Francesco Fulvio Frugoni

 

L’innocenza riconosciuta

 

 

a cura di

Maicol Cutrì

 

 

 

 

Biblioteca Pregoldoniana

 

lineadacqua

 

2026

 



Francesco Fulvio Frugoni

L’innocenza riconosciuta

 


 

 

 

 

Francesco Fulvio Frugoni

L’innocenza riconosciuta

a cura di Maicol Cutrì

 

Cuadro de texto:

© 2026 Maicol Cutrì

© 2026 lineadacqua edizioni

 

Biblioteca Pregoldoniana, nº 46

Collana diretta da Javier Gutiérrez Carou

Supervisori per i dialetti: Piermario Vescovo e Luca D’Onghia

Comitato scientifico: Beatrice Alfonzetti, Francesco Cotticelli, Andrea Fabiano, Javier Gutiérrez Carou, Simona Morando, Marzia Pieri, Anna Scannapieco e Piermario Vescovo

Editing: Enma Rodríguez Mayán

www.usc.gal/goldoni

javier.gutierrez.carou@usc.gal

Venezia - Santiago de Compostela

 

lineadacqua edizioni

san marco 3717/d

30124 Venezia

www.lineadacqua.com

 

ISBN: 979-12-81350-66-3

 

La presente edizione è risultato dalle attività svolte nell’ambito dei progetti di ricerca Archivio del teatro pregoldoniano (FFI2011-23663), Archivio del teatro pregoldoniano II: banca dati e biblioteca pregoldoniana (FFI2014-53872-P), Archivio del teatro pregoldoniano III: biblioteca pregoldoniana, banca dati e archivio musicale (PGC2018-097031-B-I00) e Archivio del teatro pregoldoniano IV: biblioteca teatrale, archivio musicale e banca dati (PID2023-148944NB-I00), finanziati dal Ministerio de Ciencia e Innovación spagnolo e dal FEDER. Lettura, stampa e citazione (indicando nome della curatrice, titolo e sito web) con finalità scientifiche sono permesse gratuitamente. È vietato qualsiasi utilizzo o riproduzione del testo a scopo commerciale (o con qualsiasi altra finalità differente dalla ricerca e dalla diffusione culturale) senza l’esplicita autorizzazione della curatrice e del direttore della collana.

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Francesco Fulvio Frugoni

 

L’innocenza riconosciuta

 

 

a cura di Maicol Cutrì

 

 

 


Biblioteca Pregoldoniana, nº 46

 



Nota al testo

 

L’unico testimone noto del testo è il libretto stampato nel 1653 dal genovese Giovanni Maria Farroni:

L’INNOCENZA / RICONOSCIUTA / drama musicale / Del Padre / francesco fulvio frugoni / Minimo. / Posta in musica da Francesco Righi / Maestro di Capella del Giesù, / e dedicata / ai sereniss. collegi / della / gloriosa republica / di genova. // In Genova, Per Gio. Maria Farroni. / Con lic. de’ Superiori. 1653.

 

In 12°, A-D12 E4, pp. [1]-125, ma la numerazione delle pagine salta un fascicolo, per cui passa da 72 (c. C12v) a 97 (c. D1r), per un totale di 101 pp. effettive. 

 

            A mia conoscenza, se ne conserva una sola copia presso la Raccolta drammatica Corniani Algarotti della Biblioteca nazionale Braidense di Milano, RACC.DRAM.6026 002.[1] L’autore accenna anche a una versione in prosa del testo,[2] che pare circolasse manoscritta ancora verso la fine del XVII secolo: sebbene le informazioni trasmesse da Frugoni sui propri scritti siano spesso millanterie, ciò potrebbe essere indizio di un metodo compositivo che vedeva prima la stesura del testo in prosa e poi la versificazione, anche in vista della sua messa in musica. Ad ogni modo, del presunto manoscritto non c’è, per quanto ne so, altra traccia.

            Ho deciso, dunque, di basare questa edizione sul testo dell’esemplare citato. Una prima trascrizione mi è stata gentilmente fornita da Emanuela Chichiriccò, che già aveva curato la scheda per ArpreGo[3] e che ringrazio sentitamente. Ho poi ricontrollato il testo sulla stampa antica, adeguandolo ai seguenti criteri di trascrizione:[4]

– ho distinto u da v;

– ho trasformato ij in i (strazij > strazi);

– ho eliminato l’h etimologica e pseudoetimologica (havere > avere);

– ho reso il nesso atono -ti- seguito da vocale con -zi- (gratia > grazia);

– ho uniformato l’uscita al plurale -cie con -ce;

– ho reso et con ed;

ho rispettato, nelle preposizioni articolate, l’alternanza di forme deboli (ala > a la, dela > de la) e di forme forti (alla, della); ho legato tutte le forme del tipo dei, coi, ai, ecc.;

– ho legato le forme avverbiali prive del raddoppiamento fonosintattico (al fin > alfin, in vano > invano, pur che > purché, pur troppo > purtroppo, ecc.) e ho slegato le forme che avrebbero comportato il risultato di una forma scempia (fratanto > fra tanto, acanto > a canto, epure > e pure, ecc.);

– ho adeguato le maiuscole all’uso attuale, eliminandole anche a inizio verso;

– ho uniformato gli accenti e gli apostrofi all’uso moderno; così anche la punteggiatura;

– le parentresi sono state riservate agli a parte, mentre nel caso di incisi sono stati introdotti i trattini parentetici (– –).

 

            Sono intervenuto a correggere il testo, oltre che nei refusi più banali dovuti a errori di composizione, che non segnalo, nei seguenti casi (a sinistra la lezione della stampa, a destra la lezione del testo critico):

Nomi dei personaggi: Due Furie (aggiunto)

I.1.27 Fato > Fatto

I.1.28 Ou > Qui

I.1.101 un > uno

I.1.171 O. Quand’il > Quand’il

I.3.78 alla > alle

I.4.15 Tu, col > Col

I.4.25 ci aggirate > vi aggirate

I.5.personaggi Genevefa > Geneviefa

I.13.21 la battuta va attribuita a Drogane, non a Geneviefa

I.14.4 degno > degna

II.3.2 livodo > livido

II.3.7 ancelli > ancelle

II.3.14-17 la battuta va attribuita a furie 1 e 2, non a si (?)

II.3.20 portami > portatemi

II.5.68 Dragone: > Drogane...

II.6.38 gaeri > guarì

II.7.69 vestro > vetro

II.13.4. riscearti > risecarti

II.13.70 costui > costei

III.1.7 fasto > fato

III.2.37. tramonto > tramontò

III.4.1 taglia > Taggia

III.11 assetato pur! son dolci i tuoi dolori > assetato pur sian! / Son dolci i tuoi dolori; III.13.20 errori > orrori

III.17.1 a > ah

III.18.28 è > e.

 

            Ho rispettato l’assenza di indicazioni sceniche della stampa secentesca; tuttavia, ho ritenuto opportuno segnalare alcuni movimenti degli attori che le battute lasciano intuire:

            - dopo I.3.155: esce Malisarda;

            - dopo I.8.60: Geneviefa finge di svenire tra le braccia di Golo;

            - dopo I.8.39, «Eccoti il bacio!»: Geneviefa schiaffeggia Golo;

            - dopo II.2.45: esce Golo;

            - dopo II.3.1-8: entra in scena un drago volante e le due Furie;

            - dopo II.7.21, «col tuo fedele amico»: Malisarda disegna un cerchio per terra attorno a Golo e Sifrido;

            - dopo II.7.93: esce Sifrido;

            - III.2: Malisarda, con un bastone;

            - dopo III.4.18, «Andiamo all’osteria»: Rampino allunga la mano verso Drogane;

            - dopo III.5.38: esce Golo.

            Diversamente dalla stampa secentesca, ho inserito tra parentesi tonde gli a parte, segnalandone la presenza con la rispettiva dicitura. Ho poi inserito le indicazioni «furia 1» e «furia 2» nella scena II.3, al posto di «1» e «2», e la didascalia «epilogo» per gli ultimi quattro versi del dramma.

 

 

 

 



L’INNOCENZA RICONOSCIUTA

 



SERENISSIMI SIGNORI,

 

L’INNOCENZA non deve essere riconosciuta, che dalle mani delle SS. VV. Serenissime, che trattano le più candide leggi della giustizia; né possono gl’armoniosi suoi tuoni ricevere miglior battuta, che dalla sovranità di quello scettro, da cui riconosce felicissima la Liguria consuonanze sì belle. Io l’ho legata co’ numeri della musica per catenarla a quella virtù della quale è schiava la libertà, sicurissimo che una principessa innocente troverà pietoso ricovero negli animi generosi di prencipi così pii, e sotto sì riverita protezione n’andrà sempre libera dalle calonnie degli ingegni più lividi, mentr’io con quella dedicando il mio riverente ossequio resto delle SS. VV. Serenissime

 

giuratissimo umilissimo servitore

Francesco Righi

Maestro di Cappella del Gesù di Genova

 



ARGOMENTO

 

Geneviefa figlia de’ signori di Brabante, e moglie del conte Sifrido palatino di Treveri, in tempo che il marito sotto le  bandiere di Carlo Martello caccia i mori di Francia, è sollecitata fieramente da Golo maggiordomo del conte, e per le costanti ripulse calonniata di adultera presso il marito che ritorna vittorioso, è condannata alla morte; ma da colui che dovea sgozzarla lasciata in vita dentro ad orrida selva, qui dall’assistenza del Cielo vien favorita, e ritrovata finalmente dal marito che andava alla caccia, già certo della sua innocenza ed addolorato della sua perdita, è riconosciuta non sol pudica ma santa. Il Causino ed altri storici francesi descrivon il fatto.

 

 


SONETTO

del Cavalier

NICOLÒ MARGARITONI,

Musico dell’Eccellentissimo Signor

PRINCIPE DI MASSA

in lode

del Sig. Francesco Righi

Maestro di Cappella del Gesù di Genova

per la composizione in musica

della seguente opera.

 

 

Tu dai legge ai concenti e metro al suono,

RIGHI divino, ed ecco in terra vere

son le tue note, armoniose sfere

ch’all’organo del ciel registri il tuono.

 

De’ tuoi composti accenti al gran risono

non le pietre d’Anfion corrono altere

ad erger Tebe, inver queste riviere

corrono i cori a fabbricarti un trono.

 

Nel ciel de la tua lode or vivi esperto:

mentre la tua armonia il ciel disserra,

Febo ti cede e t’apparecchia il merto.

 

Vero motor d’armoniosa guerra,

l’istesso dio de le sue Muse è certo,

e tu pur sei novo TERPANDRO in terra.

 


NELLO STESSO SOGGETTO

 

 

Se di Natura e d’Arte all’eccellenti

contese nel portar del suo valore

opra degna ciascuna all’autore

furon uomini mai e vaghi e intenti,

 

alle musiche note ed agl’accenti

più di celeste che d’uman tenore

di Righi, fuor di riga lo stupore

tragge ognun, e ci rende in ciel presenti.

 

Anzi quanto Natura in bel soggetto

angelico le grazie sue comparte

ed innocente alfin si scuopre affetto,

 

tanto d’eterna lode corre a parte

per l’angeliche voci e pel diletto

dolce Francesco la tua nobil arte.

 

Accademico Notturno

 

 


PERSONAGGI

 

L’Innocenza, che fa il Prologo.

Geneviefa, contessa.

Sifrido, conte suo marito.

Golo, maggiordomo di Sifrido.

Rampino, suo servitore.

Malisarda, nodrice.

Fiorino, paggio.

Medusea, maga.

Drogane.

Tagliavento, bravo.

Angelo.

Crocefisso.

Due Furie.

 

 


                  PROLOGO[5]

 

 

 

                                   Fatto dall’Innocenza.

 

                                    Dall’eterea magion, dove di stelle[6]

                                   luminoso trofeo l’anime ingemma,[7]

                                   scendo veloce ad arrecar sincera

                                   di virtù, di pietà la primavera.[8]

5                                             Mi conoscete pure, a questi fiori,[9]

                                               che m’assiepano la fronte;

                                               al candor degli amaranti,

ch’io raccolsi in Paradiso;

dei ligustri al dolce riso,

10                                            a l’odor dei gigli santi?

L’Innocenza son io: così schernita

da disumani petti,[10]

da maligni pensier, da crudi affetti,

da mortal fellonia spesso tradita.[11]

15                                Da l’alto soglio ond’a l’empireo sguardo

fa tremar ad un cenno

del mondo i poli, il Regnator monarca[12]

ai suburbani alberghi[13]

di Treveri mi manda,

20                                per disciorre que’ nodi

che d’un perfido cor l’impure voglie

strinsero per legar la casta moglie

del Palatino incauto; ed io ne vegno

da quel beato regno a farvi accorti

25                                de l’altrui crudeltà, de’ nostri torti.[14]

                                                Negli amori,

negli errori[15]

di un crudel vedrommi uccidere,[16]

ma d’un’alma tutta bella

30                                            pura stella

mi sarà poi sorta ridere.[17]

Longi dunque, o profani,[18]

fabri d’inique frodi:

fuggite ollà mondani,[19]

35                                smorzate i vostri ardor mesti e maligni.

Sol a fronte mi stan tortore e cigni.[20]

Longi longi, anime felle,[21]

voi che scaltre ognor tendete

laccio o rete

40                                            alle pure colombelle:[22]

ah sciogliete il piè di qui,

che non val più vostra pania;

e que’ nodi, onde s’ordì,

serbate sol a l’amorosa insania.[23]                                             

45                                E voi, cari innocenti,

quanto più rari, preziosi al Cielo,

rasserenate il luminoso ciglio:

a voi pace; ai fellon’ guerra ed esiglio.

 

 

 


                          ATTO PRIMO

 

 

 

                                   SCENA PRIMA[24]

 

                                   Golo e Rampino.

 

            golo            Già nove volte il luminoso giro

                                   de l’argentata sua notturna face

                                   ha colmato la luna,[25]

                                   da che partì per debellar Sifrido

5                                  col gran Carlo Martel l’oste affricana[26]

                                   ne’ campi di Turena; e cento, e mille[27]

                                   m’ha saettato il core,

                                   dolce non più, ma doloroso amore

                                   ver’ la sua vaga sposa,[28]

10                                che lasciommi a servir, schiva e ritrosa.[29]

Penoso martìre[30]

mi strazia le vene;

cruccioso desire[31]

m’accende alle pene.

15                                            Bellezza adorata,

ch’il cor mi rapì,

fu sempre più ingrata.

Chi l’ama schernì

d’orgogli e disprezzi

20                                            mia fede pagò:

minacce per vezzi[32]

sua bocca vibrò.[33]

Dunque misero cor, tradito affetto,

che farai? dillo tu!

25                                Sarà sempre qual fu

l’amato idolo mio, duro diaspro,[34]

fatto per me troppo severo ed aspro?

