo vuol mia madre
né
in casa, né alla cura, o d’altri, o sua.
Poi
dice ch’ei non opra co’ purganti,
e
che so io; che delle cose fisiche
o
naturali ho poca esperienza.
55 Insomma;
ella ci vuol quel primo medico
cui
dicemmo: e colui dirà alla schietta
che
la mia febbre è finta e puro inganno.
pompilio Per
fine, a questo mondo cose tali
s’incontrano,
e successi, che il più saggio
60 –
di me non parlo che non empio il numero –
ma
certo un uomo del maggior giudicio
per
trovarci compenso, non ne sa
più
d’un fanciullo. E tante se ne affollano
per
contradirci alcuna nostra brama,
65 che
la prevision, l’adoperare,
non
son bastanti a superarle tutte.
Ma
quinci venir veggo vostra madre.
clarice Io
mi ritiro e lasciovi con lei.
SCENA
TERZA
Vittoria,
Pompilio.
vittoria Avventurosamente
io vi ritrovo
signor
Pompilio qui; poiché vi devo
parlar
di ciò che maggiormente preme
a’ nostri dì secondo il buon costume,
5 maritando
una figlia.
pompilio Sarà forse,
signora,
l’equità del parentado.
La
virtù della giovine, e ’l valore
dello
sposo.
vittoria
Io di ciò nulla mi curo,
né
penso che sian cose necessarie.
10 Io
dico, delle vesti, e delle gioie
del
treno nuziale e de’ suoi mobili,
de’
cavalli, carrozze e ancor livree.[75]
Il
tutto voglio che vediate, e che
diciate
il parer vostro. Ben è vero,
15 che
vi conviene per sei ore almeno
dar
bando e tregua ad ogni vostro affare;
se
sol vogliamo annoverar le cose.
.
pompilio Io sono a’ cenni
vostri. Ma che è ciò
che
ci vuol tanto tempo, come a fare
20 d’uno
esercito aveste la rassegna?
vittoria Io
vi dirò. Vanno tre cose a gara
oggi
nel rivestir, nell’adornare
noi
donne. Il Lusso, il Comodo, il Piacere.
Il
Lusso s’alza sempre e sopra tutti
25 vuol
starsi, come l’aquila di sopra
agli
altri augelli: e questo è molto giusto.
Che
se la lavandaia e se la moglie
del
beccamorto, vuol andar lucente
di
seta e d’or, staranno forse addietro
30 la
mercatante e gentildonna ancora?
Quinci
è che crescon sempre gli ornamenti
e
foggie in infinito. E vana voglia
non
è la nostra, ma necessitate,
e
buon conoscimento del suo grado.
35 Il
Comodo di poi entra pur egli
con
gran ragione nel triumvirato.
Le
stagioni dell’anno sono quattro;
per
l’intemperie poi oggi son dodici.
Anzi
lo stesso giorno, or freddo, or caldo,
40 ora
fa secco, or temperato, or umido.
Onde
convien mutar secondo l’ore
la
veste. E poi le visite, gli uffizi.
Le
maschere anco; il serio ed il ridicolo,
ci
fan cangiar di spoglia a tutte l’ore,
45 come
color cangia ’l camaleonte.
pompilio Dite
anzi, come donna pensier cangia. [76]
vittoria La mattina
sedendo in capo al letto,
una
veste; allo specchio un’altra veste;
e
lavandosi un’altra; indi pigliando
50 il
ciocolato o il pane in brodo, un’altra;
al
foco questa, alla finestra quella.
Del
cavalier la visita, vuol veste
diversa
assai, da quella della dama.
Il
parente s’accoglie in confidenza,
55 il
forestier con pompa.
pompilio Vi sarà
veste
diversa per trattare ancora,
col
canarino, col cane e la gatta.
vittoria Infine,
il Piacer viene dopo i due
ordinator
di vesti. O questo sì,
60 che
moltiplica in fogge ed in colori.
pompilio Ma non so poi, se questo ch’io vi dico
sia
piacere. Alla veglia al ballo al giuoco
veggo
voialtre donne girar gli occhi
su
questa e quella; esaminarle, e se
65 vedete
alcuno abbigliamento nuovo,
struggervi
impallidire sospirare.
La
notte non dormite, sol pensando
o
ad una nuova foggia, o pure al modo
di
trovare il danar per acquistarla.
70 Il
marito non ode altro tintinno;
le
lettere non sono scritte d’altro;
ed
i danar per altra via non vanno.
Piacer
io stimo l’aver pace e quiete,
non
tormentar sé stesse, e né pur gli altri.
75 E
conversar insieme senza invidia.[77]
vittoria Basta: o piacer o pena, così s’usa.
Andremo
dunque nella stanza addentro.
Volgeretevi attorno, e da ogni banda
vedrete
armari aperti e pieni e ceppi
80 di
giubbe giubberelli e di guarnache.[78]
Vesti
non sol da femmina, ma ancora
da
maschio per la caccia e per la maschera.
pompilio Non
so, signora mia, questo approvare,
che
le femmine vestansi da maschi.
85 Questo
una volta fu grave delitto,
e
vi fur leggi e pene a ciò grandissime.
vittoria Io
non so d’una volta, io parlo adesso.
Poiché
i vestiti avrem veduti, ad uno
ad
uno, che non son meno di cento;
90 verrà
la biancheria che a mano a mano
si
sta riposta in più di dieci cofani.
Merli
fiamminghi cornette camicie.
Poi
verremo alle gioie. O queste sì
che
vogliono del tempo. Prima ogni abito
95 vuol
le sue gioie del colore stesso,
di
poi convien pesar, di quanti grani,
veder
di qual chiarezza, e di qual fondo.
Passar,
dopo le vere, alle false anco
gioie
che oggi per vezzo s’usan pure.
100 Ma
ove lascio lo stucchio e tabacchiera[79]
ed
orivolo d’or?[80]
pompilio Ove volete
signora.
Andiamo dentro, che io mi muoio
di
noia di fastidio di tormento
solo
ad udire. Or che farò a vedere?
SCENA
QUARTA
Il
Freccia, Argentina.
freccia Io
già da un’ora ho portato qui un regalo
del
mio padrone alla signora sposa;
e
l’ho portato così presto e bene,
e
con sì gentil modo presentato,
5 che la mia diligenza assai più vale
del
dono, dello sposo, e della sposa.
E
mi han detto che aspetti. Or credo ch’io
impietrirò
aspettando. Ma sen viene
Argentina.
Ella certo avrà la mancia.
10 argentina Che
fai qui Freccia che son dieci secoli
che
veduto non t’haggio? Ove sei stato?
freccia È
forza che sia stato invisibilio[81]
o
ancor di peggio, che non m’hai veduto,
mira
qual fronte di bagascia e druda![82]
15 Non
hai tu, di mia mano, poco fa
quel
velo riceùto, che in regalo
Celio
il padron mandava?
argentina
Oh, il tuo padrone?
E’ mi par così in sogno ricordarmi.
Ma
in ispecie confusa, non già chiara.
20 freccia Or
t’avrò io a rischiarar le idee
e
col bastone scuoterti ben bene?
argentina Se
il vel fu riceùto. Ma che vuoi,[83]
e
che fai qui? Che attendi, né ti vai?
Noi
siam piene d’intrichi noi. Chi nozze
25 fa, non vuol esser – ben lo sai – sturbato.
freccia E
chi porta regali, non vuol egli
essere,
o poco, o assai rimeritato?[84]
argentina Freccia,
tu se’ in error. Questo s’usava
al
tempo de’ Sforzeschi, e de’ Visconti;[85]
30 oggi
è volata la merenda in cielo.[86]
Sai
tu su quella porta ciò ch’è scritto?
freccia Io
nulla leggo, oppure ho le traveggole.
argentina «Entra
qui il tutto, e nulla n’esce poi».
freccia Chi
ti lisciò la vista o mia comare,
35 che
leggi e vedi ancora l’invisibile?
argentina Freccia,
buon dì. Riponi questa mancia
sì
che possa trovarla a tuo piacere.
freccia Sozze
trombette, bergole sfacciate.[87]
Fo
voto al ciel, se mai cosa ci porto
40 che
mi sia data, di rompermi il collo:
o
che ogni dono riterrò per me,
o
per far meglio getterollo a fiume.
Ma
è tempo ch’io mi parta e ad altro attenda,[88]
ché
il padrone è sul ghiaccio di danaro.[89]
45 Onde
convien ch’io sottilizzi e adoperi
sì ch’io ne faccia uscir da qualche buco.[90]
Ma
non so se potrò. Costui biscaccia
quel
d’altri e ’l suo in giuoco, in amoreggi,
in
vestire, in mangiar. Quant’ei guadagna
50 quant’io
raccolgo, svanisce in un subito.
Omai secca ogni fonte è e che ci innaffia.
Se
questo matrimonio non succede
non
c’è rimedio più, siamo perduti.
SCENA
QUINTA[91]
Vittoria,
Clarice.
vittoria Clarice,
il tutto è in pronto. Ho dimostrato
sinora
al nostro amico e buon parente
Pompilio,
la mobilia per tue nozze;
che
n’è restato attonito e confuso.
5 Né sa, d’alcuna che si sposi a questi
giorni,
che sia sì ben mobiliata.
Né
tante cose ebbe né sì ben fatte
la
contessa Baltreschi, e né pur ebbe
simili
la marchesa del Bisesto.
10 Però,
se vedi ch’io mi struggo, acciò
niuna
sposa ti sorpassi e vinca,
di
dote, di danar d’abbigliamenti,
in
Milano non sol, ma in altro loco;
tu
devi procurarmi il contraccambio
15 nell’ubbidienza
e tua rassegnatezza.
Io
doman penso celebrar le tue
nozze,
Clarice, con Celio Mignatta.[92]
Onde
tu ti prepara a ben accoglierlo,
e
far vedere a tutti gl’invitati
20 che
lo stimi e che l’ami com’ei merta.
clarice Signora madre, quanto
alle mobilie,
io
mi veggo e conosco che son tali
d’averne
invidia ogni più ricca sposa.
Ma
se il mio genio devo confessare
25
– che il simular ho in odio mortalmente –
tolto
che sono vostre grazie e vostra
somma
benevolenza e cortesia,
poco
a core mi sono. E quel ch’è all’altre
di
somma ambizion di piacer sommo,
30 opra
nell’alma mia contrario effetto.
Io
da bambina ho sempre auto questa
gloria
– e mi par di giovine ben nata
degna
e di donna – di formar con mie
mani,
quanto al vestir mio s’appartiene;
35 lasciando
di far ciò che si disdice,
o
per vile materia, o per lavoro.
Onde
con l’ago, col ricamo e ’l fuso,
e
col tessere ancora, adeguo e vinco
forse
i lavor di chi all’Italia vende
40 le
fogge, e altrove l’oro ne trasporta.
Or
voi, ciò nonostante, mi voleste
adornar
sì di cose elette e care,
che
dagli altri si ammirano; da me,
o
nulla, o solo come vostro dono.
45 Ma
quanto al celebrar coteste nozze,
con
rispetto di figlia, io vi protesto
che
sono al genio ed all’etade mia
così
presto immature e fuor di tempo.
vittoria L’ubbidire da figlia
è sempre a tempo.
E
il voler giudicar contro il volere
50 d’una
madre, ad ognun parrà immaturo.
Però
sappi ed intendi che non più
domani,
ma per questa sera stessa
vo’
che sien celebrate le tue nozze.
clarice E
che? Tre dì di tempo soglion darsi
55 ad
un dannato giustamente a morte,
e
per lo matrimonio, che dipende
dal
voler nostro e dalla libertade,
né
men tre giorni mi volete dare?[93]
Ora,
pigliar un uom con cui si dee
60 mangiar
bere dormir, e stare infino
che
il viver duri, o dell’uno, o dell’altra
è
egli sugger un bicchier di vino?
Or
noi fanciulle semplici innocenti
al
mondo nate siam per esser schiave?[94]
65 Che
vale a me dote tesor ricchezza,
e
gioie e vesti e sì superba mostra,
se
non, siccome al morto i fior gl’ incensi?
Che
morta sono veramente, se
né
dir di no, né posso differire
70 cosa
che durerà fino alla morte.
Ma
s’è partita e né pur volle udirmi.
O
trista sorte! O padre se ci fosti,
che
diresti, a vedermi unica figlia
unica
speme tua, sacrificata
all’arbitrio
d’un uomo di tal fatta.
75 Or
vado, e se non val pietà ragione,
se
non forza o consiglio, un solo no
ch’io
dica, mi potrà cavar d’impaccio.
SCENA
SESTA
Fabio,
Florindo.
fabio Signor Florindo, benché rade volte
mi
vedete venir nel vostro studio,
non
è ch’io non vi veneri ed osservi
la
virtù vostra e somma intelligenza.
5 florindo Fabio,
non ho bisogno di preamboli
s’avete
a dirmi alcuna cosa, dite.
fabio Dico – e mi perdonate – che voi siete
stitico nel mestier
dell’avvocato[95]
sovverchiamente; e che se voi yoleste
10 avreste
più danaro e più clienti.
florindo Clienti
non mi mancano perché
gli
amici miei senza mercede io servo,
ed
i poveri ancora. Ma che importa[96]
a
voi di farmi conseguir danaro?
15 Io
dell’or non mi curo, o sol perciò
che
l’oro è bisognevole alla vita,
ed
è della fatica giusto premio.
E
la giustizia come in me procuro,
così
bramo vederla anco negli altri.
20 Onde
godo che i ricchi di fortuna
usino
meco giusta riccompensa.[97]
Peraltro,
se taluno ancor de’ ricchi
la
debita mercede non mi porge;
cortesemente,
e non con volto fiero
25 o
con irato cor, io li congedo.[98]
E
gli lascio a voi Fabio ed al collega
così
intrinseco vostro, il signor Celio.
fabio E
noi gli ricovriamo. Poiché mai
l’avvocato
non dee render deserto
lo
studio suo; che quell’andar innanzi
30 e
indietro della gente alla sua porta
troppo
accresce la fama e l’util suo,
e
se non reca avere, apporta stima.
Piuttosto,
se non danno frutto, o poco;
gir
e tornar si fanno mille volte.
35 Non
posso ora, venite anzi domane,
o
posdiman. Così tormentano essi
e
noi per lor frequenza abbiam più credito.
florindo Ma
del danno che a voi gli avari apportano,
come
vi ristorate?
fabio Il
vi dirò.
40 Una
certa dottrina adoperiamo
che
da alcuni si chiama del compenso.[99]
Ed
in poche parole io ve la spiego.
Quando
uno ti danneggia, e tu ad un altro
apporta
danno e l’util tuo compensa.
45 florindo O che bella dottrina! Or come voi
o
Fabio, l’applicate all’uso vostro?
fabio Io l’adopero così. Tizio mi fa[100]
fare
un sommario; né mi paga oppure
la riccompensa mi tributa scarsa.
50 Che
debbo farmi allora? Se m’appello
al
giudice, la cosa non va bene,
perché
gli altri forensi, ed i clienti
mi
trattano da bergolo importuno[101]
e
cacciator di risse. Se il cliente
55 mancatore
ricevo con le brutte,
ancor
spargo di me sinistra fama.
Dunque ad un altro che non sia sì accorto
faccio
pagar il suo sommario il doppio.
florindo O
Fabio, io vi confesso che ne so
60 assai
meno di voi. Ma ben mi pare
col
puro lume natural, che questo
non
sia diritto. Ora difendereste[102]
voi
ciò che fate se ’l facesse un altro
in
causa alcuna a parte avanti il giudice?
65 fabio Amico, altro è manifesta
ingiustizia
ed
altro occulta. Dalla prima vuolsi
guardare,
non così dalla seconda,
quando
util sia all’individuo nostro.
Rubare
apertamente questa è colpa;
70 ma occultamente e con la
chiave in mano,
o
col manto d’ufficio diligenza
onestà
gentilezza, e che so io,
questo
non è rubare, ma pigliare.
florindo Or
a questo pigliare ci vorrebbe
75 il
boia che pigliasse anch’ei col laccio.
fabio O
signor mio, di questo affare sono
tai ladri, che non bastano i carnefici.
florindo Io però veggo che distingue il mondo
tra il far bene
e mal fare; perché al primo[103]
80 segue lode ed applauso,
come cosa
a un’altra naturalmente
congionta;
e che al secondo
succede l’infamia,
che non è poca
pena o sì leggera.
Dunque non è nella openion né pure[104]
85 umana,
l’opra rea così velata
da
manto alcun che non appaia tale.
E alcuna volta questi furti occulti
vengono
pure a gala della forca.
fabio Signor
Florindo, queste cose sono
90 da
disputarsi nelle scole, e non[105]
nel
mezzo delle piazze o delle strade.
Che
qui si bada all’utile e non altro.[106]
Or
io vi dico, e questo era l’affare
di
cui volea parlarvi, che venendo
95 Celio
alle nozze – e certo ei non avrà
altro
bisogno d’avvocare – allora
sarò
al vostro servigio.
florindo In men parole
vi
sareste spedito, e in assai meno
io
vi spedisco o Fabio, io non vi voglio;
100 o
Celio abbia la sposa, od il malanno.
