Francesco
Fulvio Frugoni
L’innocenza riconosciuta
a cura di
Maicol Cutrì
Biblioteca Pregoldoniana
lineadacqua
2026
Francesco Fulvio Frugoni
L’innocenza riconosciuta
Francesco Fulvio Frugoni
L’innocenza
riconosciuta
a cura di Maicol Cutrì
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© 2026 Maicol Cutrì
© 2026 lineadacqua
edizioni
Biblioteca Pregoldoniana,
nº 46
Collana diretta da Javier Gutiérrez
Carou
Supervisori per i dialetti: Piermario Vescovo e Luca D’Onghia
Comitato
scientifico: Beatrice Alfonzetti, Francesco Cotticelli, Andrea Fabiano, Javier
Gutiérrez Carou, Simona Morando, Marzia Pieri, Anna Scannapieco e Piermario
Vescovo
Editing: Enma Rodríguez Mayán
www.usc.gal/goldoni
javier.gutierrez.carou@usc.gal
Venezia -
Santiago de Compostela
lineadacqua edizioni
san marco 3717/d
30124 Venezia
www.lineadacqua.com
ISBN: 979-12-81350-66-3
La presente
edizione è risultato dalle attività svolte nell’ambito dei progetti di ricerca Archivio del teatro pregoldoniano
(FFI2011-23663), Archivio del teatro pregoldoniano II: banca dati e biblioteca pregoldoniana (FFI2014-53872-P), Archivio del teatro pregoldoniano III: biblioteca pregoldoniana, banca dati e archivio musicale (PGC2018-097031-B-I00)
e Archivio del teatro pregoldoniano
IV: biblioteca teatrale, archivio musicale e banca dati (PID2023-148944NB-I00), finanziati dal Ministerio
de Ciencia e Innovación
spagnolo e dal FEDER. Lettura,
stampa e citazione (indicando nome della curatrice, titolo e sito web) con
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o riproduzione del testo a scopo commerciale (o con qualsiasi altra finalità
differente dalla ricerca e dalla diffusione culturale) senza l’esplicita
autorizzazione della curatrice e del direttore della collana.
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Francesco Fulvio Frugoni
L’innocenza
riconosciuta
a cura
di Maicol Cutrì
Biblioteca
Pregoldoniana, nº 46
Nota
al testo
L’unico
testimone noto del testo è il libretto stampato nel 1653 dal genovese Giovanni
Maria Farroni:
L’INNOCENZA / RICONOSCIUTA / drama musicale / Del Padre / francesco fulvio frugoni
/ Minimo. / Posta in musica da Francesco Righi / Maestro di Capella
del Giesù, / e dedicata / ai sereniss. collegi / della / gloriosa republica
/ di genova. // In Genova, Per Gio. Maria
Farroni. / Con lic. de’ Superiori. 1653.
In 12°, A-D12 E4, pp. [1]-125, ma la numerazione delle pagine salta un fascicolo,
per cui passa da 72 (c. C12v) a 97 (c. D1r), per un totale di 101
pp. effettive.
A mia conoscenza, se ne conserva una
sola copia presso la Raccolta drammatica Corniani
Algarotti della Biblioteca nazionale Braidense di Milano, RACC.DRAM.6026 002.[1]
L’autore accenna anche a una versione in prosa del testo,[2]
che pare circolasse manoscritta ancora verso la fine del XVII secolo: sebbene
le informazioni trasmesse da Frugoni sui propri scritti siano spesso
millanterie, ciò potrebbe essere indizio di un metodo compositivo che vedeva
prima la stesura del testo in prosa e poi la versificazione, anche in vista
della sua messa in musica. Ad ogni modo, del presunto manoscritto non c’è, per
quanto ne so, altra traccia.
Ho deciso, dunque, di basare questa
edizione sul testo dell’esemplare citato. Una prima trascrizione mi è stata
gentilmente fornita da Emanuela Chichiriccò, che già aveva curato la scheda per
ArpreGo[3]
e che ringrazio sentitamente. Ho poi ricontrollato il testo sulla stampa
antica, adeguandolo ai seguenti criteri di trascrizione:[4]
– ho distinto u da v;
– ho trasformato ij
in i (strazij > strazi);
– ho eliminato l’h etimologica e
pseudoetimologica (havere > avere);
– ho reso il nesso atono -ti- seguito
da vocale con -zi- (gratia > grazia);
– ho uniformato l’uscita al plurale -cie con -ce;
– ho reso et con
ed;
– ho
rispettato, nelle preposizioni articolate, l’alternanza di forme deboli (ala
> a la, dela
> de la) e di forme forti (alla, della); ho legato tutte
le forme del tipo dei, coi, ai, ecc.;
– ho legato le forme avverbiali prive
del raddoppiamento fonosintattico (al fin > alfin,
in vano > invano, pur che > purché,
pur troppo > purtroppo, ecc.) e ho slegato le forme che
avrebbero comportato il risultato di una forma scempia (fratanto
> fra tanto, acanto > a canto, epure > e pure, ecc.);
– ho adeguato le maiuscole all’uso
attuale, eliminandole anche a inizio verso;
– ho uniformato gli accenti e gli
apostrofi all’uso moderno; così anche la punteggiatura;
– le parentresi
sono state riservate agli a parte, mentre nel caso di incisi sono stati
introdotti i trattini parentetici (– –).
Sono intervenuto a correggere il
testo, oltre che nei refusi più banali dovuti a errori di composizione, che non
segnalo, nei seguenti casi (a sinistra la lezione della stampa, a destra la
lezione del testo critico):
Nomi dei personaggi: Due Furie (aggiunto)
I.1.27 Fato > Fatto
I.1.28 Ou
> Qui
I.1.101 un > uno
I.1.171 O. Quand’il > Quand’il
I.3.78 alla > alle
I.4.15 Tu, col > Col
I.4.25 ci aggirate > vi aggirate
I.5.personaggi Genevefa
> Geneviefa
I.13.21 la battuta va attribuita a
Drogane, non a Geneviefa
I.14.4 degno > degna
II.3.2 livodo
> livido
II.3.7 ancelli
> ancelle
II.3.14-17 la battuta va attribuita
a furie 1 e 2, non a si
(?)
II.3.20 portami > portatemi
II.5.68 Dragone: > Drogane...
II.6.38 gaeri
> guarì
II.7.69 vestro
> vetro
II.13.4. riscearti
> risecarti
II.13.70 costui > costei
III.1.7 fasto > fato
III.2.37. tramonto > tramontò
III.4.1 taglia > Taggia
III.11 assetato pur! son dolci i tuoi
dolori > assetato pur sian! / Son dolci i tuoi
dolori; III.13.20 errori > orrori
III.17.1 a > ah
III.18.28 è > e.
Ho rispettato l’assenza di
indicazioni sceniche della stampa secentesca; tuttavia, ho ritenuto opportuno
segnalare alcuni movimenti degli attori che le battute lasciano intuire:
- dopo I.3.155: esce Malisarda;
- dopo I.8.60: Geneviefa finge di
svenire tra le braccia di Golo;
- dopo I.8.39, «Eccoti il bacio!»:
Geneviefa schiaffeggia Golo;
- dopo II.2.45: esce Golo;
- dopo II.3.1-8: entra in scena un
drago volante e le due Furie;
- dopo II.7.21, «col tuo fedele
amico»: Malisarda disegna un cerchio per terra
attorno a Golo e Sifrido;
- dopo II.7.93: esce Sifrido;
- III.2: Malisarda,
con un bastone;
- dopo III.4.18, «Andiamo
all’osteria»: Rampino allunga la mano verso Drogane;
- dopo III.5.38: esce Golo.
Diversamente dalla stampa
secentesca, ho inserito tra parentesi tonde gli a parte, segnalandone la
presenza con la rispettiva dicitura. Ho poi inserito le indicazioni «furia 1» e «furia 2» nella scena II.3, al posto di «1» e «2», e la
didascalia «epilogo» per gli
ultimi quattro versi del dramma.
L’INNOCENZA
RICONOSCIUTA
SERENISSIMI SIGNORI,
L’INNOCENZA non deve essere riconosciuta,
che dalle mani delle SS. VV. Serenissime, che trattano le più candide leggi
della giustizia; né possono gl’armoniosi suoi tuoni
ricevere miglior battuta, che dalla sovranità di quello scettro, da cui
riconosce felicissima la Liguria consuonanze sì
belle. Io l’ho legata co’ numeri della musica per
catenarla a quella virtù della quale è schiava la libertà, sicurissimo che una
principessa innocente troverà pietoso ricovero negli animi generosi di prencipi
così pii, e sotto sì riverita protezione n’andrà sempre libera dalle calonnie degli ingegni più lividi, mentr’io
con quella dedicando il mio riverente ossequio resto delle SS. VV. Serenissime
giuratissimo umilissimo servitore
Francesco
Righi
Maestro di
Cappella del Gesù di Genova
ARGOMENTO
Geneviefa
figlia de’ signori di Brabante, e moglie del conte Sifrido palatino di Treveri, in tempo che il marito sotto le bandiere di Carlo Martello caccia i mori di
Francia, è sollecitata fieramente da Golo maggiordomo del conte, e per le
costanti ripulse calonniata di adultera presso il
marito che ritorna vittorioso, è condannata alla morte; ma da colui che dovea sgozzarla lasciata in vita dentro ad orrida selva,
qui dall’assistenza del Cielo vien favorita, e ritrovata finalmente dal marito
che andava alla caccia, già certo della sua innocenza ed addolorato della sua
perdita, è riconosciuta non sol pudica ma santa. Il Causino ed altri storici
francesi descrivon il fatto.
SONETTO
del
Cavalier
NICOLÒ MARGARITONI,
Musico
dell’Eccellentissimo Signor
PRINCIPE DI MASSA
in lode
del Sig.
Francesco Righi
Maestro di
Cappella del Gesù di Genova
per la
composizione in musica
della
seguente opera.
Tu dai
legge ai concenti e metro al suono,
RIGHI divino, ed
ecco in terra vere
son le tue
note, armoniose sfere
ch’all’organo
del ciel registri il tuono.
De’ tuoi
composti accenti al gran risono
non le
pietre d’Anfion corrono altere
ad erger
Tebe, inver queste riviere
corrono i
cori a fabbricarti un trono.
Nel ciel de la tua lode or vivi esperto:
mentre la
tua armonia il ciel disserra,
Febo ti
cede e t’apparecchia il merto.
Vero motor d’armoniosa guerra,
l’istesso
dio de le sue Muse è certo,
e tu pur
sei novo TERPANDRO in terra.
NELLO STESSO SOGGETTO
Se di
Natura e d’Arte all’eccellenti
contese
nel portar del suo valore
opra degna
ciascuna all’autore
furon uomini mai e vaghi e intenti,
alle
musiche note ed agl’accenti
più di
celeste che d’uman tenore
di Righi,
fuor di riga lo stupore
tragge ognun, e ci rende in ciel presenti.
Anzi
quanto Natura in bel soggetto
angelico
le grazie sue comparte
ed
innocente alfin si scuopre
affetto,
tanto
d’eterna lode corre a parte
per l’angeliche voci e pel diletto
dolce Francesco la tua nobil arte.
Accademico
Notturno
PERSONAGGI
L’Innocenza,
che fa il Prologo.
Geneviefa,
contessa.
Sifrido,
conte suo marito.
Golo,
maggiordomo di Sifrido.
Rampino,
suo servitore.
Malisarda, nodrice.
Fiorino,
paggio.
Medusea,
maga.
Drogane.
Tagliavento,
bravo.
Angelo.
Crocefisso.
Due Furie.
PROLOGO[5]
Fatto
dall’Innocenza.
Dall’eterea magion, dove di
stelle[6]
luminoso
trofeo l’anime ingemma,[7]
scendo veloce
ad arrecar sincera
di virtù, di
pietà la primavera.[8]
5 Mi
conoscete pure, a questi fiori,[9]
che m’assiepano la fronte;
al candor
degli amaranti,
ch’io raccolsi in Paradiso;
dei ligustri al dolce riso,
10 a l’odor
dei gigli santi?
L’Innocenza son io: così schernita
da disumani petti,[10]
da maligni pensier, da crudi affetti,
da mortal
fellonia spesso tradita.[11]
15 Da l’alto soglio
ond’a l’empireo sguardo
fa tremar ad un cenno
del mondo i poli, il Regnator monarca[12]
ai suburbani alberghi[13]
di Treveri mi manda,
20 per disciorre que’ nodi
che d’un perfido cor l’impure voglie
strinsero per legar la casta moglie
del Palatino incauto; ed io ne vegno
da quel
beato regno a farvi accorti
25 de l’altrui crudeltà, de’ nostri torti.[14]
Negli amori,
negli errori[15]
di un crudel vedrommi
uccidere,[16]
ma d’un’alma tutta bella
30 pura stella
mi sarà poi sorta ridere.[17]
Longi dunque, o profani,[18]
fabri d’inique frodi:
fuggite ollà
mondani,[19]
35 smorzate i
vostri ardor mesti e maligni.
Sol a fronte mi stan tortore e cigni.[20]
Longi longi,
anime felle,[21]
voi che scaltre ognor tendete
laccio o rete
40 alle pure colombelle:[22]
ah sciogliete il piè di qui,
che non val
più vostra pania;
e que’ nodi, onde
s’ordì,
serbate
sol a l’amorosa insania.[23]
45 E voi, cari
innocenti,
quanto più rari, preziosi al Cielo,
rasserenate il luminoso ciglio:
a voi pace; ai fellon’
guerra ed esiglio.
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA[24]
Golo e
Rampino.
golo Già nove volte il luminoso giro
de l’argentata sua notturna face
ha colmato la
luna,[25]
da che partì
per debellar Sifrido
5 col gran Carlo Martel l’oste affricana[26]
ne’
campi di Turena; e
cento, e mille[27]
m’ha saettato
il core,
dolce non
più, ma doloroso amore
ver’ la sua
vaga sposa,[28]
10 che lasciommi a servir, schiva e ritrosa.[29]
Penoso martìre[30]
mi strazia le vene;
cruccioso desire[31]
m’accende alle pene.
15 Bellezza
adorata,
ch’il cor mi rapì,
fu sempre più ingrata.
Chi l’ama schernì
d’orgogli e disprezzi
20 mia
fede pagò:
minacce per vezzi[32]
sua bocca vibrò.[33]
Dunque misero cor, tradito affetto,
che farai? dillo tu!
25 Sarà sempre qual
fu
l’amato idolo mio, duro diaspro,[34]
fatto per me troppo severo ed aspro?
Qui ebbe la culla
mia voglia fedel:[35]
30 la tomba sì presto
avrà sì crudel?
Ah no, no: che le stelle
non inestano
invan brame sì belle![36]
So ben io ch’alfin
la femina
35 di lusinghe al
suono struggesi:
sia ritrosa quanto sa,
che nel laccio alfin darà.[37]
Se la segui, oh come fuggesi:
ma cadrà perch’ella è fragile;
40 e chi pianti,
amando femina[38]
tra ripulse, affanni e noie,
dee raccor messe di gioie.
Mandai Rampino, il mio servo più fido.
rampino Son qui, padron mio bel, tutto anelante;
45 il sudor in effetto[39]
mi gocciola
dal capo infin sul petto,
e timor
palpitante[40]
fa nel mio cor più trilli
che non ne
fan di primavera i grilli;
50 mi fuma il naso
e forse più il cervello;
sentite il
mio polmon: fa il salterello.[41]
golo Che c’è,
che c’è Rampino?
Portasti alla
mia diva,
così ritrosa
e schiva, il foglio scritto
55 di lagrimose
note[42]
atte a
spezzar di quel gran cor la cote?[43]
Che ti diss’ella? Or via, rispondi: presto
dimmi se la
mia sorte
mi fa sperar
la vita, o mi dà morte.
60 rampino Morte, morte,
signor, pena e martorio;
andate a
farvi dir il ...[44]
golo Ahimè, tu m’uccidesti; empio
destino,
così dunque cospiri
contro il fervor
de’ miei caldi sospiri?[45]
65 rampino La vostra contessa
non è più un’agnella,
è lupa novella;
e qual leonessa
– ch’al dargli il viglietto
70 io
feci un ghignetto –[46]
s’infierì,
s’inasprì,
mi sgridò,
mi guatò[47]
75 con certe manieracce
aspre e severe,
che mi fecero far mille chimere.[48]
golo Oh tu mi fai stremire[49]
col tuo
parlar prolisso;
e non lo
lesse, dimmi!
80 rampino A pena lo mirò col
vostro nome,
che si fece
la croce e lo stracciò;
poi mel gettò
in sul ceffo, e disse: «To’![50]
toglitimi di qui,
non mi mirar
mai più,
85 che sarà l’alma
mia qual sempre fu;
e Golo ancora
un dì,
se più le
stelle ad irritar s’avventa
co’ suoi sfrenati amori,
sarà del
giusto Dio scopo ai rigori;[51]
90 che la pena è
maggior quando è polenta»;
più lenta volsi dir, che per la fretta
ogni parola mia va da stafetta.
golo Ella sempre d’un tuon così favella[52]
e fa la santarella;
95 ma che ragion a
mio favor dicesti?
rampino Con certe parolette
candite nel giuleppe[53]
parlò la lingua mia come più seppe.[54]
Dissi: «Voi dame schive e sdegnosette
100 ferite i poverelli
di uno sguardo brillarin
col dolce[55]
che tiran gl’occhi vostri accesi e belli,
e poi morir li fate a l’ospitale.
O via, non più rigori!
105 Lasciateli a
Sifrido contro i mori!
Avete una boccuccia
da far innamorar ogni bertuccia:
pietà, crudel, pietà!
Se voi dite di no,
110 Golo vostro fedel
si morirà,
ed io senza padron dove n’andrò?».
golo Che rispose la cruda?
rampino Diede una calcagnata, e disse: «Ah Dio,[56]
guardami l’onor
mio!».
115 Ed io restai di
sasso,
e n’andai col cervel
tutto in conquasso.
golo Stelle
inique, cieli perfidi!
Dunque fia ch’a me sì misero
di tai lacci
il nodo sciogliere,
120 di tai fiamme il fuoco spegnere,
non permetta il fato barbaro?[57]
rampino Padron, voi la sgarrate:
lasciate quest’amor che dà la sveglia![58]
Andateven’a letto, e riposate,
125 che chi non ama,
mai non si risveglia!
Beltà fugace,
quando più piace,
fugge e dileguasi:
non è amorosa,
130 ma più
sdegnosa,
quando più pregasi.
Mancano forse del Palatinato
giovenche
e tortorelle nel mercato?[59]
Son più femine a l’incanto[60]
135 che non ha l’autunno frutti:
ogni vicolo, ogni canto[61]
spuntan visi, e belli, e brutti:
voi scegliete a vostro umore,
e così burlate Amore.
140 golo Taci, che
scemo sei.
Non sai ch’Amor tiranno
ogni legge calpesta,
ogni consiglio sprezza?
No, no, lasciar non può fiamma sì bella
145 l’anima mia, che
langue
per un fior, per un angue,
per un sasso; ah no, no: per una
stella.
rampino Ah, padron mio gentile,
fuor de’ denti io vuo’
dirla;[62]
150 ben potete
capirla!
Non convien ch’alma bella e signorile
con illecito fuoco
si strugga a poco a poco:
Geneviefa non v’ama,
155 e mai si renderà;
ella è santa, ella è dama,
ha promesso al suo Dio la purità.
golo Me ne rallegro che sei...[63]
pezzo di animalaccio:
160 e che sì che ti
caccio
di testa il capogiro e il brutto umoro.[64]
rampino Ah signor, ch’io burlai!
Deponete il
rigore,
ch’io vi son,
vivo e morto, servitore!
165 golo Io ti
perdono: è però ver che voglio,
per sanar la
mia piaga,
ch’ancor
t’adopri a far cader la vaga.[65]
rampino Di gambetto gli farò,[66]
monti e colli
spianerò:
170 basta poi che
nella rete,
quando il
pesce piglierete,
non mi
lasciate! a dirla senza ciancia,
al fegatel vorrei salvar la pancia.[67]
golo Non temer,
che son io buono a guardarti:
175 va’, trova la nodrice
del mio bel
sol, e digli
ch’ella sol
ha da far mio cor felice;
che parli a
mio favore,
e che dica al
mio ben: Golo si more.
180 rampino Tanto a punto
farò: la vecchiarella
ha d’amor
nonsoché
che gli fa
saltellar la coratella:[68]
con lusinghe,
con vezzi e finta fé,[69]
farò ringalluzzarla, ancorché sia
185 un ritratto,
un’idea di notomia.[70]
SCENA SECONDA[71]
Golo.
O pensier che mi tormenti,
ferma il
giro,
ch’io ben so
che senz’ali al Ciel aspiro.
Ah, ch’al suon de’ miei lamenti
5 l’adorata,
la spietata
più
s’adira,
più
delira:
ond’è che s’io la miro,
10 con
l’inferno nel petto al Cielo aspiro.
O donne rabbiose,
invan v’innestò
Natura le rose
sul bel che piantò?[72]
15 Spinosette,
sdegnosette
la bellezza sol vi fa:
vostri lumi[73]
sembran numi,
20 ma
non han fé, né pietà.
Misero, che farò?
Se mia vita non m’ama, io morirò![74]
Ahi, che quando la miro,
senz’ali al Ciel, povero Golo, aspiro!
SCENA TERZA[75]
Malizarda e Rampino, con Eco.
malisarda Se svanì degli occhi il raggio,
se volò tua gioventù
e s’il
tempo saccheggiò
tutti i fior del tuo bel maggio,
5 ben lo so,
Malisarda,
non sei più tu!
Dove sorgeano
molli
le
rose porporine
son
cadute le brine:
10 odorosi
rampolli,
dite pur: chi vi spiantò?
Ah scortesi invidi lustri,[76]
che vendemmiar poteste i miei ligustri![77]
Curva il dorso, la terra
15 picchiando al
suon di questo bastoncello
perché m’apra, ogni dì
cerco la sepoltura e ’l cataletto,[78]
e pur aspiro al nuzial diletto:
ch’ancor mi bolle un po’ di sangue al
core,
20 e ciò ch’il
tempo tolse, aggionge amore.
Son secca,
son grinza,
purtroppo egli è ver!
Ma l’anima è verde,
25 la
lena non perde[79]
vivace il pensier.[80]
Ma che mi giova, ahi lassa,
se non s’aman
qua giù se non le belle!
Crude, barbare stelle,[81]
30 così dunque veloce il mondo passa?
Sì, sì, piangete pure, occhi dolenti,
il mio già secco fior, gli anni già spenti!
Ah che solo a mirarmi in specchio o fonte,
frenetico il mio cor
freme ed impazza!
35 eco Pazza.
malisarda Ollà
chi prende a gabbo il parlar mio?[82]
eco Io.
malisarda E che sei tu che mi
rispondi a tempo?
eco Tempo.
40 malisarda O tempo traditore,
ladro de’ miei contenti,[83]
sola cagion de’ miei mesti lamenti!
eco Menti.
malisarda Povera vecchia, io
mento?
45 Ma dimmi, e che
facesti
di quella mia beltà tanto avvenente
ch’al mondo fu così conveniente?[84]
eco Niente.
malisarda Niente? or dimmi che
fu
50 quella grazia
gentil, quel dolce brio
ch’io più non veggo in me, ma sol
trasogno?
eco Sogno.[85]
malisarda O sogno, della morte
amico stretto![86]
Or che sarà di tutto il bel, ristretto
55 in un viso
gentil, che i cori ingombra?
eco Ombra.
malisarda Oh tu sei pur
notturno,
mentre favelli sol di sogni e d’ombre!
E perché non consoli i miei dolori
60 col consigliarmi
alfin che m’innamori?
eco Mori.
malisarda Ch’io mora? un po’ bel
agio.[87]
Ma dimmi, or che mi manca
per ammorzar d’amor le voglie ardenti?
65 eco Denti.[88]
malisarda Se mi mancano i denti,
il cor m’avvanza.
E qual mi stimi tu? che mal ti pensi
ch’abbi,
al trattarmi come vil carogna?[89]
eco Rogna.