Qui ebbe la culla

mia voglia fedel:[35]

30                                            la tomba sì presto

avrà sì crudel?

Ah no, no: che le stelle

non inestano invan brame sì belle![36]

So ben io ch’alfin la femina

35                                di lusinghe al suono struggesi:

sia ritrosa quanto sa,

che nel laccio alfin darà.[37]

Se la segui, oh come fuggesi:

ma cadrà perch’ella è fragile;

40                                e chi pianti, amando femina[38]

tra ripulse, affanni e noie,

dee raccor messe di gioie.

Mandai Rampino, il mio servo più fido.

 

            rampino     Son qui, padron mio bel, tutto anelante;

45                                il sudor in effetto[39]

                                   mi gocciola dal capo infin sul petto,

                                   e timor palpitante[40]

                                   fa nel mio cor più trilli

                                   che non ne fan di primavera i grilli;

50                                mi fuma il naso e forse più il cervello;

                                   sentite il mio polmon: fa il salterello.[41]

 

golo             Che c’è, che c’è Rampino?

                                   Portasti alla mia diva,

                                   così ritrosa e schiva, il foglio scritto

55                                di lagrimose note[42]

                                   atte a spezzar di quel gran cor la cote?[43]

                                   Che ti diss’ella? Or via, rispondi: presto

                                   dimmi se la mia sorte             

                                   mi fa sperar la vita, o mi dà morte.

 

60        rampino     Morte, morte, signor, pena e martorio;

                                   andate a farvi dir il ...[44]

 

golo            Ahimè, tu m’uccidesti; empio destino,

così dunque cospiri

contro il fervor de’ miei caldi sospiri?[45]

 

65        rampino                 La vostra contessa

                                               non è più un’agnella,

                                               è lupa novella;

                                               e qual leonessa

                                               – ch’al dargli il viglietto

70                                            io feci un ghignetto –[46]

                                               s’infierì,

                                               s’inasprì,

                                               mi sgridò,

                                               mi guatò[47]

75                                            con certe manieracce aspre e severe,

                                               che mi fecero far mille chimere.[48]

 

golo            Oh tu mi fai stremire[49]

                                   col tuo parlar prolisso;

                                   e non lo lesse, dimmi!

 

80        rampino     A pena lo mirò col vostro nome,

                                   che si fece la croce e lo stracciò;

                                   poi mel gettò in sul ceffo, e disse: «To’![50]

                                   toglitimi di qui,

                                   non mi mirar mai più,

85                                che sarà l’alma mia qual sempre fu;

                                   e Golo ancora un dì,

                                   se più le stelle ad irritar s’avventa

                                   co’ suoi sfrenati amori,

                                   sarà del giusto Dio scopo ai rigori;[51]

90                                che la pena è maggior quando è polenta»;

più lenta volsi dir, che per la fretta

ogni parola mia va da stafetta.

 

golo            Ella sempre d’un tuon così favella[52]

e fa la santarella;

95                                ma che ragion a mio favor dicesti?

 

rampino     Con certe parolette

candite nel giuleppe[53]

parlò la lingua mia come più seppe.[54]

Dissi: «Voi dame schive e sdegnosette

100                              ferite i poverelli

di uno sguardo brillarin col dolce[55]

che tiran gl’occhi vostri accesi e belli,

e poi morir li fate a l’ospitale.

O via, non più rigori!

105                              Lasciateli a Sifrido contro i mori!

Avete una boccuccia

da far innamorar ogni bertuccia:

pietà, crudel, pietà!

Se voi dite di no,

110                              Golo vostro fedel si morirà,

ed io senza padron dove n’andrò?».

 

golo            Che rispose la cruda?

 

rampino     Diede una calcagnata, e disse: «Ah Dio,[56]

guardami l’onor mio!».

115                              Ed io restai di sasso,

e n’andai col cervel tutto in conquasso.

 

golo             Stelle inique, cieli perfidi!

Dunque fia ch’a me sì misero

di tai lacci il nodo sciogliere,

120                              di tai fiamme il fuoco spegnere,

non permetta il fato barbaro?[57]

 

rampino     Padron, voi la sgarrate:

lasciate quest’amor che dà la sveglia![58]

Andateven’a letto, e riposate,

125                              che chi non ama, mai non si risveglia!

Beltà fugace,

quando più piace,

fugge e dileguasi:

non è amorosa,

130                                          ma più sdegnosa,

quando più pregasi.

Mancano forse del Palatinato

giovenche e tortorelle nel mercato?[59]

Son più femine a l’incanto[60]

135                                          che non ha l’autunno frutti:

ogni vicolo, ogni canto[61]

spuntan visi, e belli, e brutti:

voi scegliete a vostro umore,

e così burlate Amore.

 

140      golo            Taci, che scemo sei.

Non sai ch’Amor tiranno

ogni legge calpesta,

ogni consiglio sprezza?

No, no, lasciar non può fiamma sì bella

145                              l’anima mia, che langue

per un fior, per un angue,

per un sasso; ah no, no: per una stella.

 

rampino     Ah, padron mio gentile,

fuor de’ denti io vuo’ dirla;[62]

150                              ben potete capirla!

Non convien ch’alma bella e signorile

con illecito fuoco

si strugga a poco a poco:

Geneviefa non v’ama,

155                              e mai si renderà;

ella è santa, ella è dama,

ha promesso al suo Dio la purità.

 

golo            Me ne rallegro che sei...[63]

pezzo di animalaccio:

160                              e che sì che ti caccio

di testa il capogiro e il brutto umoro.[64]

 

rampino     Ah signor, ch’io burlai!

                                   Deponete il rigore,

                                   ch’io vi son, vivo e morto, servitore!

 

165      golo            Io ti perdono: è però ver che voglio,

                                   per sanar la mia piaga,

                                   ch’ancor t’adopri a far cader la vaga.[65]

 

rampino     Di gambetto gli farò,[66]

                                   monti e colli spianerò:

170                              basta poi che nella rete,

                                   quando il pesce piglierete,

                                   non mi lasciate! a dirla senza ciancia,

                                   al fegatel vorrei salvar la pancia.[67]

 

golo             Non temer, che son io buono a guardarti:

175                              va’, trova la nodrice

                                   del mio bel sol, e digli

                                   ch’ella sol ha da far mio cor felice;

                                   che parli a mio favore,

                                   e che dica al mio ben: Golo si more.

 

180      rampino     Tanto a punto farò: la vecchiarella

                                   ha d’amor nonsoché

                                   che gli fa saltellar la coratella:[68]

                                   con lusinghe, con vezzi e finta ,[69]

                                   farò ringalluzzarla, ancorché sia

185                              un ritratto, un’idea di notomia.[70]

 

 

                                   SCENA SECONDA[71]

 

                                   Golo.

 

                                    O pensier che mi tormenti,           

                                   ferma il giro,

                                   ch’io ben so che senz’ali al Ciel aspiro.

                                               Ah, ch’al suon de’ miei lamenti

5                                              l’adorata,

                                               la spietata

                                               più s’adira,

                                               più delira:

                                               ond’è che s’io la miro,

10                                            con l’inferno nel petto al Cielo aspiro.

O donne rabbiose,

invan v’innestò

Natura le rose

sul bel che piantò?[72]

15                                            Spinosette,

sdegnosette

la bellezza sol vi fa:

vostri lumi[73]

sembran numi,

20                                            ma non han , né pietà.

Misero, che farò?

Se mia vita non m’ama, io morirò![74]

Ahi, che quando la miro,

senz’ali al Ciel, povero Golo, aspiro!

 

 

                               SCENA TERZA[75]

 

                                   Malizarda e Rampino, con Eco.

 

            malisarda             Se svanì degli occhi il raggio,

                                               se volò tua gioventù

                                               e s’il tempo saccheggiò

                                               tutti i fior del tuo bel maggio,

5                                              ben lo so,

                                               Malisarda, non sei più tu!

                                               Dove sorgeano molli

                                               le rose porporine

                                               son cadute le brine:

10                                            odorosi rampolli,

dite pur: chi vi spiantò?

Ah scortesi invidi lustri,[76]

che vendemmiar poteste i miei ligustri![77]

Curva il dorso, la terra

15                                picchiando al suon di questo bastoncello

perché m’apra, ogni dì

cerco la sepoltura e ’l cataletto,[78]

e pur aspiro al nuzial diletto:

ch’ancor mi bolle un po’ di sangue al core,

20                                e ciò ch’il tempo tolse, aggionge amore.

Son secca,

son grinza,

purtroppo egli è ver!

Ma l’anima è verde,

25                                            la lena non perde[79]

vivace il pensier.[80]

Ma che mi giova, ahi lassa,

se non s’aman qua giù se non le belle!

Crude, barbare stelle,[81]

30                                così dunque veloce il mondo passa?

Sì, sì, piangete pure, occhi dolenti,

il mio già secco fior, gli anni già spenti!

Ah che solo a mirarmi in specchio o fonte,

frenetico il mio cor freme ed impazza!

 

35        eco               Pazza.

 

malisarda Ollà chi prende a gabbo il parlar mio?[82]

 

eco               Io.

 

malisarda E che sei tu che mi rispondi a tempo?

 

eco               Tempo.

 

40        malisarda O tempo traditore,

ladro de’ miei contenti,[83]

sola cagion de’ miei mesti lamenti!

 

eco               Menti.

 

malisarda Povera vecchia, io mento?

45                                Ma dimmi, e che facesti

di quella mia beltà tanto avvenente

ch’al mondo fu così conveniente?[84]

 

eco               Niente.

 

malisarda Niente? or dimmi che fu

50                                quella grazia gentil, quel dolce brio

ch’io più non veggo in me, ma sol trasogno?

 

eco               Sogno.[85]

 

malisarda O sogno, della morte amico stretto![86]

Or che sarà di tutto il bel, ristretto

55                                in un viso gentil, che i cori ingombra?

 

eco               Ombra.

 

malisarda Oh tu sei pur notturno,

mentre favelli sol di sogni e d’ombre!

E perché non consoli i miei dolori

60                                col consigliarmi alfin che m’innamori?

 

eco               Mori.

 

malisarda Ch’io mora? un po’ bel agio.[87]

Ma dimmi, or che mi manca

per ammorzar d’amor le voglie ardenti?

 

65        eco               Denti.[88]

 

malisarda Se mi mancano i denti, il cor m’avvanza.

E qual mi stimi tu? che mal ti pensi

ch’abbi, al trattarmi come vil carogna?[89]

 

eco               Rogna.

 

70        malisarda Sarà d’amor la rogna[90]

che mi prurisce ancor dentro alle vene,

e per questo amerò, farò la dama.

 

eco               Ama.

 

malisarda Hai pur risposto bene!

75                                Ma dimmi, che sarà[91]

colui che del mio cor la chiave avrà?

Che se tu mel dirai,

darai dolce ristoro alle mie pene,

e l’amerò gentil, come conviene.[92]

 

80        eco               Viene.

 

malisarda Venga pur in buonora,[93]

che già l’anima mia,

se ben non sa chi sia, l’ama e l’adora.

 

rampino     Io che son Rampinuccio

85                                vorrei pescar di Malisarda il core[94]

per mangiarmelo poi cotto in sapore.[95]

Le sue grinze pellucce[96]

fan che l’anima mia va con le grucce;[97]

le sue maniere graziose e tenere

90                                fanno ch’agli occhi miei sembri una Venere.

S’ella ha il dorso piegato,

mi piace più, ch’il cielo anco è curvato;

e s’ella ha il crin d’argento,

ancor più mi contento,

95                                che la luna ancor lei, com’è palese,

tutta è canuta e non ha più d’un mese![98]

 

malisarda             Rampinuccio mio dolce!

 

rampino                 Malisarda mia bella!

 

malisarda             Mio cor! Mio ben! Mia vita!

 

100      rampino                 Mia dea! Mio sol! Mia stella!

 

malisarda             Oracolo celeste

mi disse che tu sei

il chiaro lumicin degli occhi miei.

 

rampino                 Amor, se nol sapeste,

105                                          m’ispirò

ch’io sarò

vostro fedel valletto

tutto cor, tutta lena e tutto affetto.

 

malisarda             Burli tu?

 

110      rampino                 Questo no.

 

malisarda             Un Perù[99]

ti darò.

 

rampino     Non voglio altro che voi: che vecchia! oibò!

 

malisarda Tu sarai de’ miei dì l’unico appoggio.

 

115      rampino     E voi sarete del mio cor la diva.

 

malisarda

e rampino   E viva!

 

Malisarda Rampin, credilo a me:

giovinetta,

vezzosetta,

120                              non è salda e non ha .

Donna assennata,

costante e grata

professa eterni amori,

che i frutti alfin durano più ch’i fiori.

 

125      rampino     Or via, già siamo amanti?

 

malisarda E sarem sposi ancora:

ch’il Ciel che mi ti diè non vuol dimora.[100]

 

rampino     Pria che ci stringa in santa Carità

un laccio ed un voler,

130                              voglio, com’è dover,

ch’a Golo mio padron s’abbia pietà.

Languisce il poverino,

e me ne scoppia il core.

 

malisarda Dimmi a chi porta amore,

135                              e lascia far a me, ch’io ti prometto

di levar ogni intoppo!

 

rampino     A dirla, egli va zoppo[101]

per amor della vostra

figlia da latte, e il vostro mezzo attende.[102]

 

140      malisarda Invan Golo s’accende

di ritrosa beltà, che sol...[103]

negli amori celesti.

 

rampino     Sia pur gelo se sa,

ch’a’ vostri fiati ella s’accenderà.[104]

 

145      malisarda No, no, Rampino! è troppo dura impresa

tentar un’angiolina

tutta ciel, tutto onor, tutta divina:

non lo farebbe il più scaltro demonio.

 

rampino     Ed io rifiuto il vostro matrimonio.

 

150      malisarda                         Fermati! non partir, la tenterò:

                                               con dolci parolette,

                                               con salde ragionette[105]

                                               per amor tuo ben la lusingherò;

                                               ma temo alfin di seminar in sabbia[106]

155                                          e di raccorne sol messe di rabbia.

 

rampino                 O che vecchia ranticosa![107]

                                               Bella sposa:

del mio cor farebbe un cembalo;

pelle ed ossa

160                                          mi farian del letto un tumulo;[108]

asma e tossa

sarian fior del nostro talamo.

Oh bel dir! Oggidì,

Rampin, s’usa così!

165                              Ha dato il mondo in questi belli vizi,

l’interesse è il sensal de’ sposalizi:

ma predichi chi vuol, che le mie voglie

non prenderan mia suocera per moglie.

 

 

                                   SCENA QUARTA[109]

 

                                   Geneviefa.

 

                                    O delizie dell’alma,

                                   dolce Dio del mio cor, suave gloria,

                                   dammi, dammi vittoria

                                   d’un mostro di perfidia

5                                  ch’a l’onor mio con mille frodi insidia!