SCENA
SETTIMA
Pompilio,
Argentina.
pompilio Signora
Vittoria mi volea
dopo
la sua pomposa guardaroba,
ancor
mostrare i suoi cavalli e le
carrozze
sue, con le livree da nozze,
5 e
m’avria per due ore ancor tenuto.
Ma
io che di vedere cose tali,
ho
quel piacer che prova l’ignorante
se
tu gli mostri libri e prose o versi,
che
lo perché di tai cose non sa,
10 tal
io che d’este pompe non intendo
né
la cagion né il modo, e che mi sembrano
tutte
pazzie, di casa m’involai
ed
uscii per la porta del giardino.
O
miseri che siamo e stolti insieme![107]
15 Quanto
non solo è il danno, ma la falsa
sottigliezza
e pazzia di queste pompe!
Ma
eccoti Argentina. Ove ne vai
giovine,
che dimostri tanta fretta?[108]
argentina Signor,
c’è in casa alcuna novità,
20 non
per la casa stessa, ma bensì
per
la fretta. Vittoria vuole a tutti
i
modi che Clarice sposi Celio
in
questa notte e prima che si vada
a
dormire.
pompilio Or
che è ciò, forse gli è acceso
25 il
foco in casa, che non si può estinguere
se
non con queste nozze?
argentima Il
foco è acceso
nel
suo cervel nell’anima nel core.
Ella
attorno ha mandato li staffieri,
ed
il guattero e ’l cuoco ed il maestro
30 di
casa, a provedere ed invitare.
e
manda me precisamente a Celio
che
lo avvisi del tutto.
pompilio Or dimmi, sai
il
perché di tal fretta? O pur di tale
ira
furor bile indiavolamento?
35 argentina Credo
che la cagion sia che vi sono
state
parole tra Clarice e lei.
La
fanciulla, m’accorgo da gran tempo,
che
al suo terren non vuol di Celio i ferri:[109]
io
m’ingegnai di battere il focile;[110]
40 ma
Clarice non è qual l’altre donne
pronte
a cangiar, come biscia, la scorza.[111]
Sia
d’altri amor, sia odio di costui
non
n’ho potuto aver parola buona.
Apporta
ch’egli è un gran scialacquatore.
45 Ma
s’inganna del doppio al parer mio
che
mal non n’ebbi un sol paio di guanti.
pompilio Te’ questa chiave, e portati a mia casa,
e
di’ al mio servo ovvero alla servente
che
t’introduca dentro la mia stanza;
50 ed
apri in sua presenza tu lo scrigno,
ove
sono di guanti paia dodici
per
donna, e poco fa da Roma vennero,
e
tutti piglieralli che son tuoi.
Di
Celio dir potrai alla padrona
55 che
né in mare, né in terra lo ritrovi.
argentina Signor
Pompilio mio, voi veramente
di
generositate siete speglio.
Con
voi basta aprir bocca, che intendete
prestissimo
il bisogno delle donne.
60 Riferirò
di Celio come dite.
pompilio S’io
oggi solo queste nozze posso
turbar
o differir, ho speme tale
che
saranno turbate anco per sempre.
SCENA
OTTAVA
Celio,
il Freccia con un sacchetto di processi.
celio Io
t’ho cercato, manigoldo in mille
luoghi,
al caffè al bigliardo in piazza al corso,
nel
mondo e fuor del mondo: che facesti
sinora
e dove fosti? Tu pur sai
5 che
non ho un soldo, e che perdei iersera
tutti
quanti n’aveva al faraone.[112]
Tu
sai che alla Signora Belcolore
convien
mandar la spesa, ben che tardi.
E
ancora andar subitamente in fretta
10 dal
sarto, che mi porti quel vestito
di
veluto di Genova, e marsina[113]
di
Lione. E però conviene almeno,
per
la fattura sua, e per la mensa
di
casa e dell’amica fare un pegno.
15 Tu
taci e non rispondi. Ma che hai
in quel sacchetto? Parla, ovvero ch’io
ti
caverò la lingua, parla, di’.
freccia Questa
per me rispondavi, padrone,
(battendo
con mano una borsa di danaro)
20 ch’ha
miglior canto assai di Farinello.[114]
Quest’oro
è tutto vostro.
celio O
caro amato,
e
ben trovato Freccia, io mai non ebbi
servo
sì diligente, né sì presto,
né
che sì ben si lasci ritrovare,
25 o
che meno di lui stiami lontano.
Or
dimmi, quanti sono? Ma non monta
contargli.
Porgi a me dammeli subito
e
subito, ch’io torni a ricatarmi
del
perduto danaro in un momento.
30 freccia Adagio
adagio adagio. Questo soldo
–
e sono doppie ottanta – il signor conte
Sansugola mel diede. Ma ne vuole
il
ricordo in iscritto o ricevuta;
con
la promissione espressa in carta
35 di
preparar il necessario tutto
per
la sua lite, che si dee trattare
la
prima settimana di Quaresima.
E
queste son le carti per l’affare
delle
quali vuol anco la minuta.
40 celio Eh
ch’ora non attendo a questi imbrogli;
né
in tali giorni voglio il capo rompermi,
scrivendo
riceùte od inventari.
Digli ch’ei fia servito, e tanto basta.
freccia Se
tanto basta a voi non basta a me;
45 e
il vostro basta mi farà un bastone
sonare
sulla groppa. Io so chi sia
purtroppo il signor conte de’ Sansugoli,
è
un cavalier d’onore, ma le truffe
non
gli piacciono punto, e le mancanze.
50 A
recargli la carta ed il sommario,
m’ha
detto ch’io ci pensi, e che il danaro
a
me lo conta e lo consegna a me.
celio Freccia,
o dallo d’amor, o lo darai
per
forza.
freccia
Io dunque
lo darò per forza?
55 Io
che vedendo il vostro gran bisogno
tosto
vi procurai questo danaro
da
chi men volea darlo? E tanto feci
e
dissi tanto, con la scusa che
in
queste ferie meglio avreste il punto
60 studiato
della lite, e poste in ordine
le
carti, che alla fin condussi il conte
a
supplir al maggior uopo che aveste?
Dite,
che si volea da vo’ impegnare;
se,
tolto in vostra casa alcune poche
65 masserizie
e stovigli, avete voi
non
già impegnato ma venduto il tutto?
Voi
usarmi la forza e minacciarmi,
che
son mallevador in cento luoghi
per
voi? All’oste, al rigattiere, infino
70 alla
povera Trecca lavandaia?
celio Che
hai a far con me, che mi rimbrotti?
Che
mi castighi e ben ancor mi predichi?
Io
vo’ far a mio modo, e non t’ho preso
per
pedante con meco, ma per servo.
75 freccia Io
non faccio il pedante, ma vi dico[115]
che
non vi lascierò se fuste ancora
nel
ninferno, e che voglio mi facciate[116]
il
ricordo e la nota per portare
subitamente
al conte de’ Sansugoli.[117]
80 celio (bastonando
il Freccia) Questa è prima la nota
freccia Ahi ahi padrone
ahimé
ahimé, lasciatemi lasciatemi.
celio Or vieni ancora a
rompermi la testa
con
tue sciocchezze, e ti farò il ricordo.
ATTO TERZO
SCENA
PRIMA
Clarice,
Argentina.
clarice Alfin poco rimedio ormai mi resta,
o
niuno, Argentina; la materna
ira
ostinazion, il detto il fatto
tutto
è contro di me. Solo rimane
5 una cosa ed è questa,
il mio volere.[118]
Poiché
quand’io non voglia la scrittura
sottoscriver
di nozze, sarà nulla.
argentina Anzi
il tutto, signora, è vostro peggio.
clarice Dimmi come e perché? Quand’io non voglio,
10 chi
mi puote sforzar? Tu vedi bene
che
Celio lo mio aver non otterrà,
se
non ottien la mia persona stessa;
e
che dipende ciò dal voler mio.
Un
no basta a levarmi fuor d’impaccio.
15 argentina Signora
mia, mi credo assai, che allora
più
che mai ci sarete.
clarice O
questa è bella!
Non
ottiene egli la mia facultate
in
via di dote? Or quando mai s’intese
che
s’ottenga la dote, senza avere
20 quella
fanciulla o donna ch’è dotata?
argentina Ancora non capite? Io sì vi dico
che
ricusando voi coteste nozze,
Celio
si avrà la dote, e voi sarete
senza.
clarice
O può far il mondo! Tu mi fai[119]
25 impazzare.
Te’ qui questo ventaglio
questo
è il ventaglio, non è vero?
argentina È
vero.
clarice E questo è il nastro!
argentina Lo vedo e lo tocco.
clarice Or
tu piglia il ventaglio; ecco che il nastro
nelle tue man naturalmente viene.
30 argentina Ma
datemi, di grazia un po’ il ventaglio.
Ora
ne spicco il nastro: egli è la dote
e
voi siete il ventaglio, che restate
sola
tapina povera deserta,
e senza dote.[120]
35 clarice O Argentina; tu mi
fai quest’oggi
trasecolar.
Se fusse ella così
al
nostro tempo, che pur si potesse
senza
della fanciulla aver la dote,
staremmo
fresche. Questi signorini
40 tale
ci abaderobbono, qual fanno[121]
ad
una piuma che per aria voli.
Essi
nobili sieno, o pur ignobili,
e
si vengano ancor dalle Troiate,[122]
voglion le gentildonne fresche e belle
45 con
molta dote. Vogliono danaro,
mobili
eredità. Se son falliti
pensano
ricatarsi con la dote.[123]
Alzar
imprese ed armi, e dir: «io fui
de’
tali e de’ cotali, ed il mio nonno
50 entrava
nel consiglio». Anch’io lo credo,
ma
ad iscopare e ripulir le panche.
Nel
lusso poi del vestir, nel mangiare
l’artigiano
vuol far da mercatante,
il
mercatante – non vo’ dir di tutti
55 ma
d’alcun certo – la vuol far da nobile.
Non
c’e mestier, i campi se gli
cuopre
un
grillo con un’ala, od una mosca.[124]
Or
che s’ha a far? Bisogna con la dote
supplir
a tutto, e dire’ ancor a’ vizi.
60 Se
una fanciulla un po’ di dote, o pure
se
può aver una onesta reditate
che
dicono? Io non voglio comprar liti
col
matrimonio. E poi devo indugiare
che
muoiano i maggiori. Onde piuttosto
65 con
molta dote pigliano una vecchia,
che
sia vizza piagnente abominevole,
e
che la mane segga al focolare
sulle
calcagna e sputi farfalloni;
tanto
l’aver si stima, e per suo amore
70 il
tutto si sopporta. Io ben ringrazio,
Argentina,
la sorte, che non sono
negli
aver tra le prime, né tra l’ultime
di
Milano. Per altro potrei dire
e
fare, che non troverei persona
75 che
mi guardasse.
argentina Or vedi, se l’intende
bene
questa fanciulla. Insomma io vedo
che
la natura dona a tutti noi
dritto discorso
senza fraude o macchia.
Ma poi quello
che dicon gli altri e l’altre,
80 e quello ch’esse
fanno, e quel che s’usa,
guasta in noi
il don dalla natura dato.[125]
Ma,
signora, torniamo un poco al primo
discorso.
Io dico che se non volete
Celio
Mignatta per vostro marito,
85 neppur
potrete aver la vostra dote.
clarice Dimmi
il perché, scioglimi questo nodo.
argentina Ora
vel dico. Il vostro signor padre
Lelio
Dondina, degli averi suoi
così
dispose, il proprio testamento
90 facendo;
che lasciasse vostra madre
universale
erede, e che da lei
foste
dotata e ancor lasciata erede,
quando
voleste in matrimonio unirvi
a
chi da lei vi fosse destinato.
95 Se
no, vi priva d’ogni cosa e lasciavi
la
pura e miserabile legittima.
clarice Meschina
me! Come tu puoi saperlo?
Poiché
in casa non eri, quando il padre
testò
e morì, ch’io era allor bambina,
100 e
tu giovine sei, né ci potesti
essere.
argentina
Io ve
lo dico. Poco fa
per
la dissension vostra e ’l rifiuto
fatto
di Celio, chiamò vostra madre
Fabio
procurator, ed il signore
105 Pompilio
stretto a voi di parentela;
e
chiusa nell’archivio (a parte )(sebben io
era
fuori alla porta e il tutto udiva,
che
tal virtù è di noi serve tutte,
d’udir
sempre i secreti dei padroni)[126]
110 s’incominciò
da loro a ricercare
e
mescolar le carte. Fabio al fine
trovò
quel testamento e tutto il lesse
lo
rilesse insieme con Pompilio.
Il
qual pure parlava a favor vostro.
115 Ma
vostra madre e il tristanzuol di Fabio[127]
a
ciò che venìa opposto, rispondevano.
clarice Al fin che ne seguì?
Dimmi sorella,
che già preveggo
l’ultima di mie
disgrazie?
argentina Alfine – cara padroncina
120 voi
mi fate pietà – fu preso e fermo,
quando
voi non vogliate acconsentire
alle
nozze di Celio, di privarvi,
e
di lasciarvi puramente ciò
che
basti ad un meschin mantenimento.
125 Sentii
ancora a borbottar là dentro
che
vostra madre volea far tal carta
che
non so cosa fosse, ma per certo
ella
era in danno vostro. Simil carta
Fabio
volea: Pompilio dissuadea,
130 né so poi qual parere abbiano preso.
Ma
conviene ch’io vada in altra parte.
sol
vi consiglio, cara padroncina
e
priego a mutar voglia, se per sorte
cangiando
voi, cangiasse anco la madre.
135 clarice Non
fia; che sebben l’alma, all’improviso
colpo, e timor
di nuova povertate[128]
alcun poco s’arrese
e vacillò,
or non dimen ripiglia ogni sua forza.
SCENA
SECONDA
Florindo,
Pompilio.
florindo È dunque certo, amico
mio Pompilio,
e
fermo il core di Clarice di non
voler
acconsentir a queste nozze.
In
tanta avversità, ch’io lei non possa
5 ottenere,
quest’atto suo costante
è
per me invero d’alcun refrigerio.
pompilio Florindo, io ben lo
credo, io che conosco
la
scambievole fiamma d’ambedue,
e
la virtù e i costumi rari e degni
10 d’entrambi, e all’una son di sangue giunto,
all’altro
di amicizia tanto stretta,
che
negli affetti dell’uno e dell’altra
trasformarmi
conviene per consenso.
Ma
a men non posso di non darvi ancora
15 una
novella, che quel vostro solo
conforto
ucciderà, purch’io la dica.
Certo
che il colpo è pria caduto sopra
dell’alma
mia, ch’è sì alla vostra unita.
Onde
m’udite e tollerate a un tempo
20 questa
nuova ferita della sorte,
con
la virtù, che mai da voi si parte.[129]
florindo Che
sarà mai che possa esser di più
del
perdere Clarice?
pompilio E pur vi puote
esser
di più, s’ancor Clarice perda
25 cosa
cara non già, ma necessaria[130]
come
sono i suoi beni e averi tutti.
florindo Forse per lite che mossa le sia?
pompilio Peggio
che lite, poiché d’essa l’esito
è
incerto, e tanto perdere, che vincere
30 si potria. La disgrazia di Clarice
è
che la cruda sua madre Vittoria
vuol
privarla di tutto, e fare a Celio
donazion di tutto irrevocabile.
florindo E vuol farlo,
e può farlo? Ahi cor di vipera.
35 pompilio
Che possa farlo, io non ci metto dubbio.
poiché
il marito e padre respective,
lasciò
alla moglie, e alla figliuola poi,
quando
questa maritisi a benplacito
di
quella; in altro caso la condanna
40 alla sola legittima.[131]
florindo Fatale
ordinazione
invero e amaro colpo,
che
priva lei d’aver, d’affanno m’empie![132]
Ma
voi Pompilio che di sangue stretto
a’ signori Dondina siete alquanto,
45 dovreste
anco saper per qual motivo
il
signor Lelio padre di Clarice
fu
indotto a sì disporre. O pur qual era
quell’avvocato
ond’egli si valeva
per
diriger sue cose e per consiglio.
50 pompilio Maisì che il so; quel
bell’uomo di Celio.
Anzi
sovvienmi che chiamato anch’io
fui
per dir mio parere, e ’l dissuasi,
confortandolo
ad altro, e ’l consigliere
Celio,
allor agramente ne rippresi.
55 Ma
strinsi l’aria e seminai nell’onda.[133]
Lelio
il tutto credevagli e facea
a
suo modo; se detto ancor gli avesse
che
a mezzo dì era notte, egli il credea.
florindo Sai
che mi penso, amico? Che d’allora
60 insino,
aver Clarice egli intendesse,
e
tendesse la rete.
pompilio Io pur estimo
lo
stesso. Un uom sì doppio e di mal core
operar
non potea diversamente.