70 malisarda Sarà d’amor la rogna[90]
che mi prurisce ancor dentro alle vene,
e per questo amerò, farò la dama.
eco Ama.
malisarda Hai pur risposto bene!
75 Ma dimmi, che
sarà[91]
colui che del mio cor
la chiave avrà?
Che se tu mel dirai,
darai dolce ristoro alle mie pene,
e l’amerò gentil, come conviene.[92]
80 eco Viene.
malisarda Venga pur in buonora,[93]
che già l’anima mia,
se ben non sa chi sia, l’ama e l’adora.
rampino Io che son Rampinuccio
85 vorrei pescar di
Malisarda il core[94]
per mangiarmelo poi cotto in sapore.[95]
Le sue grinze pellucce[96]
fan che l’anima mia va con le grucce;[97]
le sue maniere graziose e tenere
90 fanno ch’agli
occhi miei sembri una Venere.
S’ella ha il dorso piegato,
mi piace più, ch’il cielo anco è curvato;
e s’ella ha il crin d’argento,
ancor più mi contento,
95 che la luna
ancor lei, com’è palese,
tutta è canuta e non ha più d’un mese![98]
malisarda Rampinuccio
mio dolce!
rampino Malisarda mia bella!
malisarda Mio cor!
Mio ben! Mia vita!
100 rampino Mia dea! Mio sol! Mia stella!
malisarda Oracolo celeste
mi disse che tu sei
il chiaro lumicin
degli occhi miei.
rampino Amor,
se nol sapeste,
105 m’ispirò
ch’io sarò
vostro fedel valletto
tutto cor, tutta lena e tutto
affetto.
malisarda Burli tu?
110 rampino Questo no.
malisarda Un Perù[99]
ti darò.
rampino Non voglio altro che voi: che vecchia!
oibò!
malisarda Tu sarai de’ miei dì
l’unico appoggio.
115 rampino E voi sarete del
mio cor la diva.
malisarda
e rampino E
viva!
Malisarda Rampin, credilo a me:
giovinetta,
vezzosetta,
120 non è salda e non
ha fé.
Donna assennata,
costante e grata
professa eterni amori,
che i frutti alfin durano più ch’i
fiori.
125 rampino Or via,
già siamo amanti?
malisarda E sarem
sposi ancora:
ch’il Ciel che mi ti
diè non vuol dimora.[100]
rampino Pria che ci stringa in santa Carità
un laccio ed un voler,
130 voglio, com’è
dover,
ch’a Golo mio padron s’abbia pietà.
Languisce il poverino,
e me ne scoppia il core.
malisarda Dimmi a chi porta
amore,
135 e lascia far a me,
ch’io ti prometto
di levar ogni intoppo!
rampino A dirla, egli va zoppo[101]
per amor della vostra
figlia da latte, e il vostro mezzo attende.[102]
140 malisarda Invan Golo s’accende
di ritrosa beltà, che sol...[103]
negli amori celesti.
rampino Sia pur gelo se sa,
ch’a’ vostri
fiati ella s’accenderà.[104]
145 malisarda No, no, Rampino! è
troppo dura impresa
tentar un’angiolina
tutta ciel, tutto onor, tutta
divina:
non lo farebbe il più scaltro demonio.
rampino Ed io rifiuto il vostro matrimonio.
150 malisarda Fermati! non partir, la tenterò:
con dolci parolette,
con salde ragionette[105]
per amor tuo ben la lusingherò;
ma temo alfin
di seminar in sabbia[106]
155 e di raccorne
sol messe di rabbia.
rampino O
che vecchia ranticosa![107]
Bella sposa:
del mio cor
farebbe un cembalo;
pelle ed ossa
160 mi farian
del letto un tumulo;[108]
asma e tossa
sarian fior del nostro talamo.
Oh
bel dir! Oggidì,
Rampin, s’usa così!
165 Ha dato il mondo
in questi belli vizi,
l’interesse è il sensal de’
sposalizi:
ma predichi chi vuol, che le mie voglie
non prenderan mia suocera per
moglie.
SCENA QUARTA[109]
Geneviefa.
O delizie dell’alma,
dolce Dio del
mio cor, suave gloria,
dammi, dammi
vittoria
d’un mostro
di perfidia
5 ch’a l’onor mio con mille frodi insidia!
Che barbari dissegni!
Che disumani affetti!
Che scelerati ingegni!
Che sacrileghi petti,
10 vomitati
da Stige, in questa corte[110]
van tramando al mio nome orrore e
morte![111]
Ah Sifrido adorato,
che mi lasciasti a punto
qual innocente agnella in bocca al
lupo![112]
15 Col tuo braccio
valoroso,
fai de’ Mori un giusto scempio;[113]
ma poi lasci a l’orgoglioso
di tua sposa il casto tempio.
Deh ritorna, e se vuoi
20 ver’ l’affricano
infido
spiegar ancor vittoriose vele,
eccoti l’infedele!
Ma voi, stelle pietose
onde risplende Providenza eterna,
25 perché non vi
aggirate ai miei sospiri[114]
per ridonar il riso ai mesti lumi,[115]
e se non pace, triegua
ai miei martiri?
E voi, crudi momenti,
secoli al mio penar purtroppo lenti,
30 se
volar non sapete,
pigliate i miei desir:
l’ali averete![116]
Torna, torna, ben mio, ch’il tuo tesoro
già lo saccheggia un moro!
Torna, torna, mio cor,
torna mia vita,
35 che
senza te son tortora smarrita![117]
SCENA QUINTA[118]
Fiorino,
Geneviefa.
fiorino E perché, mia
signora,
così mesta e
solinga?
Qual affanno
spietato, ahimè, v’accora?
geneviefa Ah Fiorin, tu non sai
5 quante sian le mie pene!
Tra funesti lamenti
gemo, ché non scintilla,
a’
miei lumi dolenti
lontano, il mio bel sol, la lor pupilla.
10 fiorino Rasserenate, o
saggia,
della mente dogliosa il vel funesto,[119]
che s’il Ciel non tradisce i
nostri voti,
il vostro Palatin ne verrà presto![120]
geneviefa Tu, ch’hai l’alma di
latte,[121]
15 prega, Fiorin, a
Dio che mel ritorni
vittorioso a serenar miei giorni!
fiorino O
delle stelle Motor sovrano,[122]
Tu che col cenno giri le sfere,
senti ch’imploran
l’alme sincere.
20 geneviefa
e fiorino Dolce il sollievo della tua
mano!
D’allori e
palme cinto la fronte,[123]
torni a far noi felici il nostro conte.[124]
fiorino Dimore
fuggite veloci![125]
Perigli cadete annullati!
25 Cordogli lasciateci attroci!
geneviefa
e
fiorino Contenti venite beati!
D’allori e
palme cinto la fronte,
torni a far noi felici il nostro conte.
fiorino Il
ciel sereno s’aggiri
30 al suon di voci sì accese;
il moto a’
nostri desiri
geneviefa
e fiorino sia più veloce e
cortese![126]
D’allori e
palme cinto la fronte,
torni a far noi felici il nostro conte.
35 geneviefa Ma lasciame,
Fiorin, nel mio dolore![127]
Troppo presago ho de’ miei danni il
core.
fiorino Ah, mia signora, io vado;
ma dell’amara pena
vi prego afflitto a ristagnar la
vena![128]
40 geneviefa Sì, sì, grondate!
Sì, sì, esalate,
pianti ed omei!
finché
ritorni
ai mesti giorni
45 lieta la luce, il sol degli occhi
miei!
SCENA SESTA[129]
Malisarda, Geneviefa.
malisarda Che funeste querele,
che lamenti importuni,
figlia del petto mio, turbano i vostri[130]
lumi così sereni?
5 Che torbidi
baleni[131]
fan su le gote
impallidirvi gli ostri?
geneviefa Madre, il mio duol dal
mio Sifrido nasce,
che mi lasciò solinga,
e col Ciel mi consolo,
10 perché chi spera
in Dio non è mai solo.[132]
malisarda Ben vi lagnate, o
saggia,[133]
d’un ingrato marito
che vi lasciò «nel fior degli anni in erba»![134]
– così disse, egli partì –.
15 Ma più assai
guerriero i cori
col suo bel forse ferì.[135]
Ah, ch’il clima gentil là di Turena
più ch’alle stragi inclina
a tenzoni amorose!
20 In pacifiche
calme
egli, più assai che palme,
si sarà trattenuto a coglier rose.
geneviefa Madre, voi mal
sognate,
ch’il Palatino, ancor lontano, è mio,
25 e non ama altro
bel che quel di Dio.
malisarda Semplicetta,
che dite? Or non sapete
che chi va troppo al sol suol aver sete?[136]
A que’ rai ch’in Francia brillano
di bellezza lusinghiera
30 già le fibre accese stillano
di quel alma a
voi severa.[137]
La guerra è finita,
non torna Sifrido:
gli piace quel nido,
35 l’alletta
altra vita.
A que’ gigli
onde s’esalano[138]
le fragranze più odorose,
già da lui tutte si scordano
del
suo bel giardin le rose.[139]
40 La
guerra è finita,
non torna Sifrido:
gli piace quel nido,
l’alletta altra vita.
A que’ lumi
onde si struggono
45 nel
desio l’alme assetate,
già da lui dolci si suggono
le delizie più adorate.
La guerra è finita,
non torna Sifrido:
50 gli
piace quel nido,
l’alletta altra vita.
Ah, che tra vezzi, abbracciamenti e
baci,
se ben guerreggia, ancor stringe le
paci.[140]
geneviefa Chi vel disse? Chi lo
sa?
55 No, no, no, nol crederò!
Ben lo so
ch’il mio sposo fedel sempre sarà.
Son menzogne, son frodi;
ma se pur questo è ver, nulla mi cale
60 purché Sifrido
godi,
purché l’anima mia gli sia leale.
malisarda Ah, ben potreste, o
figlia,
geneviefa Che dite, o madre! e
questi
65 son della vostra
fé, del vostro amore
dovuti pegni? Ah, che delirio interno
vi suscitò nel cor forza d’Averno?
malisarda Io non deliro già,
ma provvidi consigli a tempo do![142]
70 Troppo esperta,
lo so
che se ne vola alla canuta età
ritrosa gioventù, ma senza frutto:
figlia, cogliete i fior...[143]
Figlia, cogliete il fior,
75 che sen volano i dì;
sì, fate pur così,
che lo consiglia amor;
ah, cangiate sagace in riso il lutto:
figlia, cogliete il fior...
80 Figlia, cogliete i fior,
che poi lo secherà
della nevosa ettà
tra le brine l’algor;[144]
credete al petto mio purtroppo instrutto:
85 figlia, cogliete
i fior...
geneviefa Che frenesia scortese,
che torbida pazzia,
che bestemmie superbe
turbano in questo dì l’anima mia.
90 Santissima
onestà, te sola invoco,
con le lagrime mie spegni ogni fuoco.
malisarda Figlia, voi
v’ingannate!
Onor altro non è che una chimera
che del cervello uman fa la sua
sfera:[145]
95 ah, godete a man salva,[146]
perché dipoi l’occasione è calva![147]
Golo, nobile e bello,
fiamma di cento cori,[148]
dalle vostre bellezze aride e schive
100 martorizato ognor morendo vive.[149]
geneviefa Ah sfinge! Ah peste! Ah vipera!
Vomito delle Furie,
consigliera de l’Erebo!
A me queste follie?
105 Tu, che latte mi
desti,
come tosco crudel porger sapesti![150]
malisarda Frenate, ohimè,
frenate,
figlia, vostro rigor, che delirate.
geneviefa Tu deliri, tu, mostro,
110 tu, megera
infernale!
Ed osi ancor di contrastarmi a fronte!
Parti, parti, sleale,[151]
che le saette in ciel stridono pronte!
Va via, né più ti ferma in questa
corte,[152]
115 che sei fiera e demòn fabro di morte!
malisarda Che rigorosi orgogli!
A chi latte ti diè
così lo rendi in aloè?[153]
Basta, mi partirò,
120 ma, giuro al Ciel,
ben mi vendicherò!
SCENA SETTIMA[154]
Geneviefa.
O
Re sovrano, al cui terribil nome
si curva infin l’inferno;[155]
Tu, degli afflitti protettor eterno,
ascolta i miei lamenti:
5 e non vedi, e
non senti
che temerario cor co’ suoi consigli
vuol conculcar del tuo giardino i gigli?[156]
Tu, de l’alme
pudiche
spirito paraninfo, e padre, e sposo;[157]
10 delle voglie impudiche
vendicator, sterminator sdegnoso;
da’ tuoi stellati regni
mira la colombella
che di mente al tuo lume empia rubella[158]
15 s’accingono a ghermir gli artigli
indegni.
E tu, misero core,
dimmi se cederai
a profano amatore:
ah, ben ti sento dir che nol farai!
20 Sì, sì, mai t’amerò,
mostro d’infedeltà!
Più presto sofrirò[159]
morti, stragi, rigor, sdegni, empietà.
Solo al mio Palatin, ma prima a Dio,
25 sacrai la mia beltà, l’animo mio.
SCENA OTTAVA[160]
Golo,
Geneviefa.
golo (Che
torbido pensier qui mi raggira?[161]
Ecco a punto la cruda!
Qui con astute frodi
a sciorre io
venni od a spezzar ’ miei nodi.) (a
parte)
5 Contessa!
Ahimè, ch’atro dolor recide
delle parole il filo!
geneviefa (Ecco il fellon! Dissimular mi giova.) (a parte)
golo Contessa! Ahi, che dolore
mi fa scoppiar le viscere del core![162]
10 Messaggero
infelice,
ch’io son mesto il sembiante, ah, non
vi dice?[163]
geneviefa Che funesto accidente
or qui vi reca?
(Oh che livido
cor! che faccia bieca!) (a parte)
golo Misero me, più non vivrò contento!
15 ed invan qui ne vegno
a darvi, ch’io non l’ho, qualche conforto:
ah, purtroppo egli è ver: Sifrido è morto!
geneviefa Sifrido è morto? e chi
vel disse, e come?
golo Da Parigi – ah spietate, ah dure
stelle! –
20 vengon le ree novelle.
Di trionfali allori
coronato Sifrido, i Mori spenti,
carco di mille onori,
ver’ l’italico suol sciogliea le
vele
25 per veder,
curioso, ignoto clima;[164]
quando – oh Cielo crudele! –
fiera tempesta – or qui versate un
fiume,
occhi oscuri e dolenti! –
sommerse il nostro bene, il nostro
lume.
30 geneviefa E chi lo scrisse, oh
Dio?
golo Eccovi in
questo foglio
che mi manda un amico
descritta la caggion del mio
cordoglio.
geneviefa Lasciate ch’io la
legga! e s’egli è vero,
35 ch’aspetto più,
che spero?
Sì, sì, ti seguirò mio caro amato!
M’avrai fedel compagna in ogni stato.
golo Così, Fortuna perfida,
invidiosa sei,
40 che non supporti
in terra i semidei?
Che stella così rigida
mirò con torvo e minaccioso aspetto
questa terra infelice? ah mio diletto,
ah
mio fedel, più che signore, amico,
45 ben coronar la
tua bella vittoria,
non già qua giù, nel Ciel dovea la gloria.
geneviefa Lassa, che lessi? Ah che mortal sentenza
in questo foglio è sol per me descritta![165]
Oh mia vita! Ah mio cor, perché partire
50 sol per tormi
la vita al tuo morire?
Deh mira, anima bella,
da quel
stellato giro ove risplendi,
la mesta tortorella![166]
Scendi, Sifrido, scendi
55 a ripigliar di te la miglior parte,
che già l’anima mia
per seguirti s’avvia,
e sul mar del mio pianto afflitta
parte.
Ah Dio! se lo sommerse infido il mare,
60 naufraga mi faran
mie doglie amare.
golo Oh me infelice! oh per me caro
inganno!
ahimè, perché mi veggio
trambasciar nelle braccia il mio tesoro,[167]
e di gioia non moro?
65 Violette[168]
palidette,
che sorgete in mezzo a’ gigli,
primavera
per voi spera
70 mio pensier ne’ suoi consigli.
Bella bocca languidetta,
deh, ravviva i tuoi cinabri,[169]
che la porpora più eletta
cede a quella de’ tuoi labri!
75 Non più guerra: a suon di baci
facciam qui le nostre paci.
geneviefa Ahimè, dove son io?
Cieli che miro,
ah, che se ben discerno,
l’anima in ciel, il corpo è ne l’inferno,
80 lasciatemi
respiro!
golo Respirate contessa,
ch’alle vostre tempeste,
così torbide e meste,
dolce calma si appressa!
85 Morte commune a tutti
guidò Sifrido a trionfar sugli astri;
noi qui restiamo a soportar
disastri
dell’umane vicende in seno a’
flutti,[170]
ma d’uopo è ben rasserenar il ciglio.
90 geneviefa (Voglio un poco
esplorare
il pensier di costui.) (a parte) Ditemi, Golo,
e che farà mio cor sì mesto e
solo?
datemi per pietà qualche consiglio.
golo Giovinetta
voi sete,
95 e, qual vite
novella,
de l’olmo marital bisogno avete.[171]
geneviefa Il vostro zelo approvo;
ma qual poss’io trovar sposo più
fido
del mio caro Sifrido?
100 golo Ecco un
altro Sifrido, o mia reina!
Voi, voi sete la dea de’ miei pensieri:[172]
fremete, v’adirate, occhi severi?
e che seppi mai farvi,
sol che con tutta l’alma idolatrarvi?
105 A’ vostri piè, mia
bella,
prostrato v’adoro!
A voi sol vivo, e per voi sola i’ moro:
deh, più non siate a tanto amor rubella,
sarò qual più vorrete, amante o sposo;
110 che dite, idolo
mio bello e ritroso?
geneviefa O felice mia sorte,
o destino fedele,
che mi torni sì presto il mio consorte!
115 Oh del mio bon Sifrido amata imago,
non fia più
mai ch’al vostro ardor si gele[173]
mio cor, di
voi già pago!
Alzatevi, o mio bello
dolce sposo novello!
120 golo Parole melate
che l’alma beate,[174]
per voi viverò!
Mia bella,
mia stella,[175]
125 ch’il cor
rischiarate,
per voi sol contento, sol lieto sarò!
Eccovi, amata amante,[176]
il vostro amico Golo,
che vi chiede anelante
130 il pegno marital
d’un baccio solo.
geneviefa Sì, sì, ben è ragion che i saggi
amori
del mio caro fedele
commincino a raccorne, baci, i fiori...
Perfido! scelerato!
135 vil trofeo d’empietà!
crudel! spergiuro! ingrato!
mostro d’iniquità!
ben scopristi tue frodi!
Eccoti il bacio! Or va’, trionfa e
godi.
140 golo A me ceffate, a me?[177]
A me, che t’adorai?
Trista, povera te,
ch’amor in sdegno alfin
cangiato m’hai?
Saprò bene
145 le mie pene
sepelir nel mio rigore:
forsenata,
disperata,
va’ pur, va’, tradisti Amore!
150 Inganni, vendette, frodi,
vi chiamo al petto gelato![178]
Stringete pur vostri nodi,
che quel d’amor è spezzato!
SCENA NONA[179]
Malisarda, con un ritrattino.
Orgogliosa beltà
stima d’esser eterna, e pur la rode
il dente dell’età,[180]
che
mastica le cose ancor più sode.
5 Fastosa
gioventù
come larva fugace alfin svanisce,[181]
e non brilla mai più:
ah
credetelo a me,
che più gota senil non rifiorisce!
10 Sol d’efimeri fior
tesse veloce sue ghirlande il Tempo:
chi non coglie d’amor
la rosa in sul matin,
non è più a tempo;[182]
ecco quella che fu
15 Malisarda la bella, ora cadente
vapor, stella non più!
Ma d’un dolce desir
ho
ben la fame ancor, se manca il dente.[183]
Questo è il mio ritrattino,
20 dove brillan ne l’ombre ancora i lumi
de’ raggi giovanili.
Oh come disuguali, oh come vili
son le vere fattezze
al paragon di mie prime bellezze!
25 Povera, strappazzata[184]
non sol da zerbinotti,[185]
ma da chi mi nodrii purtroppo
ingrata,[186]
or che far mi dovrò coi denti rotti?
Sì, sì, fai la
Rebecca, [187]
30 fai la santa, lo
so;
ed io, sì smunta e secca,
a far del fuoco buona almen sarò;
e se ben intarlata e senza denti,
quando non possa il core e i sentimenti,
35 fama, nome ed onor ti morderò.
SCENA DECIMA[188]
Rampino, Malisarda.
rampino Vagabondando, il
pensier trescando brilla[189]
per trovar Malisarda,
che par degli occhi miei la camamilla,[190]
calamita dir volsi: eccola qui!
5 Madama, buona
notte, e meglio dì!
malisarda Ben mi puoi dar
Rampino
la buona notte senza far chimera,[191]
perché de l’età mia giunta è la
sera.
Ecco il mio ritrattino!
10 Mira quella che
fui!
E s’amar non mi vuoi
perché son grinza un poco e vecchiarella,
portami amor almen perché fui
bella!
rampino Oh che ceffo gentile!
15 Oh che visuccio dolce e signorile!
Chi vi dipinse? Forse fu il Greghetto,[192]
che nel far le giovenche è sì perfetto?
O bellezze assassine e feritrici!
Il ritrattino è bello:
20 fategli far,
madama, le cornici!
malisarda No, no, tel dono; e se mi porti amore,
portalo appeso al core!
rampino Io vuo’
l’originale,
di quest’ombre non curo;
25 voi mogliera
gentile aver procuro,
perché la mummia è assai medicinale.[193]
malisarda O costante,
fido amante.
rampino O
gradita,
30 cara vita.
malisarda Viva, viva il nostro amore!
rampino Longi
di gelo sia gelido algore!
Ma per parlar da senno un poco più,
dite, come v’andò
35 con la contessa?
alfin come passò?
malisarda Che contessa? è una
tigre, una cerasta![194]
rampino E pur parea così
di buona pasta!
SCENA
UNDECIMA[195]
Golo,
Rampino, Malisarda.
golo Cercai per tutto invano,
or a buffoneggiar lo trovo qui:
Rampino, ollà!
rampino Padrone!
5 golo Presto
vanne a spiar
della contessa gli andamenti tutti!
rampino Mi rallegro che son fatto
spione.
golo Non la perder di vista,
mira con chi favella!
10 rampino S’ella mi mira
bieco un’altra volta,
che sì mi fa venir la pelarella![196]
golo Dubito di costei, che dispettosa
troppo la so: turbata e minacciosa
per le sue stanze si raggira e freme.
15 Malisarda, voi qui? che nova c’è?
malisarda Per voi, mio caro Golo,
affannosa e raminga,
strappazzata e solinga,
a questa corte, al nido antico mio,
20 dico per sempre addio.
golo Chi ve ne
caccia, o madre?
malisarda La santuccia,
la falsa,
la maligna, la schiva,
quella che fa la diva;
25 sol perché gli parlai del vostro
affetto,
vomitò contro me rabbia e dispetto!
golo A voi, mia saggia, a voi?
A voi, che la lattaste,
a voi, che di virtù sì l’ingemmaste?[197]
30 malisarda Che virtù?
Sono i suoi falsi metalli!
Ella fa la ritrosa,
ed è più ch’io non fui capricciosa.
SCENA
DODICESIMA[198]
Rampino,
Golo, Malisarda.
rampino Golo, Golo!
Padrone!
Presto,
presto, che fuggono
la contessa e Drogane
con Schiavina e Bordone!
5 Travestiti,
fuorusciti,
per la porta del parco in fretta
passano.
golo Andiamo a ritenerli!
rampino A ritenerli, sì!
10 golo Tu va’ di là, ch’io passerò di qui!
malisarda Queste sono le sante,
queste son le beate?
N’ho visto tante e tante
ch’avean pelli di pecora
15 ed eran dentro
poi lupe affamate![199]
Con Drogane ella va:
il suo drudo costui certo sarà![200]
SCENA
TREDICESIMA
Geneviefa e
Drogane, in abito di pellegrini.
geneviefa Addio clima infelice,
che non risplendi sol di fiamme impure![201]
Addio corte inumana,
che di lividi mostri,
5 di sacrilego
amor sei fatta tana!