Che barbari dissegni!

Che disumani affetti!

Che scelerati ingegni!

Che sacrileghi petti,

10                                            vomitati da Stige, in questa corte[110]

van tramando al mio nome orrore e morte![111]

Ah Sifrido adorato,

che mi lasciasti a punto

qual innocente agnella in bocca al lupo![112]

15                                Col tuo braccio valoroso,

fai de’ Mori un giusto scempio;[113]

ma poi lasci a l’orgoglioso

di tua sposa il casto tempio.

Deh ritorna, e se vuoi

20                                ver’ l’affricano infido

spiegar ancor vittoriose vele,

eccoti l’infedele!

Ma voi, stelle pietose

onde risplende Providenza eterna,

25                                perché non vi aggirate ai miei sospiri[114]

per ridonar il riso ai mesti lumi,[115]

e se non pace, triegua ai miei martiri?

E voi, crudi momenti,

secoli al mio penar purtroppo lenti,

30                                            se volar non sapete,

pigliate i miei desir: l’ali averete![116]

Torna, torna, ben mio, ch’il tuo tesoro

già lo saccheggia un moro!

Torna, torna, mio cor, torna mia vita,

35                                            che senza te son tortora smarrita![117]

 

 

                                   SCENA QUINTA[118]

 

                                   Fiorino, Geneviefa.

 

            fiorino       E perché, mia signora,

                                   così mesta e solinga?

                                   Qual affanno spietato, ahimè, v’accora?

 

geneviefa Ah Fiorin, tu non sai

5                                  quante sian le mie pene!

Tra funesti lamenti

gemo, ché non scintilla,

a’ miei lumi dolenti

lontano, il mio bel sol, la lor pupilla.

 

10        fiorino       Rasserenate, o saggia,

della mente dogliosa il vel funesto,[119]

che s’il Ciel non tradisce i nostri voti,

il vostro Palatin ne verrà presto![120]

 

geneviefa Tu, ch’hai l’alma di latte,[121]

15                                prega, Fiorin, a Dio che mel ritorni

vittorioso a serenar miei giorni!

 

fiorino                   O delle stelle Motor sovrano,[122]

Tu che col cenno giri le sfere,

senti ch’imploran l’alme sincere.

 

20        geneviefa

e fiorino                Dolce il sollievo della tua mano!

                                    D’allori e palme cinto la fronte,[123]     

torni a far noi felici il nostro conte.[124]

fiorino                   Dimore fuggite veloci![125]

Perigli cadete annullati!

25                                            Cordogli lasciateci attroci!

 

geneviefa

e fiorino                Contenti venite beati!

                                    D’allori e palme cinto la fronte,         

torni a far noi felici il nostro conte.

 

fiorino                   Il ciel sereno s’aggiri

30                                            al suon di voci sì accese;

il moto a’ nostri desiri

 

geneviefa

e fiorino                sia più veloce e cortese![126]

                                    D’allori e palme cinto la fronte,

torni a far noi felici il nostro conte.

 

35        geneviefa Ma lasciame, Fiorin, nel mio dolore![127]

Troppo presago ho de’ miei danni il core.

 

fiorino       Ah, mia signora, io vado;

ma dell’amara pena

vi prego afflitto a ristagnar la vena![128]

 

40        geneviefa             Sì, sì, grondate!

Sì, sì, esalate,

pianti ed omei!

            finché ritorni

ai mesti giorni

45                                            lieta la luce, il sol degli occhi miei!

 

 

                                   SCENA SESTA[129]

 

                                   Malisarda, Geneviefa.

 

            malisarda Che funeste querele,

che lamenti importuni,

figlia del petto mio, turbano i vostri[130]

lumi così sereni?

5                                  Che torbidi baleni[131]

fan su le gote impallidirvi gli ostri?

 

geneviefa Madre, il mio duol dal mio Sifrido nasce,

che mi lasciò solinga,

e col Ciel mi consolo,

10                                perché chi spera in Dio non è mai solo.[132]

 

malisarda Ben vi lagnate, o saggia,[133]

d’un ingrato marito

che vi lasciò «nel fior degli anni in erba»![134]

– così disse, egli partì –.

15                                Ma più assai guerriero i cori

col suo bel forse ferì.[135]

Ah, ch’il clima gentil là di Turena

più ch’alle stragi inclina

a tenzoni amorose!

20                                In pacifiche calme

egli, più assai che palme,

si sarà trattenuto a coglier rose.

 

geneviefa Madre, voi mal sognate,

ch’il Palatino, ancor lontano, è mio,

25                                e non ama altro bel che quel di Dio.

 

malisarda Semplicetta, che dite? Or non sapete

che chi va troppo al sol suol aver sete?[136]

A que’ rai ch’in Francia brillano

di bellezza lusinghiera

30                                            già le fibre accese stillano

di quel alma a voi severa.[137]

La guerra è finita,

non torna Sifrido:

gli piace quel nido,

35                                            l’alletta altra vita.

A que’ gigli onde s’esalano[138]

le fragranze più odorose,

già da lui tutte si scordano

del suo bel giardin le rose.[139]

40                                            La guerra è finita,

non torna Sifrido:

gli piace quel nido,

l’alletta altra vita.

A que’ lumi onde si struggono

45                                            nel desio l’alme assetate,

già da lui dolci si suggono

le delizie più adorate.

La guerra è finita,

non torna Sifrido:

50                                            gli piace quel nido,

l’alletta altra vita.

Ah, che tra vezzi, abbracciamenti e baci,

se ben guerreggia, ancor stringe le paci.[140]

 

geneviefa Chi vel disse? Chi lo sa?

55                                No, no, no, nol crederò!

Ben lo so

ch’il mio sposo fedel sempre sarà.

Son menzogne, son frodi;

ma se pur questo è ver, nulla mi cale

60                                purché Sifrido godi,

purché l’anima mia gli sia leale.

 

malisarda Ah, ben potreste, o figlia,

rendergli la pariglia![141]

 

geneviefa Che dite, o madre! e questi

65                                son della vostra , del vostro amore

dovuti pegni? Ah, che delirio interno

vi suscitò nel cor forza d’Averno?

 

malisarda Io non deliro già,

ma provvidi consigli a tempo do![142]

70                                Troppo esperta, lo so

che se ne vola alla canuta età

ritrosa gioventù, ma senza frutto:

figlia, cogliete i fior...[143]

Figlia, cogliete il fior,

75                                            che sen volano i dì;

sì, fate pur così,

che lo consiglia amor;

ah, cangiate sagace in riso il lutto:

figlia, cogliete il fior...

80                                            Figlia, cogliete i fior,

che poi lo secherà

della nevosa ettà

tra le brine l’algor;[144]

credete al petto mio purtroppo instrutto:

85                                figlia, cogliete i fior...

 

geneviefa Che frenesia scortese,

che torbida pazzia,

che bestemmie superbe

turbano in questo dì l’anima mia.

90                                Santissima onestà, te sola invoco,

con le lagrime mie spegni ogni fuoco.

 

malisarda Figlia, voi v’ingannate!

Onor altro non è che una chimera

che del cervello uman fa la sua sfera:[145]

95                                ah, godete a man salva,[146]

perché dipoi l’occasione è calva![147]

Golo, nobile e bello,

fiamma di cento cori,[148]

dalle vostre bellezze aride e schive

100                              martorizato ognor morendo vive.[149]

 

geneviefa Ah sfinge! Ah peste! Ah vipera!

Vomito delle Furie,

consigliera de l’Erebo!

A me queste follie?

105                              Tu, che latte mi desti,

come tosco crudel porger sapesti![150]

 

malisarda Frenate, ohimè, frenate,

figlia, vostro rigor, che delirate.

 

geneviefa Tu deliri, tu, mostro,

110                              tu, megera infernale!

Ed osi ancor di contrastarmi a fronte!

Parti, parti, sleale,[151]

che le saette in ciel stridono pronte!

Va via, né più ti ferma in questa corte,[152]

115                              che sei fiera e demòn fabro di morte!

 

malisarda Che rigorosi orgogli!

A chi latte ti diè

così lo rendi in aloè?[153]

Basta, mi partirò,

120                              ma, giuro al Ciel, ben mi vendicherò!

 

 

                                   SCENA SETTIMA[154]

 

                                   Geneviefa.

 

                                    O Re sovrano, al cui terribil nome

si curva infin l’inferno;[155]

Tu, degli afflitti protettor eterno,

ascolta i miei lamenti:

5                                  e non vedi, e non senti

che temerario cor co’ suoi consigli

vuol conculcar del tuo giardino i gigli?[156]

Tu, de l’alme pudiche

spirito paraninfo, e padre, e sposo;[157]

10                                            delle voglie impudiche

vendicator, sterminator sdegnoso;

da’ tuoi stellati regni

mira la colombella

che di mente al tuo lume empia rubella[158]

15                                            s’accingono a ghermir gli artigli indegni.

E tu, misero core,

dimmi se cederai

a profano amatore:

ah, ben ti sento dir che nol farai!

20                                            Sì, sì, mai t’amerò,

mostro d’infedeltà!

Più presto sofrirò[159]

morti, stragi, rigor, sdegni, empietà.

Solo al mio Palatin, ma prima a Dio,

25                                            sacrai la mia beltà, l’animo mio.

 

 

                                   SCENA OTTAVA[160]

 

                                   Golo, Geneviefa.

 

            golo            (Che torbido pensier qui mi raggira?[161]

Ecco a punto la cruda!

Qui con astute frodi

a sciorre io venni od a spezzar ’ miei nodi.) (a parte)

5                                  Contessa! Ahimè, ch’atro dolor recide

delle parole il filo!

 

geneviefa (Ecco il fellon! Dissimular mi giova.) (a parte)

 

golo            Contessa! Ahi, che dolore

mi fa scoppiar le viscere del core![162]

10                                Messaggero infelice,

ch’io son mesto il sembiante, ah, non vi dice?[163]

 

geneviefa Che funesto accidente or qui vi reca?

(Oh che livido cor! che faccia bieca!) (a parte)

 

golo            Misero me, più non vivrò contento!

15                                ed invan qui ne vegno

a darvi, ch’io non l’ho, qualche conforto:

ah, purtroppo egli è ver: Sifrido è morto!

 

geneviefa Sifrido è morto? e chi vel disse, e come?

 

golo            Da Parigi – ah spietate, ah dure stelle! –

20                                vengon le ree novelle.

Di trionfali allori

coronato Sifrido, i Mori spenti,

carco di mille onori,

ver’ l’italico suol sciogliea le vele

25                                per veder, curioso, ignoto clima;[164]

quando – oh Cielo crudele! –

fiera tempesta – or qui versate un fiume,

occhi oscuri e dolenti! –

sommerse il nostro bene, il nostro lume.

 

30        geneviefa E chi lo scrisse, oh Dio?

 

golo             Eccovi in questo foglio

che mi manda un amico

descritta la caggion del mio cordoglio.

 

geneviefa Lasciate ch’io la legga! e s’egli è vero,

35                                ch’aspetto più, che spero?

Sì, sì, ti seguirò mio caro amato!

M’avrai fedel compagna in ogni stato.

 

golo            Così, Fortuna perfida,

invidiosa sei,

40                                che non supporti in terra i semidei?

Che stella così rigida

mirò con torvo e minaccioso aspetto

questa terra infelice? ah mio diletto,

ah mio fedel, più che signore, amico,

45                                ben coronar la tua bella vittoria,

non già qua giù, nel Ciel dovea la gloria.

 

geneviefa Lassa, che lessi? Ah che mortal sentenza

in questo foglio è sol per me descritta![165]

Oh mia vita! Ah mio cor, perché partire

50                                            sol per tormi la vita al tuo morire?

Deh mira, anima bella,

da quel stellato giro ove risplendi,

la mesta tortorella![166]

Scendi, Sifrido, scendi

55                                            a ripigliar di te la miglior parte,

che già l’anima mia

per seguirti s’avvia,

e sul mar del mio pianto afflitta parte.

Ah Dio! se lo sommerse infido il mare,

60                                            naufraga mi faran mie doglie amare.

 

golo            Oh me infelice! oh per me caro inganno!

ahimè, perché mi veggio

trambasciar nelle braccia il mio tesoro,[167]

e di gioia non moro?

65                                            Violette[168]

palidette,

che sorgete in mezzo a’ gigli,

primavera

per voi spera

70                                            mio pensier ne’ suoi consigli.

Bella bocca languidetta,

deh, ravviva i tuoi cinabri,[169]

che la porpora più eletta

cede a quella de’ tuoi labri!

75                                            Non più guerra: a suon di baci

facciam qui le nostre paci.

geneviefa Ahimè, dove son io? Cieli che miro,

ah, che se ben discerno,

l’anima in ciel, il corpo è ne l’inferno,

80                                lasciatemi respiro!

 

golo            Respirate contessa,

ch’alle vostre tempeste,

così torbide e meste,

dolce calma si appressa!

85                                Morte commune a tutti

guidò Sifrido a trionfar sugli astri;

noi qui restiamo a soportar disastri

dell’umane vicende in seno a’ flutti,[170]

ma d’uopo è ben rasserenar il ciglio.

 

90        geneviefa (Voglio un poco esplorare

il pensier di costui.) (a parte) Ditemi, Golo,

e che farà mio cor sì mesto e solo?

datemi per pietà qualche consiglio.

 

golo             Giovinetta voi sete,

95                                e, qual vite novella,

de l’olmo marital bisogno avete.[171]

 

geneviefa Il vostro zelo approvo;

ma qual poss’io trovar sposo più fido

del mio caro Sifrido?

 

100      golo            Ecco un altro Sifrido, o mia reina!

Voi, voi sete la dea de’ miei pensieri:[172]

fremete, v’adirate, occhi severi?

e che seppi mai farvi,

sol che con tutta l’alma idolatrarvi?

105                              A’ vostri piè, mia bella,

prostrato v’adoro!

A voi sol vivo, e per voi sola i’ moro:

deh, più non siate a tanto amor rubella,

sarò qual più vorrete, amante o sposo;

110                              che dite, idolo mio bello e ritroso?

 

geneviefa             O felice mia sorte,

o destino fedele,

che mi torni sì presto il mio consorte!

115                                          Oh del mio bon Sifrido amata imago,

non fia più mai ch’al vostro ardor si gele[173]

mio cor, di voi già pago!

Alzatevi, o mio bello

dolce sposo novello!

 

120      golo                        Parole melate

che l’alma beate,[174]

per voi viverò!

Mia bella,

mia stella,[175]

125                                          ch’il cor rischiarate,

per voi sol contento, sol lieto sarò!

Eccovi, amata amante,[176]

il vostro amico Golo,

che vi chiede anelante

130                                          il pegno marital d’un baccio solo.

 

geneviefa             Sì, sì, ben è ragion che i saggi amori

del mio caro fedele

commincino a raccorne, baci, i fiori...

Perfido! scelerato!