Ma
veggo il Freccia che si viene a noi:
65 egli
di Celio è antico servo e sa
le
sue ghiottonerie da molto tempo.
So
ancora che in iscrezio oggi è col sere,
e poco fa narrommi
ch’ei l’avea
con
le pugna e co’ calci maltrattato.
Chi
sa che non caviamo da costui
70 cosa
che ci possa esser di salute?
SCENA
TERZA
Il
Freccia e detti.
freccia Addio
signori miei.
florindo Ben
venga il Freccia.
pompilio Vedi
Florindo, se non è un peccato,
che
un servo sì fedele e diligente
sia
così maltrattato dal padrone,
5 come
il povero Freccia fu da Celio.
Già
Pompilo mi disse la disgrazia
tua,
Freccia, e ben di core me ne spiace.
Ma
a te non mancheranno buon’ padroni
ed
a Celio né men servi peggiori.
10 freccia Credo
che l’uno e l’altro facil sia,
per
parte del padron massimamente;
che
non credo ci sia cosa peggiore.
Mettitore
di carte, frodolento,
scialacquator,
falsario, empio, spergiuro
15 stupratore,
maligno, ingrato, e sopra
tutto,
ignorante insieme ed arrogante.
pompilio Ne
vuoi di più? Ora si batta il chiodo
ch’è
caldo.
florindo
Freccia, pratico tu sei
di
servir avvocati. A me fa d’uopo
20 d’un
servo. Ora, se vuoi, quivi in presenza
di
Pompilio ti piglio al mio servigio,
con
salario di tre filippi al mese;
perché
non voglio che tu pigli mance
da
miei clienti, ed anzi te lo vieto.
25 Tu
avrai la chiave di dispensa e della
cantina,
basta che sia diligente,
poiché
fedele, il so, tu se’ abbastanza.
pompilio Vedi,
Freccia, buon’ patti.
freccia Ed io con questi,
signor
Florindo, vo’ servirvi in vita.
30 pompilio Ben
fatto. Ma poiché qui siam tra noi,
né
con Celio più avanti a far avrai,
ti
ricordi tu Freccia, come fu
un
fatto di più anni, ma nel quale
poiché
Celio ebbe il tutto, avrai tu pure
35 avuto
parte?
freccia Ditemi qual fatto?
Ed
io dir vi potrò se mi ricorda.
pompilio Quando
il signor Dondina fece il suo
testamento,
non fu quegli da Celio
consigliato?
freccia Sì
fu. Anzi mi pare
40 che
voi pur usavate in quella casa,
signor
Pompilio.
pompilio Appunto dici il vero.
Or
ti ricordi il fatto. Ma vorrei
udirlo
adesso raccontar da capo,
con
le sue ancor particolarità.
45 florindo Io
pur lo stesso desiderio ho, Freccia.
freccia Io pronto sono, e delle sue dironne
una che val per mille. Il mio padrone
che sin d’allor sopra
Clarice avea
posto
l’occhio e ’l pensier – ed ella forse
50 aver
poteva nove anni oppur diece –
con
Vittoria il trattato ebbe alle strette,
e
fece in uno l’interesse proprio
e quel della signora,
perché indusse
il vecchio
ad ordinarla prima erede:
55 e che la figlia succedesse
a lei,
quando di suo
voler si maritasse:
se no, sapete
il resto. Questo fece
il mariuol perché cadesse in mano
sua
la fanciulla. Ma fece a madonna
60 creder
allora che mirava solo
a
renderla dispotica padrona.
Anzi
in mercede di quel tradimento
della
bambina misera ed oppressa
dalla
signora ebbe doppie cinque-
65 cento.
Di poi gli è andato coltivando
la
vigna sì, che la Vittoria presa
dalle
sue belle parti e innamorata
di
lui – poiché le madri s’innamorano
de’
generi tal fiata assai più forte
70 che
non fan le fanciulle – ora vuol dargliela
in
isposa, e mi credo il tutto è fatto.
Ma
mi scordava il meglio.
pompilio Oh, questo
meglio
intendere
vorrei.
freccia Voi
ben sapete
che
tra marito e moglie entrano spesso
75 dissapori,
o leggeri, o talor gravi.
Ora
tra Lelio e Vittoria alcuna rissa
essendo
nata, molto tempo innanzi
al
testamento, di cui detto v’ho;
Celio
ridotta con sue arti a tale
80 avea la gara, che senz’altro il vecchio
per
vendetta e per rabbia persuaso
lasciava
con un primo testamento
–
che dal secondo fu annullato e casso –
a
Vittoria le doti riceùte,
85 ed
alla signorina anco le sue
ma
molto scarse; nel restante poi
degli
aver propri istituiva erede
questo
Celio Mignatta.
florindo O ladro, o cane!
pompilio Or di’, perché l’affar
non ebbe effetto?
90 freccia Vel dico. Il Signor
Celio in iscrittura
di
sua mano distese il reo consiglio,
e
ancor lo sottoscrisse di suo pugno,
anzi
pregò due altri sottoscriversi
avvocati
suoi pari; ed a me ’l diede
95 e
di mia man portailo al signor Lelio.
Ma
poi si seppe che di far pentissi
il
vecchio quanto scritto era in la carta
maligna,
da un buon frate dissuaso.
Onde
allor Celio diede mano all’altro
100 testamento
che poi ebbe il su’ effetto.
pompilio O Florindo, se voi sapeste quale
pensier
mi nasce, da ciò che ci ha detto
il
Freccia? Dimmi Freccia, credi tu
che
la sua carta riavesse Celio?
105 freccia Non credo, ma che
Lelio ritenessela.
pompilio Bisogna ora ch’io segua lo mio
istinto.
Oh, se posso trovar questo
consiglio
nell’archivio Dondina (e n’ho le chiavi)
Florindo, io molto spero.
Amici addio.
SCENA
QUARTA
Florindo,
il Freccia.
florindo Questi
Freccia è un gran fatto. Andiam noi pure
a
casa mia, che ti dirò in brev’ora
ciò
che tu devi far per ben servirmi.
freccia Io
prego il ciel che come ho migliorato
io
di padron, così peggiori Celio
di
servo di fortuna e d’ogni cosa.
SCENA
QUINTA
Argentina,
Vittoria.
argentina Cara
padrona mia s’io fossi qui
in
casa vostra nata – il che per me
sarebbe
meglio, quando fossi ancora
vostra
figlia bastarda – io non potrei
5 amar
la vostra casa com’io fo,
né
la mia padroncina né men voi.
Io
però devo confessarvi un mio
peccato
c’ho commesso in vostra casa,
e
di cui mi vergogno e n’ho rossore.
10 E
mi vi getto a’ piedi, e vi domando
perdon, signora, con la lingua e ’l core.
vittoria Che
diavolo di male fatto avrà
costei
che tanto si vergogna e chiede
perdon? Ma siasi che si vuole mai,
15 vo’
confortarla; ch’ella fa al contrario
dell’altre;
poiché l’altre quando han fatto
alcuno
error d’umanità, son tutti
primi
a saperlo, ed ultimi i padroni.
Di’ su Argentina, parla schiettamente
20 ch’io
ti perdono.
argentina Ho pur la gran vergogna,
non
so se potrò dirlo.
vittoria Or non
potesti
farlo?
Già il mal è fatto, ed il rimedio
ci
troverem ben tosto.
argentina Io mia signora
ho
fallato, ed iscusa vi domando.
25 vittoria Oh
quante che ne fai, di’ su, che temi?
argentina Signora,
io sono stata troppo facile.
vittoria Di’
su, levati, in che?
argentina Nella credenza
ch’io
fin qui ebbi in quel ghiotton di Celio.
Che
un galantuomo io lo credeva, ed è
30 il
maggior furbo e ladro che ci viva.
vittoria Che pruova n’hai, che ti fece?
argentina N’ho questa.
Voi sapete ch’io aveva
que’ pochi ori,
gli
orecchini, smaniglie, e la collana.[134]
M’ha
egli con bel modo tratto il tutto
35 di
mano ed impegnato hallo all’Ebreo.
Che
se per sorte restato non fusse
il
ricordo o se vuoi la riceùta
in
man del Freccia, il tutto era perduto.
vittoria Argentina, non è sì
poca cosa
40 Benché
in materia picciola. Ma vedi
ch’ella
sia vera.
argentina È ver ciò che vi dico.
Se
non credete, ecco la carta a leggere.
vittoria «Ricevo
dal Signor Celio Mignatta
una
collana d’or, con due smaniglie,
45 e
un paio d’orecchini: ed ei riceve
per
questo pegno dodici filippi.
Celio
Mignatta. Menechem Ebreo.»
Può far il mondo!
Io ben conosco
la
sua mano, e non ne dubito, che mille
50 volte
ho vedute sue lettre e scritture.
Ma
questo alfin che monta? Ella sarà
una
burla, Argentina, che vuol farti
il
signor Celio per sua cortesia.
argentina Ell’è una cortesia da ca’ del diavolo.[135]
55 Ma
sia in buon punto che sen viene il Freccia.
SCENA
SESTA
Il
Freccia, e le dette.
vittoria Freccia
in buon’ora. Come sta il mio caro
genero
il signor Celio?
freccia Ei sta signora,
come stava la volpe sotto il corvo
lodandolo
guardando vezzeggiando,
5 sinché il formaggio le cadesse in bocca.[136]
vittoria Che
domin dici? Questi tuoi proverbi
Freccia
a me sono oscuri.
freccia Or li dicchiaro
signora.
Voi a me parete il corvo,
Celio
la volpe, e vostra facultate
10 il
formaggio: la favola da voi
già
ben si sa ch’avete letto Esopo.
vittoria Ma come parli oggi del tuo padrone?
Manigoldo,
ribaldo?
argentina Uh
poverino!
Non
vedete, signora ch’ei non può
15 mover il passo appena? Egli è sì pesto?
Celio
il ribaldo, Celio il manigoldo
che
l’ha sì maltrattato.
vittoria Come fu,
di’,
questo affare o Freccia? Poiché voi
servi
forfanti, mille offese fate
20 a’ padroni, ora in fatti, ora in parole.
Poi,
se il padrone vi coglie col vezzo
d’una
guanciata o calcio, al ciel ne vanno
i
romori e le strida. E son perdute
tutte
le mance e tutti i benefizi
25
ed
i meriti tutti del padrone.
freccia Signora, un servo che pel suo padrone
–
lascio l’esser fedele e diligente –
ponga
l’aver, e spesso anco la vita,
come
faccio io, o per dir meglio feci
30 –
ché non più sto con Celio – non si merta
le
busse che n’ebbi io. Ma senza quelle
non
poteva più viverci. Egli è pieno
di
debiti e di vizi. Oggi alla porta
bussa
il padron di casa per l’affitto;
35 domani
il mercatante; il giorno dietro
l’Ebreo,
che le mobilie della casa
gli
dà ad usar.
vittoria Or
taci; che la lingua
hai
pessima e maligna, né sarà
il
tutto vero: e dimmi un po’ di questa
40 scritta.
Le cose che quinci entro sono,
se
te le diede Celio ad impegnare.
freccia L’istessissimo Celio.
vittoria E
perché fece
egli
tal burla alla mia cameriera?
freccia Per
fuggir egli un’altra burla.
vittoria E quale?
45 freccia Di
non restarsi l’altro dì a digiuno.
vittoria Possibile
ch’egli abbia tai bisogni.
freccia Ei
n’ha di peggio.
argentina Mia signora, è fuori
Pompilio
della stanza, e vuol parlarvi.
vittoria Venga
egli dentro: voi due ritiratevi.
SCENA
SETTIMA
Vittoria,
Pompilio.
vittoria Signor
Pompilio, prima udite il mio,
e
poi direte voi del vostro affare.
pompilio Dite
pur mia signora.
vittoria Nelle cose
delle
famiglie, grandi e d’importanza,
5 bisogna consigliarsi con
gli amici,
e
co’ parenti; e voi che l’uno e l’altro
mi
siete, or bramo avervi consigliere.
Ma
pria, ditemi un poco, che si dice
per
Milano di Celio?
pompilio Mia
signora
10 molto mal se ne dice. Io
parte credo
e
parte no; che nelle cose tutte
convien
serbar il mezzo; ed io son solito
creder
all’opre più che alle parole.
vittoria Ma
pur, che se ne parla? Dite il tutto,
15 che
vo’ saperne il tutto, o vero o falso.
pompilio Già
che mi comandate, ed io lo dico.
Celio, dicesi c’ha molte magagne.[137]
Lascio
la sua alterigia, che maggiore
non
la può avere il Sir di Castiglione;
20 e
né meno l’avrà: ché i gran signori
e
i gentilmente nati son più umani
di
certi che talor nascon dal fango.
Lascio
ch’è giucator di tutti i giuochi[138]
precipitosi
ed è pieno di debiti,
25 con
altre taccherelle ch’io non dico[139]
per
lo migliore. Dirò sol ciò che
la
gente parla accorta e ancor di buona
fama,
di quel mestiere ch’egli esercita,
cioè
dell’avvocato. Ei l’ha ridotto
30 a
tale in sé, che s’altri non vi fosse
–
e ve ne sono molti buoni e retti –
la gente lascierebbe di far lite,
o
attor o reo che fosse, se credesse
di
perdere le vesti e non più averle.
35 Egli
intraprende nelle cause e tratta
ogni
più ingiusto e screditato punto.[140]
E
come non sappiamo ancora, al mondo
se
sia più la malizia o l’ignoranza,
né
da qual di esse due nascan più mali,
40 egli
è pien di clienti, e di faccende.
Perché
il mal uomo assai più arrischia il torto,
che
il buono la ragione ne’ giudizi.
Ma
qual pro, se per quanto egli guadagni
per
dritto e torto e’ non si trova
mai
45 d’aver
all’uopo suo dodici scudi?
La
sua maggior fortuna è ch’egli è solo.
Ché
se avesse famiglia; oh quanto pianto!
O
quanta povertà, quante miserie!
Il
pazzo mondo, che all’esterno bada,
50 al
vestito, alle pompe, ai passatempi,
non
sa de’ guai che sotto quelli ascondonsi.
Io
v’ho detto, signora, interrogato.
Per
altro, come dissi, io non mi curo
delle
parole, e solo all’opre guardo.
55 vittoria Ho inteso il tutto, e da pensar mi dà
quanto
n’ho inteso. Ma che avete voi
a
dirmi d’importanza? Che finora
daste solo risposta a mia dimanda.[141]
pompilio O
Vittoria Vittoria, la bontate
60 sovverchia, e openione che d’alcuno
talor
abbiam, forse è nociva a un altro,
e
a noi medesmi. Voi che avete al mondo
un’unica
figliuola, bella e tale
per
virtù per costumi e per buon senno,
65 che
il mondo stesso sì l’ammira e cole,
che
non trova l’invidia in che l’emmende,[142]
voi
darla in moglie a un così bel soggetto?
E
perché la meschina a queste nozze,
non
volle poco avanti acconsentire,
70 –
né alcun consente alla ruina propria –
voi
dite di volere eseredarla?
O
privarla anco in vita del su’ avere?
Che
fan di peggio i barbari e i nimici?
E
pur voi siete madre. E pur ell’è
75 tal
figlia e si valente, che sarebbe
forse
chi dasse a lei quello che voi
cercate
ora di toglierle di più.
Deh
Signora, tornate entro voi stessa,
movetevi
a pietà del vostro sangue,[143]
80 movetevi
a pietate anco di voi.
E
soprattutto, ben pensate a ciò
che
il mondo ne dirà. Di questo ancora[144]
si dee temer, né noi dobbiam sì presto[145]
incontrar
il discredito e la fama
85 trista,
per passion leggera o grave.
So
che il vostro marito, ora di buona
memoria,
già ordinò che il tutto vostro
fosse,
qualor non voglia la figliuola
accompagnarsi
al vostro beneplacito.
90 Or
volete per ciò ch’ella s’ammogli
contro
il parer del mondo, e più de’ buoni?
Ma,
a dirla schietta, quante cose fa
un
pover uom, quand’è vicino a morte,
che
per mia fe’ non han discrezione?
95 O
signora Vittoria, s’ei faceva
anzi quest’altra, a cui lo consigliò
quel ribaldo di Celio, poteva ella
(mostrandole
due carte piegate)
esser non solo giusta
ma discreta?
Ma
né men a voi utile?
vittoria Che dite?
100 Che
carta è quella cui tenete in mano?
pompilio Un
testamento egli è questo, che Celio
consigliò
fare al fu marito vostro,
con
cui voi due mie povere signore
privasse,
e lui lasciasse unico erede.
105 vittoria E
l’altra carta?
pompilio Questa
è la consulta
soscritta
di suo pugno, e d’altri due
avvocati
ch’avean lo stesso conio,[146]
e
il persuadeano a far quel testamento.
vittoria Ahi me meschina! Tutta di ribrezzo
110 e
di pena trassudo. Ma la rabbia
ogni ribrezzo ed ogni
pena avvanza:
ma
come mio marito poi non venne
in
sì fiero parer empio ed ingrato?
pompilio Andiam signora. Entro
del gabinetto
115 io narrerovi brevemente il resto.