Fiero, perfido, impuro, iniquo Golo,
tu mi chiami tuo ciel, ma non lo sono,
perché mi manca a fulminarti un tono.[202]
Sì, sì, sèguiti il piè l’alma che fuge[203]
10 l’orgoglioso
leon che sempre ruge![204]
E tu, fido Drogane,
servo non più, compagno
delle sciagure mie, seguimi lieto,
ché celeste decreto
15 vuol scorgere
alle calme
de l’empireo riposo
in grembo alle procelle afflitte l’alme.[205]
drogane E perché, mia signora,
partiamo entrambi in abito sì strano?
20 geneviefa Per fuggir un profano.
drogane Del maligno ancor longi?
or dove?[206]
geneviefa A Brabante veloci,
dove i miei genitori
mi sian schermo del pazzo ai sozzi
amori
25 finché torni
Sifrido!
drogane A noi, dunque, al fuggir! vi seguo fido!
SCENA
QUATTORDICESIMA
Golo, Rampino, Tagliavento,
Geneviefa, Drogane.
golo A voi, santi romei![207]
Dov’andate? a Galizia?[208]
O feminil malizia,
ben de’ sdegni del Cielo or degna sei![209]
5 Fermati qui,
lasciva,
che non sei, qual ti fai, con tutti
schiva.[210]
tagliavento Ferma, ferma, Drogane!
rampino Fermati, traditor, spione, cane,
ché se no questa mia ruginosaccia[211]
10 ti farà della
nuca una focaccia!
drogane Ahimè, son morto, e di timor qui gelo.
geneviefa Soccorri i servi tuoi,
mirali, o Cielo!
golo Eh, ch’il
Cielo non mira, Iddio non sente
un’impura, un’adultera insolente!
15 geneviefa Questa è ben fellonia
da terminar miei disastrosi dì,[212]
Golo ingrato e che sii![213]
golo Ancor osi parlar, femina ria?
Va’, camina,
ch’il conte
20 vicino è già,
vendicator de l’onte.
geneviefa Molto ne godo, e fia con questo spento[214]
il tuo fuoco, il tuo sdegno, e ’l
tradimento.
golo Amici, alla prigione
guidate pur gl’impuri,
25 e tra tenebre
opache e lacci duri[215]
aspettino del conte il giusto sdegno.
tagliavento Camina, tu, che sei di vita indegno!
drogane O Dio, gran protettor degl’innocenti!
tagliavento O ceffo di Pasquino, or ti lamenti?[216]
30 Mai più creder
io voglio a’ colli torti.[217]
rampino Ma che fastello è quel che sotto porti?[218]
drogane Della contessa son le gemme e gli ori.
golo Ah perfida, a costui dar due tesori!
A Sifrido marito affanni e noie,
35 e ad un cuoco
vil piaceri e gioie.
geneviefa Il tutto, il tutto sia
per amor del tuo Cristo, anima mia.
golo Caminate!
tagliavento Non parlate!
40 rampino Va’ là, cuoco sgualdrino!
Farà ben impalarti, il Palatino!
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA[219]
Golo.
Per corriero
volante
dal suo ritorno in su le poste avvisa[220]
il Palatino amante
la barbara che m’arse ed or m’agghiaccia,[221]
5 ed io, de’
suoi contenti
perturbator sagace,
esco per incontrarlo un miglio longi
dal suo castello in questo picciol borgo:
qui, qui de’ miei dissegni il nodo
stringo,
10 ed a fiera
vendetta
contro la rea del mio penar m’accingo.
Ella, se ben sepolta in cieco orrore
tra prigionil fettore,
ancor brilla ed accende i miei pensieri,
15 teneri ancor, se
ben più assai severi;
così, tra ’l gelo e ’l fuoco,
disprezzato amator non trova luoco.
O torbide chimere,
o dolcezze svanite,
20 o bellezze severe,
o mie voglie schernite!
Per voi m’avvolge attro furore
interno,[222]
che caduto dal ciel son nell’inferno.
Maledetto quel dì
25 che di stral
insanabile
amor incontrastabile
lusinghier
mi ferì.
Maledetto chi dà
suo cor a’ lacci sordidi,
30 sua mente a’
desir torbidi,
per umana beltà.
Ma, troppo tardi accorto,
cerco in sì vasto Egeo tranquillo il
porto.
Vive qui Medusea, la saggia maga,
35 de l’arti negre inarrivabil maestra:
ella darà consiglio, amica destra,
se non potrà salute alla mia piaga.
Ed ecco a punto, o per me fasto augurio,
ch’esce dal suo tugurio.
SCENA SECONDA[223]
Medusea,
Golo.
medusea Che lieto dì per
me:
Golo, amico, voi qui?
golo Sì, mia
diletta, sì;
vengo per riverirvi e nel mio duolo
5 a ricercar da
voi dolce consuolo.[224]
medusea Che vi turba, mio caro?
Qual ambascia vi rende il petto amaro?
Per voi sconvolgerò
degli elementi l’ordine;
10 per voi
scatenerò
di Flegetonte i demoni;[225]
per voi del cielo i cardini
scoterò con un turbine.
Ho di Cariddi il vomito,
15 il celabro de l’aspido,
del iena
le viscere,
del basilisco il fegato,
della cerasta orribile
ho le membrane livide;
20 e per voi saprò
mescere
occulti secreti inarrivabili.[226]
golo Accetto i
vostri affetti, i modi affabili;
sentite il mio penar dove s’aggira?
La superba contessa, a cui lasciommi
25 per assister
Sifrido,
trasse dal petto mio fiamme sì felle,[227]
che torve e minacciose
ne rifremono ancor l’irate stelle.[228]
L’adorai,
30 la pregai,
ma di selce fu sempre al mio dolore;[229]
e con crudel ceffata,[230]
perfida dispietata,
impresse nel mio cor
sdegno e rigore.
35 Con Drogane, a
voi noto,
per schernir i miei nodi
volea
fuggir in pellegrina gonna;
ma, da me colta – oh Dio –, l’imprigionai,
e di lascivo affetto,
40 cieco dal mio furor, la rimprocciai.[231]
Or che torna Sifrido,
per colorir l’inganno a voi ricorro:
ah, se non soccorrete,
Golo vostro fedel spento vedrete.
45 medusea Fate pur cor, ch’io vi trarrò d’affanni.
SCENA TERZA[232]
Medusea e
due Furie.
medusea Ma che più tardo a
scompigliar le stelle?
Su, su, livido venga
a spaventar le sfere
il mostruoso mio fido corsiere;
5 e voi, del pallid’Orco[233]
regnatrici sorelle,
voi, voi, del voler mio veloci ancelle,[234]
sorgete omai dal tenebroso Averno.
O fedeli! o dilette!
10 già precorreste
i miei caldi desiri,
già sento i vostri giri.[235]
furia 1 Che brami, o Medusea?
furia 2 Che vuoi, dell’ombre o dea?
furie 1 e 2 Infaticabili,
15 eccoci qui;
veloci ed agili,
per te di notte vestiremo il dì.
medusea Ite, mie fide suore,[236]
e fra brevi momenti[237]
20 portatemi d’asfalto
il bitume più fervido;
del libico chelidro
l’ossa
ridotte in polvere;
del Negro mar la sabbia,
25 di Flegra
i zolfi, e del mastin la rabbia.[238]
furie 1 e 2 Sì,
sì, n’andremo rapide,
ritorneremo subite:
e viva Medusea,
nostra dolce compagna e nostra dea!
30 medusea Su, mio drago volante,
portami trionfante,
acciò l’amico Golo
vegga
ch’io freno e l’uno e l’altro polo.
SCENA QUARTA[239]
Sifrido, da
viaggio.
Oh come
palpitante
per la gioia vicina il cor mi
brilla,[240]
già che ritorno alla mia sposa amante,
stella ch’al bel desio sempre sfavilla.
5 Di trionfali
allori
pulluli pur la fronte:
terminata la guerra e vinti i Mori,
non curo altri trofei
che
que’ begli occhi, onor de’
pensier miei;
10 altra palma per
me stringer non vuo’[241]
che la cara fedele,
per cui la destra mia sol trionfò.
O felici riposi,
o gloriose paci,
15 o ristori amorosi
a l’aura marital dei casti baci.[242]
Alle gioie, mio core,
tempo è già di goder!
Non più guerriero ardore
20 mi tormenta il pensier.
Di mia colomba i gemiti[243]
vado a cangiar in giubilo
e co’ felici aneliti
a serenar mio ciel funesto e nubilo;
25 non più guerriero ardore:
alle gioie, mio core!
SCENA QUINTA[244]
Golo,
Sifrido.
golo O
dolce! o sospirato!
o mio signor amato!
Benvenuto voi siate:
come, come tornate?
5 sifrido O mio fedel Acate,[245]
riedo lieto a gioire:
come sta la mia vita,
l’anima del mio core?
golo Frenate il vostro amore
10 – ah, destino
infelice –,
non più cor,
non più vita ella sarà.[246]
sifrido Misero me, che sento? ov’è? che fa?[247]
Forse morte crudele
ogni giubilo mio mesce di fiele?
15 Ah, s’ella è
spenta, io più non viverò.
golo Non è già morta, no. Volesse Iddio,
ché men lieve cagione
saria
del vostro mal, del dolor mio,
ma trattisi pur d’altro: ahi, troppo vive!
20 sifrido A parole sì
schive
mi si gelan le vene:
amico, e che motivo han vostre pene?
Ahi, che fu di colei che sola adoro?[248]
golo Se ve lo dico, io moro:
25 meglio, meglio è
tacer; non sa, non può
dirvi la lingua mia quello che so:
ah, nol sapessi mai!
sifrido Nulla diceste,
e pur diceste assai:
spiegatevi, o mio fido.
30 golo Povero voi,
Sifrido,
parte de l’alma mia, cor del mio petto;
ah, destin maledetto,
perché muto non son io?
Non ho, miseri noi, concetti uguali
35 per palesarvi, o
conte, i vostri torti.
sifrido Mio caro, ah, non più morti!
Dite pur che v’annoia.[249]
golo Per me, ma
più per voi, morì la gioia:
Geneviefa la santa,
40 la pudica, la
casta;
ahimè, che questo basta;
non più, signor, non più!
sifrido Che sento? O cieli! O Dio! Golo, che fu?
Tutto mi son scommosso.[250]
45 golo Mi scoppia
l’alma in petto: ahimè, non posso!
Quella che voi lasciaste, ahi, vi
lasciò!
sifrido Inteso ancor non ho.
Ahimè, spiegate omai
vostre querele.
golo Perdonategli,
o conte! ella fedele
50 come dovea non fu: del vostro onore
aduggiò, calpestò, corruppe il fiore.
sifrido Che sento? e
che mi dite?
mirate ben, Golo mio fido, erraste.
55 golo Non errai: così fusse!
Anima e sangue,
per restar menzogner,
lieto darei.
sifrido Ah, stelle a me
proterve! ah, fati rei![251]
Dunque
si puon sentire[252]
sì
dure disonanze, e non morire?
60 E che fece? Ah, nol dite!
Sì, sì, ditelo tosto!
Trafiggete il mio core!
Ebbi petto ad amar, l’avrò al dolore.[253]
golo Sifrido, invan si fonda
65 vera costanza in
feminil soggetto.[254]
Compatite la frale,
ella vi fu sleale:
col vil Drogane... ahimè, dirlo non so.
sifrido Sì, sì, ditelo
pure: adulterò!
70 golo Purtroppo è
ver: di quel infame al lezzo
diede il fior, diede il frutto
d’onor,
di fedeltà, per brutto vezzo;
e poi da me scoperta, mal sagace,
volea
fuggir per vezzeggiarlo in pace;
75 ma in pellegrine
vesti
li
colsi, e in luochi bui
li
ristrinsi; ma voi, caro Sifrido,
frenate il duol: per lei chiego
pietà.
sifrido No, no, che morirà
80 chi l’onor mi macchiò;
chi mia fé violò
scempio del mio furor tosto sarà.[255]
Ma non è vero,
destin
severo,
85 perché l’adoro,
ed a sentirla rea d’ira non moro;
maggior certezza, o mio fedel, n’attendo.
golo Mio signor, già v’intendo:
vive qui Medusea, la saggia donna
90 de’ più cupi
secreti
svelatrice profonda: ella del tutto
potrà farvi capace.
sifrido Andiamo! Ah, che dispiace
cercar ciò che trovar già non vorrei;
95 ma pur è forza,
o cieli,
che de’ miei scorni aspra cagion si
sveli.
SCENA
SESTA[256]
Geneviefa, di
prigione, e Drogane, da un’altra prigione.
geneviefa In quest’ombre lugubri
che son del
morir mio meste presaghe,
povera calpestata,
vilipesa, tradita e calonniata,
5 Geneviefa,
ancor vivi? ancor respiri,
pria sepolta che morta, e non t’adiri?
drogane In quest’orror
d’inferno
cinto d’aspre catene, ove la morte
scherza tra ceppi svelta,[257]
10 ancor de l’egro cor l’alma divelta
non ti lascia, o Drogane, e pur rammenti
contro te, contro Dio, tai
tradimenti?
geneviefa Lassa, misera me,
che mi val
purità, costanza e fé,
15 s’ancor si
dormono
del ciel sui culmini,[258]
se ancor non fremono
dal cielo i fulmini?
Ma quel suave Iddio tutto equità
20 fa che i giusti
del ciel la strada prendino;
ed acciò poi s’ammendino,
ha de’ perfidi rei dolce pietà.
drogane Infelice mio cor,
come regger saprai tanto rigor?
25 Già si preparano
tormenti e strazi:
già già mi svenano,
non ancor sazi
delle querele mie, del mio penar.
30 Cieli, se non
v’offesi, ah, soccorretemi!
Ah no, giusti uccidetemi:
altre colpe, altri nei s’han da pagar.[259]
Piangi, misero core,
i tuoi mal spesi dì!
35 Del tuo dolce Signore
implora la pietà,
loda pur la bontà,
che delle piaghe tue già ti guarì!
De l’età mia più verde
40 furo caduchi i fior;
ah, folle è ben chi perde
la mente in vaneggiar,
quando sol s’ha d’amar
Quel che per noi morì buon Redentor.
45 geneviefa Che funesti lamenti!
drogane Che dolorosi accenti!
geneviefa Sei tu, Drogane, di’?
drogane Son io, purtroppo, sì!
geneviefa Dimmi, amico, e che
fai?
50 drogane Gemo ch’al vostro
onore,
alla mia fedeltà, sian
spenti i rai.
geneviefa Ed io piango per te,
ché so ben la tua pena e la tua fé.
drogane Per voi m’affliggo, o casta,[260]
55 ai scortesi rigori[261]
di quel cor di cerasta:[262]
che non stan ben le stelle infra gli orrori.
geneviefa E molto meno entro al
fetore i fiori.
Non ti smarrir, Drogane,[263]
60 degl’innocenti è
Dio padrone e padre.
drogane Alla Vergine Madre
nostra innocenza con ragione appella.[264]
geneviefa Nelle sciagure mie
felice stella[265]
sol questa mi sarà:
65 per lei l’animo
mio non turberà
turbine d’empietà, d’odio procella.
Ma ricorriamo entrambi,
unendo lingua a lingua e core a core,
al celeste favore.
70 geneviefa
e
drogane O pietoso,
generoso
Dio ch’il cielo col dito giri,[266]
de’ tuoi cari
così amari[267]
75 raddolcisci ora i sospiri!
Qui schernita,
qui tradita
l’innocenza in fondi oscuri
per Te spera,
80 prigioniera,
di spezzar suoi lacci duri.
Sozzo core,
cieco amore,
fa penar qui gl’innocenti:
85 vieni, vieni,[268]
deh, sovvieni,
Tu ch’il tutto vedi e senti!
SCENA SETTIMA[269]
Medusea,
Sifrido, Golo.
medusea Questo a’ miei sagri e riveriti studi
contro del
disinganno,[270]
dove natura a me pronta ubbidisce,
dov’in grembo alla notte il dì sovente
5 ad un sol
cenno mio pigro languisce,[271]
servirà, mio Sifrido,
per appagar la curiosa mente.
S’allo strisciar di questa verga
orribile,
a’ cui fischi, ch’il ciel sdegnosi assordano,[272]
10 si desta di Còcito il re terribile,[273]
le possenti mie note oggi s’accordano,
della tua donna l’infedel
perfidia
o la pudica fé
farò conoscere.
In questo specchio mira,
15 ma frena, ai
tristi oggetti,[274]
la passion dell’ira!
Sgozza gli affanni tuoi, strozza gli affetti,
ché si sdegna l’inferno, il ciel rifreme,
se contro il suo destin l’animo
geme.
20 Questo magico
giro onde ti cingo
argine fia contro que’ spirti rei
che chiamerò co’ miei funesti
omei.[275]
sifrido Tanto farò:
deh, Golo,
25 non mi lasciate,
e testimonio fido[276]
siate del gran periglio a cui m’affido.
golo Individuo son qui;
solo mi cale[277]
che con fieri prestigi
cerchiamo il ver già chiaro ai negri
stigi.[278]
30 medusea Or via, mirate
attenti
nel cristallo incantato,
ed
udite, divoti al vostro fato,[279]
della mia lingua i pregni accenti.[280]
O del Tartaro cortese[281]
35 numi
cari, amati dei,
voi che fiero ed orgoglioso
spumar fate il mar ondoso;[282]
voi ch’in cielo atri e funesti[283]
svegliate i turbini,
40 vibrate
i fulmini,
e gli astri lucidi
d’aspetti torbidi
vestite subito!
Alle mie voci, a’
miei gran prieghi presti
45 venitevene qui,
dove feci per voi notte del dì;
svelate ingenui[284]
ciò che desidero
nel vetro lucido;
50 scoprite affabili
ciò che seguì;
su, su, presto, che fate?
ancor mi resistete, ancor tardate?
Sì, sì, visibili
55 quivi aggiratevi;
sorgete rapidi
da l’ombre querule;[285]
presto ubbiditemi:
che sì? che sì?
60 sifrido Oh Dio, che veggo qui?
E non è questa la mia dolce sposa?
golo Sì, mio
caro signor, è dessa, sì,
ma non più, qual solea, modesta rosa.[286]
sifrido È vero, è ver! Ma quel non è Drogane?
65 golo Ah,
perfido! ah, sleale! ah, fiero cane!
Vedeste? ahimè, la strinse; ora
l’adora.[287]
sifrido Mora, l’infame, mora; oh Dio, che miro?
Si baciano i lascivi: ah disleale,
più assai che questo vetro, ov’io ti miro,
70 limpida no, lo fusti; ora sei frale.
Ah, maledetta femina,
per te mio cor s’invipera;[288]
maledetto chi semina
sue speranze fallaci in cor di vipera.[289]
75 Sì, sì, ti farò
svellere
quella lingua sì sordida,
quel’anima
sì torbida,
con cui sapesti ogni mia fama intridere.[290]
Troppo verace amico, a vui
s’aspetta[291]
80 vendicar i miei
torti;
fedele esecutor del voler mio,
vuol che siate mio cor, ragione e
dio.[292]
Al mio funesto nido
non vuo’
tornar, mio fido,
85 se l’impudica
pria spenta non è,[293]
ché non merita vita
chi non sa temer Dio, chi non ha fé.
Andiamo, e vi darò
a simil fellonia gli ordini uguali.[294]
90 golo Misero, che
farò?
Ah
conte, ch’accrescete i vostri mali:
pietà, signor, pietà.
sifrido No, no, vendette, stragi e crudeltà.
medusea Il conte è già partito,
95 e tra sue furie
involto[295]
ben veggio nel suo sdegno
che s’incammina alfin nostro
disegno.[296]
SCENA OTTAVA[297]
Fiorino,
Geneviefa.
fiorino Così dunque si
consente,
crude stelle,
cieli torbidi,
ch’una misera
innocente
sia sepolta
in fondi rigidi?[298]
5 Ah severe, mio
Dio,
destati alle vendette!
Vibra omai tue saette,
fulmina, fendi, incenerisci il rio.
geneviefa Fiorin, mio caro,
ascolta.
10 fiorino Ah, mia dolce
signora,
fiero dolor m’accora
poiché vi veggo entro a quest’ombre avvolta.
geneviefa Non ti lagnar, che Dio
comanda ancora;
va’ pur, spargi per me calde preghiere,
15 ché se lingua
innocente aiuto implora,
può raddolcir il ciel, fermar le sfere.
fiorino Sì, sì, miei mesti accenti
ad ogni passo errante
provocheranno i folgori roventi,
20 scoteranno dal
ciel l’ira tonante.
SCENA NONA[299]
Rampino,
Tagliavento.
rampino Pria corrier, poi spione, or guardiano
son fatto di quel mele
di cui si lecca il mio padron le dita;
oh
che vita poltrona e saporita[300]
5 star sopra i
fatti altrui:
così apunto son io, tal sempre
fui.
La contessa fa i conti con la morte
ed il cuoco ha da fare altro che torte.
Golo a Straborgo andò,[301]
10 ed io restai di
casa il protomastro.[302]
Così van le facende;
ma saggio è ben chi a l’altrui
spese apprende:[303]
ch’io mai più m’innamori!
Per mia fé, nol
farò!
15 Non vuo’ come costor dar negli
errori:[304]
mai più mi inamori!
oh questo no!
tagliavento Chi favella
d’amori? All’armi, all’armi,
ché non è tempo sol di risse e d’ire?
Son qui, quel io ch’al bellicoso ardire
20 del mio braccio
guerriero
fenderò, spolperò, bizarro
e fiero.
rampino Oh gran sruginator
di corzaletti![305]
tagliavento Che c’è, Rampin
mio, bel mazzo di stecchi?[306]
rampino Adio, mangia pistole e taglia micche.[307]
25 tagliavento Che sì ti suono adosso il tracche tricche.[308]
rampino A me?
tagliavento A te!
rampino Tu burli ch’io non ho fiel
né aloè.[309]
tagliavento Mira come favelli,
30 o sacco di
strambotti.
rampino Voi altri bravacciotti
tagliate il mondo a pezzi,
avete la quistion per dolci vezzi,
e con faccia sparuta e farisea
35 portate nel
guardar la scamonea;[310]
ma, gonfi di parole impallonate,
meglio assai che di man di piè giuocate.
tagliavento Metti mano, poltrone.
rampino Non andar in agresta, ch’hai ragione.[311]
40 tagliavento Voglio uccidermi
teco.
rampino Oh via, che mi uccidesti al guardo bieco.
tagliavento No, no, metti pur mano,
che bramo in questo dì
che del nostro valor la fama corra.
45 rampino La mia scherma è
la morra;
giuochiamone un boccal
del più piccante.
tagliavento Or via, contento son, ma perderai!
rampino Appresi da fachin,
non perdo mai.[312]
tagliavento Cinque.
50 rampino Sei.
tagliavento Tutte.
rampino Quattro.
tagliavento Sette.
rampino Dua.
55 tagliavento Tutte.
rampino Tre.
tagliavento Nove.
rampino Cinque.
tagliavento Ho vinto, ho
vinto: or va’ per il chiarello!
60 rampino No, no, voglio che
sia buon moscatello.
SCENA DECIMA[313]
Rampino, Malisarda, Geneviefa e Drogane, di prigione.
rampino Costui fa del
gradasso,
ma non lo
stimo un stecco:[314]
misurai col compasso
la sua bravura, e vale un fico seco;
5 nel mondo così
va:
chi fa parole assai fatti non ha.[315]
Ma vien la vecchia: oh che terribil rogna,
simular mi bisogna.
malisarda Rampin mio bel, non
sai? Golo tornò.
10 rampino Ed il conte è
venuto?
malisarda Io non lo so; ma che
ti par di questa
femina disonesta?
Facea
la santa, e per non raffreddarsi
trasse dalla cucina il sozzo fuoco.[316]
15 rampino Ma che dite del
cuoco?