135                                          vil trofeo d’empietà!

crudel! spergiuro! ingrato!

mostro d’iniquità!

ben scopristi tue frodi!

Eccoti il bacio! Or va’, trionfa e godi.

 

140      golo                        A me ceffate, a me?[177]

A me, che t’adorai?

Trista, povera te,

ch’amor in sdegno alfin cangiato m’hai?

Saprò bene

145                                          le mie pene

sepelir nel mio rigore:

forsenata,

disperata,

va’ pur, va’, tradisti Amore!

150                                          Inganni, vendette, frodi,

vi chiamo al petto gelato![178]

Stringete pur vostri nodi,

che quel d’amor è spezzato!

 

 

                                   SCENA NONA[179]

 

                                   Malisarda, con un ritrattino.

 

                                    Orgogliosa beltà

stima d’esser eterna, e pur la rode

il dente dell’età,[180]

che mastica le cose ancor più sode.

5                                  Fastosa gioventù

come larva fugace alfin svanisce,[181]

e non brilla mai più:

ah credetelo a me,

che più gota senil non rifiorisce!

10                                Sol d’efimeri fior

tesse veloce sue ghirlande il Tempo:

chi non coglie d’amor

la rosa in sul matin, non è più a tempo;[182]

ecco quella che fu

15                                Malisarda la bella, ora cadente

vapor, stella non più!

Ma d’un dolce desir

ho ben la fame ancor, se manca il dente.[183]

Questo è il mio ritrattino,

20                                dove brillan ne l’ombre ancora i lumi

de’ raggi giovanili.

Oh come disuguali, oh come vili

son le vere fattezze

al paragon di mie prime bellezze!

25                                Povera, strappazzata[184]

non sol da zerbinotti,[185]

ma da chi mi nodrii purtroppo ingrata,[186]

or che far mi dovrò coi denti rotti?

Sì, sì, fai la Rebecca, [187]

30                                fai la santa, lo so;

ed io, sì smunta e secca,

a far del fuoco buona almen sarò;

e se ben intarlata e senza denti,

quando non possa il core e i sentimenti,

35                                fama, nome ed onor ti morderò.

 

 

                                   SCENA DECIMA[188]

 

                                   Rampino, Malisarda.

 

            rampino     Vagabondando, il pensier trescando brilla[189]

per trovar Malisarda,

che par degli occhi miei la camamilla,[190]

calamita dir volsi: eccola qui!

5                                  Madama, buona notte, e meglio dì!

 

malisarda Ben mi puoi dar Rampino

la buona notte senza far chimera,[191]

perché de l’età mia giunta è la sera.

Ecco il mio ritrattino!

10                                Mira quella che fui!

E s’amar non mi vuoi

perché son grinza un poco e vecchiarella,

portami amor almen perché fui bella!

 

rampino     Oh che ceffo gentile!

15                                Oh che visuccio dolce e signorile!

Chi vi dipinse? Forse fu il Greghetto,[192]

che nel far le giovenche è sì perfetto?

O bellezze assassine e feritrici!

Il ritrattino è bello:

20                                fategli far, madama, le cornici!

 

malisarda No, no, tel dono; e se mi porti amore,

portalo appeso al core!

 

rampino     Io vuo’ l’originale,

di quest’ombre non curo;

25                                voi mogliera gentile aver procuro,

perché la mummia è assai medicinale.[193]

 

malisarda             O costante,

fido amante.

 

rampino                 O gradita,

30                                            cara vita.

 

malisarda             Viva, viva il nostro amore!

 

rampino                 Longi di gelo sia gelido algore!

Ma per parlar da senno un poco più,

dite, come v’andò

35                                con la contessa? alfin come passò?

 

malisarda Che contessa? è una tigre, una cerasta![194]

 

rampino     E pur parea così di buona pasta!

 

 

                                   SCENA UNDECIMA[195]

 

                                   Golo, Rampino, Malisarda.

 

            golo             Cercai per tutto invano,

or a buffoneggiar lo trovo qui:

Rampino, ollà!

 

rampino     Padrone!

 

5          golo            Presto vanne a spiar

della contessa gli andamenti tutti!

 

rampino     Mi rallegro che son fatto spione.

 

golo            Non la perder di vista,

mira con chi favella!

 

10        rampino     S’ella mi mira bieco un’altra volta,

che sì mi fa venir la pelarella![196]

 

golo            Dubito di costei, che dispettosa

troppo la so: turbata e minacciosa

per le sue stanze si raggira e freme.

15                                Malisarda, voi qui? che nova c’è?

 

malisarda             Per voi, mio caro Golo,

affannosa e raminga,

strappazzata e solinga,

a questa corte, al nido antico mio,

20                                            dico per sempre addio.

 

golo             Chi ve ne caccia, o madre?

 

malisarda             La santuccia, la falsa,

la maligna, la schiva,

quella che fa la diva;

25                                            sol perché gli parlai del vostro affetto,

vomitò contro me rabbia e dispetto!

 

golo            A voi, mia saggia, a voi?

A voi, che la lattaste,

a voi, che di virtù sì l’ingemmaste?[197]

 

30        malisarda Che virtù? Sono i suoi falsi metalli!

Ella fa la ritrosa,

ed è più ch’io non fui capricciosa.

 

 

                                   SCENA DODICESIMA[198]

 

                                   Rampino, Golo, Malisarda.

 

            rampino     Golo, Golo! Padrone!

                                   Presto, presto, che fuggono

la contessa e Drogane

con Schiavina e Bordone!

5                                  Travestiti,

fuorusciti,

per la porta del parco in fretta passano.

 

golo            Andiamo a ritenerli!

 

rampino     A ritenerli, sì!

 

10        golo             Tu va’ di là, ch’io passerò di qui!

 

malisarda Queste sono le sante,

queste son le beate?

N’ho visto tante e tante

ch’avean pelli di pecora

15                                ed eran dentro poi lupe affamate![199]

Con Drogane ella va:

il suo drudo costui certo sarà![200]

 

 

                                   SCENA TREDICESIMA

 

                                   Geneviefa e Drogane, in abito di pellegrini.

 

            geneviefa Addio clima infelice,

che non risplendi sol di fiamme impure![201]

Addio corte inumana,

che di lividi mostri,

5                                  di sacrilego amor sei fatta tana!

Fiero, perfido, impuro, iniquo Golo,

tu mi chiami tuo ciel, ma non lo sono,

perché mi manca a fulminarti un tono.[202]

Sì, sì, sèguiti il piè l’alma che fuge[203]

10                                l’orgoglioso leon che sempre ruge![204]

E tu, fido Drogane,

servo non più, compagno

delle sciagure mie, seguimi lieto,

ché celeste decreto

15                                vuol scorgere alle calme

de l’empireo riposo

in grembo alle procelle afflitte l’alme.[205]

 

drogane   E perché, mia signora,

partiamo entrambi in abito sì strano?

 

20        geneviefa Per fuggir un profano.

 

drogane   Del maligno ancor longi? or dove?[206]

 

geneviefa A Brabante veloci,

dove i miei genitori

mi sian schermo del pazzo ai sozzi amori

25                                finché torni Sifrido!

 

drogane   A noi, dunque, al fuggir! vi seguo fido!

 

 

                                   SCENA QUATTORDICESIMA

 

                                    Golo, Rampino, Tagliavento, Geneviefa, Drogane.

 

            golo             A voi, santi romei![207]

Dov’andate? a Galizia?[208]

O feminil malizia,

ben de’ sdegni del Cielo or degna sei![209]

5                                  Fermati qui, lasciva,

che non sei, qual ti fai, con tutti schiva.[210]

 

tagliavento       Ferma, ferma, Drogane!

 

rampino     Fermati, traditor, spione, cane,

ché se no questa mia ruginosaccia[211]

10                                ti farà della nuca una focaccia!

 

drogane   Ahimè, son morto, e di timor qui gelo.

 

geneviefa Soccorri i servi tuoi, mirali, o Cielo!

 

golo             Eh, ch’il Cielo non mira, Iddio non sente

un’impura, un’adultera insolente!

 

15        geneviefa Questa è ben fellonia

da terminar miei disastrosi dì,[212]

Golo ingrato e che sii![213]

 

golo            Ancor osi parlar, femina ria?

Va’, camina, ch’il conte

20                                vicino è già, vendicator de l’onte.

 

geneviefa Molto ne godo, e fia con questo spento[214]

il tuo fuoco, il tuo sdegno, e ’l tradimento.

 

golo            Amici, alla prigione

guidate pur gl’impuri,

25                                e tra tenebre opache e lacci duri[215]

aspettino del conte il giusto sdegno.

 

tagliavento       Camina, tu, che sei di vita indegno!

 

drogane   O Dio, gran protettor degl’innocenti!

 

tagliavento       O ceffo di Pasquino, or ti lamenti?[216]

30                                Mai più creder io voglio a’ colli torti.[217]

 

rampino     Ma che fastello è quel che sotto porti?[218]

 

drogane   Della contessa son le gemme e gli ori.

golo            Ah perfida, a costui dar due tesori!

A Sifrido marito affanni e noie,

35                                e ad un cuoco vil piaceri e gioie.

 

geneviefa Il tutto, il tutto sia

per amor del tuo Cristo, anima mia.

 

golo             Caminate!

 

tagliavento       Non parlate!

 

40        rampino     Va’ là, cuoco sgualdrino!

Farà ben impalarti, il Palatino!

 

 



                               ATTO SECONDO

 

 

 

                                   SCENA PRIMA[219]

 

                                   Golo.

 

                                    Per corriero volante

dal suo ritorno in su le poste avvisa[220]

il Palatino amante

la barbara che m’arse ed or m’agghiaccia,[221]

5                                  ed io, de’ suoi contenti

perturbator sagace,

esco per incontrarlo un miglio longi

dal suo castello in questo picciol borgo:

qui, qui de’ miei dissegni il nodo stringo,

10                                ed a fiera vendetta

contro la rea del mio penar m’accingo.

Ella, se ben sepolta in cieco orrore

tra prigionil fettore,

ancor brilla ed accende i miei pensieri,

15                                teneri ancor, se ben più assai severi;

così, tra ’l gelo e ’l fuoco,

disprezzato amator non trova luoco.

O torbide chimere,

o dolcezze svanite,

20                                            o bellezze severe,

o mie voglie schernite!

Per voi m’avvolge attro furore interno,[222]

che caduto dal ciel son nell’inferno.

Maledetto quel dì

25                                            che di stral insanabile

amor incontrastabile

lusinghier mi ferì.

Maledetto chi dà

suo cor a’ lacci sordidi,

30                                            sua mente a’ desir torbidi,

per umana beltà.

Ma, troppo tardi accorto,

cerco in sì vasto Egeo tranquillo il porto.

Vive qui Medusea, la saggia maga,

35                                de l’arti negre inarrivabil maestra:

ella darà consiglio, amica destra,

se non potrà salute alla mia piaga.

Ed ecco a punto, o per me fasto augurio,

ch’esce dal suo tugurio.

 

 

                                   SCENA SECONDA[223]

 

                                   Medusea, Golo.

 

            medusea    Che lieto dì per me:

Golo, amico, voi qui?

 

golo             Sì, mia diletta, sì;

vengo per riverirvi e nel mio duolo

5                                  a ricercar da voi dolce consuolo.[224]

 

medusea    Che vi turba, mio caro?

Qual ambascia vi rende il petto amaro?

Per voi sconvolgerò

degli elementi l’ordine;

10                                per voi scatenerò

di Flegetonte i demoni;[225]

per voi del cielo i cardini

scoterò con un turbine.

Ho di Cariddi il vomito,

15                                il celabro de l’aspido,

del iena le viscere,

del basilisco il fegato,

della cerasta orribile

ho le membrane livide;

20                                e per voi saprò mescere

occulti secreti inarrivabili.[226]

 

golo             Accetto i vostri affetti, i modi affabili;

sentite il mio penar dove s’aggira?

La superba contessa, a cui lasciommi

25                                per assister Sifrido,

trasse dal petto mio fiamme sì felle,[227]

che torve e minacciose

ne rifremono ancor l’irate stelle.[228]

L’adorai,

30                                            la pregai,

ma di selce fu sempre al mio dolore;[229]

e con crudel ceffata,[230]

perfida dispietata,

impresse nel mio cor sdegno e rigore.

35                                Con Drogane, a voi noto,

per schernir i miei nodi

volea fuggir in pellegrina gonna;

ma, da me colta – oh Dio –, l’imprigionai,

e di lascivo affetto,

40                                cieco dal mio furor, la rimprocciai.[231]

Or che torna Sifrido,

per colorir l’inganno a voi ricorro:

ah, se non soccorrete,

Golo vostro fedel spento vedrete.

 

45        medusea    Fate pur cor, ch’io vi trarrò d’affanni.

 

 

                                   SCENA TERZA[232]

 

                                   Medusea e due Furie.

 

            medusea    Ma che più tardo a scompigliar le stelle?

Su, su, livido venga

a spaventar le sfere

il mostruoso mio fido corsiere;

5                                  e voi, del pallid’Orco[233]

regnatrici sorelle,

voi, voi, del voler mio veloci ancelle,[234]

sorgete omai dal tenebroso Averno.

O fedeli! o dilette!

10                                già precorreste i miei caldi desiri,

già sento i vostri giri.[235]

 

furia 1         Che brami, o Medusea?

 

furia 2         Che vuoi, dell’ombre o dea?

 

furie 1 e 2                Infaticabili,

15                                            eccoci qui;

veloci ed agili,

per te di notte vestiremo il dì.

 

medusea                Ite, mie fide suore,[236]

e fra brevi momenti[237]

20                                            portatemi d’asfalto

il bitume più fervido;

del libico chelidro

l’ossa ridotte in polvere;

del Negro mar la sabbia,

25                                            di Flegra i zolfi, e del mastin la rabbia.[238]

 

furie 1 e 2                Sì, sì, n’andremo rapide,

ritorneremo subite:

e viva Medusea,

nostra dolce compagna e nostra dea!

 

30        medusea                Su, mio drago volante,

portami trionfante,

acciò l’amico Golo

vegga ch’io freno e l’uno e l’altro polo.

 

                                   SCENA QUARTA[239]

 

                                   Sifrido, da viaggio.

 

                                    Oh come palpitante

per la gioia vicina il cor mi brilla,[240]

già che ritorno alla mia sposa amante,

stella ch’al bel desio sempre sfavilla.

5                                  Di trionfali allori

pulluli pur la fronte:

terminata la guerra e vinti i Mori,

non curo altri trofei

che que’ begli occhi, onor de’ pensier miei;

10                                altra palma per me stringer non vuo[241]

che la cara fedele,

per cui la destra mia sol trionfò.

O felici riposi,

o gloriose paci,

15                                            o ristori amorosi

a l’aura marital dei casti baci.[242]

Alle gioie, mio core,

tempo è già di goder!