SCENA
OTTAVA
Celio
con una carta in mano, e Fabio.
celio Fabio mio, se sapessi
che vuol dire
solo una carta.
È talor la salute
d’un uom, talora
è sua perdizione.
Ma per lo più
gli uomini e gli avvocati
5 pazzi,
credon la sorte ritrovare
in una gran farragine
di carte,
e con quella
si pongono a far lite.
E pur la sorte
cova e si nasconde
entro d’un testamento,
o suggestivo,[147]
10 o falso ancora, ch’
è una carta sola.
È vero che pel falso si ricchiede
un buon notaio,
della stessa tempra
di cui siamo
noi due, o amico Fabio.
E di questi si
trovano non meno
15 che
de’ par nostri, se tu voglia bene
pagarli, allor
che del tuo affar si tratta.
fabio Voi siete il primo soggetto del foro
e parlate da
oracolo. Ma dite
che carta è quella
che tenete in mano?
20 celio Questa è la donazione che
mi fa
Vittoria, e presto
in casa sua si deve
publicare. Pompilio allor vedrà
s’io sia di lui
più prossimo di casa.
Vedrà Florindo
s’io di lui mi sono
25 avvocato miglior,
vedrà Clarice
cosa le frutti
la superbia sua
e l’amor di Florindo.
Ei se la pigli
ma senza dote.
fabio Io non so che mi dire,
se non ch’io
pur tentai di persuadere
30 Vittoria – son due
ore – a favor vostro,
e se Pompilio
non rompea la tela...[148]
Ma come riducestila a far ciò
ed a fiaccarsi
il collo?[149]
celio Tu non sai
Fabio, quanto
sien fragili le donne
35 e mobili. Quel punto
io ritrovai[150]
in cui dovea cadere al suol la pianta.[151]
Andai dalla signora
ch’era chiusa
e sola ed adirata con la figlia,
e trovai che
volea diseredarla
40 almen: né ciò appagando le mie voglie,
io le dissi:
«Vittoria, entro una casa
il piatir sempre
e il rammaricarsi[152]
e l’altercar
è pena da demoni;
appo i vicini
è scandalo e discredito.
45 Se chi è soggetto ai suoi maggior, non voglia
ubbidire, e non
bastino a ridurlo
né gentilezze
usate né rimproveri,
la legge a ciò
provede, la qual lascia
libertate a maggiori
di disporre
50 di sue cose ed averi, e così rendere
i rei puniti,
ed umili i superbi.[153]
Due sono i mezzi
per ciò fare. Il primo
è il testamento,
col quale si possono
privar dopo la
morte que’ congionti
55 di sangue che non
vogliono ubbidire;
e l’altro mezzo
è la donazione
tra vivi irrevocabile;
ed è questa
del primo mezzo
più possente e forte.
Perché ad un
testamento sempre puossi
60 sostituir un altro
differente.
Onde i leggisti,
il voler nostro dicono[154]
camminatore in
fin che venga morte.
Ma la donazion taglia ad un tratto
la sorte de’
parenti e la speranza.[155]
65 Ché non può rivocarsi,
senza cause
gravi e importanti
che raro succedono:
quando del donatario
ci possiamo
fidar ch’e’ sia uomo discreto e nostro».
Che più Fabio!
Alle corte, io la dispongo
70 con tenue assegnamento
la figliuola
a porre in monistero,
e riserbarsi
scudi duemila
all’anno, ed a donarmi
degli altri averi
suoi tutto il restante.
Io stesi l’istromento
e in man lo tengo.[156]
75 Pensa se l’avrò fatto
a mio piacere,
e mia cautela.
Tra pochi momenti
dal Gallina notaio
celebrare
in casa di Vittoria
si dovrà
mentre la signorina
forse è all’opera.
80 fabio Io non posso dirvi altro o caro amico,
se non c’ho quel piacer di vostra sorte
che della stessa
mia. Solo vi priego
a ricordarvi
della mia persona,
e del male che
ho posto tra la figlia
e la madre poc’anzi
in gabinetto.
celio Fabio vedrai, che ti son grato
amico.
SCENA
NONA
Florindo
in maschera, Clarice, Pompilio.
florindo Deh
signora Clarice perdonate,
se
con la scusa di cercar l’amico
Pompilio,
e in questa guisa trasformato
a
voi ne vengo infino a vostra casa
5 ove finor non mi
vedeste mai.
Quella sospension in cui mi pone[157]
l’ira di vostra
madre, e ’l rio talento[158]
di Celio, e più
di tutto quel periglio
in cui voi siete,
come udii poch’anzi
10 da Pompilio, condussermi per forza
a
visitarvi, e insieme per sapere,
dall’amico e da voi, se alfin si possa
sperar
alcun rimedio a tanti mali.
clarice Florindo, voi potete
ben pensarvi
15 che in mezzo a questi
guai la vostra vista
non
può a men di non essermi gradita.
Anch’io
sapendo che poc’anzi s’era
mia
madre chiusa entro del gabinetto;
ora
dalle mie stanze curiosa
20 esco per risaper
pure qual sia
cotal moto improviso.
pompilio O mia parente,
e caro amico,
io già non posso dirvi
segnatamente
ciò che far Vittoria
voglia ista sera.
So ben dirvi che
25 io tal machina ho
mossa, che può fare
cangiar la faccia
delle cose tutte.
Questo è certo,
ch’ella è da quel di pria
molto cangiata,
con Celio, e con voi
Clarice, e quasi
mi rassembra un’altra.
30 Sapete che Vittoria
non dimostra
i moti del suo
cor sì facilmente,
e nemmeno i disegni,
ma pur pure
a sperar bene,
amici, vi conforto.
Ciò che sol posso
dirvi è che ha mandato
35 a chiamare il Gallina
suo notaio,
ed è presentemente
dentro chiusa
con lui. Mi ha
detto ancor che dopo l’opera
– ed a finirsi,
credo, poco manca –
io mi sia qui
da lei, che vuol far tale
40 cosa, onde il mondo
vegga ch’ella è amica
del ben oprar,
e del contrario ancora,
cioè del mal
nemica capitale.[159]
Che voglia far
non so né a me l’ha detto.
Ben tra poco
il sapremo.
clarice Io non ardisco
45 sperar nulla, son
tanto ai mali avvezza.
Però succeda
ciò che piace al cielo,
ch’io mi ritiro
intanto, e sono a voi
signor Florindo,
e sarò sempre serva.
florindo Signora mia, signor
Pompilio addio.
SCENA
DECIMA
Il
Freccia, e Florindo ch’esce dalla casa di Vittoria.
freccia Padrone, io mi credeva
in tutti i luoghi
questa sera trovarvi
fuor che in questo;
e pare a me che
con piacer ci foste.
florindo Che
sai tu sciocco di piacer?
freccia Ne so,
5 quanto vo’, e sebben
è poco che vi servo,
so che amate
Clarice, e da lei siete
corrisposto.
florindo Li servi insomma sanno
a’ nostri giorni, e credo sepper sempre,
quanto il padrone
stesso, e forse più,
10 delle cose di lui
o buone o triste.
Ma chi a te il
disse? Onde il sapesti? Parla.
freccia Celio a me il disse quand’io lo serviva;
e meglio oggi
Clarice a me l’ha detto,
non con la bocca,
ma con gli occhi suoi,
15 la qual perché mi
trovo appo Florindo,
si volge a me
con più vezzosi rai,[160]
che non facea quando era pria con Celio.
florindo E Vittoria ti mira
di peggiore,
o miglior cocchio?
freccia Non
so, ma mi pare
20 molto con Celio in
collera.
florindo Che sia
mai questo? Che
Vittoria sia cangiata
dopo tanti anni
d’un amor sì grande
ch’era passato
in lei quasi in natura?
Freccia mio s’è
così, va ben per me.
25 Poiché quantunque
io non mi creda ancora
ch’ella sia per
promettermi Clarice;
«Chi ben comincia
ha la metà dell’opra».[161]
Ed io comincio
ben per lo mio affare
se Celio n’è
bandito.
freccia O mio padrone
30 s’ell’è cosi, n’avrete almen la gioia
cui suole avere
il can dell’ortolano
col dir de’ pomi:
«nec mihi, nec tibi».[162]
florindo Tu
sai ancor latino? tu ne sai
Freccia, ancor
più del tuo signor primiero.
SCENA
UNDICESIMA
Argentina,
e detti.
argentina Signor Florindo, la padrona
mia
ha un camerier
mandato a ricercarvi,
che a lei veniste,
per un affar suo
e vostro ancora
di somma importanza.
5 Onde già che qui
siete, e come pare
mostrate d’inviarvi
ad altra parte,
a restar vi conforto.
florindo Puoi sapere
ciò ch’ella voglia?
In che ubbidirla possa?
argentina Io di questesso non so dirvi cosa;[163]
10 né il suo consiglio
né il suo desiderio.
Ben so che Celio
vuole all’ora stessa,
ella pur qui.
florindo Costei
or me ne porge
una calda, or
n’aggiunge un’altra fredda.
Che sarà mai?
Come tra noi potrassi
15 così diversi di pensieri
e fatti,
una mano di noccioli
accozzare?[164]
Ma siasi che
si vuole. Io non vo’ perdere
la costanza o
di spirto la presenza.
Freccia vien
qua, va là, innanzi, indietro.
20 freccia A qual parte signor? Non vi perdete,
ove volete andar?
Ditemi.
florindo A casa.
freccia Or come a casa? Non
dice costei
ch’entriate da
Vittoria? Non sapete
oggi ciò che
vi fate.
florindo È
vero. Ch’io
25 entrar da lei voleva,
e ne partiva.
argentina Voi, signori avvocati,
quando avete
a far comparigione al parentorio,[165]
o dal giudice
andarvi del dificio,[166]
non sapete di
poi per l’altre cose
30 dove vi abbiate il
capo.
freccia Che ti
dici
madonna poco fila e zucca al vento?[167]
Che ragioni di liti? Vuoi tu forse
aprir lo studio tuo e dir:
entrate
signori,
ch’io darovvi buon consigli?
35 florindo Entra
Argentina, segui Freccia, ch’io
temo
tra voi due pazzi, essere il terzo,
tanto traveggo, e sono incerto e dubbio
tra la speme
e ’l timor di queste cose.
SCENA DODICESIMA
Sala illuminata
con sedie disposte in cui da una parte è Celio con Fabio, dall’altra entra Florindo
col Freccia.
celio Il luogo è preparato,
il tutto è in punto
per la celebrazion dell’istromento.
Ser Gallina con
noi le scale ascese,
e di poi da Vittoria
ei fu chiamato,
5 onde poco staranno
ad uscir fuori.
Ma qual affare
ha quivi pur Florindo?
fabio Forse egli ci farà
per testimonio.
florindo Freccia, noi siam venuti ed invitati
a questa mensa: ma pur vedo che
10 altri prima di noi
seduto è a tavola.
freccia Ho veduto talora il
primo a mensa
a mangiar esser
l’ultimo, e partirsi
ancor
digiuno e con la bocca asciutta.[168]
celio Signor Florindo, l’opera fu bella?
15 florindo Non tanto qual sarà or la commedia.
celio Attor d’essa sarete, o spettatore?
florindo Ciascun di noi alla
sua parte pensi.
celio Ciascun
credo a suo costo la farà.[169]
florindo «La vita il fin, e
il dì loda la sera.»[170]
20 celio Ella tal è, qual prima fu
il mattino.
florindo Se non soffi tal vento che la cangi.[171]
celio Esser però potria signor
Florindo
che avesse ognun
di noi ciò che desidera.
florindo Esser
può questo; poiché voi l’ingiusto
25 seguite Celio, ed
io m’attengo al giusto.
celio Qui noi non siam davanti
al tribunale,
né di dritto
o di torto si favella.
florindo Perché dunque voi
dite, che di noi
ottener può ciascun
ciò ch’egli vuole?
30 celio Voi cercate l’amante,
ed io la roba,
onde ottener
ciascun può la sua brama.
florindo Io
del mio fine posso starmi senza,
voi non così
che siete nel bisogno.
fabio Signori, io non son
giudice tra voi,
35 ma consiglier posso
essere, e v’esorto,
senza altercare
o rompervi la testa
ad attendere
il giudice più vero.
Che da lui fia, secondo le ragioni,
senza bisogno
di parole o causa,
40 e più secondo i merti
giudicato.
freccia O consiglier spettabile
e prudente
che fai da mediatore,
come se
di te pur non
si tratti in questa causa,
conserva i tuoi
conforti e persuasive
45 per te medesmo: e
pensa che se perde
il tuo buon condottiere e principale,
della
fame sarai vero ritratto.[172]
SCENA TREDICESIMA
Pompilio
che ha per la mano destra Vittoria, per la sinistra Clarice, e dietro
ser Gallina, il quale poi siede nel mezzo. A destra seggono Clarice e Florindo,
a sinistra Vittoria e Pompilio. Così Argentina e il Freccia a destra, ma in piedi.
Celio e Fabio a sinistra, ma in piedi.
celio Fabio, questa mi pare una assai bella
scena, per celebrar
donazione,
se la
donante e i testimoni seggono,
e si rimane in
piedi il donatario.
5 fabio Chi
riceve favor, abbia l’incomodo,
a mio parere; e chi del suo si spropria,
vuoi tu, che
almen non abbia ove sedere?
argentina Così
va la fortuna, o caro Freccia.
Chi
soleva sedersi in questa casa
10 or è in piedi; chi
mal reggeasi in piedi
ora si siede
patriarchevolmente.[173]
freccia Quando da reo padron parte il buon servo
seco ancora si
tira la fortuna;
come feci io,
che da Celio partendo,
15 a Florindo recai
miglior ventura.
vittoria Celio, date la carta qui al notaio,
che ben sa egli
ciò che n’abbia a fare.
(porge la
carta, e il Gallina la lacera)
celio Fabio, qual firma è questa
di notaio?
fabio Egli sarà che voi non la scriveste
20 sì bene, ed ei n’avrà
meglio esemplare.
Vedete che sel cava di saccoccia,[174]
e gli occhiali
si pone, per ben leggerlo.
(il Gallina legge)
«Essendo col
favore almo del cielo,
e con mediazion de’ parenti anco,
25 e degli amici, e
acciò i nemici schiattino;
conchiuso matrimonio
di presente
tra Florindo
dal Sole, e la Clarice
de’ Dondinì; Vittoria di lei madre
costituisce in
dote alla medesima...»
30 celio Ora qui non mi posso
più star saldo.
fabio Tollerate, che già
questa è una burla,
udiamo un po’
qual dote finge darle.
(il Gallina legge)
«... tutti i mobili
a lei già preparati,
e già stimati
scudi diecimila,
35 come da carta sottoposta
appare.
Di poi le assegna
in lor mantenimento
ancor d’entrata
scudi cinquemila.
Volendo che tal
dote insista sopra
il fondo da cui
viene tale entrata.
40 E posto è nella villa
di Dugnano.»
celio Ma, interpor voglio a simile
stromento
una solenne contradizione.[175]
fabio Non fate, amico, perché son
le ferie,[176]
e il vostro atto
illegal sarebbe nullo.
45 gallina «Poi per benivolenza,
e perché mostra
Vittoria esserle
care queste nozze,
e per amore e
stima di Florindo,
dona a lui qui
pigliante, in una borsa
duemila doppie
d’or buona valuta,
50 de’ propri beni suoi
ed in regalo.»
(Argentina chiamata con mano da Vittoria riceve
e porta a Florindo la borsa)
«Del presente
stromento testimoni
pel suo valor saranno Celio e Fabio.
E io Lucio Gallina
il sottoscrivo,
e segno col sugel notariale.»
55 vittoria Voi Celio e Fabio, poi
l’uffizio vostro
è terminato,
omai, potere andare,
e per levarvi
fuori d’ogni incomodo,
mai più porrete
il piede in questa casa.
(il
Freccia, e Argentina accompagnano i detti col lume)
freccia Della donazion vi do il buon pro,
60 o signor Celio.
argentina Ed a voi signor
Fabio,
rendo mercè della
testimonianza.
E poiché all’un di voi pesa assai il dono,
e all’altro la
fatica oggi durata,
potete andar
a casa a riposarvi.
65 vittoria Or voi, signor Florindo
e mia Clarice
ambi di sposi
datevi la mano.
Ed a Pompilio,
all’una buon parente,
e caro amico
all’altro, ambi rendete,
quelle grazie
che merta lo su’ amore,
70 la fede, la bontà,
la diligenza.
Io veramente
insino a qui mi fui
teco, mia figlia,
immite, e quasi ingiusta;
ma l’opere di Celio traditore,
e il saver di
Pompilio, e la destrezza
75 m’hanno cangiato
da quella di pria.