Si trovò mai temerità più rara?
geneviefa Madre, ah madre mia
cara!
drogane Rampin amico, ascolta.
malisarda Oh che femina stolta!
20 rampino Ancor vivi, poltron de l’Asinara?[317]
geneviefa Malisarda,
per Dio, qualche pietà!
malisarda Taci lì, vil trofeo
d’impurità!
drogane Rampin, la fame m’ange: un po’ di pane.[318]
rampino Io non governo un cane.[319]
25 geneviefa Ahi, che penose
doglie:
ognun contro di noi la lingua scioglie;
Malisarda,
soccorso, io moro, aita,
mi tormenta col duol rabbiosa fame.
malisarda Hai sfogate, impudica,
impure brame,
30 or fa la
penitenza:
pena, affama, patisci, e la sentenza
del tuo gran fallo attendi.
rampino E tu, Nabuzardan, forse pretendi
che ti facciam
per regalarti un pasto?[320]
35 Altri
manicaretti
mangierai
che delitti, entro ai diletti[321]
puoi già dir buonanotte: hai spento il lume?[322]
che a chi mangia il capon, restan le piume.[323]
SCENA
UNDECIMA[324]
Tagliavento,
Rampino, Drogane, Geneviefa, di prigione.
tagliavento Rampino, a noi,
che porto il moscatello.
rampino O mio fedel compagno,
hai più che nol
stimai core e cervello.
tagliavento È vin dolce e piccante,
5 morde,
pizzica, brilla e dà il raspante;[325]
ma fa venir per terzo
Drogane a ber, ch’il poverino ha sete.
rampino Oh questo no, che bea l’onda di Lete!
tagliavento E questa ei beverà: veleno è qui
che gli sommergerà l’ultimo dì.
Così Golo dispon, così commanda
il conte: or va’, fallo venir qui presto.
rampino Tu di me festi gabbo;[326]
basta, farò ben io la chiosa al testo.
15 geneviefa Amico, ahimè, che
dite?
E dunque entro a quel vaso
morte stemprata in rio liquor si chiude
per un petto innocente?
Dov’è il mio dolce sposo?
20 tagliavento Egli
non sente;
a lui devo condurvi
nella selva del pianto, ei là vi attende;
accingetevi or ora al dipartire.
geneviefa M’accingerò a morire:
25 così presago il cor palpita in petto!
Sia lodato di tutto il mio diletto.
rampino Ecco il gran cucinier
che per paura
della sua morte oscura
ne vien battendo i denti
30 e portando nel
sacco i sentimenti.
drogane Ahimè, chi mi conforta
ne l’estremo passaggio?
Mio Dio, l’anima è sorta
da l’ombra della colpa al vostro raggio:
35 per Voi di
questa vita ora mi spoglio.
Ma questo è il mio cordoglio:
ch’il Ciel, misero me, così consente
che punito qual reo sia l’innocente.
genevieva Drogane,
Iddio ti sente;
40 frena l’animo
afflitto,
che già nel ciel sei fra’ beati ascritto;
il gran vendicator delle nostr’onte
già le saette impugna, e noi co’ voti,
co’
lagrimosi prieghi,
45 smorziamo a’ nostri ingrati
de’ fulmini roventi i fuochi irati!
tagliavento Rampino, ecco il velen,
daglielo tu,
ch’io fra tanto ne vo
a sprigionar costei ch’altri consola,[327]
50 per condurla a
finir tutti i suoi pianti.
Ma sai, quando bevuto il tristo l’abbi,
conducilo in prigione,
e come morto sia,
fagli far una fossa,
55 ed ivi alfin chiudilo in carne ed ossa.
rampino Tanto apunto farassi: allon, monsiù,[328]
fa’ un brindisi ad amore,
che ti vagheggia la tua dolce diva.
Mieti le spine, su,
60 animo e cor, che già cogliesti il fiore.
drogane Innocenza santissima,
tu che de l’alme limpide
sei custode purissima,
a te sol brindo e giubilo,
65 ché con bevanda
livida
m’accingo al dolce nettare
della beata patria.
rampino Sei galantuomo, a fé,
sei buon vallone:[329]
brindasti, ma non vuo’
farti ragione.
70 drogane Iddio me la farà.
Signor, perdona
sì strana fellonia;
ma tu perché tempelli, anima mia,[330]
quand’il provido Ciel già ti
corona?
rampino Or via, camina
là,
75 omaccino
tagliato alla carlona.
drogane Addio mondo fallace,
tu che fai guerra a’
giusti or resta in pace.
rampino Va’ là, che sempre sei stato loquace;
oh barba di civetta,
80 io te la canto,
ho fretta;
smorza lo stopin, presto, alla
lucerna,
ché m’aspetta il claretto alla taverna.[331]
SCENA
DUODECIMA[332]
Golo.
Già
trionfa il mio core:
così, così si fa
a che non ha de’ miseri pietà;[333]
vinse lo sdegno almen, se non
l’amore.
5 Va’ pur tra l’ombre squallide,
anima disperata,
e con bestemmie livide
rinega ognor quel dì
ch’il tuo bel mi ferì, ché fusti ingrata.[334]
10 Le mie fiamme ti
aspettano
per tormentarti ognor!
I miei lacci ti cingano,
t’affligga il mio dolor!
E già che fusti gel
15 al mio fuoco e
sdegnasti essermi ciel,
abbiti pur eterno,
là giù tra l’ombre pallide, un
inferno.
SCENA
TREDICESIMA[335]
Tagliavento,
Geneviefa.
geneviefa Lassa, non posso più.
tagliavento Or via, fermati
qui.
geneviefa Amico, e che di me
brami far tu?
tagliavento Con questo ferro
risecarti il dì.[336]
5 geneviefa Chi lo comanda? Oh
Dio!
tagliavento Il conte così
vuol, così vogl’io.
geneviefa E tu non hai pietà
degl’innocenti?
tagliavento Menti, perfida, menti!
geneviefa Dunque allor dar
potrai
10 le mani nel
sangue mio, se non errai?
tagliavento Non errasti? e
per questo è cieco amore,
che non ti fé
veder sì sozzo errore.
geneviefa Almeno abbi dolor
delle mie pene.
tagliavento Son diaspro, son selce, e non conviene.
15 geneviefa Dunque vorrai ch’io
mora?
tagliavento Sì, sì, senza pietà, senza dimora![337]
geneviefa Lasciami deplorar mia
gioventù!
tagliavento Morta la piangerai: presto, non più!
geneviefa Ch’io parli, almen ti prego, al mio Sifrido.
20 tagliavento Tu piangi ed io
mi rido:
a chi tradisti ancor pianger presumi?
geneviefa Oh miei traditi lumi!
oh mia fede costante!
Mai più ti rivedrò, mio sposo amante;
25 ma che sposo? Tu, mio Dio,
sposo sei dolce dell’anima!
Tu, mio ben, Tu sol sei mio!
Per Te sol mio cor
s’innanima,[338]
lieto a patire,
30 pronto a morire,
già che patisti,
già che moristi,
per dar la vita a me:
eccoti, l’alma mia si deve a Te!
35 tagliavento Non più rigiri,
o folle:
dove vuoi che ferisca?
geneviefa Eccoti il cor! perisca
perché non amò sempre il suo Signore.
tagliavento Ben dicesti, ma tu sei tutta core:
40 sgozzata hai da
morire,[339]
così Golo commanda
perché tua gola spanda il sozzo amore.
geneviefa Fermati, non ferir!
Maniera accorta
per isgozzarmi
senza ferro avesti!
45 Mi nominasti
Golo: ahimè, son morta.
tagliavento Tu dilati la
morte:
or via, porgi le vene.
geneviefa Eccole pronte! In le tue mani, oh Dio,
depongo il mio voler, l’animo mio.
50 tagliavento Che ribrezzo
m’opprime!
Che gelido sudor tutto mi veste!
Il cor mi lascia ed istecchisce il braccio.
Cieli, cieli, che faccio?
Or v’intendo, ch’Iddio già non consente
55 che si tronchi
la vita a un’innocente!
Respirate, contessa, e perdonate
al mio scortese ardire!
Golo, Golo è il fellon che dee
morire.
geneviefa Non per amor di miserabil vita,
60 ma sol perché
tradita
mi confessi vivrò, per mille lodi
dar al Ciel, che protegge i suoi più fidi.
tagliavento In questi opachi
e solitari nidi[340]
rinselvatevi, presto![341]
65 Fuggite: ed io
dirò che vi sgozzai
e nel fiume vicin
poi vi gettai!
geneviefa Così farò: Dio te lo
paghi! addio.
tagliavento Ahimè, che feci,
a gran periglio espongo
mia vita, ché di Golo il fier commando
70 preme ch’io
rechi di costei la lingua.[342]
Ma buon ripiego! io svellerolla a un cane,
e già che di due volti è il traditore,[343]
abbiti doppia lingua e doppio core.[344]
ATTO TERZO
SCENA PRIMA[345]
Sifrido.
Ahi, come mesto a rivedervi io torno,
tetti dell’onor mio
tombe funeste![346]
Qui mi tradì la disleale impura
e qui sommergerò d’ogni mio giorno
5 tra pene
atroci e tra mestizie infeste
la luce, e qui m’accingo a morte dura.
Ah fato iniquo e rigido!
Ah
clima irato e torbido!
Qui, qui le mie vittorie,
10 qui,
qui mie belle glorie
svanite omai languiscono,
sepolte imputridiscono.
Ah cruda femina,
peste dell’Erebo,
15 trofeo
d’infamia,
cerasta, furia!
Pena, pena,
gemi,
fremi,
20 giù
nel centro dei dolori![347]
Cogli, cogli
nei cordogli
dell’Averno
duolo eterno,
25 degna
messe ai sozzi amori!
SCENA SECONDA[348]
Malisarda, Fiorino.
malisarda E pur di tue follie,
alma
vaneggiatrice, il frutto mieti!
Amorose pazzie
de’ tuoi fioriti dì colser le rose,
5 or tra le
spine in lagrimoso Averno
abbiti pur seguace al maggio il verno![349]
Povera disperata,
quanto meglio saria
libar suavi
di discreto amor ne l’alma i favi,[350]
10 che tra penosi
orrori
sepolta e lacerata
maledir sempre i tuoi deformi amori!
fiorino Misero me! non so trovar più pace;
15 ovunque il passo
aggiro
m’agita del mio duol torbida face;[351]
invan io piango e sospiro;
ah, Fiorin sfortunato,
Geneviefa morì,
un crudel, un sleale, ahi, la
tradì.
malisarda Ecco Fiorin il tristo,
il furbacciotto,
che qual torel ferito
cerca al muggiar la madre!
Ma ferma omai le piante,
25 donzellotto inesperto!
La tua pazza padrona invan errante
per cercar qui t’inquieti,
ch’ella non sente il suon de’ tuoi lamenti!
fiorino Menti, perfida strega infame, menti!
30 Vecchia grinza e
rantacosa,
feccia vil d’impurità,
arrabbiata, dispettosa,
madre ria d’iniquità,
Geneviefa la santa,
35 la pudica, la
bella,
ancor sue glorie vanta,
e se ben tramontò, sempre fia
stella.[352]
malisarda Ah pazzo arrogantello,
aspetta pur ch’io ben saprò con questo
40 – se ben
sfiancata – bastoncel funesto
achetar il bollor del tuo cervello.
fiorino A me, tu?
malisarda A te, sì.
fiorino O via su!
45 malisarda Sta pur lì!
fiorino Io sto qui, non mi parto: or via, che
vuoi?
Ah, scorno di natura,[353]
non mi metti paura!
malisarda Tu sei scemo!
50 fiorino Non ti temo!
malisarda Ti darò...
fiorino Fuggirò!
malisarda Linguacciuto!
fiorino Scelerata!
55 malisarda Mal cresciuto!
fiorino Dispietata!
malisarda E che sì, che ti
arrivo!
fiorino Me ne rido,
ti disfido!
60 malisarda Oh che rabbia mi rode!
Io me ne vado, e a Golo il tutto
avviso.
fiorino Va’, che di un disleale
appellati a l’orgoglio!
Ah Dio, perché non ho petto di scoglio,
65 perché non sono
adulto
per vendicar con memorabil scempio
la fellonia del traditor, de l’empio!
SCENA TERZA[354]
Tagliavento,
Golo.
tagliavento Così disse, e
spirò: la lingua è questa.[355]
golo O chiave
del mio cor troppo funesta!
O viperina,
o serpentina
5 fabra del mio martire!
Già più orgogliosa,
più disdegnosa
sprezzasti il mio morire?
Or che l’anima è disciolta,
10 di’
pur, stolta:
che ti valse il tuo rigore?
Paga, paga
la mia piaga:
così va chi sprezza amore.
15 Ma dimmi, amico,
e che facesti poi?
tagliavento Nel fiume ancor spirante
sommersi il corpo, nel suo sangue essangue.[356]
golo Tanto a
punto dovea farsi di un angue!
In quel onde
20 sì profonde
le mie fiamme omai s’estinsero;
cor
mio, godi,
ché que’ nodi
rotti son che sì ti strinsero!
25 (Chi mi
trasporta incauto?
Ah, che fiera passion dal cor
trabocca!
Vuo’
con l’oro a costui chiuder la bocca.) (a
parte)
Andiamo, amico, il guiderdon
t’aspetta.
tagliavento Altra mercè non vuo’ che mia fé retta.
SCENA QUARTA[357]
Rampino,
ombra di Drogane, Malisarda, Golo.
rampino Oh che gran forza
ha il moscatel di Taggia![358]
Taglia le
gambe e fa venir la mosca.
Il buon vin, chi non lo sa,
è il gabban
de’ galeotti,
5 il bastone dei vecchiotti,
purché sia con purità.
De’ poeti egli è l’Apol,
delle Muse il calascione,[359]
de’ cantori il violone,
10 purché sia com’esser vuol.
drogane Di Drogane defonto
ombra tradita,
qui d’intorno m’aggiro[360]
dove lasciò la miserabil vita
l’innocente punito in un sospiro.[361]
15 rampino Oh che gran forza
ha il moscatel possente!
L’ombre
mi fa veder, ma l’occhio mente;
ma se sei buon compagno, allon,
monsiù!
Andiamo all’osteria; toccala, su!
drogane Eccoti qui la mano!
20 stringila quanto
sai![362]
rampino Ahi, ahi, ahi, ahi!
drogane Va’, ch’allor
sanerai[363]
che la
tortora pura
al suo nido tornar lieta vedrai.[364]
25 rampino Or sì che con la
man fatta ad uncino
son del tutto Rampino![365]
malisarda Sentii gridar il mio
fedel amico,
e me ne vengo ad aiutarlo presta.
Oh
che larva funesta!
30 Ahimè! Pietade,
o Cielo!
Misera qui trambascio e qui mi gelo!
drogane Fermati, rantacosa,
ché freme il Ciel contro tuoi pazzi amori,
perché sei fieno, e stai sempre sui fiori.[366]
35 Sulla tomba il
piè ti tituba,
e pur sei sempre più vana,
sempre più col mondo lubrica.[367]
Ti ravvolgi, anima insana,[368]
ma là giù, nel foco misero,
40 piangerai quei
dì che risero.
malisarda Pietà, perdono: oh
Dio,
dammi dolor ch’agguagli il falir mio!
golo Che fantasme? che larve? Il vino, il vino
fa traveder Rampino!
45 Ma sian pur spettri orrendi, io me ne rido,
ch’a fiera guerra il ciel, l’inferno
sfido.
drogane Ed ancor Iddio nel ciel,
o infedel,
la tua lingua empia ferì.
50 golo Ah perfido, ancor osi andar per qui?
Aspetta pur! Da questo acciaro invitto,
s’hai petto ancor, fellon, sarai
trafitto!
drogane Invan contro di me quel ferro impugni,
ch’impassibile, già spenta la noia,[369]
55 m’accoglie in
paradiso immortal gioia!
Tu fra tanto a pentirti il cor
impiega,
ché colei che tradisti or te ne prega.
golo Che sogno è questo? Ah, non è sogno
già?
Io mi sento morir: cieli, pietà!
SCENA QUINTA[370]
Sifrido,
Golo.
sifrido Oh che torbido affanno ognor mi cinge!
golo Oh che
funesta pena il cor mi stringe!
sifrido Amico! E così dunque
mi lasciate languir ne’ miei martori?
5 golo Signor! M’han dato al cor crudi dolori
che mi troncano, ahimè, tutto il
respiro!
sifrido Ed io mesto
sospiro
che la perfidia mia,
ancor estinta, alla mia quiete è ria.[371]
10 golo Io pur dal vostro duol sensibilmente[372]
sento passarmi il cor,
strugger la mente.
sifrido Mi racconsolo alquanto al vostro amore:
ma svelatemi, oh fido,
un sogno ch’ebbi e mi tormenta il core.
15 golo Sogni vani, o Sifrido,
perché figli dell’ombre,
di menzogne son padri: or dite pure.[373]
sifrido Tra solitarie
selve e rupi oscure
mi parea
sentire
20 Geneviefa
guaire.
Accorsi tosto, e vidi
che tra zanne un fier dragon l’avea,[374]
e qui, con soprasalto,
sentir mi dissi: «Ahi caro, io non son rea.
25 Tu sì ch’avesti
incauto il cor di smalto!».[375]
golo Cieli,
cieli, vi esalto,
che vi son veritadi ancor sognate!
Eccole qui svelate! Ah, non son vane!
Il dragon fu Drogane![376]
30 sifrido A punto così va; ma perché dia
triegua
ai nostri pensier la frenesia,
alle caccie v’invito in questo dì.
golo Andate pur!
vi seguirò col core.
Doglia crudel, ahimè, qui mi ferì!
35 sifrido Curate, amico
dolce, il vostro male,
ché con questo avrà pace il mio dolore.
golo Così farò:
vado a gettarmi in letto.
sifrido Ed io m’accingo
al boschereccio affetto.
SCENA SESTA[377]
Ombra di
Drogane, Sifrido.
drogane Non partir, o
Sifrido!
sifrido Ahimè, che
spettro offende or gli occhi miei?
Dimmi, dimmi chi sei!
drogane Ombra del pio Drogane.
5 sifrido Ah scelerato! ah cane! e tu sei qui
per funestarmi ancor con l’ombre i dì?
drogane Frena, deluso conte, i tuoi furori:
ben compatibil sei, cieco agli
errori![378]
Innocente son io: tra luci belle
10 dell’empireo
teatro
m’ingemman
dolci e gloriose stelle.[379]
sifrido Dunque tradito fui?
drogane Fusti tradito.
sifrido E fu la donna mia sempre innocente?
15 drogane Innocente ella fu:
pazzo delirio
di sfrenato amator gli diè martirio.
sifrido E chi fu quel fellon che osò
cotanto?
drogane Semplice, nol
conosci e ’l porti a canto?[380]
sifrido Oh Dio, Golo
sarà! Drogane, aspetta!
20 drogane No, no, ch’io vado a
rigioire in fretta.[381]
SCENA SETTIMA[382]
Sifrido.
Ah tradito
Sifrido!
Ah
dolce anima mia,
spenta da sozzi amori,
da sacrileghi ardori
5 di scelerato
infido!
Piangete, occhi eclissati,[383]
del vostro sol le tenebre;
e voi, cieli sdegnati,
al mio cordoglio funebre
10 conquidete,[384]
distruggete
questo cor che selce fu!
Non più vita, Sifrido, ahimè, non più!
Di pudicizia reciso
15 secco
per me langue il fiore.[385]
Da me, crudel, fu conquiso
delle mie glorie l’onore.[386]
Or qual tormento mi aspetti
lo sa giustizia schernita;
20 già
sgrida i rigidi affetti[387]
bella innocenza tradita.
E tu, d’infedeltà livido mostro,
non già quel che sognai
ma quel che troppo amai,
25 d’ogni mio male
autor, nonché presago,
fusti crudele il coccodrillo, il drago![388]
SCENA OTTAVA[389]
Fiorino,
Sifrido.
fiorino Povero
me, per qui ne van fantasme!
Il Ciel irato con ragion ci sgrida!
sifrido Ecco Fiorin! Oh Dio, della mia fida
questi già caro fu! Mi scoppia il petto
5 a vederlo sì
mesto.
fiorino Signor, ed ancor desto
dal letargo non sete? Il Ciel cruccioso
contro di voi s’accende,
perché dell’empio Golo
10 credeste incauto
alle tartaree frodi.
sifrido Purtroppo è ver, Fiorino!
Ma, lasso me, spezzati
veggo e non disciolti i nodi.
Tardi mi avvisa il mio destin
crudele:
15 la mia bella
morì.
fiorino Purtroppo è vero, ahi, sì.
sifrido Dunque mora il traditore!
fiorino Dunque mora l’infedele!
sifrido Sì, sì, svenato.
20 fiorino Sì, sì,
sbranato.
sifrido Sì, pascolo alle fiere,
il dispietato.
fiorino Oh scellerato!
sifrido Gema, peni là
giù tra l’alme nere!
25 fiorino Ma
dia col corpo pascolo alle fiere!
sifrido Va’, mio Fiorino, e mira
se nella sua magione
ricovrossi
il fellone,
ch’io fra tanto darò gli ordini esatti
30 perché tra lacci
oscuri
gema sepolto di mia morte il reo.
fiorino Tanto farò! Vendetta
grida il sangue innocente: or che
s’aspetta?[390]
sifrido Mentre là tra
le selve,
35 cacciator
infelice,
n’andrò dolente ad irritar le belve
che mi sbranino il core,
farò cinger di lacci il traditore!
Sento ch’interna voce
40 m’invita ai
boschi a ricercar le stille
del puro sangue mio ch’empio versai![391]
Ah Sifrido! ah crudel! che festi mai?
SCENA NONA[392]
Geneviefa e
voci d’angioli.
geneviefa Questa dove sepolto il
giorno giace[393]
solitaria selvetta,
se ben incolta, palida
e negletta,
al mestissimo cor
purtroppo piace.
5 Dalle cure del
mondo
qui mi ritiro a terminar cadenti
i miei giorni dolenti.
Qui tra le fiere almeno
avrò più cortesia che tra’ mortali
10 velenosi
e sleali.
E tanto più sereno
mi sarà quest’orror, quanto più
accorti
fuggiran
miei pensier l’inique corti.[394]
angioli Tortorella
15 tutta
bella,
fa pur core!
che t’assiste in questi boschi
così foschi
col suo lume il tuo Signore!
20 geneviefa Oh Dio consolatore,
a me queste delizie?
Longi, longi dal petto, atre
mestizie:
qui frena il mio dolor celeste riso,
ché trovai tra le belve il paradiso.
25 angioli Colombetta
semplicetta,
vivi e godi,
che di te tutto geloso,
Cristo sposo
30 ben sciorrà l’inique frodi![395]
geneviefa O dolcissimi nodi,
stringete pur le viscere,
ché dal mondo i pensier qui voglio sciogliere!
Legatemi a quel Dio che, tutto affetto,
35 per poterlo bear
brama il mio petto.
SCENA DECIMA[396]
Un angelo
con un crocefisso, Geneviefa.
angelo Dal
Re sovrano al cui terribil sguardo
si
curvano le sfere e gli elementi,
vengo, o candido fior degl’innocenti,
a recarti d’amor un dolce dardo.
5 Questo
è quel che fu svenato
amoroso Redentore,
che die’ l’alma, aperto il core,
per il mondo empio ed ingrato.
Innocente,
10 fu
tradito;
Dio possente,
fu schernito.
Per dar vita a te morì,
lo ferì,
15 più
che morte, atro delitto;
fu confitto,[397]
ma pregò
per colui che lo piagò.
Ai lamenti,
20 nei
tormenti,
mai la bocca non aprì.[398]
Or respira e gioisci,
che spettacolo sei d’angeli belli!
Con questo dolce tuo tutta t’unisci,[399]
25 e non temer
d’Averno i spirti felli,
ch’io per apparecchiarti il trono in cielo
all’Empireo ritorno e mi ti celo.
geneviefa Aspetta, o luminoso!
L’anima fastidita
30 teco ne porta a
più prezzabil vita![400]
angelo A suo tempo verrà tuo dolce Sposo
per arricchirti di perpetuo viso:[401]
addio! ci rivedremo in paradiso!