Non più guerriero ardore

20                                            mi tormenta il pensier.

Di mia colomba i gemiti[243]

vado a cangiar in giubilo

e co’ felici aneliti

a serenar mio ciel funesto e nubilo;

25                                            non più guerriero ardore:

alle gioie, mio core!

 

 

                                   SCENA QUINTA[244]

 

                                   Golo, Sifrido.

 

            golo                         O dolce! o sospirato!

                                               o mio signor amato!

                                               Benvenuto voi siate:

                                               come, come tornate?

 

5          sifrido                    O mio fedel Acate,[245]

riedo lieto a gioire:

come sta la mia vita,

l’anima del mio core?

 

golo            Frenate il vostro amore

10                                – ah, destino infelice –,

non più cor, non più vita ella sarà.[246]

 

sifrido        Misero me, che sento? ov’è? che fa?[247]

Forse morte crudele

ogni giubilo mio mesce di fiele?

15                                Ah, s’ella è spenta, io più non viverò.

 

golo            Non è già morta, no. Volesse Iddio,

ché men lieve cagione

saria del vostro mal, del dolor mio,

ma trattisi pur d’altro: ahi, troppo vive!

 

20        sifrido        A parole sì schive

mi si gelan le vene:

amico, e che motivo han vostre pene?

Ahi, che fu di colei che sola adoro?[248]

 

golo            Se ve lo dico, io moro:

25                                meglio, meglio è tacer; non sa, non può

dirvi la lingua mia quello che so:

ah, nol sapessi mai!

 

sifrido        Nulla diceste, e pur diceste assai:

spiegatevi, o mio fido.

 

30        golo            Povero voi, Sifrido,

parte de l’alma mia, cor del mio petto;

ah, destin maledetto,

perché muto non son io?

Non ho, miseri noi, concetti uguali

35                                per palesarvi, o conte, i vostri torti.

 

sifrido        Mio caro, ah, non più morti!

Dite pur che v’annoia.[249]

 

golo             Per me, ma più per voi, morì la gioia:

Geneviefa la santa,

40                                la pudica, la casta;

ahimè, che questo basta;

non più, signor, non più!

 

sifrido        Che sento? O cieli! O Dio! Golo, che fu?

Tutto mi son scommosso.[250]

 

45        golo            Mi scoppia l’alma in petto: ahimè, non posso!

Quella che voi lasciaste, ahi, vi lasciò!

 

sifrido        Inteso ancor non ho.

Ahimè, spiegate omai vostre querele.

 

golo             Perdonategli, o conte! ella fedele

50                                come dovea non fu: del vostro onore

aduggiò, calpestò, corruppe il fiore.

 

sifrido        Che sento? e che mi dite?

Od io sogno, o sognaste:

mirate ben, Golo mio fido, erraste.

 

55        golo             Non errai: così fusse! Anima e sangue,

per restar menzogner, lieto darei.

 

sifrido        Ah, stelle a me proterve! ah, fati rei![251]

Dunque si puon sentire[252]

dure disonanze, e non morire?

60                                E che fece? Ah, nol dite!

Sì, sì, ditelo tosto!

Trafiggete il mio core!

Ebbi petto ad amar, l’avrò al dolore.[253]

 

golo            Sifrido, invan si fonda

65                                vera costanza in feminil soggetto.[254]

Compatite la frale,

ella vi fu sleale:

col vil Drogane... ahimè, dirlo non so.

 

sifrido        Sì, sì, ditelo pure: adulterò!

 

70        golo            Purtroppo è ver: di quel infame al lezzo

diede il fior, diede il frutto

d’onor, di fedeltà, per brutto vezzo;

e poi da me scoperta, mal sagace,

volea fuggir per vezzeggiarlo in pace;

75                                ma in pellegrine vesti

li colsi, e in luochi bui

li ristrinsi; ma voi, caro Sifrido,

frenate il duol: per lei chiego pietà.

 

sifrido        No, no, che morirà

80                                chi l’onor mi macchiò;

chi mia violò

scempio del mio furor tosto sarà.[255]

Ma non è vero,

destin severo,

85                                perché l’adoro,

ed a sentirla rea d’ira non moro;

maggior certezza, o mio fedel, n’attendo.

 

golo            Mio signor, già v’intendo:

vive qui Medusea, la saggia donna

90                                de’ più cupi secreti

svelatrice profonda: ella del tutto

potrà farvi capace.

 

sifrido        Andiamo! Ah, che dispiace

cercar ciò che trovar già non vorrei;

95                                ma pur è forza, o cieli,

che de’ miei scorni aspra cagion si sveli.

 

 

                                   SCENA SESTA[256]

 

                                   Geneviefa, di prigione, e Drogane, da un’altra prigione.

 

            geneviefa In quest’ombre lugubri

                                   che son del morir mio meste presaghe,

povera calpestata,

vilipesa, tradita e calonniata,

5                                  Geneviefa, ancor vivi? ancor respiri,

pria sepolta che morta, e non t’adiri?

 

drogane   In quest’orror d’inferno

cinto d’aspre catene, ove la morte

scherza tra ceppi svelta,[257]

10                                ancor de l’egro cor l’alma divelta

non ti lascia, o Drogane, e pur rammenti

contro te, contro Dio, tai tradimenti?

 

geneviefa Lassa, misera me,

che mi val purità, costanza e ,

15                                s’ancor si dormono

del ciel sui culmini,[258]

se ancor non fremono

dal cielo i fulmini?

Ma quel suave Iddio tutto equità

20                                fa che i giusti del ciel la strada prendino;

ed acciò poi s’ammendino,

ha de’ perfidi rei dolce pietà.

 

drogane   Infelice mio cor,

come regger saprai tanto rigor?

25                                Già si preparano

tormenti e strazi:

già già mi svenano,

non ancor sazi

delle querele mie, del mio penar.

30                                Cieli, se non v’offesi, ah, soccorretemi!

Ah no, giusti uccidetemi:

altre colpe, altri nei s’han da pagar.[259]

Piangi, misero core,

i tuoi mal spesi !

35                                            Del tuo dolce Signore

implora la pietà,

loda pur la bontà,

che delle piaghe tue già ti guarì!

De l’età mia più verde

40                                            furo caduchi i fior;

ah, folle è ben chi perde

la mente in vaneggiar,

quando sol s’ha d’amar

Quel che per noi morì buon Redentor.

 

45        geneviefa Che funesti lamenti!

 

drogane   Che dolorosi accenti!

 

geneviefa Sei tu, Drogane, di’?

 

drogane   Son io, purtroppo, sì!

 

geneviefa Dimmi, amico, e che fai?

 

50        drogane   Gemo ch’al vostro onore,

alla mia fedeltà, sian spenti i rai.

 

geneviefa Ed io piango per te,

ché so ben la tua pena e la tua .

 

drogane   Per voi m’affliggo, o casta,[260]

55                                ai scortesi rigori[261]

di quel cor di cerasta:[262]

che non stan ben le stelle infra gli orrori.

 

geneviefa E molto meno entro al fetore i fiori.

Non ti smarrir, Drogane,[263]

60                                degl’innocenti è Dio padrone e padre.

 

drogane   Alla Vergine Madre

nostra innocenza con ragione appella.[264]

 

geneviefa Nelle sciagure mie felice stella[265]

sol questa mi sarà:

65                                per lei l’animo mio non turberà

turbine d’empietà, d’odio procella.

Ma ricorriamo entrambi,

unendo lingua a lingua e core a core,

al celeste favore.

 

70        geneviefa

e drogane             O pietoso,

                                    generoso

Dio ch’il cielo col dito giri,[266]

de’ tuoi cari

così amari[267]

75                                            raddolcisci ora i sospiri!

Qui schernita,

qui tradita

l’innocenza in fondi oscuri

per Te spera,

80                                            prigioniera,

di spezzar suoi lacci duri.

Sozzo core,

cieco amore,

fa penar qui gl’innocenti:

85                                            vieni, vieni,[268]

deh, sovvieni,

Tu ch’il tutto vedi e senti!

 

 

                                   SCENA SETTIMA[269]

 

                                   Medusea, Sifrido, Golo.

 

            medusea    Questo a’ miei sagri e riveriti studi

                                   contro del disinganno,[270]

dove natura a me pronta ubbidisce,

dov’in grembo alla notte il dì sovente

5                                  ad un sol cenno mio pigro languisce,[271]

servirà, mio Sifrido,

per appagar la curiosa mente.

S’allo strisciar di questa verga orribile,

a’ cui fischi, ch’il ciel sdegnosi assordano,[272]

10                                si desta di Còcito il re terribile,[273]

le possenti mie note oggi s’accordano,

della tua donna l’infedel perfidia

o la pudica farò conoscere.

In questo specchio mira,

15                                ma frena, ai tristi oggetti,[274]

la passion dell’ira!

Sgozza gli affanni tuoi, strozza gli affetti,

ché si sdegna l’inferno, il ciel rifreme,

se contro il suo destin l’animo geme.

20                                Questo magico giro onde ti cingo

col tuo fedele amico,

argine fia contro que’ spirti rei

che chiamerò co’ miei funesti omei.[275]

 

sifrido        Tanto farò: deh, Golo,

25                                non mi lasciate, e testimonio fido[276]

siate del gran periglio a cui m’affido.

 

golo            Individuo son qui; solo mi cale[277]

che con fieri prestigi

cerchiamo il ver già chiaro ai negri stigi.[278]

 

30        medusea    Or via, mirate attenti

nel cristallo incantato,

ed udite, divoti al vostro fato,[279]

della mia lingua i pregni accenti.[280]

O del Tartaro cortese[281]

35                                            numi cari, amati dei,

voi che fiero ed orgoglioso

spumar fate il mar ondoso;[282]

voi ch’in cielo atri e funesti[283]

svegliate i turbini,

40                                            vibrate i fulmini,

e gli astri lucidi

d’aspetti torbidi

vestite subito!

Alle mie voci, a’ miei gran prieghi presti

45                                            venitevene qui,

dove feci per voi notte del dì;

svelate ingenui[284]

ciò che desidero

nel vetro lucido;

50                                            scoprite affabili

ciò che seguì;

su, su, presto, che fate?

ancor mi resistete, ancor tardate?

Sì, sì, visibili

55                                            quivi aggiratevi;

sorgete rapidi

da l’ombre querule;[285]

presto ubbiditemi:

che sì? che sì?

 

60        sifrido        Oh Dio, che veggo qui?

E non è questa la mia dolce sposa?

 

golo             Sì, mio caro signor, è dessa, sì,

ma non più, qual solea, modesta rosa.[286]

 

sifrido        È vero, è ver! Ma quel non è Drogane?

 

65        golo            Ah, perfido! ah, sleale! ah, fiero cane!

Vedeste? ahimè, la strinse; ora l’adora.[287]

 

sifrido        Mora, l’infame, mora; oh Dio, che miro?

Si baciano i lascivi: ah disleale,

più assai che questo vetro, ov’io ti miro,

70                                limpida no, lo fusti; ora sei frale.

Ah, maledetta femina,

per te mio cor s’invipera;[288]

maledetto chi semina

sue speranze fallaci in cor di vipera.[289]

75                                Sì, sì, ti farò svellere

quella lingua sì sordida,

quel’anima sì torbida, 

con cui sapesti ogni mia fama intridere.[290]

Troppo verace amico, a vui s’aspetta[291]

80                                vendicar i miei torti;

fedele esecutor del voler mio,

vuol che siate mio cor, ragione e dio.[292]

Al mio funesto nido

non vuo’ tornar, mio fido,

85                                se l’impudica pria spenta non è,[293]

ché non merita vita

chi non sa temer Dio, chi non ha .

Andiamo, e vi darò

a simil fellonia gli ordini uguali.[294]

 

90        golo            Misero, che farò?

Ah conte, ch’accrescete i vostri mali:

pietà, signor, pietà.

 

sifrido        No, no, vendette, stragi e crudeltà.

 

medusea    Il conte è già partito,

95                                e tra sue furie involto[295]

ben veggio nel suo sdegno

che s’incammina alfin nostro disegno.[296]

 

 

                                   SCENA OTTAVA[297]

 

                                   Fiorino, Geneviefa.

 

            fiorino       Così dunque si consente,

                                   crude stelle, cieli torbidi,

                                   ch’una misera innocente

                                   sia sepolta in fondi rigidi?[298]

5                                  Ah severe, mio Dio,

destati alle vendette!

Vibra omai tue saette,

fulmina, fendi, incenerisci il rio.

 

geneviefa Fiorin, mio caro, ascolta.

 

10        fiorino       Ah, mia dolce signora,

fiero dolor m’accora

poiché vi veggo entro a quest’ombre avvolta.

geneviefa Non ti lagnar, che Dio comanda ancora;

va’ pur, spargi per me calde preghiere,

15                                ché se lingua innocente aiuto implora,

può raddolcir il ciel, fermar le sfere.

 

fiorino       Sì, sì, miei mesti accenti

ad ogni passo errante

provocheranno i folgori roventi,

20                                scoteranno dal ciel l’ira tonante.

 

 

                                   SCENA NONA[299]

 

                                   Rampino, Tagliavento.

 

            rampino     Pria corrier, poi spione, or guardiano

                                   son fatto di quel mele

di cui si lecca il mio padron le dita;

oh che vita poltrona e saporita[300]

5                                  star sopra i fatti altrui:

così apunto son io, tal sempre fui.

La contessa fa i conti con la morte

ed il cuoco ha da fare altro che torte.

Golo a Straborgo andò,[301]

10                                ed io restai di casa il protomastro.[302]

Così van le facende;

ma saggio è ben chi a l’altrui spese apprende:[303]

ch’io mai più m’innamori!

Per mia , nol farò!

15                                Non vuo’ come costor dar negli errori:[304]

mai più mi inamori! oh questo no!

 

tagliavento       Chi favella d’amori? All’armi, all’armi,

ché non è tempo sol di risse e d’ire?

Son qui, quel io ch’al bellicoso ardire

20                                del mio braccio guerriero

fenderò, spolperò, bizarro e fiero.

 

rampino     Oh gran sruginator di corzaletti![305]

 

tagliavento       Che c’è, Rampin mio, bel mazzo di stecchi?[306]

 

rampino     Adio, mangia pistole e taglia micche.[307]

 

25        tagliavento       Che sì ti suono adosso il tracche tricche.[308]

 

rampino     A me?

 

tagliavento       A te!

 

rampino     Tu burli ch’io non ho fiel né aloè.[309]

 

tagliavento       Mira come favelli,

30                                o sacco di strambotti.

 

rampino     Voi altri bravacciotti

tagliate il mondo a pezzi,

avete la quistion per dolci vezzi,

e con faccia sparuta e farisea

35                                portate nel guardar la scamonea;[310]

ma, gonfi di parole impallonate,

meglio assai che di man di piè giuocate.

 

tagliavento       Metti mano, poltrone.