Onde t’accosta
a me col tuo Florindo,
Clarice, che
vi stringo ambi per figli,
e per tali vi
avrò, fino ch’io viva.
Dovendo poi universali
eredi
80 esser voi di mia
ricca facoltade.
SCENA
QUATTORDICESIMA ED ULTIMA
Il
Freccia, Argentina e detti.
freccia Non poteva, o signori,
oggi succedere
né a tutti voi,
né a me maggior contento
poiché Florindo
mio nuovo padrone
voi siete sposo
di Clarice vostra,
5 e voi Vittoria
la figlia vedete
unita in matrimonio
ad uom sì degno.
E Pompilio pur
gode per consenso
d’amor, il quarto,
di sì belle nozze.
Io pur godo,
o signori; poiché appena
10 col lume sulla porta
accompagnai
e Celio e Fabio,
insieme con costei
che – ma non posso dire dal gran ridere –
che il Bargello
trovai con l’onorata
famiglia, i quali
unitamente, Celio
15 e Fabio, si ghermirono
alle brevi,
ed ora li conducono
in prigione.
vittoria Mi spiace questo incontro;
né vorrei
ch’eglino in
lor concetto si credessero,
me data aver
occasione al fatto.
20 pompilio Signora, non abbiate
dubbio alcuno
di ciò; poiché
costor tante n’han fatte
– ed alcuna io
ne so – che da tutt’altri,
sapran che il colpo viene, non da voi.
freccia E voi signori e donne nobilissime
25 – poiché gli sposi
nostri denno attendere
ad altro di presente–
se la favola
vi piacque, che
per vostra grazia credesi,
o con voce, o
con mano, il segno datene.
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Echi da corpi lontani. Aspetti del balletto preromantico, in Metamorfosi
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Dizionario dei proverbi: i proverbi organizzati per temi, a cura di Valter
Boggione, Lorenzo Massobrio, Torino, UTET 2004.
Dizionario della lingua italiana nuovamente compilato dai signori Nicolò Tommaseo
e cav. professore Bernardo Bellini con oltre 100.000 giunte ai precedenti
dizionari raccolte da Nicolò Tommaseo, Giuseppe Campi, Giuseppe Meini, Pietro
Fanfani e da molti altri distinti filologi e scienziati, corredato da un Discorso preliminare di Nicolò Tommaseo, Torino, Unione
Tipografico-Editrice Torinese, 1865-1879.
Serdonati, Francesco, Proverbi
italiani, a cura di Paolo Rondinelli, Firenze, Accademia della Crusca, 2024
(on line all’indirizzo www.proverbi-italiani.org/).
Grande dizionario italiano dell’uso, ideato e diretto da Tullio de Mauro, Torino, UTET,
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Vocabolario degli Accademici della Crusca, Venezia, Giovanni Alberti, 1612 e successive
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Brocardi.it: l’avvocato in un click: https://www.brocardi.it/dizionario/1360.html
Abbreviazioni
GDLI = Grande dizionario
della lingua italiana, fondato da Salvatore Battaglia, completato sotto la direzione
di Giorgio Barbèri Squarotti, Torino, UTET, 1961-2002, 21 voll. + 2 voll. di Supplementi
(2004-2009).
Crusca seguito da numero romano, che indica l’edizione: Vocabolario degli Accademici della Crusca.
[1] Girolamo
Zenobio patrizio veneto: fa parte della famiglia degli Zenobio, mercanti di
origine greca entrati a far parte del patriziato veneziano nel 1647 a fronte
del pagamento di una considerevole somma di denaro. Appartengono dunque ai
cosiddetti ‘patrizi per soldo’.
[2] Conte di Ennia,
Caldivia, Salorno, Khonigsperg: i titoli derivano dai rapporti
politici ed economici che i mercanti di area veronese intrattengono con
l’Austria. Vengono assegnati per motivi legati al mantenimento dell’influenza
austriaca su alcuni territori, alla custodia di confini, al rafforzamento di
alleanze. Nel marzo del
1648, l’arciduca Ferdinando Carlo, reggente della contea del Tirolo, nomina il
veronese Pietro Zenobio e i suoi discendenti Gerichtsherren (giudici,
moderatori) delle giurisdizioni di Enn e Caldiff [qui Ennia e Caldivia],
Salorno e Königsberg dietro il versamento di 336.000 fiorini. La cessione dei
feudi, situati in posizione strategica nella valle dell’Adige e ai confini del
Principato vescovile di Trento, è giustificata in nome della difesa della
patria. Pietro Zenobio, avo di Girolamo, sale così a prendere possesso delle
giurisdizioni e viene nominato conte del Sacro Romano Impero il 14 marzo 1649.
Negli anni Ottanta del Seicento, gli Zenobio occupano castellanie e reggimenti
minori della terraferma, le podesterie di Chioggia, Rovigo, Feltre, Treviso qui
citate da Becelli, per salire a metà Settecento al capitanato di Verona.
L’apice del potere della famiglia viene raggiunto con Carlo (1673-1733), che
nel 1716, primo fra i membri delle nuove famiglie, viene eletto in Senato (come
sottolinea Becelli). Si
veda Andrea Bonoldi La
mobilità sociale dei mercanti nel Tirolo meridionale tra status e razionalità
economica: Pietro Zenobio e gli altri (secoli XVII-XIX) in Soziale
Mobilität in der Vormoderne. Historische Perspektiven auf ein zeitloses Thema,
a cura di Gustav Pfeifer, Kurt
Andermann, Innsbruck, Wagner, 2020, p. 237-257; Marco Bellabarba, Patrizi veneziani e nobili imperiali.
Giovanelli e Zenobio in Tirolo (XVII e XVIII secolo), in I colori della
Serenissima. Pittura veneta del Settecento in Trentino, a cura di Andrea
Tomezzoli, Denis Ton, Trento, Scripta, 2022, pp. 13-24.
[3] Che però a
ritroso di ciò che dice Aristotele, cioè, nascere dall’esser prospero e
fortunato il mostrarsi religioso e ben disposto verso Dio: in realtà nella
riflessione aristotelica non viene sancita una relazione di dipendenza tra la
prosperità e la pietà religiosa. Trattando il rapporto virtù-felicità da un
punto di vista ben più profondo, l’Etica a Nicomaco (1177b) spiega che
la vera felicità consiste nella vita divina, cioè nella vita contemplativa, che
porta all’atto l’aspetto che fa dell’uomo un uomo e lo distingue dagli altri
esseri. Nel caso della dedica la citazione di Aristotele serve forse a
nobilitare ancora di più l’atteggiamento della famiglia del dedicatario, che
agisce addirittura meglio di come consigliava lo Stagirita (ma nel fare ciò, a
ben guardare, incarna un’idea di religione del tutto pagana, mercantile e
retributiva).
[4] I.1.10-11 ora
che sono i Baccanali in Milano: il termine ‘baccanali’ trae origine dalle
antiche feste greche in onore di Dioniso, diffusesi poi nel mondo romano
acquisendo il nome latino da Bacco. Nella cultura dei secoli successivi il
termine passa ad indicare le feste di Carnevale e, in generale, divertimenti
sfrenati e licenziosi (cfr. GDLI, I, p. 923).
[5] di vita attiva e
insiem contemplativa: insignita della duplice natura che già dal testo
biblico è indicata come meta da raggiungere, la professione dell’avvocato
subisce qui una sorta di nobilitazione che agli occhi del lettore deve
risultare iperbolica e dunque ridicola. Vita attiva e vita contemplativa sono,
come è noto, oggetto di studio da parte di Becelli: lo attesta fin dal titolo
il suo Trattato nuovo della divisione degl’ingegni e studi, secondo
la vita attiva e contemplativa, scritto singolarmente ad uso della
nobiltà d’Italia, Verona, Ramanzini, 1738.
[6] I.1.35-36 che voi siate cliente ed avvocato, / anzi un poco più in là,
cioè filosofo: sulla scia dell’accostamento fra vita attiva e contemplativa
si colloca anche questa seconda considerazione sulla duplice natura questa
volta dell’amico, che, ancora una volta con ironia, è preso in giro per le
qualità che implicitamente lui stesso si attribuisce.
[7] che
meglio scrive / quando la coda il diavolo si pettina: notizie esaustive su
questo detto popolare si trovano nell’edizione critica della Moschetta
(1545) ruzantiana a cura di
D’Onghia. Il primo atto si apre proprio con questa esclamazione: «a’ crezo
ch’a’ foesse inzenderò quando Satanasso se pettenava la coa»: la nota traduce
«credo di essere stato concepito quando Satana si pettinava la coda» ossia
‘credo d’esser nato disgraziato’ e rimanda a Gigio
Artemio Giancarli, La Zingana, 221: «Credi che ti xé
nassùo quando quell’altro se petenava», fornendo di seguito una serie di
espressioni analoghe raccolte dal Dizionario dei Proverbi, a cura di Valter Boggione
e Lorenzo Massobrio, Torino, UTET, 2004: «Povero quello che nasce quando il
diavolo si pettina la coda [come superstizione popolare]», III, 1.5.23. E
ancora: «Nevica: il buon Dio si vede; piove: il buon Dio vuole; lampeggia: il
diavolo si pettina» (I, 6.2.9.9); «Sole e pioggia: il diavolo si pettina» (I,
6.2.13.9); «Quando c’è l’arcobaleno si pettinan le streghe» (I, 6.2.9.32);
«Quando le donne litigano il diavolo si pettina la coda» (IV, 5.2.5.29.a). Per
la coda di Satana, parte integrante della sua iconografia vulgata, D’Onghia
rimanda a Gian Luigi Beccaria, I
nomi del mondo, Einaudi, Torino, 2000, p. 134. Si veda: Ruzante, Moschetta, edizione critica a cura
di Luca D’Onghia, Venezia, Marsilio, 2010, pp. 99-100, disponibile on
line all’indirizzo
academia.edu/5235038/Angelo_Beolco_il_Ruzante_Moschetta_a_c_di_Luca_DOnghia_Venezia_Marsilio_2010. I precedenti letterari di Ruzante e di Giancarli
attestano un uso e una conoscenza del proverbio nell’area veneta in cui si
muove anche Becelli.
[8] I.1.44-46: dotali, alberi,
testamenti, / inventari, stromenti, pieggerie, /ripudie, fedi, division,
procure:
si tratta di un catalogo di atti giudiziari. Dotale è naturalmente tutto
ciò che riguarda la dote, nel caso specifico di questo contesto è «il negozio
giuridico con cui si costituisce la dote e si regolano i diritti, gli obblighi
e i rapporti che ne derivano» (GDLI, IV, p. 975); per albero si intende
probabilmente quello genealogico; l’inventario consiste
nell’«elencazione, descrizione e […] anche valutazione dei singoli beni
costituenti il patrimonio di una persona» (ivi, VIII, p. 406); lo stromento
è, in generale, un atto pubblico, un patto, un contratto (cfr. ivi, XX, p.
410); la pieggeria è la «garanzia prestata a favore di una persona»
(ivi, XIII, p. 397); la ripudia è la «non accettazione dell’eredità»
(XVI, p. 724); per fede si intende una certificazione generica, che può
essere accompagnata da una specificazione (di povertà, di nascita, di famiglia,
cfr. ivi, V, p. 777); la divisione è il procedimento giuridico
attraverso il quale si attua una ripartizione di beni (cfr. ivi, IV, p. 880);
la procura è l’atto con cui un soggetto conferisce ad un altro il potere
di rappresentarlo nel contesto di un atto giudiziario: qui probabilmente,
essendo il parlante un avvocato, si intende l’atto stesso di rappresentare un
soggetto (cfr. ivi, XIV, p. 453-4); la contumacia è l’omissione di
presentarsi in giudizio, o, più in generale, il compiere atti che possano
tardare un atto giudiziario e che deve essere notificata dall’avvocato alla
persona responsabile (cfr. GDLI s.v.).
[9] che il caminar de’
gamberi somigliano: abbassamento di tono provocato dall’introduzione di
un detto popolare, cui fa da contraltare il richiamo mitologico alle fatiche di
Ercole che segue pochi versi dopo.
[10] I.1.53-54 Quando queste fatiche avete fatte /che, credo, Alcide non ne
feo maggiori: sul lavoro dell’avvocato si getta la luce obliqua dell’ironia
attraverso, ancora una volta, un’iperbole con coloritura addirittura
mitologica.
[11] quasi mi fe’ la
berta: «dar la berta» significa prendere in giro, motteggiare, burlare, ma anche
ingannare (cfr. Crusca III).
[12] bergolo: sempliciotto, chiacchierone (GDLI, II, p. 183).
[13] cui tacere è bello: tessera dantesca (cfr. Inferno IV, 104).
[14] mi par di agnello
divenuto lupo: l’espressione proverbiale tratta dal sostrato della
classicità (Esopo, Favole, CLX) e della tradizione cristiana (Luca, X,
3) ben si inserisce nella scelta di mantenere il duplice registro e di far
accozzare linguaggio popolare e forme letterarie o di matrice letteraria.
[15] I.1.114-115 non
già nel ramo / s’annida il tarlo, ma nel tronco stesso: la metafora
amplifica retoricamente la formula proverbiale molto più semplice e generica
«ogni legno ha il suo tarlo» che trova applicazione figurale già nel Canzoniere
di Petrarca (48.5), come riporta Crusca III alla voce tarlo. Nel
caso specifico il parlante intende dire che la mancanza, il male, il difetto si
annidano alle fondamenta del fenomeno in questione e non in un suo aspetto
periferico.
[16] fusta: «spezie
di navilio da remo, da corseggiare» (Crusca I).
[17] che monta ciò?: montare nel significato di importare, aver rilievo.
[18] biscaccia:
peggiorativo di «bisca»: tavolo da gioco. Il paragone fra il guadagno
dell’avvocato e quello del biscazziere (qui nella forma biscacciere)
getta subito evidenti sospetti sull’onestà del primo, come verrà esplicitato
nei versi successivi.
[19] spendono il cotto il crudo: cioè spendono qualsiasi
genere di sostanza. Cotto e crudo, nella loro veste di contrari, simboleggiano
la totalità, dunque l’espressione, iperbolicamente, rimanda ad una spesa che
non lascia nulla d’avanzo (cfr. anche GDLI, III, p. 923).
[20] impristini: dalla locuzione latina in
pristinum, che nel linguaggio giuridico indica «l’operazione mediante la
quale una situazione viene riportata a com’era prima di subire una turbativa»
(cfr. https://www.brocardi.it/dizionario/1360.html).
[21] Esce da litiganti
il succo e il sangue: strettamente legata – sia dal punto di vista
semantico, sia nella forma dittologica – alla precedente «spendono il cotto e
il crudo», la metafora di iperbole rappresenta con efficacia il processo e
l’esito dell’azione dell’avvocato disonesto sui propri clienti, prosciugati dei
loro averi per pagare la sua parcella.
[22] I.1.194-197: Con
lo stesso coltel si taglia il pane, /e l’uom s’uccide. È meno buona l’acqua /
cui Pindaro già disse ottima ancora, / perché altri in essa puote soffocarsi?
La doppia metafora vuole significare la natura neutrale di uno strumento, che
acquista valore – buono o cattivo – a seconda dello scopo per il quale esso è
impiegato dall’uomo. Nella finalità educativa che Becelli attribuisce alla
commedia ben si inserisce l’invito ai temi classici della riflessione morale –
collegati fra loro – della natura dell’intenzione e del rapporto che l’uomo
istituisce fra mezzi e scopi. Il riferimento a Pindaro rimanda al primo verso
della prima Olimpica (Ἄριστον µὲν ὕδωρ...).
[23] gherminella: gioco di
abilità manuale, fatto con una cordicella e un bastoncino, volutamente teso a
confondere lo spettatore. Per estensione: «inganno, raggiro, azione astuta e
fraudolenta» (GDLI, VI, p. 727).
[24] Né odio od amo in
nulla queste feste: riminescenza da Catullo, Carmina, LXXXV.
[25] spigolistra: bigotta, bacchettona. La presenza
del termine si segnala in Pietro Aretino,
Ragionamenti. Dialogo nel quale la Nanna insegna a la
Pippa, giornata terza.
[26] ridduzioni > riduzioni: fra i numerosi e differenti
significati, la riduzione è definita anche: «Riunione mondana di persone in una
casa privata o in un luogo pubblico» (GDLI, XVI, p. 220).
[27] I.2.31-32 ove si mescola il Francese / con l’Italiano, e questo è ormai
perduto: come è noto, molto caro a Becelli è il tema della lingua italiana
e, in generale, delle caratteristiche peculiari che distinguono una lingua
dall’altra. Per questo si legga Della novella poesia italiana, pp. 26,
392 e in generale il libro III. Per l’abitudine diffusa di mescolare francese e
italiano e il relativo giudizio negativo di Becelli si veda in particolare il Dialogo
terzo in Se oggidì scrivendo si debba
usare la lingua italiana del buon secolo. Dialoghi cinque, Verona,
Ramanzini, 1737.