SCENA
UNDICESIMA
Geneviefa ed
il Crocefisso.
geneviefa Amoroso traffitto,
delle pupille mie lume più puro,
a Te mi volgo e giuro
che le tue piaghe belle
5 saran sempre al mio cor cardini e
stelle.[402]
Alla spelonca io vado
ad infiorarla di selvaggi onori[403]
perché talamo fia dei nostri
amori.
Oh Dio! Ben è di sasso
10 chi non s’attenerisce a tai prodigi!
Vieni, vieni, o Signor! Con questi chiodi[404]
delle sciagure mie fissa la ruota[405]
perché l’anima accesa ognor ti lodi.
A’ tuoi piè che, se ben piagati,
15 calcano, o Caro, tutto l’inferno,
de’ miei pensieri appendo legati
i movimenti con nodo eterno.
Del tuo costato nel porto fido[406]
– l’alma sicura dal mondo insano –
20 già
del suo mare lieta mi rido:
qui mi minaccia, qui freme invano.
il crocifisso Figlia del sangue mio, del mio dolore,
per sentiero spinoso
si
camina a godere:
25 chi tra caduchi
fior pianta il suo core
non può mai venturoso[407]
gioir lassù sopra l’empiree sfere.
Io che son Re di gloriosi regni,
malamente pagato,
30 stranamente
piagato,[408]
tutti del Padre mio soffersi i
sdegni.
Mira queste ferite:
son di quelli ch’amai,
di color che formai pegni immortali![409]
35 Mi confisser sleali,
e pure al Padre mio per lor pregai!
Tu, se brami gioire,
leggi su questa croce il mio patire.
geneviefa Sì, sì, caro adorato,
40 pene, pene e
rigori
nel tuo petto squarciato
fonte dell’alma mia
assetata pur sian!
Son dolci i tuoi dolori,
e mi son le tue spine ameni fiori.
SCENA
DODICESIMA[410]
Sifrido, da
cacciatore.
Sia
pur de’ miei seguaci
svelto
il piè, desto il core,
a
far smacchiar le fugitive belve[411]
che
s’accovacchian fra romito orrore,[412]
5 ch’io,
dall’empio destino
rapito
a sviscerar l’animo afflitto,[413]
tra
quest’ombre m’aggiro
e
l’estinto mio sole
nelle
tenebre mie piango e sospiro.
10 Porto
meco la fiera, e pur la caccio
in queste opache selve:
qui, miei crudi pensier, fuste le belve[414]
che svenaste il mio ben per cui mi sfaccio.
Qui la casta tortorella
15 diede
al Ciel l’anima pura;
qui
di morte – ahi – nube oscura
m’eclissò
mia cara stella!
Ruscelletti
garruletti[415]
20 del
mio cor che fu sì fiero,
del mio petto aspro e severo,[416]
con
ragion voi mormorate;
ma
cresciuti all’onda amara
ch’io
qui verso alla mia cara,
25 di
colui che sasso fu[417]
mormorate ancora più!
Al ronzar de’ cespugli
qualche timida damma or qui s’appiatta:
sì, sì, svelta cervetta
30 pur
ora si rintana in quella grotta;
voglio
farla smacchiar con questo strale,
ma
che fiero ribrezzo al cor m’assale.
SCENA
TREDICESIMA[418]
Geneviefa,
Sifrido.
geneviefa Fermati, o tu che
tenti
profanar
co’ tuoi strali
queste
selve fatali,
che
son sacrate ai poveri innocenti!
5 sifrido Oh Dio, che
dolci accenti
mi
sospendono l’alma: ollà, chi sei
tu
che m’affreni il passo?
geneviefa Son povera tradita
che tra le fiere sol trovai la vita.
10 sifrido Ahimè, tutto mi gelo,
ché forse qui vuol castigarmi il Cielo.
Dimmi,
dimmi chi sei.
geneviefa Io sono, io son colei
che trova in grembo alle tempeste il porto.[419]
15 sifrido Ancor non ti
capisco:
sei
forse anima nuda[420]
che
purghi in questi orrori
i
tuoi commessi errori?
geneviefa I’ non commessi errori,
20 non
purgo, no, ch’è il Cielo in questi orrori.[421]
sifrido Alfin dimmi
chi fusti,
quando al mondo vivesti.
geneviefa Fui
l’amata,
l’adorata
25 di un incauto cavagliero;
ma, tradita,
fui punita
senz’error da un cor severo.
sifrido Ah cieli! ah sorte ria!
30 Tu
dell’anima mia l’anima sei!
Perdona,
o cara, e ne’ miei tristi omei
del
deluso mio cor prendi il dolore.[422]
geneviefa Dolce sposo e signore,
frenate il pianto, e mia felice sorte
35 lodate
pur col sollevarmi al cielo,
ch’a viver imparai sotto la morte.
sifrido O mia vita, che riedi
dall’empirea
magion per qui bearmi,
dimmi
se lece ad un crudel ingrato
40 stringersi
al mesto sen spirto beato.
geneviefa Sifrido! ancor di questa fragil
spoglia
l’anima mia serva del ciel si veste.[423]
sifrido Tu mi lusinghi, o cara, in dolce sogno,
ma son troppo per me tue gioie meste.
45 geneviefa No, no, ch’io vivo!
ah, rasserena il ciglio.
sifrido So che già fuor
di questo duro esiglio
vivi, o bella, lassù, dove la vita
di
gloriosi onor regna arrichita.
geneviefa Io vivo ancor, Sifrido,
50 e
se tuo cor al mio parlar non crede,
dona agli abbracci fede.
sifrido E non fusti sgozzata?
geneviefa No, ch’ancor compatimmi
alma spietata.
sifrido O mia cara, o mio core,
55 ecco
qui quel ingrato
che
si scordò del tuo pudico amore!
Su,
prendi questo stral! ferisci! ancidi!
Vendica
i torti tuoi! che fai? tu ridi?
geneviefa Rido sì, per dolce gioia
60 che
trionfi la mia fé!
Stringi
pur, sgozza ogni noia:
Iddio
degl’innocenti alfin è re.
sifrido O mia bella!
geneviefa O mio signore!
65 sifrido O
mia stella!
geneviefa O dolce amore!
sifrido O mia fida!
geneviefa O mio conforto!
sifrido
70 e geneviefa O cieli tutti affabili,
che
per onde sì instabili
conducete a gioir l’anime in
porto.
sifrido Andiamo, amica, a trionfar degli empi!
Golo
l’infame, apunto,
in
quel atra prigion che voi
doraste[424]
75 delle
sue fellonie la pena aspetta.
geneviefa Addio, cara selvetta!
Io
tornerò ben presto
a
respirar al Ciel sotto i tuoi mirti.[425]
Qui
venturosa, qui
80 chiuderò
lieta ancor l’ultimo dì.
SCENA
QUATTORDICESIMA[426]
Golo e
Rampino, in due prigioni.
golo Ahimè, chi
mi consola
disperato,
infelice in questa tomba?
E
come ancor non piomba
fulmine
irato a incenerirmi il core?
5 Perché
non t’apri, inferno, al mio dolore?
rampino Povero me, che già
delle mie frodi
si
son scoperti i nodi!
Già
delle tue follie, torbido petto,
sai che la pena aspetto.
10 Così
termina quel ch’al suo desio
non
sa prefigger Dio.[427]
Ah piangi,
anima dura,
tuoi
dì sì negri in questa notte oscura!
golo Rampin mio dolce e caro?
15 rampino Golo padrone amaro?
golo Ancor tu sei sepolto?
rampino Sì, sì, le nostre
colpe, ahimè, ci han colto!
golo Miseri noi, già ci castiga il Cielo!
rampino E con ragion!
Ahimè, tutto mi gelo!
20 Voi
altri giovinotti,
sgherri
capricciosi e zerbinotti,[428]
con
questi vostri amori
fabbricate
le forche ai servitori.
golo Taci,
perché mi dai maggior tormento?
25 rampino Maledetto quel dì che fui contento![429]
SCENA
QUINDICESIMA[430]
Malisarda, Rampino e Golo, di prigione.
malisarda Non più follie, non
più!
Mio
cor, spezzati omai
per
detestar con lagrimosi lai
quel
amor che tradì tua gioventù!
5 Ahi!
com’ombre passorono
miei tenebrosi dì;
i miei fior si seccarono
senza odor di virtù: non è così?
Non
è così? Deh, rigido
10 mio
petto, or che farò?
Ancor
sei gelo, o frigido,
ma
col fuoco del Ciel ti struggerò!
Ben è tempo di piangere
la mia mal spesa età!
15 Chi
sa? Coi sospir frangere
potrò nell’alma mia tanta empietà.
rampino Ahi, che dolor! non è più tempo, no,
d’amorose pazzie, troppo lo so!
golo Malisarda,
eccomi qui,
20 son il perfido inumano
che quel bel che mi ferì
fei svenar
con empia mano:
ma
dal Ciel giusta vendetta
sul
mio capo – oh Dio! – s’aspetta.
25 malisarda Ah Golo, i nostri
errori
fan
già strider le stelle,
già
fremono del ciel giusti furori,
che
due belli innocenti
per
nostra fellonia giacciono spenti.
30 malisarda,
rampino
e golo Sì, sì, già i cieli fremono,
sì, sì, già
biechi mirano
la nostra
iniquità:
si turbano
s’adirano,
35 già
con saette stridono
sulla nostra empietà.
SCENA
SEDICESIMA
Fiorino,
Malisarda, Golo, Rampino.
fiorino Sì, sì, cantate pure
perfidi
senza fé, senza pietà,
che
poi nell’ombre oscure
de’
sotterranei chiostri,
5 giù
tra lividi mostri,
punita
gemerà
la
vostra fellonia, la crudeltà.
malisarda Senti, Fiorin mio bel, placido ascolta.
fiorino Ed osi ancor mirarmi, o vecchia stolta?
10 golo O bel Fiorin, dove si trova il
conte?
fiorino Ei se ne vien
vendicator dell’onte:
scelerato,
traditore,
dispietato,
15 senza
core,
morirai!
Mille
morti per te non sono assai![431]
rampino Ah Fiorin, con ragione ver’ noi t’adiri!
Ma senti un poco, senti...
20 fiorino Ah feccia de’
viventi,
spione,
infame,
ladro,
assassino!
rampino Basta, per dirmi
tutto, il dir Rampino.
SCENA
DICIASSETTESIMA
Tagliavento,
Malisarda, Fiorino, Golo, Rampino.
tagliavento Ecco che torna
il conte: ah voi fuggite,
vecchia
vaneggiatrice,
ch’ei
non vi trovi qui!
malisarda Lascialo pur venir! castigatrice
5 sarà
sua destra de’ miei sozzi dì!
golo Oh Dio, ch’ei vien per vendicar suoi
torti!
rampino Ahi Tagliavento, e che novelle porti?
fiorino Torna dai boschi Sifrido,
ma s’egli cerca le fiere,
10 in
queste carceri il nido
han le più crude e severe.
tagliavento O come giubilo,
o
quanto godo!
E
ben della diletta
15 la
non estinta luce a lui tradito
a
raccontar m’accinsi,[432]
ma,
da malinconia torbida oppresso,
mai
m’accolse all’udito:
or
tanto più gradito,
20 quanto
men preveduto,
rallegra
il ben trovato e poi goduto![433]
Tagliavento,
non più stragi!
Lascia
omai d’esser sì sgherro!
Sprezza
Marte, il dio di ferro,
25 ch’hai
dal Ciel chiari i presagi:
ah che sol
da Dio protette
son
le pure colombette. (parte)
golo Che mormorò costui?
Egli, che pria solea
30 vezzeggiarmi
ad ogni ora,
s’aggionge al mio dolor mentre
m’accora!
malisarda Troppo lieto partì, di noi non cura.
fiorino Taci, gabrina,
taci,[434]
che solo col parlar mi fai paura.
35 rampino Non più di socco giulivo[435]
s’adorni
il core notturno,
ch’io
già sto qui semivivo
calzando
mesto coturno.
Lascio del mondo i pensieri
40 e
sol m’accingo a morire;
lascio
ai mondani i piaceri,
lascio
ai zerbini il languire.[436]
Lascio agli avari i tesori,
lascio
ai superbi i disprezzi,
45 lascio
ai più vani gli onori,
lascio alle femmine i vezzi.[437]
malisarda Ah taci omai, che
viene il Palatino!
fiorino A punirvi ei
verrà: fa cor, Fiorino!
SCENA
DICIOTTESIMA E ULTIMA
Sifrido,
Geneviefa ed i sopradetti
sifrido O quanto più
felice
a
rivederti io torno,
palazzo
degli incanti,
teatro
di mia sposa ai pensier santi![438]
5 Di
mostri anfiteatro,
de l’onor mio, del mio dolor
teatro.
malisarda Che miro, o Cieli? e quella
non è la sua svenata tortorella?
golo Ahimè,
purtroppo è vero:
10 il
Cielo, il Ciel pietoso,
contro
di me ben a ragion severo,
la
ritornò risorta al dolce sposo!
geneviefa A voi, dell’alma mia padre e custode,
gran Dio degl’innocenti,
15 si
dia tutto l’onor, tutta la lode!
fiorino Mia signora!
geneviefa Mio Fiorino!
fiorino E voi vivete
ancora?
O felice destino!
20 geneviefa O mio donzel diletto![439]
fiorino O mia contessa
amata!
geneviefa O mio fedel Fiorin, sei tutto affetto!
fiorino O mia dolce, o
mia cara, o sospirata!
geneviefa,
25 fiorino
e sifrido Viva del Ciel
generoso
la
Providenza beata,
che per un
mal procelloso
ci scorse a calma sì grata.[440]
sifrido Or venga pur lo scelerato, e quivi
pria lo calpesti, o cara, il vostro piede,[441]
30 già
che trionfator pudico riede,[442]
e poi, smembrato, il rio fellon
non vivi!
malisarda Se il magnanimo core,
o
tradita innocente,
delle
mie crudeltà non prende orrore,
35 eccomi
a’ vostri piè tutta contrita,
se ben degna di morte, a prender vita![443]
geneviefa Madre, non vi struggete,[444]
sol
che per annegar le colpe in pianto.
Iddio,
come vedete,
40 gl’innocenti
protegge, e sotto il manto
della
sua providenza ognuno accoglie.
Voi
deste al mondo i frutti, a Lui le foglie:[445]
procurate
che sia
l’anima
vostra alfin più giusta e pia.
45 malisarda Con sì felice essempio
mi faccia Iddio della sua grazia tempio.
golo Eccovi, o donna generosa e forte,
a’ vostri
piè lo scelerato impuro,
il
fellon, lo spergiuro
50 che
tradì l’amicizia,
che
sprezzò la pietà, la pudicizia!
Mille
morti son poche al mio fallire:
basta
sol per morire ogni momento
rimembrar
vostra fé, mio tradimento.
55 Calpestate, o saggia, o pura,
questo cor che vi tradì;
condannate
a morte dura
quel
crudel che tanto ardì.
geneviefa Respirate: la vita,
60 caro
Sifrido, di costui dimando,
purché de’ falli suoi pentito sia.
sifrido O troppo dolce, almen
ne vada in bando:
troppo
fuste pietosa
con
un sicario crudo, anima mia.
65 golo Sì, sì,
maggior martire
darmisi
non potea che il non morire.
N’andrò,
fiera inumana,
ad
abitar, a funestar le selve,
e
in solitaria tana
70 apprenderan dal mio rigor le belve!
rampino Eccomi qui, madama! Io son quel io,
quel
Rampin ruginoso,[446]
di
cui servissi Golo il traditore
per
scorticarvi e per pescarvi il core.
75 geneviefa E pur a te perdono,
purché
cangi costumi
ed
apri al Ciel della ragione i lumi.
rampino O me felice! o
maraviglia strana,
ecco mia man già sana.
80 Ben
disse l’ombra: o Cieli,[447]
quanto
vi devo, or ch’al suo nido bella
torna
la tortorella.
sifrido Andiamo, anima mia, ch’al pio Drogane
poi sacreremo i funerali onori.
85 geneviefa Ahi! degno è ben di
gloriosi allori!
sifrido Non
più martiri.
geneviefa Non
più sospiri.
sifrido Svanisca
il pianto.
geneviefa Si
muti in canto.
90 sifrido A Dio le glorie
geneviefa dan mie vittorie;
sifrido già
non più muta,
riconosciuta,
geneviefa
95 e sifrido l’innocenza gioisce, il cielo
applaude:
a
Dio gl’inni festosi! a Dio la laude!
EPILOGO
Coro.
Inganni, prendete licenza!
È giunto quel giorno felice
in cui della pura innocenza
rinasce la bella fenice.
Il fine.
Tavola
delle abbreviazioni
Cane di
Diogene
Francesco Fulvio Frugoni, Il
cane di Diogene, Venezia, Antonio Bosio, 1687-1689, 7 voll.
Crusca
Lessicografia
della Crusca in rete, banca
dati, https://www.lessicografia.it (ultima consultazione: 04/12/2025); di norma i lemmi sono
riscontrati sulla seconda edizione del Vocabolario (1623); nei casi in
cui fossero riscontrati sulla terza (1691), è stata indicata la data.
Epulone
Francesco Fulvio Frugoni,
L’Epulone, opera melo-dramatica, esposta con le prose
morali-critiche, Venezia, Combi &
La Noù, 1675.
Eroina
intrepida
Francesco Fulvio Frugoni,
L’eroina intrepida, overo La
duchessa di Valentinese. Istoria curiosissima del nostro secolo, Venezia, Combi & La Noù, 1673, 4 voll.
GDLI
Grande
dizionario della lingua italiana (Torino,
UTET, 1961-2002; Supplementi, 2004-2009), prototipo di edizione digitale, https://www.gdli.it/ (ultima consultazione: 04/12/2025).
Lapucci, Proverbi
Carlo Lapucci, Dizionario
dei proverbi italiani, Milano, Mondadori, 2007.
Pierio Valeriano, Hieroglyphica
Giovanni Pietro Dalle Fosse,
detto Pierio Valeriano, Hieroglyphica, sive De sacris Aegyptiorum aliarumque gentium literis commentarii, Basileae, Per Thomam Guarinum,
1575.
Ripa, Iconologia
Cesare Ripa, Iconologia, a
cura di Sonia Maffei, testo stabilito da Paolo Procaccioli, Torino, Einaudi,
2012.
Ritratti
critici
Francesco Fulvio Frugoni, I
ritratti critici, abbozzati e contornati,
Venezia, Combi & La Noù, 1669, 3 voll.
Rohlfs, Grammatica
Gerhard Rohlfs, Grammatica
storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, [trad. di Salvatore
Persichino, Temistocle Franceschi, Maria Caciagli Fancelli], Torino, Einaudi,
1966-1969.
Serianni, Italiano
Luca Serianni, Italiano,
con la collaborazione di Alberto Castelvecchi, Glossario di Giuseppe Patota,
Milano, Garzanti, 20022.
T-B
Niccolò Tommaseo, Bernardo Bellini,
Dizionario della lingua italiana, Torino, UTET, 1861-1879, versione
elettronica, https://www.tommaseobellini.it (ultima consultazione: 04/12/2025).
Tosi, Sentenze
Dizionario
delle sentenze latine e greche, a cura
di Renzo Tosi, Milano, Rizzoli, 1997.
Vergine
parigina
Francesco Fulvio Frugoni, La
vergine parigina, Venezia, Combi & La Noù, 1661, 3 voll.
Bibliografia
Scritti
di Francesco Fulvio Frugoni*
Il Tribunal
della Critica, a cura di Sergio Bozzola e Alberto
Sana, Parma, Fondazione Pietro Bembo/Guanda, 2001.
La guard’infanteide.
Poema giocoso di Flaminio Filauro,
Perugia, Pietro Tomassi, 1643.
Le vittorie di Minerva, overo
La virtù trionfante de’ vizi. Gran balletto di madama la Duchessa di
Valentinese, danzato in Monaco l’anno 1655,
Genova, Benedetto Guasco, s. d.
Scritti
su Francesco Fulvio Frugoni
Bozzola,
Sergio, Contributo alla storia
dell’ortografia. F. F. Frugoni e il secondo Seicento, «Studi di grammatica
italiana», XVI, 1996, pp. 75-118.
_______________, Glossario frugoniano, «Studi
di lessicografia italiana», XIV, 1997, pp. 153-282.
Canova, Matteo, Francesco Fulvio Frugoni librettista: commento a
Innocenza riconosciuta (1653), Le vittorie di Minerva (1655), Epulone (1675),
in Teatro e teatralità a Genova e in Liguria: drammaturghi, registi, attori,
scenografi, impresari e organizzatori, a cura di Federica Natta, Bari,
Edizioni di Pagina, 2014, vol. III, pp. 47-73.
Conrieri, Davide, Scritture e
riscritture secentesche, Lucca, Pacini Fazzi, 2005.
Marini, Quinto, Frati barocchi. Studi su A.G. Brignole Sale, G.A. De
Marini, A. Aprosio, F.F. Frugoni, P. Segneri, Modena, Micchi, 2000.
Raimondi, Ezio, Letteratura
barocca. Studi sul Seicento italiano, Firenze, Olschki, 19822.
Zandrino, Barbara, Il mondo alla rovescia. Saggi su Francesco Fulvio
Frugoni, Firenze, Alinea, 1984.
Altri
scritti
Allacci, Leone, Drammaturgia
accresciuta e continuata fino all’anno mdcclv, Venezia, Giambattista Pasquali, 1755.
Aubert, Roger, Geneviève de Brabant, in Dictionnaire
d’histoire et de géographie ecclésiastiques, XX, Paris, Letouzey et Ané, 1984, coll. 454-455.
Bergh, Karel van den, Genoveffa, in Bibliotheca
sanctorum, Città del Vaticano/Roma, Istituto Giovanni XXIII della
Pontificia Università Lateranense/Città Nuova Editrice, vol. 6, 1965, col. 156.
Bibliothèque de la
Compagnie de Jésus,
nouvelle édition par Carlos Sommervogel,
II, Bruxelles-Paris, Schepens-Picard, 1891.
Bisi, Monica, Il
velo di Alcesti. Metafora, dissimulazione e verità nell’opera di Emanuele
Tesauro, Pisa, ETS, 2011.
___________, Poetica della metamorfosi e poetica della conversione:
scelte formali e modelli del divenire nella letteratura, Bern, Lang, 2012.
Caussin, Nicolas, La
cour sainte, vol. IV, L’empire de la raison sur les passions, Paris,
Sebastien Chappelet, 1642.
Ceriziers, René de, L’innocenza
riconosciuta, descritta in lingua francese dal p. Renato Ceriziers della
Compagnia di Giesù, tradotta nell’italiana da Lodovico Cadamosto, Milano,
per Filippo Ghisolfi, ad instanza di Gio. Battista Cerri, 1644.
Coens, Maurice Geneviève
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Maira Niri, Maria, La tipografia a Genova e in
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Molanus, Jan, Natales Sanctorum Belgii, Duaci, Typis viduae Petri Borremans,
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e affetti nel Seicento letterario, in Moderno e modernità: la
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Jacopino, Amedeo Quondam, redazione elettronica di Emilio Bartoli, Roma,
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Noero, Raffaella, Le destin d’Aurelia
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32, 2008, pp. 79-118 e II, 33, 2009, pp. 98-130.
Rospigliosi, Giulio, La
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Dati “Nuovo Rinascimento”, www.nuovorinascimento.org, immesso in rete il 5 settembre 2003.
_________________, La Genoinda
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[s. l.], Lulu, 2013.
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Franco Piperno, Antonio Rostagno, Emanuele Senici, Roma, Carocci, 2017, pp.
131-187.
Weaver, Robert Lamar - Weaver, Norma Wright, A
chronology of music in the Florentine theater, 1590-1750. Operas, prologues,
intermezzos and plays with incidental music, Detroit, Information
coordinators, 1978.
[1]
Cfr. Claudio Sartori, I
libretti italiani a stampa dalle origini al 1800, III, cit., p. 461.