 

rampino     Non andar in agresta, ch’hai ragione.[311]

 

40        tagliavento       Voglio uccidermi teco.

 

rampino     Oh via, che mi uccidesti al guardo bieco.

 

tagliavento       No, no, metti pur mano,

che bramo in questo dì

che del nostro valor la fama corra.

 

45        rampino     La mia scherma è la morra;

giuochiamone un boccal del più piccante.

 

tagliavento       Or via, contento son, ma perderai!

 

rampino     Appresi da fachin, non perdo mai.[312]

 

tagliavento       Cinque.

 

50        rampino                   Sei.

 

tagliavento       Tutte.

 

rampino                 Quattro.

 

tagliavento       Sette.

 

rampino                 Dua.

 

55        tagliavento       Tutte.

 

rampino                 Tre.

 

tagliavento       Nove.

 

rampino                 Cinque.

 

tagliavento       Ho vinto, ho vinto: or va’ per il chiarello!

 

60        rampino     No, no, voglio che sia buon moscatello.

 

 

                                   SCENA DECIMA[313]

 

                                   Rampino, Malisarda, Geneviefa e Drogane, di prigione.

 

            rampino     Costui fa del gradasso,

                                   ma non lo stimo un stecco:[314]

misurai col compasso

la sua bravura, e vale un fico seco;

5                                  nel mondo così va:

chi fa parole assai fatti non ha.[315]

Ma vien la vecchia: oh che terribil rogna,

simular mi bisogna.

 

malisarda Rampin mio bel, non sai? Golo tornò.

 

10        rampino     Ed il conte è venuto?

 

malisarda Io non lo so; ma che ti par di questa

femina disonesta?

Facea la santa, e per non raffreddarsi

trasse dalla cucina il sozzo fuoco.[316]

 

15        rampino     Ma che dite del cuoco?

Si trovò mai temerità più rara?

 

geneviefa Madre, ah madre mia cara!

 

drogane   Rampin amico, ascolta.

 

malisarda Oh che femina stolta!

 

20        rampino     Ancor vivi, poltron de l’Asinara?[317]

 

geneviefa Malisarda, per Dio, qualche pietà!

 

malisarda Taci lì, vil trofeo d’impurità!

 

drogane   Rampin, la fame m’ange: un po’ di pane.[318]

 

rampino     Io non governo un cane.[319]

 

25        geneviefa Ahi, che penose doglie:

ognun contro di noi la lingua scioglie;

Malisarda, soccorso, io moro, aita,

mi tormenta col duol rabbiosa fame.

 

malisarda Hai sfogate, impudica, impure brame,

30                                or fa la penitenza:

pena, affama, patisci, e la sentenza

del tuo gran fallo attendi.

 

rampino     E tu, Nabuzardan, forse pretendi

che ti facciam per regalarti un pasto?[320]

35                                Altri manicaretti

mangierai che delitti, entro ai diletti[321]

puoi già dir buonanotte: hai spento il lume?[322]

che a chi mangia il capon, restan le piume.[323]

 

 

                                   SCENA UNDECIMA[324]

 

                                   Tagliavento, Rampino, Drogane, Geneviefa, di prigione.

 

            tagliavento       Rampino, a noi, che porto il moscatello.

 

rampino     O mio fedel compagno,

hai più che nol stimai core e cervello.

 

tagliavento       È vin dolce e piccante,

5                                  morde, pizzica, brilla e dà il raspante;[325]

ma fa venir per terzo

Drogane a ber, ch’il poverino ha sete.

 

rampino     Oh questo no, che bea l’onda di Lete!

 

tagliavento       E questa ei beverà: veleno è qui

che gli sommergerà l’ultimo dì.

Così Golo dispon, così commanda

il conte: or va’, fallo venir qui presto.

 

rampino     Tu di me festi gabbo;[326]

basta, farò ben io la chiosa al testo.

 

15        geneviefa Amico, ahimè, che dite?

E dunque entro a quel vaso

morte stemprata in rio liquor si chiude

per un petto innocente?

Dov’è il mio dolce sposo?

 

20        tagliavento       Egli non sente;

a lui devo condurvi

nella selva del pianto, ei là vi attende;

accingetevi or ora al dipartire.

geneviefa M’accingerò a morire:

25                                così presago il cor palpita in petto!

Sia lodato di tutto il mio diletto.

 

rampino     Ecco il gran cucinier che per paura

della sua morte oscura

ne vien battendo i denti

30                                e portando nel sacco i sentimenti.

 

drogane   Ahimè, chi mi conforta

ne l’estremo passaggio?

Mio Dio, l’anima è sorta

da l’ombra della colpa al vostro raggio:

35                                per Voi di questa vita ora mi spoglio.

Ma questo è il mio cordoglio:

ch’il Ciel, misero me, così consente

che punito qual reo sia l’innocente.

 

genevieva            Drogane, Iddio ti sente;

40                                frena l’animo afflitto,

che già nel ciel sei fra’ beati ascritto;

il gran vendicator delle nostr’onte

già le saette impugna, e noi co’ voti,

co’ lagrimosi prieghi,

45                                smorziamo a’ nostri ingrati

de’ fulmini roventi i fuochi irati!

 

tagliavento       Rampino, ecco il velen, daglielo tu,

ch’io fra tanto ne vo

a sprigionar costei ch’altri consola,[327]

50                                per condurla a finir tutti i suoi pianti.

Ma sai, quando bevuto il tristo l’abbi,

conducilo in prigione,

e come morto sia,

fagli far una fossa,

55                                ed ivi alfin chiudilo in carne ed ossa.

 

rampino     Tanto apunto farassi: allon, monsiù,[328]

fa’ un brindisi ad amore,

che ti vagheggia la tua dolce diva.

Mieti le spine, su,

60                                animo e cor, che già cogliesti il fiore.

 

drogane   Innocenza santissima,

tu che de l’alme limpide

sei custode purissima,

a te sol brindo e giubilo,

65                                ché con bevanda livida

m’accingo al dolce nettare

della beata patria.

rampino     Sei galantuomo, a , sei buon vallone:[329]

brindasti, ma non vuo’ farti ragione.

 

70        drogane   Iddio me la farà. Signor, perdona

sì strana fellonia;

ma tu perché tempelli, anima mia,[330]

quand’il provido Ciel già ti corona?

 

rampino     Or via, camina là,

75                                omaccino tagliato alla carlona.

 

drogane   Addio mondo fallace,

tu che fai guerra a’ giusti or resta in pace.

 

rampino     Va’ là, che sempre sei stato loquace;

oh barba di civetta,

80                                io te la canto, ho fretta;

smorza lo stopin, presto, alla lucerna,

ché m’aspetta il claretto alla taverna.[331]

 

 

                                   SCENA DUODECIMA[332]

 

                                   Golo.

 

                                    Già trionfa il mio core:

così, così si fa

a che non ha de’ miseri pietà;[333]

vinse lo sdegno almen, se non l’amore.

5                                  Va’ pur tra l’ombre squallide,

anima disperata,

e con bestemmie livide

rinega ognor quel dì

ch’il tuo bel mi ferì, ché fusti ingrata.[334]

10                                Le mie fiamme ti aspettano

per tormentarti ognor!

I miei lacci ti cingano,

t’affligga il mio dolor!

E già che fusti gel

15                                al mio fuoco e sdegnasti essermi ciel,

abbiti pur eterno,

là giù tra l’ombre pallide, un inferno.

 

 

                                   SCENA TREDICESIMA[335]

 

                                   Tagliavento, Geneviefa.

 

            geneviefa Lassa, non posso più.

 

tagliavento       Or via, fermati qui.

 

geneviefa Amico, e che di me brami far tu?

 

tagliavento       Con questo ferro risecarti il dì.[336]

 

5          geneviefa Chi lo comanda? Oh Dio!

 

tagliavento       Il conte così vuol, così vogl’io.

 

geneviefa E tu non hai pietà degl’innocenti?

 

tagliavento       Menti, perfida, menti!

 

geneviefa Dunque allor dar potrai

10                                le mani nel sangue mio, se non errai?

 

tagliavento       Non errasti? e per questo è cieco amore,

che non ti veder sì sozzo errore.

 

geneviefa Almeno abbi dolor delle mie pene.

 

tagliavento       Son diaspro, son selce, e non conviene.

 

15        geneviefa Dunque vorrai ch’io mora?

 

tagliavento       Sì, sì, senza pietà, senza dimora![337]

 

geneviefa Lasciami deplorar mia gioventù!

 

tagliavento       Morta la piangerai: presto, non più!

 

geneviefa Ch’io parli, almen ti prego, al mio Sifrido.

 

20        tagliavento       Tu piangi ed io mi rido:

a chi tradisti ancor pianger presumi?

 

geneviefa             Oh miei traditi lumi!

oh mia fede costante!

Mai più ti rivedrò, mio sposo amante;

25                                            ma che sposo? Tu, mio Dio,

sposo sei dolce dell’anima!

Tu, mio ben, Tu sol sei mio!

Per Te sol mio cor s’innanima,[338]

lieto a patire,

30                                            pronto a morire,

già che patisti,

già che moristi,

per dar la vita a me:

eccoti, l’alma mia si deve a Te!

35        tagliavento       Non più rigiri, o folle:

dove vuoi che ferisca?

 

geneviefa Eccoti il cor! perisca

perché non amò sempre il suo Signore.

 

tagliavento       Ben dicesti, ma tu sei tutta core:

40                                sgozzata hai da morire,[339]

così Golo commanda

perché tua gola spanda il sozzo amore.

 

geneviefa Fermati, non ferir! Maniera accorta

per isgozzarmi senza ferro avesti!

45                                Mi nominasti Golo: ahimè, son morta.

 

tagliavento       Tu dilati la morte:

or via, porgi le vene.

 

geneviefa Eccole pronte! In le tue mani, oh Dio,

depongo il mio voler, l’animo mio.

 

50        tagliavento       Che ribrezzo m’opprime!

Che gelido sudor tutto mi veste!

Il cor mi lascia ed istecchisce il braccio.

Cieli, cieli, che faccio?

Or v’intendo, ch’Iddio già non consente

55                                che si tronchi la vita a un’innocente!

Respirate, contessa, e perdonate

al mio scortese ardire!

Golo, Golo è il fellon che dee morire.

 

geneviefa Non per amor di miserabil vita,

60                                ma sol perché tradita

mi confessi vivrò, per mille lodi

dar al Ciel, che protegge i suoi più fidi.

 

tagliavento       In questi opachi e solitari nidi[340]

rinselvatevi, presto![341]

65                                Fuggite: ed io dirò che vi sgozzai

e nel fiume vicin poi vi gettai!

 

geneviefa Così farò: Dio te lo paghi! addio.

 

tagliavento       Ahimè, che feci, a gran periglio espongo

mia vita, ché di Golo il fier commando

70                                preme ch’io rechi di costei la lingua.[342]

Ma buon ripiego! io svellerolla a un cane,

e già che di due volti è il traditore,[343]

abbiti doppia lingua e doppio core.[344]

 



                               ATTO TERZO

 

 

 

                                   SCENA PRIMA[345]

 

                                   Sifrido.

 

                                    Ahi, come mesto a rivedervi io torno,

tetti dell’onor mio tombe funeste![346]

Qui mi tradì la disleale impura

e qui sommergerò d’ogni mio giorno

5                                  tra pene atroci e tra mestizie infeste

la luce, e qui m’accingo a morte dura.

Ah fato iniquo e rigido!

Ah clima irato e torbido!

Qui, qui le mie vittorie,

10                                            qui, qui mie belle glorie

svanite omai languiscono,

sepolte imputridiscono.

Ah cruda femina,

peste dell’Erebo,

15                                            trofeo d’infamia,

cerasta, furia!

Pena, pena,

gemi,

fremi,

20                                            giù nel centro dei dolori![347]

Cogli, cogli

nei cordogli

dell’Averno

duolo eterno,

25                                            degna messe ai sozzi amori!

 

 

                                   SCENA SECONDA[348]

 

                                   Malisarda, Fiorino.

 

            malisarda E pur di tue follie,

                                   alma vaneggiatrice, il frutto mieti!

Amorose pazzie

de’ tuoi fioriti colser le rose,

5                                  or tra le spine in lagrimoso Averno

abbiti pur seguace al maggio il verno![349]

Povera disperata,

quanto meglio saria libar suavi

di discreto amor ne l’alma i favi,[350]

10                                che tra penosi orrori

sepolta e lacerata

maledir sempre i tuoi deformi amori!

 

fiorino       Misero me! non so trovar più pace;

15                                ovunque il passo aggiro

m’agita del mio duol torbida face;[351]

invan io piango e sospiro;

ah, Fiorin sfortunato,

Geneviefa morì,

un crudel, un sleale, ahi, la tradì.

 

malisarda Ecco Fiorin il tristo, il furbacciotto,

che qual torel ferito

cerca al muggiar la madre!

Ma ferma omai le piante,

25                                donzellotto inesperto!

La tua pazza padrona invan errante

per cercar qui t’inquieti,

ch’ella non sente il suon de’ tuoi lamenti!

 

fiorino       Menti, perfida strega infame, menti!

30                                Vecchia grinza e rantacosa,

feccia vil d’impurità,

arrabbiata, dispettosa,

madre ria d’iniquità,

Geneviefa la santa,

35                                la pudica, la bella,

ancor sue glorie vanta,

e se ben tramontò, sempre fia stella.[352]

 

malisarda Ah pazzo arrogantello,

aspetta pur ch’io ben saprò con questo

40                                – se ben sfiancata – bastoncel funesto

achetar il bollor del tuo cervello.

 

fiorino       A me, tu?

 

malisarda A te, sì.

 

fiorino       O via su!

 

45        malisarda Sta pur lì!

 

fiorino       Io sto qui, non mi parto: or via, che vuoi?

Ah, scorno di natura,[353]

non mi metti paura!

 

malisarda Tu sei scemo!

 

50        fiorino       Non ti temo!

malisarda Ti darò...

 

fiorino       Fuggirò!

 

malisarda Linguacciuto!

 

fiorino       Scelerata!

 

55        malisarda Mal cresciuto!

 

fiorino       Dispietata!

 

malisarda E che sì, che ti arrivo!

 

fiorino       Me ne rido,

ti disfido!

 

60        malisarda Oh che rabbia mi rode!

Io me ne vado, e a Golo il tutto avviso.

 

fiorino       Va’, che di un disleale

appellati a l’orgoglio!

Ah Dio, perché non ho petto di scoglio,

65                                perché non sono adulto

per vendicar con memorabil scempio

la fellonia del traditor, de l’empio!

 

 

                                   SCENA TERZA[354]

 

                                   Tagliavento, Golo.

 

            tagliavento       Così disse, e spirò: la lingua è questa.[355]

 

            golo            O chiave del mio cor troppo funesta!

O viperina,

o serpentina

5                                             fabra del mio martire!