[28] quel «monsù», quel
«madama»: italianizzazioni del francese «monsieur», «madame»,
che mostrano come il gusto dei parlanti tendesse a voler esibire affettata
raffinatezza uniformandosi alla lingua d’oltralpe, cui è dunque lasciato
accesso in quella italiana.
[29] I.3.25-27: Clarice manifesta la propria volontà di non piegarsi al ‘servo
encomio’ e di comunicare il proprio pensiero con libertà: comincia a delinearsi
la sua figura di donna sicura di sé e che aspira all’indipendenza, che meglio
prenderà forma nella seconda parte della commedia e che ricorre frequentemente
anche nelle opere di Goldoni.
[30] I.3.30-33: Le
parole di Clarice, che non apprezza gli esuberanti movimenti delle danzatrici
sul palco, fanno probabilmente riferimento al tipo di danza diffusa in
particolare nei teatri della penisola italiana, erede della Commedia dell’arte
e caratterizzata da gesti marcati e scomposti, che si discosta dal modello
francese di un balletto che vuole imitare con i propri movimenti la dignità dei
personaggi rappresentati («In Italia, dove i teatri pubblici avevano aperto le
loro porte prima che a Parigi, la danza doveva intrattenere un pubblico molto
meno raffinato di quello di corte, perciò aveva raggiunto un alto grado di
virtuosismo e spettacolarità» afferma Liana
Püschel, Echi da corpi lontani. Aspetti del balletto preromantico,
in Metamorfosi dei Lumi, 7, Torino, Accademia University Press, 2014,
pp. 184-201).
[31] nicchio: letteralmente conchiglia; per traslato conca,
rientranza, nicchia. Probabilmente intende una borsa la cui forma ricorda una
conchiglia.
[32] in altre cose
spendere: espressione volutamente sibillina, che può
comprendere tra i referenti non solo le cause da tribunale.
[33] manigoldo:
giustiziere, carnefice, boia. Per estensione
aguzzino, torturatore; persecutore. In senso generico: uccisore, assassino
(GDLI, IX s. v.). Con figura decettiva Clarice sposta la prospettiva dalla
generosità millantata dall’avvocato – e dunque dalla sua appartenenza a tutti,
che significa disponibilità a servire tutti – alla sua auspicabile
‘appartenenza’ alle mani del giustiziere.
[34] d’occuparvi in ben
far: si affaccia qui per la prima volta il tema del «ben far», in questo caso
oggetto dell’inganno in cui cade Vittoria e che troverà declinazioni eterogenee
nel corso della commedia. Sul tema si proietta una lunga tradizione di
interpretazioni che muove da Dante, autore certamente molto frequentato da
Becelli, come dimostrano anche solo le numerose tessere dantesche di
quest’opera (sul «ben far» si veda l’introduzione).
[35] I.5.10-12: Allorché l’oste / è dentro la fortezza, abbruci, uccida, /
saccheggi quanto vuol, non c’e rimedio: la metafora che,
come di consueto, viene esplicitata nei versi che seguono, proviene
dall’immaginario militare. «Oste» è da intendersi qui come traduzione letterale
del termine latino hostis, nemico.
[36] Credete forse che
un sonetto sia...: inizia qui un affondo importante sul mestiere del
poeta: agli occhi del popolo scrivere versi appare come un automatismo che, una
volta acquisito dallo scrivente, necessita solo di essere avviato e che
funziona più facilmente se i versi devono essere disposti nella forma ben
codificata del sonetto. Inteso in questo modo, il fare versi risulta molto più
semplice che il mestiere dell’avvocato.
[37] citazione: in senso
giuridico è atto formale in cui è contenuta la chiamata in giudizio, vale a
dire l’invito a presentarsi davanti al giudice (cfr. GDLI, III, s. v.,
p. 198). Con le sue affermazioni, Pompilio ristabilisce subito la posizione di
superiorità del fare versi sulle azioni degli avvocati.
[38] ove si stia la quaglia: modo di dire che
equivale a ‘dove sta la questione principale’; in questo caso, per «quaglia» si
intende il nodo cruciale della causa, di fronte al quale si cerca di confondere
l’avversario qualora questi avesse in realtà la ragione dalla propria parte.
Per la sua massiccia presenza nella dieta della popolazione contadina, essendo
animale facilmente catturabile, la quaglia è spesso presente nei modi di dire e
nei proverbi.
[39] I.5.36-37 Ut in lubricis, ut stant stantibu rebu: visi iurebu:
trascrizione del latino maccheronico esibito dal borioso, ma evidentemente poco
competente, personaggio. La forma corretta delle clausole qui elencate potrebbe
essere ut in lubriciis; sic
stantibus rebus; nisi iure [nelle situazioni controverse; stando così le cose; se non attraverso
il diritto]. L’espressione latina sic stantibus rebus è molto diffusa
anche al di fuori del contesto giudiziario.
[40] I.5.43-49 Le caratteristiche del sonetto qui sintetizzate da Pompilio
trovano più ampio spazio e dettagliate spiegazioni nel trattato di Becelli Della novella poesia, libro III, pp. 329 e
seguenti.
[41] I.5.82-83 uno
di quei servigi, cui maiuscoli / diciamo
in nostra lingua d’avvocati: nella produzione poetica del XVII secolo
l’aggettivo «maiuscolo» è usato spesso in senso figurato come sinonimo di
«esagerato». Il GDLI rileva un’occorrenza proprio nel Becelli con il
significato di «eccezionale», «considerevole» (vol. IX, p. 490).
[42] mio ben da te mi parto: possibile
allusione al recitativo della cantata, musicata da Antonio Vivaldi, Nel
partir da te mio caro (RV 661), il cui primo verso suona «Parto, mio ben,
da te io parto, addio», che risulta però di autore sconosciuto.
[43] domin: signore,
in senso lato. Qui nel senso di diamine (GDLI, IV, p. 937). Se
preceduta, come nel caso in questione, dal che, assume valore di
particella interrogativa (Crusca III, vol. 2, p. 573, GDLI, IV, p. 937).
[44] cartuccia: piccolo
pezzo di carta.
[45] arma: qui vale per impresa della monaca. ♦ fusta:
qui fiaccola di legno.
[46] porre in fusta: giocando
sull’equivoco tra fusta intesa come fiaccola e fusta intesa come
imbarcazione, il poeta Pompilio genera l’effetto comico assimilando correttori
e stampatori nel comune destino dei rematori sulle navi.
[47] I.7.42-43 o uno stuol di librai fiaccarsi il collo; /o l’arte anco
smarrirsi della stampa: iperbole che si inserisce nella tirata contro i
tecnici dell’editoria.
[48] diffalta: qui nell’accezione di mancanza (cfr. Crusca
IV, vol. 2, p. 104).
[49] facciansi in Carnovale, od in Quaresima?:
la domanda è provocatoria, in quanto sia nel giorno di Carnevale, sia nel
periodo di Quaresima non era lecito celebrare matrimoni.
[50] a me ne sa e
all’altre: espressione impersonale che significa «lo sappiamo
io e le altre».
[51] I.8.19-34 Consueta tirata tesa a ridicolizzare il legame coniugale. La
metafora continuata viene immediatamente sciolta: la moglie è utile solamente
per quanto porta in dote; una volta esauriti i beni, si va in cerca di un’altra
donna che possa procacciarne altri. Anche in questo caso Celio non esita a
manifestare la propria netta predilezione per la categoria dell’utile rispetto
a quella del giusto.
[52] sbracciolarmi: alterato da sbracciarsi:
compiere ampi gesti con tutta l’estensione delle braccia.
[53] giucare: per giocare. La forma è registrata in
numerosi esempi in tutte le edizioni di Crusca, mentre la forma giocare
compare a partire da Crusca III.
[54] vendimini: tessera
trascelta direttamente dalla forma verbale della seconda persona plurale
dell’imperativo passivo del verbo latino vendo, che va tradotta con
“siano venduti”. Il servo, cui il termine forbito attribuisce un’aria di
ironica serietà, vuole dire che, quando si trovi nella necessità, Celio non
esiterebbe a fare di una preziosa veste della propria dama una merce da
vendere.
[55] non diran solo il
bisogno: ancora una volta l’ironia si fonda sull’equivoco. Il servo riprende il
medesimo significante impiegato poco sopra da Celio («Dirai il bisogno?» v. 74)
per attribuirgli un referente meno astratto, che abbassa la materia dal tema
della comunicazione a quello della mera sopravvivenza, enfatizzando l’accusa di
avidità nei confronti di Celio stesso.
[56] I.8.102-106 Oh che bel mondo! [...] Oggi queste non son moda o costume:
il lamento del servo contro i cattivi costumi del secolo, da subito ammantato
di ironia, non guarda, come di consueto, al passato, ma si proietta nel futuro.
[57] Convien ch’io
maledica il punto e l’ora: rovesciamento del celebre incipit del sonetto
di Petrarca Benedetto sia ’l giorno, et ’l mese et l’anno (Rerum
vulgarim fragmenta, LXI). Il verso di Petrarca è caro a Becelli, tanto che
lo si ritrova in filigrana per ben due volte anche nella commedia Li poeti
comici, testo metateatrale in cui Becelli mette in scena la propria
poetica. Lo sottolinea Cristina Cappelletti: «Nella Scena terza
dell’Atto primo, per esempio, Becelli riprende due volte, nel torno di pochi versi,
una citazione petrarchesca, “Benedetto sia ’l giorno, e ’l mese, et l’anno, /
et la stagione, e ’l tempo, et l’ora, e ’l punto…” (RVF LXI), usata
prima in negativo, “Poiché più volte io maledissi l’anno, / il mese, e l’ora, e
il punto allor ch’io nacqui”, e poi citata quasi alla lettera: “Ch’io benedica
il punto, e l’ora, e il mese, / e l’anno, ond’io cercai d’esser Poeta” (Li
poeti comici, I 3, 9)» (Cristina
Cappelletti, «Il desiderio di riformare i mondani costumi»,
«Studi Goldoniani», cit., p. 84.). Nel caso di Pompilio il verso si conclude
diversamente, ma apre una scena nella quale il poeta maledirà la propria
attività.
[58] I.9.7-8 a chiedermi sonetti madrigali /distici ottave acrostici canzoni:
l’enumerazione per asindeto accumula e confonde differenti generi di
componimenti eliminando la particolare natura di ognuno e raggruppandoli
indistintamente, al culmine del climax, nella categoria di «pesti simili
poetiche», v. 9.
[59] che certo è un vizio quello di far versi: autoironia dell’autore attraverso il proprio
personaggio.
[60] io vivo servo di Clarice: tale servitù è da
intendersi come «dedizione, attaccamento devoto nei confronti della persona
amata» (GDLI, XVIII, s. v. servitudine, p. 780).
[61] Ei par un agnellin
alla signora: le accuse di simulazione contro Celio si reggono su
una trama di similitudini tratte dal mondo animale che, benché non tutte a lui
riferite, ne sottolineano gli aspetti peggiori, ma più veritieri, del
carattere.
[62] se quel mal far: che si
contrappone al «ben far» (v. Introduzione).
[63] I.9.63-64 star come colomba / ch’è per cader tra poco in man del nibbio:
la tradizionale similitudine paragona la giovane Clarice alla colomba, mentre
Celio è esplicitamente ricondotto alla rapacità del nibbio. L’archetipo
classico è Fedro, Fabulae I, 31, un brano la cui morale ben si addice
alla situazione di Vittoria e Clarice di fronte a Celio: chi cerca difesa e
protezione presso un malvagio ingannatore trova la rovina.
[64] venire a gala: per
traslato: venire a manifestarsi. [o mostrarsi in superficie, se fosse una forma
errata di ‘galla’].
[65] I.9.76-79 Cerca il castigo, / come fa il veltro la fugace lepre / sempre
la colpa e per quanto ella imboschi /alfin la trae dall’ombra nella luce:
sempre tratta dal mondo animale, la similitudine si sposta dal soggetto Celio
alla considerazione delle conseguenze delle sue azioni. Il castigo che voglia
punire la colpa è paragonato al veltro che voglia stanare la preda e la insegue
fin quando non la porta alla luce.
[66] I.9.98-100 Il cielo / aita il buon voler e la fortuna / della prudenza è
serva, non signora: il tema del rapporto fra virtù e fortuna attraversa la
trattatistica del XVI secolo e trova la propria formulazione più celebre nelle
pagine di Machiavelli. La posizione di superiorità della virtù – umana – della
prudenza rispetto alla fortuna si radica anche nel sentire del secolo XVII,
come ben mostra anche una tela di Marco Liberi (Venezia 1640- ivi 1725)
intitolata, appunto, La fortuna e la prudenza che ritrae la prima in
atto di prendere in braccio, dunque di servire, la seconda. In questi versi
vengono allineate due versioni della medesima idea: la prima legata ad una
visione del mondo che vagamente comprenda anche una dimensione trascendente; la
seconda che invece si muove sul mero piano della contingenza.
[67] II.1.4-12 Poiché dir suole il volgo [...] sappiano
macinar grano a riccolta: con le sue metafore Fabio cerca di elevarsi da
quello che egli stesso indica come piano della proverbialità popolare, ma
impiega un’immagine anch’essa tratta dal mondo contadino. «Una mano lava
l’altra e tutte e due lavano il viso» si traduce dapprima nell’idea che “il
cliente ingrassa il procuratore e poi entrambi beneficano l’avvocato” e, subito
dopo, il procuratore e l’avvocato vengono assimilati a due mulini che macinano
farina (cioè il denaro dei clienti). La metafora del mugnaio viene in seguito
raccolta da Celio ai vv. 14 e 19.
[68] II.1.20-23 Ma
da pagarsi appunto da mugnaio [...] di poi dirò come con voi lo macino:
Fabio prosegue con la metafora dei mugnai rendendone alla fine esplicito, come
di consueto, il significato.
[69] II.1.41-42 Poiché io raddrizzerò l’Ordine, e poi / adoprerem nel Merto
il signor Celio: Fabio utilizza qui termini tecnici della giurisprudenza.
Il merito, cioè il grado di fondatezza di una pretesa che si vuol far
valere in giudizio, si contrappone all’ordine, da intendersi come
sinonimo – desueto – di procedura (GDLI, X, s.
v. merito, p. 171 e XII, s. v.
ordine, p. 50).
[70] protomedico: per traslato, il funzionario più
importante in campo di liti giudiziarie.
[71] ch’ogni incertezza
apporta paga certa: la malizia di Celio nell’ingannare chi si rivolge a
lui si esprime qui icasticamente attraverso l’antitesi fra certo e incerto
nelle forme del sostantivo e dell’aggettivo.
[72] che il render
finalmente vien dal pendere: benché normalmente impiegato per indicare la
restituzione di quanto si deve al legittimo destinatario, in questo caso, che
accumula paranomasia, equivoco e decezione, il verbo rendere va inteso
come sinonimo di restituire, o, meglio di dare, a sé stessi, dunque di
guadagnare. Il guadagno sarà tanto più assicurato quanto più si sarà mantenuto
il tribunale, e per conseguenza il cliente, nello stato di attesa di controlli,
indagini, nuovi elementi probatori che allungano i tempi e aggravano gli oneri.
[73] So che altrove non
è miglior macinio: la scena si conclude circolarmente, come era
iniziata, con la metafora del mulino.
[74] vosco: «con
voi» (dal latino vobiscum).
[75] II.3.3-12 di ciò che maggiormente preme [...]
de’ cavalli, carrozze e ancor livree: esibita ridicolizzazione della figura
della donna superficiale, tutta dedita alle cose materiali, alla bellezza
fugace, all’esibizione della ricchezza, che non si cura degli aspetti
sostanziali delle situazioni. L’ironia di Pompilio, che paragona iperbolicamente
la rassegna degli ornamenti del matrimonio alla rassegna di un esercito offre
il destro ad un’ulteriore messa in ridicolo della nobildonna, che fa entrare in
scena a guisa di personaggi, il Lusso, il Comodo e il Piacere (vv. 21-45) e
successivamente difende la necessità di cambiare veste ad ogni occasione
diversa della giornata (vv. 47-55).
[76] Dite anzi, come donna pensier cangia: apice del climax sulla leggerezza femminile, che molta fortuna
conosce nella letteratura e che verrà reso indimenticabile un secolo dopo
dall’aria La donna è mobile del Rigoletto (1851) di Giuseppe
Verdi ispirato al dramma Le roi s’amuse (1832) di Victor Hugo. Il tema,
declinato in toni più o meno accesi, percorre tutta la tradizione letteraria a
partire dalla classicità: si ricordino almeno il verso virgiliano «varium et
mutabile semper / femina» (Eneide, IV, vv. 569-570) e, in tempi e
circostanze più vicini al Becelli, l’apostrofe di Rodomonte sull’incostanza
femminile nel canto XXVII dell’Orlando furioso: «Oh feminile ingegno
(egli dicea) / come ti volgi e muti facilmente, / contrario oggetto proprio de la fede! / Oh infelice, oh miser
chi ti crede!», ott. 117, vv. 5-8 (per un’ampia ricognizione che va ben oltre i
limiti cronologici di questo lavoro si legga Paola
Cosentino, L’invettiva misogina: dal Corbaccio agli scritti libertini
del ’600, in Le scritture dell’ira. Voci e modi dell’invettiva nella
letteratura italiana, a cura di Giuseppe Crimi e Cristiano Spila, Roma,
RomaTrE-Press, 2016, pp. 29-49).