[2]
Cfr. Ritratti critici, III, p. 698; Cane di Diogene, VII, p. 855.
[3] https://www.usc.gal/goldoni/bancadati/142
[ultima consultazione: 02/12/2025].
[4]
Come da convenzione per i testi pubblicati nella «Banca dati del teatro pregoldoniano», le norme editoriali riprendono quelle dell’Edizione
Nazionale delle Opere di Carlo Gozzi.
[5] L’Innocenza entra in scena e si fa riconoscere come messo
celeste inviato a sollecitare una lettura morale del dramma (vv. 23-24: «io ne vegno / da quel
beato regno a farvi accorti / de l’altrui crudeltà, de’ nostri torti»),
imperniato, come già anticipa il titolo, sull’«innocenza» della moglie prima
perseguitata e infine «riconosciuta» dal marito e trionfante. La prosopopea
della virtù nel prologo svolge dunque la funzione di fornire una chiave di
lettura morale agli spettatori. I concetti relativi alla descrizione
dell’Innocenza verranno ripresi nel Prologo dell’Epulone, vv. 190-223, e commentati da Frugoni nei relativi Moralizzamenti critici, ivi, pp. 420-430.
[6] eterea magion: l’Empireo; ma il sintagma è classico (cfr. l’«aetheria domo» di Orazio,
Carm. I, 3, 29).
[7] ingemma:
‘illumina’ nel senso di ‘nobilita’, con riferimento alla teoria delle virtù
celesti provenienti dalle stelle.
[8] primavera:
come si legge nei Moralizzamenti critici,
XLVIII (in Epulone, p. 423), l’Innocenza «è somigliata alla Primavera,
che suol rider tra le tempeste che la flagellano» (metafora dell’innocenza
trionfante sulle calunnie).
[9] conoscete:
‘riconoscete’, rivolto al pubblico; regge una subordinata strumentale nella
forma a + sostantivo (cfr. Rohlfs,
Grammatica, 798), che a sua volta regge una relativa; segue un tricolon che ripete il modulo, specificando i
«fiori» che caratterizzano la figura dell’Innocenza, «amaranti», «ligustri»,
«gigli», simboli di purezza e di immortalità. Cfr. l’immagine dell’Innocenza
descritta da Ripa, Iconologia,
201.1: «Verginella, vestita di bianco, in capo tiene una ghirlanda di fiori».
[10] disumani
petti: ‘duri cuori’.
[11] mortal
... tradita: [innocenza] spesso tradita da una
malvagità (fellonia) che mette in pericolo di morte (mortal).
[12] Regnator:
«nella tradizione cristiana, come titolo dato a Dio o a Cristo» (GDLI); monarca
sarà apposizione.
[13] suburbani alberghi:
‘dimore periferiche’; Treviri era tra le principali città della Renania, nonché
città imperiale sotto Carlo Magno; nella finzione del dramma, Sifrido abita un
palazzo nella cerchia suburbana della città. Da notare la gerarchizzazione
alto-basso tra l’«alto soglio» di Dio e i «suburbani alberghi» umani, a
indicare una subordinazione del potere umano al potere divino.
[14] de l’altrui ... torti: il
parallelismo sottolinea la funzione morale del dramma, per cui riconoscere la
«crudeltà» degli altri deve allenarci a riconoscere i nostri «torti».
[15] errori:
nel senso di ‘peccati’; l’omoteleuto con amori lascia intendere la
peccaminosità del sentimento e il male che vi si annida
[16] vedrommi
uccidere: ‘mi vedrò assassinata, mi capiterà di
essere assassinata’, cioè a prevalere sarà l’inganno, l’apparente tradimento
della moglie verso il marito.
[17] vv.29-31 ma
d’un’anima ... ridere: ‘ma, diventata pura stella di
un’anima bella (cioè resasi manifesta l’innocenza di Geneviefa), sarà poi mia
sorte gioire (ridere)’.
[18] Longi:
‘lungi’, vale ‘lontano da me’ e indica una «ripulsa di fatti spiacevoli» (GDLI).
[19] mondani:
‘peccatori’.
[20] tortore
e cigni: animali che simboleggiano, per il bianco delle loro penne,
purezza e innocenza (corrispondono, come significato, ai fiori elencati ai vv. 5-10).
[21] anime
felle: evidente la connotazione infernale, e quindi peccaminosa
(cfr. Dante, Inf. VIII 10, ma anche Tasso, Ger. lib.
XIII 7, 5).
[22] pure
colombelle: la colomba è tradizionalmente simbolo
di purezza, sinonimo di innocenza (cfr. Ripa,
Iconologia, 318.2).
[23] serbate ... insania:
‘riservate solamente alla follia d’amore’; invito a rivolgere l’attenzione non
a ordire inganni, ma a ‘catturare’ la propria follia amorosa. Memoria
ariostesca, da Orl. fur.
XXIV 1, 1-4: «Chi mette il piè su l’amorosa pania, /
cerchi ritrarlo, e non v’inveschi l’ale; / che non è
in somma amor, se non insania».
[24] I.1. Il colloquio tra padrone e servo si svolge sotto il
segno del contrasto tra registri, come da tradizione tragicomica: al tono
lirico e iperbolico di Golo, che rappresenta la figura dell’amante tormentato
da un amore impossibile e poi respinto, si contrappone il tono grottesco, umile
e arguto di Rampino, che mina, con la sua saggezza popolare, il castello di
macchinazioni adulterine costruito dall’antagonista. Il discorso di Golo, e poi
anche, di rimando, le risposte di Rampino, travalicano dal lessico amoroso a
quello religioso, idealizzando la donna amata e cercando di giustificare come
provvidenziale il desiderio lussurioso.
[25] I.1.1-4
Già ... luna: metafora astronomica iniziale, di gusto dantesco, per
indicare che sono passati nove mesi, ossia nove completamenti di una fase
lunare, dall’allontanamento di Sifrido. Il monologo iniziale è volutamente
sofisticato e liricheggiante.
[26] oste:
forma latineggiante per ‘esercito’.
[27] I.1.4-6 per debellar ... Turena:
l’esercito cristiano guidato da Carlo Martello affrontò i musulmani nella
celebre battaglia di Tours, nella regione della Turena,
nel 732; è storicamente attendibile che al suo seguito ci fossero comandanti
delle regioni germaniche, come il mitico Sifrido. ♦ e cento, e mille:
sottinteso ‘volte’ (cfr. v. 1).
[28] ver’:
‘verso’ (cfr. Serianni,
Italiano, I.81).
[29] lasciommi
a servir: ‘mi incaricò di servire’. ♦ schiva
e ritrosa: endiadi; cfr. il calzante precedente di Michelangelo Buonarroti il Giovane, La Tancia,
II.5.43-44: «La villanella mia schiva e ritrosa / goderò pur al fin fatta mia
sposa».
[30] martìre:
«tormento» (Crusca).
[31] Cruccioso:
«stizzito» (Crusca), per la
ritrosia dell’amata.
[32] per
vezzi: ‘al posto di vezzi, di lusinghe’.
[33] vibrò:
metaforico, ‘proferì’.
[34] diaspro:
pietra nota per la sua durezza e simbolo di continenza; cfr. la
rappresentazione del «Carro della Castità» in Ripa,
Iconologia, 46.5b, che riprende Petrarca,
Tr. Pud. 120;
la rima diaspro/aspro è in Dante,
Rime 1 De Robertis, vv. 1-5.
[35] I.1.28-29 ebbe ... fedel: cioè ‘un desiderio così
devoto è nato da poco’.
[36] I.1.32-33. le stelle ... belle: giustificazione della
speranza di Golo di vedere corrisposto il proprio desiderio.
[37] nel
laccio ... darà: ‘finirà nella trappola’; serie di
luoghi comuni misogini sulla cedevolezza delle donne.
[38] pianti:
‘semini’; riprende il proverbio di origine biblica Chi
semina nelle lacrime miete nella consolazione (Lapucci, Proverbi, S 954, da Ps 126,5).
[39] in
effetto: «infine, in conclusione» (Crusca).
[40] timor:
causato dalla reazione sdegnata di Geneviefa; per ipallage, è palpitante
al posto del cuore.
[41] salterello:
«danza originaria dell’Italia centrale, con ritmo ternario, di andamento
vivace, imperniata sul passo saltato» (GDLI).
[42] lagrimose
note: ‘lamenti’; amorosi già in Marino, Sampogna, Orfeo, 154, da modello
dantesco (Inf. V 25).
[43] la cote: ‘la durezza’ (cote
indica «pietra abrasiva, molto dura [...] usata per affilare lame», GDLI).
[44] il
...: parola censurata; forse ‘mortorio’.
[45] caldi
sospiri: tessera petrarchesca, da Rvf
180, 1.
[46] ghignetto:
‘sorrisino’, che insinua malizia.
[47] mi guatò: ‘mi
guardò’.
[48] mi
fecero ... chimere: cioè ‘mi lasciarono immaginare tutte
le possibili conseguenze’.
[49] stremire:
«atterrire» (GDLI).
[50] mel
... ceffo: ‘me lo gettò in faccia’.
[51] sarà
... rigori: ‘sarà motivo (scopo) delle
giuste punizioni di Dio’.
[52] d’un
tuon: ‘del solito tenore’.
[53] giuleppe:
variazione di giulebbe, «bevanda molto dolce a base di zucchero» (GDLI);
le parolette candite nel giuleppe saranno
allora ‘smancerie, sdolcinature’.
[54] più:
‘meglio’.
[55] brillarin: aggettivo deverbale da ‘brillare’, con sfumatura
vezzeggiativa; forse neologismo di Frugoni (anche in Vergine parigina,
I, p. 284).
[56] calcagnata:
‘calcio’.
[57] barbaro:
«crudele» (Crusca 1691).
[58] che ... sveglia: ‘che non fa dormire’; la metafora
della sveglia è continuata nei due versi successivi.
[59] giovenche
e tortorelle: termini comici per indicare donne
giovani e accondiscendenti. nel mercato: ‘a disposizione’; da notare
l’iperbato e l’inversione che lo separano da del Palatinato, la regione
tedesca dove si trova Treviri, luogo dell’azione.
[60] a
l’incanto: ‘in vendita’,
o meglio, ‘all’asta’.
[61] ogni
... canto: complemento di luogo.
[62] vuo’:
‘voglio’.
[63] sei...:
altra parola censurata.
[64] brutto
umoro: ‘cattivo umore’.
[65] vaga:
‘innamorata’ (Crusca).
[66] di gambetto ... farò:
‘gli farò lo sgambetto’ («Dare il gambetto è
dar con la tua nella gamba di chi cammina per farlo cadere», Crusca); risposta arguta giocata sul cader
del v. 167.
[67] al fegatel ... pancia:
‘vorrei evitare che il sotto del fegatello si bruci’, vale a dire ‘vorrei
evitare di rimanere scottato’.
[68] coratella: le
«visceri» o, nello specifico, il «cuore» (GDLI).
[69] finta
fé: ‘finta devozione (fé)
amorosa’.
[70] un
ritratto ... notomia: cfr. Giovanni Battista Della Porta, La Chiappinaria,
I.6.12: «Stai così asciutto e secco, e con la faccia così magra e sgrinza, che mi pari un ritratto dell’usura, l’esame della
notomia» (notomia vale anatomia).
[71] Monologhetto
di Golo sull’impossibilità di raggiungere la felicità cui agogna soddisfacendo
il suo desiderio. È imperniato su diverse metafore e sull’opposizione
(inferno/cielo, fiore/spine).
[72] sul
bel ... piantò: fuori di metafora, ‘sul bell’aspetto
che vi donò’.
[73] lumi:
‘occhi’.
[74] mia
vita: ‘la donna che amo’, ma è
evidente l’equivoco.
[75] Forse
una delle sequenze più ingegnose del dramma, il monologo della vecchia nutrice Malisarda sulla caducità della bellezza si sdoppia, dal v.
35 al v. 80, in voce principale e nel suo eco: ne emerge un intermezzo comico,
dopo il monologhetto tragico di Golo, in cui il
personaggio crede di ricevere risposte argute da una voce invisibile (un
«oracolo celeste», v. 101), che la ammonisce sulla vanità di una vecchiaia che
dovrebbe dedicarsi alla saggezza, non alla lussuria. La parodia dei dialoghi
vezzosi tra innamorati segna lo scambio di battute con il falso spasimante
Rampino (vv. 84-155), che si conclude con un ‘a
parte’ del servitore che rovescia e disillude l’idillio matrimoniale, fomentato
per soddisfare l’«interesse» (v. 166) del padrone.
[76] lustri: «anni
d’età» (GDLI) ♦ invidi, cioè ‘invidiosi’, della giovinezza
e della bellezza. Il bianco e il rosso del
colorito giovanile sono resi tradizionalmente con i fiori di ligustro e di
rosa.
[77] vendemmiar:
fig. «razziare, portare via ogni cosa da luogo» (GDLI).
[78] cataletto:
«bara» (Crusca).
[79] lena:
«vigore» (Crusca).
[80] pensier:
nel senso di pensieri amorosi.
[81] barbare
stelle: sembra che sia la prima attestazione di un accostamento
che avrà una certa fortuna nel melodramma (nel repertorio di bibliotecaitaliana.it
figurano, ad es., i nomi di Orsini, Metastasio, Da Ponte).
[82] Ollà:
meno frequente di olà, «esprime sorpresa, stupore, meraviglia» (GDLI).
[83] contenti: ‘gioie,
piaceri’ (Crusca).
[84] conveniente:
«di convenienza corporea; nella quale però può essere il pregio intrinseco
della bellezza» (T-B).
[85] Sogno: cfr. il proverbio Quel che la vecchia voleva sempre in sogno lo
vedeva (Lapucci, Proverbi,
S 1438).
[86] sogno
... stretto: variazione del proverbio latino Habes somnum imaginem mortis (cfr. Tosi, Sentenze, 725).
[87] bel
agio: ‘con calma, senza fretta’.
[88] Denti: cfr. il
proverbio Persi i denti, finiti gli ardimenti (Lapucci, Proverbi, D 194).
[89] I.3.67-68. che mal ... trattarmi: ‘che male pensi che
io abbia per trattarmi’.
[90] rogna:
si consideri che rogna, in senso fig., vale sia «sofferenza spirituale
(in partic. riferimento alla pena amorosa)» sia
«smania sessuale» (GDLI).
[91] che:
‘chi’.
[92] gentil:
qui con valore avverbiale, ‘dolcemente’.
[93] in buonora: «di
grazia; sorta di preghiera» (Crusca
1691).
[94] vorrei
pescar: metafora nata dal significato di ‘rampino’
quale strumento simile all’amo da pesca.
[95] sapore:
«condimento o salsa [...] usata in cucina per insaporire e accompagnare le vi
vande»; ma è anche probabilmente «allusione oscena» (GDLI).
[96] grinze
pellucce: ‘pelle raggrinzita’;
ma la sfumatura vezzeggiativa (forse un neologismo) lo fa sembrare un
complimento.
[97] va
con le grucce: ‘non ragiona più’ (andar con le
grucce significa propriamente «essere inconcludente, non avere fondamento
(un ragionamento, un giudizio, ecc.)», GDLI).
[98] canuta: ‘inargentata’. non
ha ... mese: perché a ogni ciclo mensile ‘rinasce’ come luna nuova.
[99] Perù:
«quantità immensa di denaro o di mezzi economici», «dal nome dello stato
sudamericano (spagn. Perú) con allusione alla
leggendaria ricchezza di metalli preziosi» (GDLI).
[100] il
Ciel ... dimora: ‘il Cielo, che ti ha concesso a me,
non vuole che si indugi’.
[101] zoppo: «preso dallo sconforto, incapace di reagire a una
situazione dolorosa, difficile» (GDLI).
[102] mezzo:
«aiuto, interposizione, mediazione» (T-B).
[103] sol
...: altra parola censurata.
[104] I.3.143-144. sia … accenderà: ‘sia pure indifferente
(gelo) se ne è a conoscenza (se sa, riferito all’amore di Golo),
tanto alle vostre parole (fiati) si innamorerà (si accenderà)’.
[105] ragionette: diminutivo di ragioni già
attestato nella letteratura precedente (cfr. GDLI, s. v. Ragione).
[106] seminar in sabbia:
cfr. il proverbio Chi semina nella sabbia fa magri
raccolti, ovvero «non combina nulla» (Lapucci,
Proverbi, S 12).
[107] ranticosa:
più raro di rantacosa, ‘catarrosa’;
nell’espressione ingiuriosa ‘vecchia rantacosa’ vale
‘assai vecchia, decrepita’ (GDLI).
[108] mi
... tumulo: ‘farebbero del letto una tomba’.
[109] Monologo introduttivo del personaggio di Geneviefa, che
si sviluppa sotto forma di preghiera a Dio, perché la preservi dalle insidie
dei malvagi, e al marito, perché torni a casa e svolga il suo ruolo. Ne emerge
fin da subito il profilo di santa martire e protettrice dell’innocenza e della
fedeltà matrimoniale (cfr. l’identificazione con gli animali che simboleggiano,
rispettivamente, le due virtù: l’agnello, al v. 14, e la tortora, al v. 35) che
il dramma intende celebrare.
[110] vomitati
da Stige: provenienti dall’inferno.
[111] orrore:
l’infamia dell’adulterio.
[112] qual
innocente ... lupo: espressione proverbiale, del tipo Non bisogna dare le pecore in guardia al lupo (Lapucci, Proverbi, C 1220), che
nel teatro comico antico assumevano già una connotazione erotica (cfr. Tosi, Sentenze, 2099, Lupos apud oves... linquere).
Ma la similitudine biblica dell’agnello, con il quale si indica
tradizionalmente Cristo, richiama il ‘martirio’ di Geneviefa in quanto figura
dell’innocenza perseguitata (cfr. Ripa,
Iconologia, 201.1).
[113] giusto
scempio: cfr. il calzante precedente di T. Tasso, Rime 1442 (ed. Basile), v. 8: «de’ nemici fé sì giusto scempio», riferito al marito; anche per casto
tempio, al v. 18, cfr. ivi, v. 13: «farli tempio il petto».
[114] vi
aggirate: nella stampa ci aggirate,
privo di senso; la versione emendata significa ‘cambiate la vostra influenza’
dunque ‘la mia sorte’.
[115] mesti lumi: ‘occhi tristi’; in bibliotecaitaliana.it il solo
precedente di Marino, Adone,
IV, 70, 2.
[116] I.4.30-31 se ... averete:
cioè se Geneviefa esaudirà i propri desideri, di vedere tornare il marito, i
cattivi momenti, diventati anche troppo lunghi, potranno passare rapidamente.
[117] tortora:
simbolo di castità matrimoniale e di pudicizia (cfr. Ripa, Iconologia, 49.3 e 315.3), smarrita
perché insidiata dall’adulterio; varrà anche il ricordo di proverbi del tipo La tortora non resta sette giorni vedova (Lapucci, Proverbi, T 798).
[118] Geneviefa
confida al paggio Fiorino il proprio dolore per la lontananza del marito;
insieme allora intonano una preghiera a Dio per chiedere il ritorno dell’amato
signore. L’invocazione a Dio segue uno schema triadico, adatto alla materia,
per cui sei terzine di versi irregolari sono organizzate in modo da formare tre
strofe cantate da Fiorino a cui risponde ogni volta il ritornello cantato da
entrambi.
[119] vel: nel
senso di ‘velo di nubi’, che oscura la mente con pensieri tristi.
[120] Palatin:
Sifrido, elettore del Palatinato.
[121] alma
di latte: cioè dolce.
[122] Motor
sovrano: Dio, che muove tutto nell’universo, «il sol e l’altre stelle» (Dante,
Par. XXXIII 145); l’espressione sembra provenire però da Marino, Adone, XV, 44, 7.
[123] D’allori
... fronte: come spiega Ripa, Iconologia, 406.4, «il lauro, l’olivo, e la
palma, furono da gl’antichi usate per segno di onore,
il quale volevano dimostrare doversi a coloro che avessero riportato vittoria
de’ nemici in beneficio della Patria».
[124] conte:
Sifrido, conte palatino.
[125] dimore:
‘indugi’.
[126] I.5.29-32 Il ciel ... cortese: il canto dei due
supplicanti agisca sull’armonia delle sfere, accelerando il passare del tempo.
[127] lasciame:
‘lasciami’ (la forma me del pronome oggettivo atono è tipica del
Settentrione; cfr. Rohlfs,
Grammatica, 454).
[128] ristagnar
la vena: ‘ridurre l’abbondanza’; la metafora è continuata da
Geneviefa.
[129] Malisarda
cerca di convincere Geneviefa che Sifrido, lontano da casa, è ormai dedito
all’adulterio e alla lussuria, per cui lei dovrebbe «rendergli la pariglia»,
cedendo a Golo; tuttavia, Geneviefa rimane salda nella sua fedeltà e vitupera
la nutrice. Da rilevare le due sequenze, fortemente erotiche e concettose,
cantate da Malisarda.
[130] figlia ... mio:
perché ne è la nutrice.
[131] torbidi
baleni: ossimoro che indica un pallore delle guance, naturalmente
rosse (ostri), causato da occhiatacce (tobidi
baleni). Da notare il lessico metaforico della lirica amorosa manierista (lumi,
baleni, ostri) a rendere le lusinghe e la captatio benevolentiae di Malisarda.
[132] chi ... solo: tipica
professione di fede del salmista (cfr. Ps 24[25],3: «universi qui sustinent te, non confundentur»).
[133] saggia:
grazie all’equivoco, Malisarda può ribaltare
sofisticamente le ragioni del dolore di Geneviefa.
[134] in erba:
‘prematuramente, appena all’inizio del matrimonio’ (cfr. la sentenza Messis in herba est,
«a proposito di qualcosa che è solo agli inizi»: Tosi, Sentenze, 992); evidente il bisticcio fior/erba,
che nasconde un sotteso erotico che anticipa l’argomento di un Sifrido marito
insoddisfatto facile preda delle tentazioni (cfr. il v. 22: «si sarà trattenuto
a coglier rose»).
[135] I.6.15-16 Ma ... ferì: insinua (forse) che più
che alle armi, Sifrido si sia dedicato alle donne; il suo bell’aspetto (il
suo bel) gli sarà servito per conquistare (guerriero/ferì) i
loro cuori.
[136] chi ... sete: cioè
‘chi sta per troppo tempo esposto alla tentazione, alla fine cede’.
[137] I.6.28-31. a que’ ... severa:
ragionamento concettoso, basato sulla metafora della bellezza delle donne
francesi come un sole che fa sudare anche il marito più fedele (cfr. v. 27),
cioè che lo rende cedevole (con probabile sotteso erotico nel v. 30: «già le
fibre accese stillano»).
[138]
gigli: la pelle di Sifrido.
[139] del
suo ... rose: cioè le ragazze (rose) si
dimenticano della loro famiglia (del suo bel giardino).
[140] se
ben ... paci: topos della guerra d’amore.
[141] rendergli
... pariglia: ‘contraccambiarlo’ (T-B).
[142] provvidi consigli: cfr. Metastasio, Il convitto degli dei, v. xxx.
[143] cogliete i fior:
verso ripetuto in modo ossessivo, quasi come una malia, per convincere
Geneviefa ad approfittare della giovinezza per godere dei piaceri dell’amore.
[144] algor:
«freddo» (Crusca), ma
metaforicamente ‘la bruttezza’; la nevosa età è la vecchiaia.
[145] I.6.93-94. una chimera ... sfera: ‘un’illusione che
si insedia e domina nella mente umana’.
[146] a man salva: «sicuramente,
senza pericolo» (Crusca 1691).
[147] l’occasione
è calva: raffigurazione proverbiale dell’occasione (cfr. Ripa, Iconologia, 264, che
annota: «l’occasione si deve prevenire aspettandola al passo, e non seguirla
per pigliarla quando ha volto le spalle, perché passa velocemente»).
[148] fiamma ... cori:
lusinga per dipingere Golo come un amante molto apprezzato.
[149] martorizato: ‘martirizzato’. ♦ morendo vive: ossimoro che
indica tradizionalmente il peccatore di lussuria (cfr. Michelangelo Buonarroti, Rime [ed. Corsaro-Masi], Frammenti
e abbozzi, 14, v. 1).