Già più orgogliosa,

più disdegnosa

sprezzasti il mio morire?

Or che l’anima è disciolta,

10                                            di’ pur, stolta:

che ti valse il tuo rigore?

Paga, paga

la mia piaga:

così va chi sprezza amore.

15                                Ma dimmi, amico, e che facesti poi?

 

tagliavento       Nel fiume ancor spirante

sommersi il corpo, nel suo sangue essangue.[356]

 

golo             Tanto a punto dovea farsi di un angue!

In quel onde

20                                            sì profonde

le mie fiamme omai s’estinsero;

cor mio, godi,

ché que’ nodi

rotti son che sì ti strinsero!

25                                (Chi mi trasporta incauto?

Ah, che fiera passion dal cor trabocca!

Vuo’ con l’oro a costui chiuder la bocca.) (a parte)

Andiamo, amico, il guiderdon t’aspetta.

 

tagliavento       Altra mercè non vuo’ che mia retta.

 

 

                                   SCENA QUARTA[357]

 

                                   Rampino, ombra di Drogane, Malisarda, Golo.

 

            rampino     Oh che gran forza ha il moscatel di Taggia![358]

                                   Taglia le gambe e fa venir la mosca.

Il buon vin, chi non lo sa,

è il gabban de’ galeotti,

5                                              il bastone dei vecchiotti,

purché sia con purità.

De’ poeti egli è l’Apol,

delle Muse il calascione,[359]

de’ cantori il violone,

10                                            purché sia com’esser vuol.

 

drogane   Di Drogane defonto ombra tradita,

qui d’intorno m’aggiro[360]

dove lasciò la miserabil vita

l’innocente punito in un sospiro.[361]

 

15        rampino     Oh che gran forza ha il moscatel possente!

L’ombre mi fa veder, ma l’occhio mente;

ma se sei buon compagno, allon, monsiù!

Andiamo all’osteria; toccala, su!

 

drogane   Eccoti qui la mano!

20                                stringila quanto sai![362]

 

rampino     Ahi, ahi, ahi, ahi!

 

drogane   Va’, ch’allor sanerai[363]

che la tortora pura

al suo nido tornar lieta vedrai.[364]

 

25        rampino     Or sì che con la man fatta ad uncino

son del tutto Rampino![365]

 

malisarda Sentii gridar il mio fedel amico,

e me ne vengo ad aiutarlo presta.

Oh che larva funesta!

30                                Ahimè! Pietade, o Cielo!

Misera qui trambascio e qui mi gelo!

 

drogane   Fermati, rantacosa,

ché freme il Ciel contro tuoi pazzi amori,

perché sei fieno, e stai sempre sui fiori.[366]

35                                Sulla tomba il piè ti tituba,

e pur sei sempre più vana,

sempre più col mondo lubrica.[367]

Ti ravvolgi, anima insana,[368]

ma là giù, nel foco misero,

40                                piangerai quei dì che risero.

 

malisarda Pietà, perdono: oh Dio,

dammi dolor ch’agguagli il falir mio!

 

golo             Che fantasme? che larve? Il vino, il vino

fa traveder Rampino!

45                                Ma sian pur spettri orrendi, io me ne rido,

ch’a fiera guerra il ciel, l’inferno sfido.

 

drogane   Ed ancor Iddio nel ciel,

o infedel,

la tua lingua empia ferì.

 

50        golo             Ah perfido, ancor osi andar per qui?

Aspetta pur! Da questo acciaro invitto,

s’hai petto ancor, fellon, sarai trafitto!

 

drogane   Invan contro di me quel ferro impugni,

ch’impassibile, già spenta la noia,[369]

55                                m’accoglie in paradiso immortal gioia!

Tu fra tanto a pentirti il cor impiega,

ché colei che tradisti or te ne prega.

 

golo            Che sogno è questo? Ah, non è sogno già?

Io mi sento morir: cieli, pietà!

 

 

                                   SCENA QUINTA[370]

 

                                   Sifrido, Golo.

 

            sifrido        Oh che torbido affanno ognor mi cinge!

 

golo             Oh che funesta pena il cor mi stringe!

 

sifrido        Amico! E così dunque

mi lasciate languir ne’ miei martori?

 

5          golo             Signor! M’han dato al cor crudi dolori

che mi troncano, ahimè, tutto il respiro!

 

sifrido        Ed io mesto sospiro

che la perfidia mia,

ancor estinta, alla mia quiete è ria.[371]

 

10        golo             Io pur dal vostro duol sensibilmente[372]

sento passarmi il cor, strugger la mente.

 

sifrido        Mi racconsolo alquanto al vostro amore:

ma svelatemi, oh fido,

un sogno ch’ebbi e mi tormenta il core.

 

15        golo             Sogni vani, o Sifrido,

perché figli dell’ombre,

di menzogne son padri: or dite pure.[373]

 

sifrido        Tra solitarie selve e rupi oscure

mi parea sentire

20                                Geneviefa guaire.

Accorsi tosto, e vidi

che tra zanne un fier dragon l’avea,[374]

e qui, con soprasalto,

sentir mi dissi: «Ahi caro, io non son rea.

25                                Tu sì ch’avesti incauto il cor di smalto!».[375]

 

golo             Cieli, cieli, vi esalto,

che vi son veritadi ancor sognate!

Eccole qui svelate! Ah, non son vane!

Il dragon fu Drogane![376]

 

30        sifrido        A punto così va; ma perché dia

triegua ai nostri pensier la frenesia,

alle caccie v’invito in questo dì.

 

golo             Andate pur! vi seguirò col core.

Doglia crudel, ahimè, qui mi ferì!

 

35        sifrido        Curate, amico dolce, il vostro male,

ché con questo avrà pace il mio dolore.

 

golo             Così farò: vado a gettarmi in letto.

 

sifrido        Ed io m’accingo al boschereccio affetto.

 

 

                                   SCENA SESTA[377]

 

                                   Ombra di Drogane, Sifrido.

 

            drogane   Non partir, o Sifrido!

 

sifrido        Ahimè, che spettro offende or gli occhi miei?

Dimmi, dimmi chi sei!

 

drogane   Ombra del pio Drogane.

 

5          sifrido        Ah scelerato! ah cane! e tu sei qui

per funestarmi ancor con l’ombre i dì?

 

drogane   Frena, deluso conte, i tuoi furori:

ben compatibil sei, cieco agli errori![378]

Innocente son io: tra luci belle

10                                dell’empireo teatro

m’ingemman dolci e gloriose stelle.[379]

 

sifrido        Dunque tradito fui?

 

drogane   Fusti tradito.

 

sifrido        E fu la donna mia sempre innocente?

 

15        drogane   Innocente ella fu: pazzo delirio

di sfrenato amator gli diè martirio.

 

sifrido        E chi fu quel fellon che osò cotanto?

 

drogane   Semplice, nol conosci e ’l porti a canto?[380]

 

sifrido        Oh Dio, Golo sarà! Drogane, aspetta!

 

20        drogane   No, no, ch’io vado a rigioire in fretta.[381]

 

 

                                   SCENA SETTIMA[382]

 

                                   Sifrido.

 

                                    Ah tradito Sifrido!

Ah dolce anima mia,

spenta da sozzi amori,

da sacrileghi ardori

5                                  di scelerato infido!

Piangete, occhi eclissati,[383]

del vostro sol le tenebre;

e voi, cieli sdegnati,

al mio cordoglio funebre

10                                conquidete,[384]

distruggete

questo cor che selce fu!

Non più vita, Sifrido, ahimè, non più!

Di pudicizia reciso

15                                            secco per me langue il fiore.[385]

Da me, crudel, fu conquiso

delle mie glorie l’onore.[386]

Or qual tormento mi aspetti

lo sa giustizia schernita;

20                                            già sgrida i rigidi affetti[387]

bella innocenza tradita.

E tu, d’infedeltà livido mostro,

non già quel che sognai

ma quel che troppo amai,

25                                d’ogni mio male autor, nonché presago,

fusti crudele il coccodrillo, il drago![388]

 

 

                                   SCENA OTTAVA[389]

 

                                   Fiorino, Sifrido.

 

            fiorino       Povero me, per qui ne van fantasme!

Il Ciel irato con ragion ci sgrida!

 

sifrido        Ecco Fiorin! Oh Dio, della mia fida

questi già caro fu! Mi scoppia il petto

5                                  a vederlo sì mesto.

 

fiorino       Signor, ed ancor desto

dal letargo non sete? Il Ciel cruccioso

contro di voi s’accende,

perché dell’empio Golo

10                                credeste incauto alle tartaree frodi.

 

sifrido        Purtroppo è ver, Fiorino!

Ma, lasso me, spezzati

veggo e non disciolti i nodi.

Tardi mi avvisa il mio destin crudele:

15                                la mia bella morì.

 

fiorino       Purtroppo è vero, ahi, sì.

 

sifrido        Dunque mora il traditore!

 

fiorino       Dunque mora l’infedele!

 

sifrido        Sì, sì, svenato.

 

20        fiorino       Sì, sì, sbranato.

 

sifrido        Sì, pascolo alle fiere,

il dispietato.

 

fiorino       Oh scellerato!

 

sifrido        Gema, peni là giù tra l’alme nere!

 

25        fiorino       Ma dia col corpo pascolo alle fiere!

 

sifrido        Va’, mio Fiorino, e mira

se nella sua magione

ricovrossi il fellone,

ch’io fra tanto darò gli ordini esatti

30                                perché tra lacci oscuri

gema sepolto di mia morte il reo.

 

fiorino       Tanto farò! Vendetta

grida il sangue innocente: or che s’aspetta?[390]

 

sifrido        Mentre là tra le selve,

35                                cacciator infelice,

n’andrò dolente ad irritar le belve

che mi sbranino il core,

farò cinger di lacci il traditore!

Sento ch’interna voce

40                                m’invita ai boschi a ricercar le stille

del puro sangue mio ch’empio versai![391]

Ah Sifrido! ah crudel! che festi mai?

 

 

                                   SCENA NONA[392]

 

                                   Geneviefa e voci d’angioli.

 

            geneviefa Questa dove sepolto il giorno giace[393]

solitaria selvetta,

se ben incolta, palida e negletta,

al mestissimo cor purtroppo piace.

5                                  Dalle cure del mondo

qui mi ritiro a terminar cadenti

i miei giorni dolenti.

Qui tra le fiere almeno

avrò più cortesia che tra’ mortali

10                                velenosi e sleali.

E tanto più sereno

mi sarà quest’orror, quanto più accorti

fuggiran miei pensier l’inique corti.[394]

 

            angioli                  Tortorella

15                                            tutta bella,

fa pur core!

che t’assiste in questi boschi

così foschi

col suo lume il tuo Signore!

 

20        geneviefa Oh Dio consolatore,

a me queste delizie?

Longi, longi dal petto, atre mestizie:

qui frena il mio dolor celeste riso,

ché trovai tra le belve il paradiso.

 

25        angioli                  Colombetta

semplicetta,

vivi e godi,

che di te tutto geloso,

Cristo sposo

30                                            ben sciorrà l’inique frodi![395]

 

geneviefa O dolcissimi nodi,

stringete pur le viscere,

ché dal mondo i pensier qui voglio sciogliere!

Legatemi a quel Dio che, tutto affetto,

35                                per poterlo bear brama il mio petto.

 

 

                                   SCENA DECIMA[396]

 

                                   Un angelo con un crocefisso, Geneviefa.

 

            angelo       Dal Re sovrano al cui terribil sguardo

si curvano le sfere e gli elementi,

vengo, o candido fior degl’innocenti,

a recarti d’amor un dolce dardo.

5                                             Questo è quel che fu svenato

amoroso Redentore,

che die’ l’alma, aperto il core,

per il mondo empio ed ingrato.

Innocente,

10                                            fu tradito;

Dio possente,

fu schernito.

Per dar vita a te morì,

lo ferì,

15                                            più che morte, atro delitto;

fu confitto,[397]

ma pregò

per colui che lo piagò.

Ai lamenti,

20                                            nei tormenti,

mai la bocca non aprì.[398]

Or respira e gioisci,

che spettacolo sei d’angeli belli!

Con questo dolce tuo tutta t’unisci,[399]

25                                e non temer d’Averno i spirti felli,

ch’io per apparecchiarti il trono in cielo

all’Empireo ritorno e mi ti celo.

 

geneviefa Aspetta, o luminoso!

L’anima fastidita

30                                teco ne porta a più prezzabil vita![400]

 

angelo       A suo tempo verrà tuo dolce Sposo

per arricchirti di perpetuo viso:[401]

addio! ci rivedremo in paradiso!

 

 

                                   SCENA UNDICESIMA

 

                                   Geneviefa ed il Crocefisso.

 

            geneviefa Amoroso traffitto,

delle pupille mie lume più puro,

a Te mi volgo e giuro

che le tue piaghe belle

5                                  saran sempre al mio cor cardini e stelle.[402]

Alla spelonca io vado

ad infiorarla di selvaggi onori[403]

perché talamo fia dei nostri amori.

Oh Dio! Ben è di sasso

10                                chi non s’attenerisce a tai prodigi!

Vieni, vieni, o Signor! Con questi chiodi[404]

delle sciagure mie fissa la ruota[405]

perché l’anima accesa ognor ti lodi.

A’ tuoi piè che, se ben piagati,

15                                            calcano, o Caro, tutto l’inferno,

de’ miei pensieri appendo legati

i movimenti con nodo eterno.

Del tuo costato nel porto fido[406]

– l’alma sicura dal mondo insano –

20                                            già del suo mare lieta mi rido:

qui mi minaccia, qui freme invano.

 

il crocifisso        Figlia del sangue mio, del mio dolore,

per sentiero spinoso

si camina a godere:

25                                chi tra caduchi fior pianta il suo core

non può mai venturoso[407]

gioir lassù sopra l’empiree sfere.

Io che son Re di gloriosi regni,

malamente pagato,

30                                stranamente piagato,[408]

tutti del Padre mio soffersi i sdegni.

Mira queste ferite:

son di quelli ch’amai,

di color che formai pegni immortali![409]

35                                Mi confisser sleali,

e pure al Padre mio per lor pregai!

Tu, se brami gioire,

leggi su questa croce il mio patire.

 

geneviefa Sì, sì, caro adorato,

40                                pene, pene e rigori

nel tuo petto squarciato

fonte dell’alma mia

assetata pur sian!

Son dolci i tuoi dolori,

e mi son le tue spine ameni fiori.

 

 

                                   SCENA DODICESIMA[410]

 

                                   Sifrido, da cacciatore.

 

                                    Sia pur de’ miei seguaci

svelto il piè, desto il core,

a far smacchiar le fugitive belve[411]

che s’accovacchian fra romito orrore,[412]

5                                  ch’io, dall’empio destino

rapito a sviscerar l’animo afflitto,[413]

tra quest’ombre m’aggiro

e l’estinto mio sole

nelle tenebre mie piango e sospiro.