[77] II.3.73-75 Piacer io stimo l’aver pace e quiete, / non tormentar sé
stesse, e né pur gli altri. /E conversar insieme senza invidia: la saggezza
quasi stoica di Pompilio si contrappone con sintetica sentenza allo sfoggio, di
parole come di cose, di Vittoria.
[78] guarnache: plurale
di guarnaca, forma antica di guarnacca: sopravveste
originariamente ampia e lunga, aperta ai lati, spesso foderata di pelliccia e
fornita di cappuccio, che veniva indossata, specie dagli uomini, sopra ogni
altro abito per ripararsi dal freddo e dalla pioggia (GDLI, VI, p. 129).
[79] stucchio: astuccio.
Il GDLI lo registra nel supplemento del 2009, p. 804 e lo indica quale
nome desueto.
[80] orivolo: da
«oriolo», orologio.
[81] Andato invisibilio:
diventato invisibile.
[82] Mira qual fronte
di bagascia e druda: il servo si abbandona completamente al linguaggio
che si addice alla sua appartenenza sociale, ma non senza associarlo ad una
esclamazione più forbita che provocherà decezione: precede, infatti, la
dittologia di dispregiativi il raffinato «mira qual fronte» (vale a dire
«guarda che faccia»). Bagascia è donna di malaffare e concubina;
analogamente, druda è amante disonesta: entrambi i termini sono in uso
già negli autori del Trecento, Dante e Boccaccio in primis.
[83] Se il vel fu riceùto: il se andrà
inteso alla maniera di «eccome», come rafforzativo dell’affermazione
precedente, ma probabilmente con sfumatura dispregiativa.
[84] rimeritato: da
rimeritare, vale a dire rendere merito. Nella diatesi passiva significa dunque
essere riconosciuto nel proprio merito.
[85] al tempo de
Sforzeschi e de’ Visconti: Argentina allude ad un passato che sente remoto e le
cui abitudini non possono più tornare in essere. Rispetto alla pubblicazione
della commedia sono passati quattrocento anni dalla dominazione viscontea e
circa trecento da quella sforzesca su Milano.
[86] oggi è volata la
merenda in cielo: oggi non è possibile fare merenda. L’espressione
probabilmente riadatta il modo di dire «san Michele porta la merenda in cielo»,
che significa che dopo la fine di settembre (la Festa dei santi Arcangeli cade
il 29 settembre), i contadini smettono di far merenda in quanto le ore di sole
– e dunque di lavoro – diminuiscono (cfr. Serdonati,
Proverbi italiani, vol. III, p. 1482, raccolta disponibile anche on line
nella banca dati dei Proverbi italiani all’indirizzo https://www.proverbi-italiani.org/index.asp?m=0). Più
celebre e più largamente documentata nei repertori di proverbi la versione
toscana del modo di dire: «san Luca: la merenda nella buca», che mantiene il
medesimo significato relato al contesto del lavoro nei campi, spostando però la
data tre settimane più avanti (18 ottobre). Questo dato potrebbe far indurre
che il modo di dire legato a san Michele sia proprio del Nord della Penisola.
[87] Sozze trombette,
bergole sfacciate: il verso riecheggia l’incipit del sonetto
LXXX del Burchiello «sozze trombette, giovani sfacciate», che si colloca nel
contesto delle invettive contro le donne, questa volta troppo provocanti, nel
XVI secolo (si veda sopra II.3.46). Dato il contesto, trombetta sarà da
interpretare non come metonimia della voce stridula, ma come tromberta,
termine del linguaggio volgare per indicare l’organo genitale femminile. Per bergola
si veda I.1.77.
[88] impatta: impattare
sta per «riuscire a mantenersi in condizioni di parità, senza perdere» (GDLI,
VII, p. 412).
[89] che il padrone è
sul ghiaccio di danaro: la metafora significa che il soggetto si trova in
una situazione alquanto precaria e sdrucciolevole per quanto riguarda i denari
a disposizione, ma dal contesto l’espressione potrebbe considerarsi addirittura
analoga a «essere sul lastrico», dunque non avere sostanze, essere in estrema
necessità.
[90] ne faccia uscir da
qualche buco: espressione popolare il cui significato, come si
evince dal contesto, è sovrapponibile a ‘riuscire a ottenere un qualche
risultato’. Lo si induce, per contrario, anche dalla molto più celebre e
diffusa espressione «non cavare un ragno dal buco» – cioè non riuscire a
concludere nulla – che i dizionari attestano a partire però dal XVIII secolo, e
della quale, dunque, questo modo di dire sembrerebbe un antenato (Crusca
IV, vol. I, s.v. cavare § XLIV, poi Tommaseo-Bellini, Dizionario
della lingua italiana, vol. II, p. 424).
[91] Il confronto tra
madre e figlia che occupa tutta la scena sviluppa il tema, già introdotto nel
dialogo fra Clarice e Pompilio, della contrapposizione fra l’opportunismo e la
superficialità della madre Vittoria e l’onestà e la trasparenza della figlia
Clarice, la quale continua a dimostrare aspirazioni di grande modernità nel suo
opporsi ad un matrimonio per interesse e nel suo coraggio di manifestare la
propria volontà in contrasto con quella della madre.
[92] Celio Mignatta:
disvelato anche il cognome, si ottiene un ritratto esaustivo del principale
personaggio negativo della commedia. Il nome Celio indica la sua propensione a
prendersi gioco degli altri; mignatta, espressione popolare per
‘sanguisuga’, rimanda alla sua natura di parassita e di approfittatore delle
ricchezze altrui: in senso figurato mignatta è infatti «Persona avida, che opera con insistenza e
pertinacia, anche imponendo fastidiosamente la propria presenza, per carpire i
beni altrui o per trarre comunque un vantaggio personale, sia pur minimo, da
amicizie, protezioni, situazioni; scroccone insaziabile, parassita; chi è
pronto a lucrare e a speculare sulle sventure o sul bisogno del prossimo;
sfruttatore» (GDLI, X, p. 392).
[93] II.5.56-58 e per lo matrimonio, che dipende /
dal voler nostro e dalla libertade, / né men tre giorni mi volete dare?: alla ragazza, pur nella sua giovane età, viene
attribuita una consapevolezza notevole sia su tematiche antropologiche, sia
sulla natura del matrimonio, probabilmente specchio della consapevolezza che
l’autore vuole diffondere.
[94] II.5.63-64 Or noi fanciulle semplici
innocenti / al mondo nate siam per esser schiave?:
protesta degna del femminismo del XX secolo. Una domanda che sul palcoscenico
del teatro poteva suscitare reazioni differenti, dalla superiorità altera, alla
pavida inquietudine, alla timida o focosa condivisione.
[95] stitico: «per metaf. si dice a Uomo
ritroso, e che malvolentieri s’accomoda all’altrui voglie» (Crusca IV, s.v.,
vol. 4, p. 749). In questa apostrofe giudicante di Fabio si pone in luce fin
dall’inizio l’antitesi fra i due personaggi, che meglio verrà sviluppata lungo
tutta la scena. Fabio appare nella sua natura di corruttore e utilitarista;
Florindo, invece, quale professionista onesto.
[96] II.6.12-13 gli amici miei senza mercede io servo, / ed i poveri ancora:
nella risposta a Fabio vengono alla luce la natura integerrima di Florindo e la
sua concezione della giustizia, che comprende, sì, il meccanismo retributivo
della ricompensa, ma anche la gratuità verso gli amici e soprattutto verso i
bisognosi.
[97] riccompensa: raro per
ricompensa. Se ne trova occorrenza nella Relazione di L.R. Sier
Renier Zen Cavalier et Sier Anzolo Contarini Cavalier Ritornati Ambasadori
Estraordinarij all’Imperator, datata 18 febbraio 1637 e disponibile on line
all’indirizzo: http://www.bibliotecaitaliana.it/testo/bibit001686#bi_f
[98] II.6.22-25 se
taluno ancor de’ ricchi / la debita mercede non mi porge; / cortesemente, e non
con volto fiero /o con irato cor, io li congedo: giustizia è anche
esigere dai propri clienti una equa amministrazione dei beni e chi ne possiede
dovrà più prontamente di altri ricompensare un servizio. Anche in questo caso
Florindo sottolinea un aspetto grazioso del proprio agire: si rifiuta di lavorare
per i facoltosi che non vogliono pagare, ma li congeda senza ira.
[99] II.6.40-41 Una certa dottrina adoperiamo / che da alcuni si chiama del
compenso: la spiegazione di tale meccanismo, per cui del danno in danaro
che si riceve da un debitore ci si rifà lasciando aperto un ulteriore debito
con un terzo, riparando, così, la propria perdita col danno altrui, pone in
luce la natura di Fabio.
[100] biscaccia: dal verbo biscazzare,
giocare d’azzardo (cfr. supra I.1.163): si veda GDLI, II, p. 249.
[101] bergolo: vedi I.1.77.
[102] II.6.60-62 Ma ben mi pare /col puro lume natural, che quello / non sia
diritto: l’onestà intellettuale di Florindo lo conduce a smentire
apertamente la liceità del comportamento descritto da Fabio, una smentita
fondata sul semplice “lume natural”, dunque su una capacità di discernimento
che tutti gli uomini possiedono per natura e che anche Fabio dovrebbe
utilizzare.
[103] II.6.78-79 che
distingue il mondo / tra il far bene e mal fare: il tema del ben far e far
male ricorre nella Commedia dantesca, soprattutto nel Purgatorio:
si legga per questo Maria Teresa Girardi,
Ben far e salvezza. Qualche riflessione, in Peccato, penitenza e
santità nella Commedia, a cura di Marco Ballarini, Giuseppe Frasso,
Francesco Spera, Roma, Bulzoni Editore, 2016, pp. 99-109. Come già aveva
dichiarato di comprendere col solo ausilio della ragione che il modo di
recuperare i soldi persi proposto da Fabio è ingiusto, così ora Florindo,
ampliando lo sguardo, riconosce che tutti gli uomini sono in grado di
distinguere l’agire malvagio da quello retto. Si veda per questo Purgatorio XVI,
75.
[104] openion: forma ricorrente nel Cinquecento per opinione.
È attestata, tra gli altri, in Bembo, Aretino, Tasso e Dolce, nei vari generi
della poesia, della trattatistica, delle epistole e della produzione teatrale.
È riportata in Crusca III e IV, rispettivamente in vol. 3, p. 1121 e
vol. 3, p. 409.
[105] II.6.89-90 quelle cose sono / da disputarsi nelle scole: la
distinzione fra utile, da un lato, e giusto (e onesto), dall’altro, è oggetto
di amplissima riflessione filosofica già a partire dall’antichità e si fa
questione urgente in ambito morale e politico soprattutto nel XVIII secolo,
dopo la diffusione della corrente dell’utilitarismo. La disputa teorica su cosa
sia giusto è per Fabio da rinserrarsi nel chiuso ambito delle dispute
universitarie, rispetto alle quali la concreta esistenza è altra cosa. L’autore
mette qui in discussione la distanza che separa il sapere dei dotti e la
pratica quotidiana, nell’ambito giuridico in particolare, ma anche in tutte le
altre attività umane sulle quali, naturalmente, incidono gli orientamenti
morali e i criteri di scelta.
[106] II.6.91-92 nel mezzo delle piazze o delle strade / che qui si bada
all’utile e non altro: Fabio registra un fenomeno diffuso, che, nella sua
prospettiva, proprio per la sua diffusione diventa automaticamente lecito.
[107] O miseri che siamo
e stolti insieme!: cfr. «e pur con tutto ciò miseri e stolti» (Vittoria Colonna, Stanze VII,
Bergamo, Pietro Lancellotti, 1760); cfr. anche Paradiso XI 1.
[108] II.7.1-18 La parlata di Pompilio si inserisce nella critica già avviata
negli atti precedenti sulla leggerezza delle persone attente alle mode e
schiave dell’esibizione dei beni posseduti (si vedano in particolare i vv.
10-16: «io che d’este pompe non intendo / né la cagion né il modo, e che mi
sembrano / tutte pazzie, di casa m’involai / […]. / O miseri che siamo e stolti
insieme! / Quanto non solo è il danno, ma la falsa / sottigliezza e pazzia di
quelle pompe»).
[109] che al suo terren
non vuol di Celio i ferri: nel contesto della battuta Argentina sta dicendo che
Clarice non vuole subire l’influenza di Celio, né ammette il suo insediamento
in casa propria. In Decamerone, IV.2 si trova un’espressione che, pur
ponendosi da un altro punto di vista, può indirizzare verso una più precisa
interpretazione di questi versi: «parendogli terreno da’ ferri suoi», che
significa «soggetto da poterla ingannar con le sue malizie», secondo quanto
registra e spiega Crusca I alla voce ferro. Le parole di
Argentina, forse suo malgrado, vogliono allora anche dire che Clarice si
sottrae ad essere considerata oggetto di inganno e non ammette di essere
identificata con un terreno che Celio possa ‘lavorare’ (intesa in questo senso,
suggerito da Serdonati [«Esser terreno da poterlo maneggiare e lavorare», cfr. https://www.proverbi-italiani.org/serdonati_scheda.asp?IDE=6&IDPC=93426&DIR=pre], l’espressione potrebbe costituire anche un’allusione volgare).
[110] io m’ingegnai di
battere il focile: con riferimento allo strumento di acciaio col quale
si percuoteva la pietra focaia, vale per «suscitare la scintilla» (GDLI, VI, p.
416). L’espressione si riscontra anche in Giambattista
Basile, Pentamerone, giornata IV, cunto X.
[111] II.7.40-41 ma Clarice non è qual l’altre donne / pronte a cangiar, come
biscia, la scorza: torna il tema della volubilità femminile (vedi supra II.3.46).
[112] faraone: gioco
d’azzardo con le carte molto diffuso in Francia e amato soprattutto a corte; in
territorio italiano conosciuto principalmente a Milano e a Verona; ne parlerà
Casanova nelle Memorie scritte da lui medesimo.
[113] marsina: Abito maschile da cerimonia, di colore nero, con
falde strette a coda di rondine; frac. (GDLI, IX, p. 834).
[114] Farinello:
soprannome del celeberrimo cantante lirico castrato Carlo Maria Michele
Arcangelo Broschi (1705-1782). Il soprannome si deve probabilmente alla
facoltosa famiglia napoletana Farini che gli ha consentito gli studi musicali
negli anni della giovinezza (Dizionario biografico degli italiani, Roma,
Istituto dell’Enciclopedia Italiana, vol. XIV, 1972).
[115] pedante: da
intendersi nel significato tipicamente attribuitogli dalla tipizzazione della
commedia, quale letterato semidotto, di cultura incerta e manchevole, di mente
ottusa e ristretta (GDLI, XII, p. 417).
[116] Ninferno: forma
letteraria e antica per Inferno.
[117] Conte de’ Sansugoli: come quello di Celio
Mignatta, il nome riconduce all’idea della sanguisuga (sansugo) e dunque
al tema dell’avidità e dello sfruttamento.
[118] III.1.4-5 solo rimane / una cosa ed è quella, il mio volere: il
personaggio di Clarice si rafforza nella consapevolezza del peso della propria
volontà, tanto che nei versi successivi ribadirà che è sufficiente un suo «no»
perché il matrimonio non si faccia.
[119] oh può fare il
mondo!: esclamazione di meraviglia, indignazione, disapprovazione (cfr. GDLI, X,
p. 791).
[120] e senza dote: unico
quinario presente nella commedia. La centralità dell’argomento nell’economia
degli interessi in gioco potrebbe far pensare ad una scelta intenzionale da
parte dell’autore per sottolineare il contenuto del verso.
[121] abaderobbono: probabilmente
da intendersi come “ci baderebbero”.
[122] troiate: masnade,
gruppi di uomini di campagna vestiti in modo trasandato (cfr. Decameron,
VII, 8).
[123] ricatarsi: rifarsi di danni o perdite.
[124] III.1.56-57 i campi se gli cuopre / un grillo con un’ala, od una mosca: espressione
iperbolica per indicare la ridottissima estensione dei terreni posseduti da
quei «signorini», in generale, di cui parla Clarice, che ostentano virtù e
ricchezze che non hanno.