[150] come: «per
qual cagione; e dinota maraviglia» (Crusca).
[151] parti:
‘vattene’ (forma arcaica dell’Italia settentrionale: cfr. Rohlfs, Grammatica, 605).
[152] né ... ferma: ‘e non
ti fermare più’; la proclisi del pronome davanti a imperativo era diffusa in
antico (cfr. Rohlfs, Grammatica,
470).
[153] aloè: pianta
medicinale dalla quale si ricava «un succo denso, opaco, assai amaro» (GDLI);
l’antitesi con il dolce è proverbiale (cfr. Tosi,
Sentenze, 2219, Plus aloes quam mellis habet).
[154] Secondo
monologo di Geneviefa nella forma di invocazione a Dio per ricevere la forza di
resistere al male.
[155] si
curva: ‘si inginocchia, si sottomette’; cfr.
Phil 2,10: «in nomine Iesu omne genu flectatur caelestium, terrestrium et infernorum».
[156] conculcar:
«calpestare, oppressare» (Crusca).
♦ gigli: simbolo di pudicizia (cfr. Pierio Valeriano, Hieroglyphica, 402e).
[157] paraninfo:
letteralmente «colui che accompagnava la sposa», qui nel senso di «guida
spirituale o morale, consigliere» (GDLI); i tre attributi rispecchiano
le tre persone della Trinità, Spirito santo, Padre e Figlio.
[158] di mente ... rubella: complemento di specificazione da riferire ad artigli
indegni; rubella vale ‘ribelle’.
[159] Più
presto: «piuttosto» (T-B).
[160] Il confronto tra Golo e Geneviefa avviene sotto il segno di
due simulazioni: il primo simula la morte di Sifrido, per ottenere l’affetto
della donna; la seconda simula di credere alla fandonia e di cedere alle
lusinghe; i frequenti a parte mettono al corrente il pubblico delle vere
intenzioni dei personaggi. Il ricorso a iperboli informa sull’alto gradiente
retorico del dialogo, dove i due cercano di persuadersi a vicenda.
[161] torbido
pensier: sarà il tormento d’amore; ma torbido annuncia già
le cattive intenzioni (le astute frodi del v. 3) di Golo. ♦ qui
... raggira: ‘mi conduce qui’.
[162] le
viscere: «per metaf., l’intimo del cuore»
(Crusca).
[163] sembiante:
l’aspetto, a cui si riferisce Messaggero infelice del v. precedente.
[164] per ... clima: ‘per
visitare, incuriosito, nuove terre’.
[165] descritta:
‘scritta’.
[166] mesta tortorella:
cfr. I.4.35.
[167] trambasciar:
«angosciarsi, angustiarsi, affliggersi» (GDLI).
[168] Violette: colorito
dato dal languore, che deturpa il pallore naturale (gigli). Cfr. Chiabrera, Canzonette, XXXV, Che
la beltà presto finisce.
[169] cinabri:
‘rossi’.
[170] I.8.87-88 sopportar ... flutti:
tipica metafora biblica delle difficoltà della vita come mare in tempesta.
[171] I.8.95-96. qual ... avete: metafora proverbiale del
matrimonio, o anche dell’unione carnale, usata come argomento per persuadere
l’amata in Catullo, Carmina,
62, 49-54.
[172] sete:
‘siete’ (cfr. Rohlfs, Grammatica,
540).
[173] gele:
per la desinenza -e nei verbi della prima coniugazione al congiuntivo
presente, cfr. ivi, 105.
[174] beate:
‘rendete felice’ (Crusca).
[175] mia stella: ‘mia
sorte propizia’.
[176] amata amante: la
figura etimologica rende il convincimento di Golo che Geneviefa ricambi il suo
amore.
[177] ceffate:
‘prendete a schiaffi’ (GDLI, unica attestazione in Cecco d’Ascoli).
[178] petto
gelato: ‘cuore privo d’amore’; cfr. Stigliani, Canzoniere [ed. 1625], p. 42, Malattia,
vv. I.8.1-2: «In quel gelato petto / in cui fiamma
d’amor non ebbe loco».
[179] Monologo di Malisarda che riprende
il lamento per la bellezza passata di I.3. Originale la scelta di presentarla
mentre si contempla in un ritratto giovanile, sul modello del soggetto lirico
barocco della donna che si specchia, così da inserire nella narrazione la
genesi del sentimento che la porterà dalla parte degli antagonisti e dei
persecutori di Geneviefa, cioè l’invidia: la sua figlioccia rappresenta ciò che
lei non può più avere, cioè giovinezza, bellezza, amore, perciò la sua volontà
è inclinata, dalla competizione, a farle del male. La figura della «donna
vecchia, brutta, e pallida» è appunto tipica dell’iconografia dell’Invidia
(cfr. Ripa, Iconologia,
209); anche l’insistenza sui denti e sulla fame è traccia della passione che
consuma l’invidioso (cfr. v. 18: «ho ben la fame ancor, se manca il dente»; v.
35: «fama, nome ed onor ti morderò»).
[180] I.9.2-3. la rode ... dell’età: variazione del proverbio Il tempo consuma ogni cosa, secondo la
versione di Simonide: «il tempo dagli aguzzi denti tutto logora, anche le cose
più forti» (cfr. Tosi, Sentenze,
640). In Ritratti critici, III, p. 395, Frugoni rimanda invece a Ovidio, Metamorphoses,
XV, 234-236: «Tempus edax rerum, tuque, invidiosa vetustas, /
omnia destruitis vitiataque
dentibus aevi / paulatim lenta consumitis omnia
morte».
[181] larva
fugace: ‘apparenza fuggitiva’; cfr. Cane di Diogene, VII,
p. 95: «La bellezza fucata, larva fugace, / fugge, quando più è stretta, quando
anco giace».
[182] I.9.12-13. chi ... tempo: metafora proverbiale, per
cui cfr. la conclusione del celebre canto del pappagallo in Tasso, Ger. lib.
XVI, 15.
[183] ho ...
dente: cfr. I.3.66.
[184] strapazzata:
‘maltrattata’.
[185] zerbinotti:
‘damerini, bellimbusti’ (GDLI, parola ricorrente nelle opere di
Frugoni).
[186] chi ... ingrata:
Geneviefa. mi nodrii: ‘nutrii’; il pronome
personale ha funzione di dativo etico (cfr. Rohlfs,
Grammatica, 482) e dona una sfumatura affettiva.
[187] fai
... Rebecca: non mi è noto il modo dire; sarà di
origine biblica, riferito alla vergine Rebecca, anch’essa fornita di nutrice,
che Isacco colma di ricchezza e onori per poterla prender ein
moglie (cfr. Gen 24).
[188] Breve
dialogo tra Malisarda e Rampino, che va a replicare
così, contando il monologo precedente, la lunga sequenza I.3. Il registro è
ancora comico e scherzoso, con frequenti beffe da parte di Rampino.
[189] trescando:
‘agendo, operando, brigando, anche con l’inganno e per fini disonesti’ (GDLI).
♦ brilla: nel senso di «avere ghiribizzi, fantasie strane» (ivi).
[190] camamilla:
‘camomilla’; il fiore della camomilla ha la proprietà di lenire le malattie
degli occhi, in questo caso, ironicamente, il presunto accecamento d’amore.
[191] far
chimera: «fantasticare, far castelli in aria» (GDLI).
[192] Greghetto: il pittore genovese Giovanni
Benedetto Castiglione, detto il Grechetto (1609-1664), che annovera nelle sue
prime opere ritratti di animali (per le giovenche, cfr. gli Studi per
tre teste di vitello, oggi ai Musei di Strada Nuova di Genova); esempio di
anacronismo storico.
[193] la
mummia ... medicinale: credenza antica che la polvere
ricavata dalle mummie avesse proprietà medicinali; evidente frecciata ironica
contro la vecchiezza di Malisarda.
[194] cerasta:
serpente velenoso; cfr. Poliziano,
Stanze, II, 30, 7: «e ’l rabbioso fischiar delle ceraste».
[195] Scena
di raccordo che contribuisce a formare un’unica sequenza narrativa di tre scene
(I.9-11), in cui le macchinazioni di Golo e Rampino, con Malisarda
che lega la sua invidia personale al risentimento del primo, trovano finalmente
un motivo per attuarsi.
[196] pelarella: lo stesso che pelatina, nel senso di «perdita di
peli», «alopecia» (GDLI).
[197] ingemmaste: cfr. Prologo
v.2.
[198] Breve
scena che serve ad avviare l’azione alla fine del primo atto, con la cattura di
Geneviefa e di Drogane con la scusa di adulterio. Frugoni anticipa nelle parole
di Malisarda la causa scatenante il rovesciamento
delle sorti (‘catastrofe’) che si avvera tra I.11 (fuga di Geneviefa dalla
persecuzione di Golo) e I.14 (imprigionamento di Geneviefa da parte di Golo):
si tratta di un paralogismo, cioè di una «fallace deduzione», come la definisce
Aristotele (Poetica, 24, 1460a23, trad. Gallavotti), per cui la fuga dei
perseguitati viene scambiata, forse maliziosamente dall’invidiosa Malisarda, per una fuga di amanti.
[199] I.12.14-15. ch’avean ...
affamate: metafora biblica (cfr. Mt 7,15) diventata proverbiale per
indicare «chi sotto un’apparenza positiva maschera una sordida realtà» (Tosi, Sentenze, 262); probabile
che qui assumi anche una sfumatura erotica (cfr. il valore, più volte ribadito
nelle note, che la ‘fame’ riveste per Malisarda).
[200] drudo:
‘amante’.
[201] che
... sol: ‘che risplendi soltanto’.
[202] un
tono: ‘un fulmine’.
[203] sèguiti
... fuge: ‘i piedi vadano
dietro all’anima che fugge’; fuge ha valore
transitivo.
[204] l’orgoglioso ... ruge: Golo, che presenta gli attributi negativi del leone,
rabbia, ferocia, sensualità, spirito di vendetta (cfr. Ripa, Iconologia, 57a, Colerico per il fuoco;
139.5, Furore superbo ed indomito; 396.1, Vendetta).
[205] I.13.15-17 vuol ... l’alme:
‘vuole guidare (scorgere) alla bonaccia (calme) del Paradiso (empireo
riposo) le anime tormentate (afflitte) dentro alle tempeste (in
grembo alle procelle)’; Geneviefa invita Drogane ad accettare il martirio.
[206] I.13.21. Del ... dove: ‘ancora più lontano dal
malvagio’; la battuta deve essere attribuita a Drogane, non a Geneviefa, come
nella stampa antica.
[207] santi
romei: ‘pellegrini devoti’.
[208] Galizia:
regione spagnola dove si trova Santiago de Compostela, luogo di pellegrinaggio
fin dal Medioevo.
[209] degna:
in figura etimologica con sdegno; ho corretto il maschile degno,
nella stampa, per rispettare la concordanza con il soggetto (malizia).
[210] I.14.5-6. lasciva ... schiva: l’accusa di adulterio
con il cuoco Drogane, accennata da Malisarda
(I.12.15-16), ora diventa esplicita.
[211] ruginosaccia:
dispregiativo da rugginosa, forse neologismo, che indica probabilmente
una vecchia spada arrugginita.
[212] da terminar ... dì: ‘che potrebbe mettere fine alla mia vita tormentata,
che potrebbe uccidermi’.
[213] e
che sii: ‘che non sei altro’.
[214] e fia con questo: ‘e sarà (fia) con tale avvenimento (questo, cioè il
ritorno di Sifrido)’.
[215] opache:
‘ombrose’ (Crusca 1691);
espressione che ritorna nell’Eroina intrepida, I, p. 480. lacci:
‘ceppi, catene’.
[216] ceffo di Pasquino:
vorrà dire ‘buffone’; la statua di Pasquino, a Roma, era diventata celebre per
accogliere i versi satirici nei confronti dell’autorità papale o politica.
[217] colli
torti: «chi ostenta una religiosità insincera, un’umiltà falsa e
untuosa» (GDLI, in cui è registrato in forma univerbata).
[218] fastello:
«fardello, fagotto, grosso involto» (GDLI).
[219] II.1. Il monologo iniziale di Golo ragguaglia sul nuovo
motore delle azioni che interessano l’atto secondo: il ritorno di Sifrido, da
cui deriva la macchinazione del tranello di Medusea. Golo ormai ha assunto le
spoglie del tipo morale del vendicativo, caratterizzato da «furore» (v. 22).
Dal palazzo di Sifrido ora l’azione si è spostata un miglio lontano, in un
«picciol borgo» (v. 8).
[220] contenti:
‘felicità’.
[221] II.1.1-4 Per corriero ...
m’agghiaccia: ‘il Palatino innamorato (amante), dalla fermata (in
su le poste), avvisa del suo ritorno la crudele (barbara) che mi fa
ardere d’amore e che mi pietrifica con il suo rifiuto (soliti tasselli
petrarcheschi, che indicano l’amore infelice di Golo per Geneviefa) per mezzo
di un messaggero veloce (corriero volante)’.
[222] furore: passione
tipica del vendicativo; cfr. Ripa,
Iconologia, 139.2, Furore: «sedente sopra un monte d’armi di più
sorte, quasi che in tempo di guerra le somministri a coloro che hanno l’animo
acceso alla vendetta».
[223] Golo incontra Medusea, che gli offre i suoi servigi di
strega e che è proiezione del suo lato maligno. Modello di Frugoni è la Falsirena di Marino, debitrice, a sua volta, della strega
tessala Erittone, nei Farsalia di Lucano: si
delinea, insomma, una genealogia del gusto per il macabro e per l’infernale
tipici del Barocco.
[224] consuolo: variazione di consolo, «consolazione, conforto;
soccorso» (GDLI).
[225]di Flegetonte: per metonimia, ‘dell’inferno’.
[226] II.2.14-21. Ho ... inarrivabili: imitazione
dell’elenco di ingredienti mostruosi usati dalla strega Falsirena
per i suoi malefici, in Marino, Adone,
XIII, 47-49; cfr. le seguenti tessere: «di Cariddi il vomito canino» (47, 6, da
intendersi il vortice marino causato dal mostro), «Il cerebro de l’aspido» (49, 1, dove cerebro è latinismo per
‘cervello’), «la pupilla / del basilisco» (49, 5-6), «de l’iena la spina e la
membrana / de la cerasta orribile africana» (49, 7-8,
dove cerasta è «serpente cornuto», Crusca), «Ciò che di mostruoso unqua o
di tristo / partorisce Natura entro v’ha misto» (46, 7-8).
[227] felle:
‘malvage’ (Crusca).
[228] ne rifremono: ‘ne
vibrano insieme’, nel senso di ‘fremere di rabbia’ (nel GDLI, termine
attestato
per la prima volta in Frugoni).
[229] selce:
pietra focaia; indica «durezza e insensibilità» (GDLI).
[230] ceffata:
‘schiaffo’.
[231] cieco:
‘accecato’. ♦ rimprocciai: ‘accusai’.
[232] Scena
spettacolare, che vede l’apparizione di un drago alato e di due Furie infernali
(cfr. l’«iscenica magnificenza di machine, di
mutazioni, di volate» di cui parla Frugoni nell’Eroina intrepida).
Simile scena di invocazione demoniaca era già nel canto quarto del poema
giocoso La Guard’infanteide (1643), dove il
diavolo Libicocco richiama i suoi compari infernali.
Dato che Golo deve compiere la sua vendetta, le aiutanti più adeguate risultano
essere le Furie, che nella mitologia classica erano appunto le dee della
vendetta.
[233] pallid’Orco: tessera da Lucano,
Pharsalia, VI, 714-15: «pallentis
[...] Orci».
[234] veloci
ancelle: anche in Dante,
Inf. IX, le Furie appaiono come ‘ancelle’ di Medusa, se non che lì sono
loro a invocare la loro ‘sorella’ infernale.
[235] i
vostri giri: forse indicazione scenica, delle due
Furie che dovevano ‘girare’ attorno a Medusea.
[236] Ite
... suore: ‘andate, mie fedeli sorelle’.
[237] fra
... momenti: ‘velocemente’.
[238] II.3.20-25 portatemi ... rabbia: ancora tessere provenienti da Marino, Adone, XIII, 47-52: «del pigro asfalto i
fervidi bitumi» (52, 4); «l’osso / del libico chelidro anco vi trita» (50, 3-4,
ancora un serpente velenoso); «di Flegra i zolfi»
(52, 2, la Solfatara di Pozzuoli, nei Campi Flegrei); «la bava quando in rabbia
entra il mastino» (47, 2); solo la sabbia del Mar Nero manca nella fonte.
[239] Monologo introduttivo di Sifrido, che pregusta l’incontro
con la moglie fedele: si prospetta dunque ancora più forte la disillusione che
gli causerà Golo.
[240] brilla: indica
«un certo risentimento di spiriti per gioja o
giocondità» (T-B).
[241] palma:
equivoco tra il ramo dell’omonima pianta, simbolo di vittoria (cfr. I.5.21), e
il ‘palmo’ della mano, che si toccava, nella classicità, per stringere l’unione
matrimoniale (cfr. v. 12: «per cui la destra mia sol trionfò»).
[242] casti
baci: formula riferita a Maria Maddalena da Marino, Galeria, Pitture,
Istorie, Madalena di Tiziano, 11, v. 8.
[243] colomba:
cfr. I.4.35.
[244] Dialogo tra Golo e Sifrido, dove l’inganno ha inizio. Il
continuo ricorso alla reticenza da parte di Golo è strumento retorico per
accrescere l’attesa di Sifrido e la sua esasperazione, facendolo giungere alle
conclusioni sbagliate (v. 69: «ditelo pure: adulterò»); l’inganno emerge da un
momento di confusione tre verità e menzogna (v. 53: «Od io sogno, o sognaste»),
preparato ad hoc dal servitore, per esempio con una paradossale figura
etimologica che nasconde un equivoco (v. 46: «voi lasciaste... vi lasciò...»).
[245] Acate:
nell’Eneide, compagno troiano di Enea, esempio di fedeltà
[246] non ... sarà: da notare come Golo infrange le speranze di Sifrido
attraverso un’opposizione alle sue parole dei vv. 7-8
complicata da chiasmo (mia vita... mio core... / non più cor, non più vita).
[247] ov’è?: così Petrarca a proposito di Laura morta, in Rvf 299.
[248] colei ... adoro:
come non ricordare il petrarchesco «colei che sola a me par donna» di Rvf 126.
[249] che
v’annoia: ‘che vi tormenta’.
[250] scommosso:
«gravemente turbato, sconvolto» (GDLI).
[251] proterve:
‘ostinate e compiaciute nel male’ (GDLI).
[252] puon:
‘possono’ (cfr. Serianni, Italiano,
XI.155).
[253] ebbi
petto: «aver petto a una cosa» vale «esser da tanto, poter farla»
(T-B).
[254] invan
... soggetto: luogo comune sull’incostanza
femminile, per cui cfr. la sentenza latina Varium
et mutabile semper femina (cfr. Tosi, Sentenze, 1803).
[255] scempio:
«crudel tormento» (Crusca).
[256] La
scena si sposta nelle prigioni del castello di Sifrido, dove Geneviefa e
Drogane, da due celle diverse, pregano Dio e si preparano ad accettare il
martirio. Entrambi sono figura Christi, poiché si affidano alla
Provvidenza accettando la morte per i peccati non commessi (Drogane) e sperando
nella resurrezione dei giusti (Geneviefa); a rafforzare il parallelo, le
prigioni vengono definite con termini che richiamano l’inferno.
[257] svelta:
‘scaltra, smaliziata’ (GDLI).
[258] II.6.15-16. si dormono
... culmini: il soggetto è fulmini.
[259] II.6.31-32.
giusti ... pagar: è il momento in cui Drogane accetta il suo martirio
imminente; parole simili saranno quelle ritrovate da Manzoni nelle
testimonianze di Gasparo Migliavacca, tra gli innocenti torturati e condannati
come untori l’unico a dimostrare una tenacia da «martire» (cfr. Storia della
Colonna infame, VI, §§ 5-8); l’archetipo è, ovviamente, la Passione di
Cristo.
[260] o casta:
l’epiteto vale a riconoscere l’innocenza e la fedeltà di Geneviefa.
[261] ai:
introduce una causale.
[262] cor
... cerasta:
Golo; per cerasta, cfr. I.11.36.
[263] smarrir:
nel senso di ‘perdere la fede in Dio’.
[264] appella:
‘rivendica giustizia’, in senso giuridico.
[265] felice stella: tipico
epiteto mariano, per cui basti il rimando all’Ave Maris Stella, che
funziona bene come sottotesto a tutta la battuta.
[266] cielo: qui nel
senso di ‘universo’.
[267] amari:
per iperbato, da riferire a sospiri.
[268] vieni, vieni: cfr.
l’inno liturgico Veni Creator Spiritus.
[269] Scena
dell’incantesimo di Medusea, che con effetti spettacolari evoca una falsa
immagine del tradimento di Geneviefa e che suscita, grazie anche alle menzogne
di Golo, la furia vendicativa di Sifrido. I sentimenti di odio e di vendetta
sono connessi simbolicamente con gli inferi, di cui Medusea è intermediaria. Da notare l’immagine della vipera, simbolo di
ingratitudine coniugale, che si oppone a quella precedente della colomba
(II.4.21), simbolo di fedeltà.
[270] contro: non è chiaro il significato del termine; forse un
errore di stampa per antro o centro.
[271] II.7.3-5. dove ... languisce: cioè ha il potere di
ritardare il sorgere del giorno.
[272] sdegnosi: ‘oltraggiosi’.
[273] Cocito: per
sineddoche, gli inferi; il suo re sarà Lucifero.
[274] tristi: «in
quanto annunziano tristezza o ispirano tristi pensieri» (T-B).
[275] omei:
«invocazioni, preghiere» (GDLI).
[276] testimonio fido:
l’espressione è in Ariosto, Orl. fur., XIX, 35,
8.
[277] individuo:
«indivisibile» (Crusca).
[278] stigi:
aggettivo sostantivato; indicherà le divinità infere, le quali già sapranno,
secondo Golo, del peccato di tradimento di Geneviefa; si noti l’antitesi chiaro/negri.
[279] al
vostro fato: ‘sul vostro destino’.
[280] pregni:
‘pieni’, nel senso di parole che premono per uscire.
[281] Tartaro cortese:
ossimoro, che esprime la dimestichezza di Medusea con gli inferi.
[282] mar
ondoso: l’espressione è in Tasso,
Ger. lib., II, 96, 3. L’idea che gli spiriti
infernali fossero responsabili delle tempeste è tradizionale e già impiegata
nella Guard’infanteide.
[283] atri e funesti:
endiadi, con significato di ‘dannosi, nocivi’; cfr. Sannazaro, Sonetti, 77, 12.
[284] ingenui:
‘sinceri, schietti’ (Crusca).
[285] ombre
querule: ‘anime lamentose’; l’espressione ritorna, a indicare i
dannati dell’inferno, in Cane di Diogene, VI, p. 555.
[286] non è ... rosa:
il suo atteggiamento non è più riservato e pudico.
[287] l’adora: ‘ne è fortemente innamorato’; l’uso del verbo in questo
senso è in Ariosto e in Tasso.
[288] s’invipera: ‘s’infuria, si sdegna’ (GDLI).
[289] cor
di vipera: qui ‘vipera’ è metafora non solo per
la crudeltà, ma per l’ingratitudine, specificamente della moglie verso il
marito (cfr. Ripa, Iconologia,
196.3).
[290] ogni
... intridere: ‘rovinare interamente la mia
reputazione’ (intridere vale ‘insozzare, sporcare’, Crusca).
[291] vui:
‘voi’ (cfr. Rohlfs, Grammatica,
71).
[292] vuol: forma
impersonale, ‘si vuole’.
[293] spenta:
‘uccisa’ (cfr. Dante, Purg.
XII, 39).
[294] II.7.87-89. vi darò ... uguali: ‘vi darò gli ordini
adatti [a punire] un simile tradimento’.