[125] III.1.77-81 la
Natura dona a tutti noi /dritto discorso […] / Ma poi quello che dicon gli
altri e l’altre, […] / guasta in noi il don dalla Natura dato: alla serva
Argentina tocca (inaspettatamente?) una delle considerazioni più profonde della
commedia, che rimanda ancora, in ultima analisi a Purgatorio XVI: ogni
uomo è dotato dalla natura della capacità di parlare secondo verità (dunque,
più a monte, di discernere il bene dal male), ma le relazioni con gli altri
inficiano questo dono (come il discernimento viene offuscato dalla
frequentazione degli uomini). All’eco dantesca si sovrappone il
cronologicamente più vicino pensiero che si sta diffondendo in Europa sullo
stato di natura. Le considerazioni di Argentina sembrano richiamare in modo
generico anche gli insegnamenti che Becelli trova negli Aforismi di
Locke che lui stesso traduce (Arte dell’educare i fanciulli di Giovanni
Loche inglese ridotta ad Aforismi con alcune aggiunte, Verona, Dionigi
Ramanzini, 1736, che prende le mosse da John Locke, Some Thoughts Concerning
Education, London, Churchill, 1693) e nei quali il filosofo inglese tratta
ampiamente del rapporto dei fanciulli con le parole e dei modi con cui essi
devono essere aiutati a sviluppare la conoscenza e l’arte del parlare.
[126] III.1.108-109: che tal virtù è di noi serve tutte, d’udir sempre i
secreti dei padroni: dopo le alte considerazioni di pochi versi prima, la
serva chiama virtù quello che in realtà è un vizio, provando nei fatti che,
benché sia dato all’uomo di parlare rettamente, «quel che s’usa, /guasta in noi
il don dalla natura dato» (vv. 80-81).
[127] tristanzuol: uomo di poco spirito. È attestato
in Boccaccio, Decameron II, 10, come riporta Crusca III, vol. 3,
p. 1730.
[128] III.1.135-138 sebben l’alma, all’improviso / colpo, e timor […] / alcun
poco s’arrese e vacillò, or non dimen ripiglia ogni sua forza: l’animo di
Clarice continua a dimostrarsi risoluto e libero da condizionamenti.
[129] III.2.19-21 e tollerate a un tempo /questa nuova ferita della
sorte, / con la virtù: ritorna il motivo rinascimentale della virtù
che si oppone agli assalti della fortuna.
[130] cosa cara non già, ma necessaria: la statura di
Pompilio gli fa distinguere con chiarezza il bisogno di ciò che è necessario
dall’attaccamento ai beni materiali in generale.
[131] III.2.30-40 Le medesime circostanze spiegate da Argentina a Clarice vengono
qui, per così dire, tradotte da Pompilio a Florindo in un linguaggio da par
loro, vicino a quello specifico della giurisprudenza, con un inserto latino.
[132] che priva lei
d’aver, d’affanno m’empie!: Florindo esprime la propria preoccupazione
attraverso un chiasmo ricalcato sulla più autorevole tradizione petrarchesca.
[133] ma strinsi l’aria
e seminai nell’onda: fondata sul raddoppiato contrasto fra l’atto veicolato
dal verbo e la natura del relativo complemento, l’espressione vale a dire “feci
una cosa inutile”. Reminiscenza letteraria forse da Jacopo Sannazzaro, Arcadia, Venezia, Girolamo
Cavalcalupo, 1565 (1504): «Nell’onde solca e nelle arene semina […] / chi sua
speranza pone in cor di femina» (pp. 38-39).
[134] smaniglie: bracciale d’oro con pietre
preziose e miniature applicate su un velluto nero. In senso generico:
braccialetto, anche di materiale soltanto semiprezioso (GDLI, XIX, p. 146).
[135] ell’è una cortesia da ca’ del diavolo: una
cortesia che in realtà è un imbroglio, tipica dunque degli ambienti che hanno a
che vedere col demonio.
[136] III.6.3-5 come stava la volpe sotto il corvo…: Freccia mostra una
conoscenza dei classici inconsueta per un servo. E Vittoria finge di non
comprendere il paragone, tanto che il servo, come spesso accade per le metafore
contenute nella commedia, spende qualche verso per esplicitare il senso dell’apologo
di Esopo, esplicitamente convocato a nome al v. 11 (cfr. Esopo, Favole, CLXV. Nel testo
originale il corvo ha in bocca un pezzo di carne, sostituito dal formaggio
nella versione di Fedro che si è poi tramandata nel Medioevo e nel
Rinascimento).
[137] magagne: difetti,
mancamenti. La voce è registrata già nel Novellino, nella Commedia,
nel Decameron.
[138] giucator: forma di giuocator
registrata in alcuni autori fra il XIV e il XVI secolo.
[139] taccherelle: diminutivo di tacche (=
vizi, magagne): cfr. Crusca IV, vol. 5, p. 2.
[140] III.7.29-36 Le
aperte accuse di Pompilio contro Celio ricapitolano gli argomenti della prima
scena della commedia e sembrano anticipare la premura che manifesta Goldoni ne L’avvocato
veneziano di sottolineare che fra gli avvocati ci sono, sì, alcuni
disonesti, ma molti altri integri.
[141] daste: raro per
«deste».
[142] che non trova invidia in che l’emmende:
ripresa di Orlando furioso VII, xii dove si legge, nel corso della
descrizione di Alcina: «che non trova l’invidia ove l’emende».
[143] movetevi a pietà del
vostro sangue: riecheggia qui il versetto 13 del salmo 90: «Ritorna,
Signore, fino a quando? Muoviti a pietà dei tuoi servi».
[144] III.7.81-82 e
sopra a tutto, ben pensate a ciò / che il mondo ne dirà: le reminiscenze
dalla Sacra Scrittura cedono presto il posto, anche nel personaggio di
Pompilio, all’urgenza di presentarsi al giudizio del sentire e del dire comuni.
[145] di questo ancora /
si dee temer: la meschinità del punto di vista viene enfatizzata e
posta in ridicolo, per accostamento inusitato, dall’eco dantesca da Inferno
II, 88: «temer si dee di sole quelle cose».
[146] ch’avean lo stesso
conio: in senso figurato: «dello stesso genere», dello stesso tipo.
[147] suggestivo: Crusca
IV definisce: «Aggiunto, che si dà per lo più a Interrogatorio, o
Interrogazione; e vale, Che ingannevolmente trae altrui di bocca ciò, che non
avrebbe detto» (vol. iv, p. 807).
In questo caso suggestivo è attribuito a testamento e riconosciuto come
poco meno grave di ‘falso’ ed equivalente a ‘estorto’.
[148] tela: qui vale
per «progetto» «azione intrapresa», accezione che si trova già negli autori del
Trecento. Del modo di dire ‘rompere la tela’ Crusca, IV, vol. v, p. 27
segnala un esempio in Rerum vulgarium fragmenta: «S’Amore o Morte non dà
qualche stroppio / alla tela novella, ch’ora ordisco» (sonetto XL, 1).
[149] fiaccarsi il collo: letteralmente «fare una
caduta mortale», e in senso figurato, in questo caso, «andare in rovina» (GDLI,
III, p. 297).
[150] III.8.34-35 quanto sien fragili le donne / e mobili: Celio ribatte
sempre sulla sua convinzione della volubilità come caratteristica muliebre
(cfr. supra II.3.46).
[151] in cui dovea
cadere al suol la pianta: nel momento in cui le circostanze erano mature. In
particolare, quando l’animo di Vittoria era adirato al punto giusto contro sua
figlia, tanto da accettare anche l’escamotage della donazione per
estrometterla dall’eredità.
[152] piatire:
letteralmente «Promuovere un piato; instaurare una controversia giudiziaria,
litigare avanti all’autorità giudiziaria. […] perorare le proprie ragioni in
sede giudiziaria; patrocinare cause giudiziarie» (GDLI, XIII, p. 310).
[153] i rei puniti, ed
umili i superbi: nella sua esibizione oratoria, Celio mescola
categorie giudiziarie e linguaggio evangelico, citando in filigrana il Magnificat
(ha rovesciato i potenti […] ha innalzato gli umili, v. 52), ma snaturandone il
senso.
[154] leggista: per
«legista», giurista, giureconsulto.
[155] III.8.63-64 ma
la donazion taglia ad un tratto / la sorte de’ parenti e la speranza: l’uso
metaforico del verbo tagliare consente di assimilare, per traslato, con
un’immagine che efficacemente si imprime nella memoria, l’effetto della
donazione e l’azione delle tre mitologiche Parche, che decretano la fine di
un’esistenza tagliando il filo che le corrisponde.
[156] istromento: contratto (Crusca IV, vol. ii, p. 868).
[157] sospension: nel senso di «situazione incerta»
(GDLI, XIX, p. 523).
[158] rio talento:
desiderio malvagio (per talento cfr. GDLI, XX, p. 693).
[159] III.9.40-42 è amica / del ben oprar, e del contrario ancora / cioè del
mal nemica capitale: ritorna quasi in chiusura il tema del «ben far», al
quale si converte Vittoria, dichiarando anche la propria, contestuale, presa di
distanza dal male.
[160] vezzosi rai:
espressione mutuata dalla tradizione del linguaggio poetico, che risulta
insolita e dunque suona comica nelle battute di un servo.
[161] «Chi ben comincia
ha la metà dell’opra»: traduzione, divenuta poi detto popolare, del motto
oraziano «Dimidium facti, qui cœpit, habet», che in realtà si traduce con “chi
comincia è a metà dell’opera”, per sottolineare che il primo passo
nell’intraprendere un’attività è quello più difficile, ma decisivo. Il modo di
dire in italiano è registrato in Crusca I alla voce Cominciamento,
nella forma di Albertano da Brescia: «il cominciamento è grandissima parte di
ciascuna cosa». Nella forma con l’aggiunta di «ben» è registrato nel XIX
secolo in Crusca V e nelle raccolte di Giusti, Capponi e Serdonati (www.proverbi-italiani.org/ricerca_libera_ris_1.asp# [ultima
consultazione 27/09/2025]), il quale lo fa risalire a Guarini, Pastor fido, I, 1, 25 (cfr. Francesco Serdonati, Proverbi
italiani, a cura di Paolo Rondinelli, Firenze, Accademia della Crusca,
2024, vol. I, p. 399).
[162] III.10.30-32 la
gioia /cui suole avere il can dell’ortolano / col dir de’ pomi: «nec mihi, nec
tibi»: il modo di dire ha origine spagnola e funge addirittura da titolo
alla commedia El perro del hortelano di Lope de Vega (1618), in cui la
protagonista, non trovando corrispondenza in colui di cui è innamorata, gli
impedisce che possa amare qualcun altro. Quando questi si innamora di lei, la
distanza sociale la rende ritrosa e neghittosa: essa si comporta dunque come il
proverbiale cane dell’ortolano, che non mangia le verdure del proprio padrone e
impedisce anche agli altri di mangiarle. L’espressione latina che il servo
inserisce nel contesto proverbiale e teatrale ha ben altra ascendenza: Nec
mihi nec tibi, sed dividatur è infatti la soluzione che la falsa madre
propone di fronte al problema dell’affidamento del bambino nel celebre racconto
legato alla sapienza del re Salomone (III Re, iii, 26). L’irrompere del latino
sentenzioso e l’accostamento di proverbio e Sacra Scrittura nelle parole del
servo creano l’effetto straniante che, come di consueto, mira a provocare
comicità, a rafforzare la quale giunge la battuta di Florindo sulla sapienza di
Freccia (vv. 33-34).
[163] questesso: forma
antica per «questo», con l’aggiunta della particella «esso» per «proprietà di
linguaggio»: Crusca IV, vol. iv,
p. 18. Anche la serva Argentina, come il Freccia, dimostra competenze
linguistiche che vanno oltre la sua condizione sociale.
[164] una mano di
noccioli accozzare: «una mano di noccioli» significa «una cosa da poco».
Non saper mettere insieme una mano di noccioli vuole allora dire non essere
capaci di concludere nulla. In quest’ultima accezione, l’espressione («Non
sapere accozzare in un anno, o simili, tre mani di noccioli») è registrata a
partire da Crusca IV, vol. iii,
p. 349.
[165] comparigione al
parentorio: comparire in giudizio. Crusca IV, vol. i, p. 723 s. v. Comparigione
rileva la forma in Boccaccio, Decameron,
8.2. Parentorio è voce corrotta da «Perentorio», termine legale: Crusca
IV, vol. iii, p. 491 segnala
infatti che in Decameron, 8.2 il termine «è in bocca d’un contadino, al
quale, siccome è molte volte loro uso, fa stroppiare le parole». In questo
caso, dunque, Argentina impiega un linguaggio a lei consono.
[166] giudice [...] del
dificio: giudice del malefizio, vale a dire del tribunale criminale. Il GDLI
riporta come esempio letterario il medesimo passo di Decameron, 8.2
riportato da Crusca IV (v. sopra III.11.27), con una frase che racchiude
tutti gli elementi compresi in questi versi di Becelli: «e porto queste cose a
ser Bonaccorri da Ginestreto, che m’aiuti di non so che m’ha fatto richiedere
per una comparigione del parentorio per lo pericolator suo il giudice del
difìcio» (Decameron, 8.2).
[167] poco fila: il
termine «pocofila» è registrato già in Crusca I, p. 632 come «Nome
composto di POCO, e FILA, e dicesi per ischerno alle donne». Il riferimento
letterario principale è sempre il Decameron di Boccaccio. ♦ zucca
al vento: «o Zucca vota, si dice in maniera bassa di Persona vana, e che
non abbia in sé sapere, abilità, o prudenza (Crusca IV, vol. v. p.
367)». Serdonati rimanda a Boccaccio, Decameron, IV, 2 (cfr. Proverbi
italiani, vol. III, p. 1681).
[168] III.12.8-13 noi siam venuti ed invitati /a questa mensa [...] /
ancor digiuno e con la bocca asciutta: metafora continuata in cui la tavola
rappresenta naturalmente le ricchezze in palio.
[169] III.12.14-18 l’opera
fu bella? /[...] /Non tanto qual sarà or la commedia / [...] Ciascun credo a
suo costo la farà: dalla metafora della tavola il serrato scambio di
battute fra Celio e Florindo si sposta sull’immagine dell’azione drammatica,
che, dapprima evocata letteralmente da Celio con la domanda sull’opera vista a
teatro, diviene traslato nella risposta di Florindo, il quale sostituisce il
referente dell’«opera» con l’azione che stanno per compiere (la «commedia») e,
attraverso una dinamica metaletteraria, con la scena che stanno per
rappresentare, in una sorta di mise en abyme. La «commedia» nella
commedia sancirà conclusione felice ad una vicenda inizialmente triste, ma
soltanto dal punto di vista di Florindo. Fino al v. 33 la scena è occupata da
una sorta di duello verbale fra i due personaggi antagonisti, entrambi tesi a raggiugere
il medesimo scopo, vale a dire sposare Clarice, ma per motivi ben diversi e con
disposizioni d’animo differenti.
[170] «La vita el fin, e
’l dì loda la sera»: Petrarca,
Rerum vulgarium fragmenta, canzone XXIII Nel dolce tempo de la prima
etade, v. 31.
[171] III.12.19-21 se
non soffi tal vento che la cangi: chiude la sequenza delle metafore
(ricchezze in palio insieme a Clarice=mensa e lettura dell’atto
notarile=commedia) il tradizionale paragone tra la vita e la giornata, nella
quale l’insorgere di un vento improvviso potrebbe cambiare inaspettatamente il
tempo, come di fatto succederà nella vita di Celio.
[172] III.12.41-47 o consiglier spettabile e prudente [...] / della fame sarai
vero ritratto: al servo il compito di abbassare il tono dell’intervento di
Fabio per mostrarne la vera natura: il di per sé nobile ruolo del consigliere
prudente, che invita i contendenti a non giudicare da sé, ma ad affidarsi a
colui al quale il compito è conferito istituzionalmente, non si attaglia al
personaggio di Fabio, che nella faccenda è personalmente coinvolto, in quanto
la rovina di Celio inciderà anche sul suo destino, come si vedrà nel corso
della scena successiva.
[173] III.13.8-11 così va la fortuna [...] / Chi voleva sedersi [...] /
or è in piedi: con il suo intervento Argentina rovescia il punto di vista
di Celio e mostra quale sia il modo corretto di interpretare le parti giocate
nella scena, mettendo così in ridicolo la boria dell’avvocato.
[174] saccoccia: tasca. Registrato s.v. in Crusca IV,
vol. iv, p. 291.
[175] contradizione: in
ambito giuridico è l’atto con il quale il detentore di una cosa si oppone al
proprietario della stessa, negando il diritto che questi vanta (la definizione
si trova nel lemmario giuridico di espressioni latine contenuto nel sito
https://www.brocardi.it/C/contradictio.html).
[176] son le ferie: mutuato
dal linguaggio giuridico degli antichi romani, in questo contesto feria indica
un giorno dell’anno in cui si sospendono le consuete attività pubbliche e
private per celebrare solennemente cerimonie religiose. La commedia si apre
infatti durante le feste dei Baccanali, cioè durante i giorni di Carnevale, e
sappiamo da Clarice che siamo alla sera del giovedì. Nel diritto canonico feria
indica il giorno di sospensione degli atti giudiziari (GDLI, V, p. 819).