[295] tra ... involto:
‘agitato dai demoni della vendetta’.
[296] s’incammina:
‘si sta realizzando’.
[297] Breve
scena di confronto teologico: Fiorino, quasi bestemmiando la Provvidenza,
invoca la vendetta di Dio contro i persecutori dell’innocenza, mentre Geneviefa
invita a chiedere pietà per i perseguitati.
[298] fondi rigidi: ‘fredde
caverne’; le prigioni.
[299] Intermezzo comico che presenta il bravo Tagliavento (con
nome che richiama i diavoli danteschi), alle prese con una schermaglia di
battute con Rampino. Lo scambio di epiteti ingiuriosi, secondo un espediente
della commedia classica, non degenera nella violenza, ma nel gioco (la
tradizionale morra) e nella gozzoviglia comune.
[300] poltrona e saporita:
‘oziosa e indaffarata’; antitesi.
[301] Straborgo:
Strasburgo.
[302] protomastro: qui nel
senso di ‘maggiordomo, reggente del palazzo’.
[303] chi
... apprende: ‘colui che impara a spese altrui’.
[304] dar
... errori: ‘sbagliare’.
[305] sruginator
... corzaletti:
‘tu che fai arrugginire le armature’; epiteto ingiurioso che ridicolizza la
propensione al vino del bravo e la sua oziosità.
[306] mazzo di stecchi: per la magrezza e dunque per la fame
continua che caratterizza il parassita.
[307] mangia ... micche:
cioè millantatore, perché gli sono attribuite azioni impossibili. micche: ‘minestre’ (Crusca).
[308] tracche
tricche: parola onomatopeica per indicare uno strumento musicale
popolare (cfr. GDLI); fuor di metafora, le ‘busse’, le ‘botte’.
[309] aloè:
cfr. I.6.118.
[310] scamonea: pianta
che ha «energiche proprietà purgative» (GDLI); lo sguardo di Tagliavento
allora incuterà paura, producendo un effetto simile a quello della pianta.
[311] non ... agresta:
‘non ti scaldare’ (agresta indica una salsa piccante ricavata da una
qualità di uva).
[312] fachin:
proverbialmente, individui della più bassa lega.
[313] Dopo
l’intermezzo comico, comincia la sequenza più propriamente tragica del dramma;
qui i due prigionieri sono lasciati senza cibo e ingiuriati dai carcerieri
crudeli, precorrendo la loro esecuzione.
[314] stecco: qualcosa
di molto sottile, dunque di poco valore.
[315] chi
... ha: proverbio del tipo Chi troppo
dice niente fa o Molte parole, pochi fatti (Lapucci, Proverbi, P 582 e 583).
[316] trasse
... fuoco: cioè trovò il suo amante in cucina.
[317] Asinara: nome di
località scelto per il richiamo ad asino, animale simbolo di pigrizia
(cfr. Ripa, Iconologia,
299.2).
[318] ange:
‘stringe’ (GDLI).
[319] non
governo: ‘non mi occupo’, ‘non mi prendo
cura’.
[320] Nabuzardan: secondo un’antica lettura del testo biblico (Ier. 52,12), che ebbe un certo successo nella
patristica, il babilonese Nabuzardan era «princeps coquorum» («capo dei cuochi»).
[321] II.10.35-36 Altri ... delitti: cioè ‘hai finito di
commettere crimini’.
[322] II.10.36-37 entro ... buonanotte: ha lo stesso
significato dell’espressione precedente.
[323] chi ... piume: cioè
‘chi ha commesso un crimine paghi per le sue colpe’; il cappone,
pietanza rinomata, sta per ‘crimine grave’ (cfr. anche il proverbio
Chi ha mangiato il cappone, mangi anche le penne,
in Lapucci, Proverbi, M
375).
[324] Seconda
parte della sequenza ambientata nelle prigioni; ora Tagliavento arriva con gli
ordini di uccidere Geneviefa e Drogane; la prima sarà condotta, fuori di scena,
nel bosco da Tagliavento, mentre al secondo sarà somministrato un vino
avvelenato da Rampino. Seguita qui il dibattito teologico sull’innocenza
perseguitata e sulla vendetta verso i persecutori: come sempre, Geneviefa si fa
portavoce di un sentimento autenticamente cristiano, invitando
Drogane ad accettare il martirio e a confidare nella giustizia divina.
[325] raspante:
«frizzante (il vino)» (GDLI).
[326] festi
gabbo: ‘ti prendesti gioco’; per la
forma festi, cfr. Serianni,
Italiano, IX.136.
[327] sprigionar: «cavar
di prigione, scarcerare» (Crusca).
[328] allon,
monsiù: ‘andiamo, signore’; inserto in francese
per un ostento di ironica cortesia.
[329] a fé: «posto avverbialm. sorta di
giurare, per la fede» (Crusca
1691). ♦ vallone: propriamente un abitante della ragione
francofona del Belgio, forse qui nel senso (ironico) di brava persona.
[330] tempelli:
‘indugi, vacilli’ (Crusca).
[331] claretto:
«sorta di vino» (Crusca 1691).
[332] Breve
monologo in cui Golo maledice Geneviefa e si dichiara trionfatore sullo sdegno
della donna oggetto dei suoi desideri. Probabilmente ha la funzione di
intermezzo, per permettere l’allestimento della scena successiva, ambientata
nei boschi, e per preparare al capovolgimento narrativo.
[333] che:
‘chi’.
[334] Va’
... ingrata: riprende la fine dell’«alma sdegnosa»
di Rodomonte in Ariosto, Orl. fur. XLVI,
140, 5-8. il tuo bel: ‘la tua bellezza’.
[335] La scena finale del secondo atto porta la tragedia di
Geneviefa al culmine e poi al capovolgimento che porterà alla risoluzione
felice del dramma. Le parole della donna e la sua offerta in sacrificio agiscono su Tagliavento, che si converte e rinuncia a
uccidere la donna; di conseguenza la simulazione di Golo è scoperta e
l’innocenza di Geneviefa riconosciuta per la prima volta.
[336] risecarti
il dì: ‘porre fine alla tua vita’.
[337] senza dimora: ‘senza indugio’.
[338] s’innanima: ‘si fa coraggio’ (GDLI).
[339] sgozzata
... morire: la gola sarà la sede del sozzo
amore perché il presunto amante di Geneviefa è identificato in un cuoco; si
tratta di una sorta di pena per contrappasso.
[340] opachi
... nidi: ‘rifugi ombrosi e solitari’; saranno
i recessi del bosco.
[341] rinselvatevi:
‘rintanatevi’
[342] II.13.69-70. il fier ... la
lingua: motivo presente nella versione principale della storia (cfr. Ceriziers, L’innocenza riconosciuta,
cit., p. 97); tuttavia è espediente già presente nelle leggende medievali (cfr.
Maurice Coens,
Geneviève de Brabant, une sainte? Le terroir de sa légende, «Bulletins de l’Académie Royale de Belgique», 46, 1960, pp. 345-363: 354).
[343] di
due volti: rappresentazione tradizionale del
tradimento, che «dipingesi con due teste, per la
dimostrazione di due passioni distinte, una che inclina alla benevolenza finta,
l’altra alla malevolenza vera, che tiene celata nel cuore per dimostrarla con
l’occasione della ruina altrui» (Ripa,
Iconologia, 387.1).
[344] abbiti
... core: entimema arguto; qui doppio ha
valore di «simulato, finto» (Crusca),
ma gioca con il riferimento ai due volti del v. 72; cfr. Cane di
Diogene, III, p. 437, sui cortigiani che «hanno d’ordinario due lingue,
come due volti, et in risulta due cuori come due intenzioni», con
rimando a Ps 11, 3: «Vana locuti sunt unusquisque ad proximum suum; labia dolosa, in corde et corde locuti
sunt».
[345] Sifrido
torna a Treviri e, in un breve soliloquio, maledice Geneviefa, che crede morta,
e il suo tradimento.
[346] tetti: per
sineddoche, il palazzo di Treviri.
[347] nel
centro dei dolori: ‘nel fondo dell’inferno’, dove
trovano posto, secondo Dante, i traditori.
[348] Intermezzo
comico, da commedia dell’arte, in cui Malisarda
rincorre con un bastone il giovane Fiorino, che lamenta le disavventure della
padrona Geneviefa e offende la vecchia.
[349] abbiti:
‘subisci’ ♦ maggio sta per ‘primavera, giovinezza’.
[350] libar
... favi: ‘gustare nell’anima il dolce miele (suavi
favi) di un amore discreto (perché adatto all’età, in contrasto con i deformi
amori del v. 13, probabilmente rivolto a Dio)’.
[351] torbida
face: ‘fiaccola fumosa’; così nell’iconografia del Dolore:
«l’uomo addolorato è simile ad un torchio ammorzato di fresco, il quale non ha
fiamma, ma solo tanto caldo che basta a dar il fumo che puote,
servendosi della vita, l’addolorato per nodrire il
dolore istesso» (Ripa, Iconologia,
100.2).
[352] se
ben tramonto ... stella: ‘anche nelle avversità sarà sempre
raggiante’.
[353] scorno di natura: ‘offesa alla natura’, per bruttezza e cattiveria; cfr. Cane
di Diogene, VII, p. 518.
[354] Tagliavento
consegna a Golo la lingua di cane e mente sulla morte di Geneviefa; Golo
deplora la crudeltà della donna (designata più volte come un serpente) con
termini assunti dal repertorio petrarchesco e cerca di pagare il servizio del
bravo; Tagliavento, ormai convertito, rifiuta il denaro. Da notare i due
richiami biblici, alla morte di Cristo e al tradimento di Giuda, che avvicinano
la presunta morte di Geneviefa alla Passione.
[355] Così
... spirò: evidente il richiamo agli ultimi
momenti di Cristo in croce: «dixit: Consummatum est.
Et inclinato capite tradidit spiritum»
(Gv 19,30).
[356] III.3.16-17. Nel fiume ... essangue:
‘affondai nel fiume il corpo ancora vivo (ancor spirante), ma prossimo a
morire per dissanguamento (nel sangue essangue)’.
[357] Il
fantasma di Drogane appare, come deus ex machina, a rovesciare il
trionfo dei malvagi: i tre vizi in cui sono colti, Rampino ad appagare la sua
gola, Malisarda ad assecondare la sua lussuria, Golo
ad esprimere la sua superbia, sono denunciati e condannati. La vicenda si
indirizza, grazie al miracolo, verso lo scioglimento.
[358] moscatel
di Taggia: rinomato vino ligure; anacronismo
rispetto alla vicenda storica.
[359] calascione:
colascione, «strumento musicale simile al liuto» (GDLI); in senso
figurato, «facoltà versificatoria d’ingegno triviale» (T-B).
[360] Taglia
... mosca: ‘rende deboli le gambe e fa venire
l’ubriacatura’.
[361] gabban:
«mantello, ma con maniche» (Crusca);
il vino è il gabban dei galeotti, cioè
dei carcerati, perché è ciò che li riscalda; similmente, baston
de’ vecchiotti sarà ciò che li sostiene.
[362] Eccoti ... sai:
anche il fantasma di Don Gonzalo stringe simbolicamente la mano a Don Giovanni
per vincolarlo alla promessa che fa, in El burlador
de Sevilla III.2432-2435.
[363] sanerai:
‘guarirai’.
[364] III.4.23-24.
la tortora ... vedrai: quando Geneviefa tornerà a casa e sarà
riconosciuta innocente.
[365] III.4.25-26. Or ... Rampino: cfr. I.1.
[366] sei
fieno ... fiori: ‘sei vecchia e tuttavia vai sempre
dietro i giovani’; riprende i termini metaforici del proverbio Oggi fiore e
domani fieno (Lapucci, Proverbi,
F 949).
[367] col
mondo lubrica: ‘cedevole ai piaceri mondani’.
[368] Ti ravvolgi: ‘ti
rendi schiava delle passioni’ (GDLI, senso attestato per la prima volta
in Frugoni).
[369] già
... noia: ‘passati ormai i fastidi [del
mondo]’.
[370] Sifrido
esprime i suoi tormenti di coscienza (ancora non svelati, per cui si esprimono
nel sogno) a Golo, che manipola abilmente la situazione a suo favore e incolpa
ancora una volta Drogane. Da notare che le battute sono speculari, di botta e
risposta, per cui Golo attira la benevolenza di Sifrido e lo convince a seguire
la sua versione dei fatti.
[371] III.5.8-9. la perfidia ... ria: ‘la mia crudeltà,
benché sia già passata [perché l’omicidio di Geneviefa è già stato ordinato], è
dannosa alla mia tranquillità’; in altre parole, è tormentato da inquietudine e
rimorso.
[372] sensibilmente:
‘concretamente’.
[373] III.5.15-17. Sogni ... padri: riprende un monito
classico a non fidarsi dei sogni (cfr.
Tosi, Sentenze, 1091), ma declinato in forme barocche, con il
chiasmo figli dell’ombre/di menzogne son padri.
[374] fier
dragone: rappresenta le minacce all’innocenza; figura biblica che
richiama Satana.
[375] cor
di smalto: privo di pietà; immagine
petrarchesca.
[376] Il dragone ... Drogane:
Golo ribalta l’avvertimento a suo favore, usando la retorica (dragone è
anagramma di Drogane) per falsificare la realtà (l’espediente è già nel Ceriziers).
[377] L’ombra di Drogane stavolta appare a Sifrido e svela
l’innocenza di Geneviefa e le colpe di Golo.
[378] compatibil: ‘degno di compassione’.
[379] m’ingemman: termine che rimanda al Paradiso
dantesco (XV, 86 e XVIII, 117), così come fa l’espressione gloriose stelle
(XXII, 112).
[380] Semplice
... canto: ‘o sempliciotto, non sai chi è,
eppure lo tieni al tuo fianco’.
[381] rigioire:
‘rallegrarmi’, per il ritorno in Paradiso; sarà storpiatura di ringioire.
[382] Monologo
del pentimento di Sifrido.
[383] eclissati:
‘oscurati della loro luce’, cioè di Geneviefa; ma riprende anche l’immagine del
cieco di fronte alla verità di III.6.8.
[384] conquidete:
‘abbattete, schiantate’ (GDLI).
[385] III.7.14-15.
Di pudicizia ... fiore: ‘il fiore di pudicizia giace (languisce)
tagliato (reciso) e rinsecchito a causa mia’; fuori di metafora,
‘Geneviefa, che era fedele, ora è morta per causa mia’.
[386] III.7.16-17. Da me ... l’onore: ‘da me (con
l’uccisione della moglie innocente) è stato distrutto l’onore conquistato con
le imprese militati’.
[387] rigidi
affetti: ‘la passione intransigente’, che lo ha spinto a uccidere
la moglie.
[388] coccodrillo: cioè
simulatore; cfr. l’espressione «lacrime di coccodrillo», che si basa sulle
antiche credenze che l’animale «divori l’uomo e poi lo pianga a calde lacrime,
ed è così divenuto l’emblema dell’ipocrisia» (Lapucci,
Proverbi, C 1685).
[389] La
sequenza del capovolgimento dell’animo di Sifrido, iniziata in III.5, trova
conclusione e l’azione si avvia, con il cambio di scenario, verso l’agnizione
finale dell’innocenza di Geneviefa. Altro ipotesto biblico per Geneviefa,
nell’immagine del sangue innocente di Abele che grida vendetta. La conversione
di Sifrido non è ancora completa, poiché dovrà passare dal sentimento di
vendetta verso il traditore a quello propriamente cristiano del perdono.
[390] III.8.32-33. Vendetta ... innocente: cfr. Gen 4,10: «vox sanguinis fratris
tui clamat ad me de terra».
[391] del puro ... mio: il sangue di Geneviefa, che però è
sangue umano al pari di quello di Sifrido.
[392] Comincia
qui la sequenza di tre scene (III.9-11) di estasi mistica di Geneviefa con
Cristo, in cui le sofferenze sono trasfigurate nella felicità della Redenzione,
preludendo al passaggio simbolico dalla Passione alla Risurrezione della donna,
al riconoscimento dell’innocenza e della verità. Il modello è, soprattutto per
questa scena, le notti mistiche dell’anima, come quella di san Giovanni della
Croce, ispirate al Cantico dei Cantici.
[393] dove
... giace: nel cuore del bosco, dove non trapela
la luce per il fitto degli alberi.
[394] inique corti: topos
della poesia bucolica, qui declinato in senso cristiano.
[395] III.9.25-30. Colombetta
... frodi: elementi ricavati dal Cantico dei Cantici.
[396] Gli
elementi dell’estasi si fanno qui più espliciti (cfr. III.10.4: «recarti d’amor
un dolce dardo», III.10.24: «Con questo dolce tuo tutta t’unisci»): l’angelo
ricorda a Geneviefa le tappe della Passione di Cristo (vv.
5-21), di cui il crocifisso è simbolo, per invitarla a sopportare le sue
sofferenze e a sperare nella redenzione del paradiso.
[397] fu confitto: ‘fu
crocifisso’.
[398] mai ... aprì: ‘non
aprì mai la bocca’.
[399] Con ... t’unisci:
‘unisciti tutta con questo tuo amato’; invito all’estasi.
[400] III.10.29-30. L’anima ... vita: ‘porta con te l’anima
tormentata (fastidita) verso una vita più apprezzabile’, cioè in
Paradiso.
[401] viso: ‘vista’;
il perpetuo viso è la contemplazione eterna di Dio in Paradiso.
[402] cardini:
‘poli’(Crusca).
[403] selvaggi
onori: ‘tributi boscherecci’.
[404] Vieni ... Signor:
cfr. la preghiera finale di II.6.
[405] ruota: da
tradizione, «la ruota significa l’avvenimenti che hanno cagione inferiore et
accidentale, cioè di fortuna» (Ripa,
Iconologia, 405.6); il complemento di ruota è delle sventure.
[406] III.11.16-18.
Del ... fido: cfr. Vittoria
Colonna, Rime (ed. Bullock), 69, 5-8: «sento [...] / mancar a
l’alma il suo vital conforto / s’ella non entra in
quel sicuro porto / de la piaga ch’in croce aperse
amore» (ma è immagine ricorrente nella predicazione cinque-secentesca).
[407] venturoso:
«felice» (Crusca).
[408] stranamente:
«smisuratamente» (Crusca).
[409] III.11.33-34. pegni: nel senso di ‘testimonianze’
(T-B), di segni dell’amore eterno verso gli esseri umani.
[410] Monologo
di Sifrido, che presenta il personaggio assalito dai sensi di colpa, mentre
cerca di distrarsi con la caccia (luogo comune della poesia amorosa): con
un’inversione tipicamente barocca, egli stesso si sente una bestia selvatica
braccata dal senso di colpa (cfr. Is 24,17:
«Formido, et fovea, et laqueus
super te, qui habitator es terrae»).
[411] smacchiar:
«stanare un animale da un bosco o dai cespugli» (GDLI).
[412] romito
orrore: ‘boschi solitari’; orrore qui vale ‘luogo
spaventoso’.
[413] rapito:
«trascinato, spinto a forza» (GDLI). ♦ sviscerar:
«manifestare apertamente i propri sentimenti» (GDLI, con unica
attestazione in Frugoni).
[414] fuste: ‘foste’
(cfr. Serianni, Italiano,
XI.57c).
[415] garruletti:
non solo ‘che emettono un mormorio sommesso, gorgogliante’, ma anche
‘lamentosi’ nei confronti delle azioni di Sifrido (GDLI); il diminutivo,
che coinvolge sostantivo e attributo, serve a trasmettere la commozione che i
luoghi della morte di Geneviefa suscitano nell’animo del marito.
[416] aspro
e severo: endiadi petrarchesca (Rvf 264, 96).
[417] sasso: altra
tipica immagine petrarchesca.
[418] Momento
dell’agnizione: Sifrido riconosce Geneviefa come ancora viva, Geneviefa
riconosce Sifrido come marito pentito del male che ha provocato.
[419] trova ... porto:
cfr. III.10.18-20.
[420] nuda:
‘priva del corpo’; cioè un fantasma.
[421] ch’è
il Cielo: ‘poiché c’è la salvezza’, con
riferimento alla manifestazione di Cristo nelle scene precedenti.
[422] prendi:
‘accogli’.
[423] III.13.41-42. ancor ... veste: cioè ‘sono ancora
viva’.
[424] doraste:
‘illuminaste con la vostra virtù’.
[425] respirar
al Ciel: ‘rivolgere il proprio spirito verso il Cielo’. mirti:
piante tradizionalmente associate all’amore, in questo caso amore verso Dio.
[426] Con
salto temporale e spaziale, la scena si sposta nelle prigioni, dove sono stati
rinchiusi per tradimento Golo e Rampino, che, come le anime dell’inferno
dantesco, non sanno fare altro che ricordarsi a vicenda le pene e aumentare
così il loro tormento.
[427] III.14.10-11 quel ... Dio: ‘colui che non sa porsi
Dio come oggetto primario del desiderio’.
[428] zerbinotti:
cfr. I.9.26.
[429] contento:
‘felice, soddisfatto’, e non ancora colpevole (cfr. Petrarca, Rvf 231,
1).
[430] Seconda
scena della sequenza di pentimento degli antagonisti di Geneviefa: unitasi Malisarda, si accorano nel timore per la vendetta attesa
dall’alto.
[431] mille
morti: formula iperbolica petrarchesca (Rvf
44, 12).
[432] III.17.14-16. della diletta ... m’accinsi: ‘cercai di
raccontare a lui (Sifrido) tradito (da Golo) che la moglie (diletta) non
era stata uccisa (non estinta luce)’.
[433] il ben:
Geneviefa.
[434] gabrina:
per antonomasia, vecchia «disonesta e spregevole» (GDLI); da un personaggio
dell’Orlando furioso.
[435] socco:
«calzare usato dagli ’strioni antichi nella commedia» (Crusca), in contrasto con coturno (v. 38), «calzare
[...] usato nel rappresentar le tragedie» (ivi); metafora continuata per dire
che a dominare i pensieri notturni di Rampino non sarà più una gioia
scanzonata, ma una tragica mestizia.
[436] zerbini: cfr. I.9.26;
come gabrina, proviene dal nome di un
personaggio dell’Orlando furioso.
[437] III.17.39-46.
Lascio ... vezzi: l’anafora di Lascio struttura un piccolo
inserto modellato sul genere medievale del congé
o congedo, dove il poeta immagina di doversene andare e di lasciare i
beni finora goduti, vicino al Lais di Villon, testo certamente noto al
Frugoni, amante della letteratura comica e satirica.
[438] teatro ... santi:
ribadisce la fedeltà e l’innocenza della moglie durante la sua assenza; da
notare la metafora continuata (e meta-testuale) teatro-anfiteatro-teatro.
[439] donzel:
«famigliare, servo» (Crusca).
[440] ci
scorse: ‘ci trasportò’.
[441] III.18.28-29. quivi ... piede: riprende l’iconologia
della donna (Madonna) trionfante che calpesta il capo del serpente (Satana),
secondo l’interpretazione di Gen 3,15.
[442] già
... riede: ‘dal momento che (il piede) è tornato
innocente e trionfatore (sulle accuse di Golo)’.
[443] a
prender vita: ‘ad attendere da voi la salvezza’.
[444] Madre:
usato affettivamente per ‘nutrice’.
[445] al mondo ... foglie:
cioè avete dedicato tutte le vostre attenzioni (frutti) ai beni
materiali (mondo), lasciando in secondo piano (foglie) quelli
spirituali (Iddio); la contrapposizione foglie/frutti è
proverbiale (cfr. Lapucci, Proverbi,
P 206).
[446] Rampin
ruginoso: equivoco giocato su
«Rampino» nome proprio e «rampino» nome comune (cfr. III.4), continuato nei due
versi seguenti. Dai vv. 71-72 veniamo a sapere che il
personaggio ha ancora la mano tramutata in un rampino, per cui, sulla scena,
l’equivoco sarà stato rafforzato dalla mimica.
[447] l’ombra:
lo spirito di Drogane; cfr. III.4.22-24.
* Includo solo i testi citati nell’Introduzione
ma non segnalati nella Tavola delle abbreviazioni.