10                                Porto meco la fiera, e pur la caccio

in queste opache selve:

qui, miei crudi pensier, fuste le belve[414]

che svenaste il mio ben per cui mi sfaccio.

Qui la casta tortorella

15                                            diede al Ciel l’anima pura;

qui di morte – ahi – nube oscura

m’eclissò mia cara stella!

Ruscelletti

garruletti[415]

20                                            del mio cor che fu sì fiero,

del mio petto aspro e severo,[416]

con ragion voi mormorate;

ma cresciuti all’onda amara

ch’io qui verso alla mia cara,

25                                            di colui che sasso fu[417]

mormorate ancora più!

Al ronzar de’ cespugli

qualche timida damma or qui s’appiatta:

sì, sì, svelta cervetta

30                                pur ora si rintana in quella grotta;

voglio farla smacchiar con questo strale,

ma che fiero ribrezzo al cor m’assale.

 

 

                                   SCENA TREDICESIMA[418]

 

                                   Geneviefa, Sifrido.

 

            geneviefa Fermati, o tu che tenti

profanar co’ tuoi strali

queste selve fatali,

che son sacrate ai poveri innocenti!

 

5          sifrido        Oh Dio, che dolci accenti

mi sospendono l’alma: ollà, chi sei

tu che m’affreni il passo?

 

geneviefa Son povera tradita

che tra le fiere sol trovai la vita.

 

10        sifrido        Ahimè, tutto mi gelo,

ché forse qui vuol castigarmi il Cielo.

Dimmi, dimmi chi sei.

 

geneviefa Io sono, io son colei

che trova in grembo alle tempeste il porto.[419]

 

15        sifrido        Ancor non ti capisco:

sei forse anima nuda[420]

che purghi in questi orrori

i tuoi commessi errori?

 

geneviefa I’ non commessi errori,

20                                non purgo, no, ch’è il Cielo in questi orrori.[421]

 

sifrido        Alfin dimmi chi fusti,

quando al mondo vivesti.

 

geneviefa             Fui l’amata,

l’adorata

25                                            di un incauto cavagliero;

ma, tradita,

fui punita

senz’error da un cor severo.

 

sifrido        Ah cieli! ah sorte ria!

30                                Tu dell’anima mia l’anima sei!

Perdona, o cara, e ne’ miei tristi omei

del deluso mio cor prendi il dolore.[422]

 

geneviefa Dolce sposo e signore,

frenate il pianto, e mia felice sorte

35                                lodate pur col sollevarmi al cielo,

ch’a viver imparai sotto la morte.

 

sifrido        O mia vita, che riedi

dall’empirea magion per qui bearmi,

dimmi se lece ad un crudel ingrato

40                                stringersi al mesto sen spirto beato.

 

geneviefa Sifrido! ancor di questa fragil spoglia

l’anima mia serva del ciel si veste.[423]

 

sifrido        Tu mi lusinghi, o cara, in dolce sogno,

ma son troppo per me tue gioie meste.

 

45        geneviefa No, no, ch’io vivo! ah, rasserena il ciglio.

 

sifrido        So che già fuor di questo duro esiglio

vivi, o bella, lassù, dove la vita

di gloriosi onor regna arrichita.

 

geneviefa Io vivo ancor, Sifrido,

50                                e se tuo cor al mio parlar non crede,

dona agli abbracci fede.

 

sifrido        E non fusti sgozzata?

 

geneviefa No, ch’ancor compatimmi alma spietata.

 

sifrido        O mia cara, o mio core,

55                                ecco qui quel ingrato

che si scordò del tuo pudico amore!

Su, prendi questo stral! ferisci! ancidi!

Vendica i torti tuoi! che fai? tu ridi?

 

geneviefa Rido sì, per dolce gioia

60                                che trionfi la mia !

Stringi pur, sgozza ogni noia:

Iddio degl’innocenti alfin è re.

 

sifrido        O mia bella!

 

geneviefa O mio signore!

 

65        sifrido        O mia stella!

 

geneviefa O dolce amore!

 

sifrido        O mia fida!

 

geneviefa O mio conforto!

 

sifrido

70        e geneviefa          O cieli tutti affabili,

                                   che per onde sì instabili

conducete a gioir l’anime in porto.

 

sifrido        Andiamo, amica, a trionfar degli empi!

Golo l’infame, apunto,

in quel atra prigion che voi doraste[424]

75                                delle sue fellonie la pena aspetta.

 

geneviefa Addio, cara selvetta!

Io tornerò ben presto

a respirar al Ciel sotto i tuoi mirti.[425]

Qui venturosa, qui

80                                chiuderò lieta ancor l’ultimo dì.

 

 

                                   SCENA QUATTORDICESIMA[426]

 

                                   Golo e Rampino, in due prigioni.

 

            golo            Ahimè, chi mi consola

disperato, infelice in questa tomba?

E come ancor non piomba

fulmine irato a incenerirmi il core?

5                                  Perché non t’apri, inferno, al mio dolore?

 

rampino     Povero me, che già delle mie frodi

si son scoperti i nodi!

Già delle tue follie, torbido petto,

sai che la pena aspetto.

10                                Così termina quel ch’al suo desio

non sa prefigger Dio.[427]

Ah piangi, anima dura,

tuoi dì sì negri in questa notte oscura!

 

golo             Rampin mio dolce e caro?

 

15        rampino     Golo padrone amaro?

 

golo            Ancor tu sei sepolto?

 

rampino     Sì, sì, le nostre colpe, ahimè, ci han colto!

 

golo             Miseri noi, già ci castiga il Cielo!

 

rampino     E con ragion! Ahimè, tutto mi gelo!

20                                Voi altri giovinotti,

sgherri capricciosi e zerbinotti,[428]

con questi vostri amori

fabbricate le forche ai servitori.

 

golo             Taci, perché mi dai maggior tormento?

 

25        rampino     Maledetto quel dì che fui contento![429]

 

 

                                   SCENA QUINDICESIMA[430]

 

                                   Malisarda, Rampino e Golo, di prigione.

 

            malisarda Non più follie, non più!

Mio cor, spezzati omai

per detestar con lagrimosi lai

quel amor che tradì tua gioventù!

5                                  Ahi! com’ombre passorono

miei tenebrosi dì;

i miei fior si seccarono

senza odor di virtù: non è così?

Non è così? Deh, rigido

10                                            mio petto, or che farò?

Ancor sei gelo, o frigido,

ma col fuoco del Ciel ti struggerò!

Ben è tempo di piangere

la mia mal spesa età!

15                                            Chi sa? Coi sospir frangere

potrò nell’alma mia tanta empietà.

 

rampino     Ahi, che dolor! non è più tempo, no,

d’amorose pazzie, troppo lo so!

 

golo                        Malisarda, eccomi qui,

20                                            son il perfido inumano

che quel bel che mi ferì

fei svenar con empia mano:

ma dal Ciel giusta vendetta

sul mio capo – oh Dio! – s’aspetta.

 

25        malisarda Ah Golo, i nostri errori

fan già strider le stelle,

già fremono del ciel giusti furori,

che due belli innocenti

per nostra fellonia giacciono spenti.

 

30        malisarda,

rampino

e golo                     Sì, sì, già i cieli fremono,

                                    sì, sì, già biechi mirano

                                    la nostra iniquità:

si turbano

s’adirano,

35                                            già con saette stridono

sulla nostra empietà.

 

 

                                   SCENA SEDICESIMA

 

                                   Fiorino, Malisarda, Golo, Rampino.

 

            fiorino       Sì, sì, cantate pure

perfidi senza , senza pietà,

che poi nell’ombre oscure

de’ sotterranei chiostri,

5                                  giù tra lividi mostri,

punita gemerà

la vostra fellonia, la crudeltà.

 

malisarda Senti, Fiorin mio bel, placido ascolta.

 

fiorino       Ed osi ancor mirarmi, o vecchia stolta?

 

10        golo            O bel Fiorin, dove si trova il conte?

 

fiorino       Ei se ne vien vendicator dell’onte:

scelerato,

traditore,

dispietato,

15                                senza core,

morirai!

Mille morti per te non sono assai![431]

 

rampino     Ah Fiorin, con ragione ver’ noi t’adiri!

Ma senti un poco, senti...

 

20        fiorino       Ah feccia de’ viventi,

spione, infame,

ladro, assassino!

 

rampino     Basta, per dirmi tutto, il dir Rampino.

 

 

                                   SCENA DICIASSETTESIMA

 

                                   Tagliavento, Malisarda, Fiorino, Golo, Rampino.

 

            tagliavento       Ecco che torna il conte: ah voi fuggite,

vecchia vaneggiatrice,

ch’ei non vi trovi qui!

 

malisarda Lascialo pur venir! castigatrice

5                                  sarà sua destra de’ miei sozzi dì!

 

golo            Oh Dio, ch’ei vien per vendicar suoi torti!

 

rampino     Ahi Tagliavento, e che novelle porti?

 

fiorino       Torna dai boschi Sifrido,

ma s’egli cerca le fiere,

10                                in queste carceri il nido

han le più crude e severe.

 

tagliavento       O come giubilo,

o quanto godo!

E ben della diletta

15                                la non estinta luce a lui tradito

a raccontar m’accinsi,[432]

ma, da malinconia torbida oppresso,

mai m’accolse all’udito:

or tanto più gradito,

20                                quanto men preveduto,

rallegra il ben trovato e poi goduto![433]

Tagliavento, non più stragi!

Lascia omai d’esser sì sgherro!

Sprezza Marte, il dio di ferro,

25                                ch’hai dal Ciel chiari i presagi:

ah che sol da Dio protette

son le pure colombette. (parte)

 

golo            Che mormorò costui?

Egli, che pria solea

30                                vezzeggiarmi ad ogni ora,

s’aggionge al mio dolor mentre m’accora!

 

malisarda Troppo lieto partì, di noi non cura.

 

fiorino       Taci, gabrina, taci,[434]

che solo col parlar mi fai paura.

 

35        rampino                 Non più di socco giulivo[435]

s’adorni il core notturno,

ch’io già sto qui semivivo

calzando mesto coturno.

Lascio del mondo i pensieri

40                                            e sol m’accingo a morire;

lascio ai mondani i piaceri,

lascio ai zerbini il languire.[436]

Lascio agli avari i tesori,

lascio ai superbi i disprezzi,

45                                            lascio ai più vani gli onori,

lascio alle femmine i vezzi.[437]

 

malisarda Ah taci omai, che viene il Palatino!

 

fiorino       A punirvi ei verrà: fa cor, Fiorino!

 

 

                                   SCENA DICIOTTESIMA E ULTIMA

 

                                   Sifrido, Geneviefa ed i sopradetti

 

            sifrido        O quanto più felice

a rivederti io torno,

palazzo degli incanti,

teatro di mia sposa ai pensier santi![438]

5                                  Di mostri anfiteatro,

de l’onor mio, del mio dolor teatro.

 

malisarda Che miro, o Cieli? e quella

non è la sua svenata tortorella?

 

golo             Ahimè, purtroppo è vero:

10                                il Cielo, il Ciel pietoso,

contro di me ben a ragion severo,

la ritornò risorta al dolce sposo!

 

geneviefa A voi, dell’alma mia padre e custode,

gran Dio degl’innocenti,

15                                si dia tutto l’onor, tutta la lode!

 

fiorino       Mia signora!

 

geneviefa Mio Fiorino!

 

fiorino       E voi vivete ancora?

O felice destino!

 

20        geneviefa O mio donzel diletto![439]

 

fiorino       O mia contessa amata!

 

geneviefa O mio fedel Fiorin, sei tutto affetto!

 

fiorino       O mia dolce, o mia cara, o sospirata!

 

geneviefa,

25        fiorino

e sifrido                 Viva del Ciel generoso

                                    la Providenza beata,

                                    che per un mal procelloso

                                                ci scorse a calma sì grata.[440]

 

sifrido        Or venga pur lo scelerato, e quivi

pria lo calpesti, o cara, il vostro piede,[441]

30                                già che trionfator pudico riede,[442]

e poi, smembrato, il rio fellon non vivi!

 

malisarda Se il magnanimo core,

o tradita innocente,

delle mie crudeltà non prende orrore,

35                                eccomi a’ vostri piè tutta contrita,

se ben degna di morte, a prender vita![443]

 

geneviefa Madre, non vi struggete,[444]

sol che per annegar le colpe in pianto.

Iddio, come vedete,

40                                gl’innocenti protegge, e sotto il manto

della sua providenza ognuno accoglie.

Voi deste al mondo i frutti, a Lui le foglie:[445]

procurate che sia

l’anima vostra alfin più giusta e pia.

 

45        malisarda Con sì felice essempio

mi faccia Iddio della sua grazia tempio.

 

golo            Eccovi, o donna generosa e forte,

a’ vostri piè lo scelerato impuro,

il fellon, lo spergiuro

50                                che tradì l’amicizia,

che sprezzò la pietà, la pudicizia!

Mille morti son poche al mio fallire:

basta sol per morire ogni momento

rimembrar vostra , mio tradimento.

55                                            Calpestate, o saggia, o pura,

questo cor che vi tradì;

condannate a morte dura

quel crudel che tanto ardì.

 

geneviefa Respirate: la vita,

60                                caro Sifrido, di costui dimando,

purché de’ falli suoi pentito sia.

 

sifrido        O troppo dolce, almen ne vada in bando:

troppo fuste pietosa

con un sicario crudo, anima mia.

 

65        golo             Sì, sì, maggior martire

darmisi non potea che il non morire.

N’andrò, fiera inumana,

ad abitar, a funestar le selve,

e in solitaria tana

70                                apprenderan dal mio rigor le belve!

 

rampino     Eccomi qui, madama! Io son quel io,

quel Rampin ruginoso,[446]

di cui servissi Golo il traditore

per scorticarvi e per pescarvi il core.

 

75        geneviefa E pur a te perdono,

purché cangi costumi

ed apri al Ciel della ragione i lumi.

 

rampino     O me felice! o maraviglia strana,

ecco mia man già sana.

80                                Ben disse l’ombra: o Cieli,[447]

quanto vi devo, or ch’al suo nido bella

torna la tortorella.

 

sifrido        Andiamo, anima mia, ch’al pio Drogane

poi sacreremo i funerali onori.

 

85        geneviefa Ahi! degno è ben di gloriosi allori!

 

sifrido                    Non più martiri.

 

geneviefa             Non più sospiri.

 

sifrido                    Svanisca il pianto.

 

geneviefa             Si muti in canto.

 

90        sifrido                    A Dio le glorie

 

geneviefa             dan mie vittorie;

 

sifrido                    già non più muta,

riconosciuta,

 

geneviefa

95        e sifrido                 l’innocenza gioisce, il cielo applaude:

                                               a Dio gl’inni festosi! a Dio la laude!

 

 

           


EPILOGO

 

 

 

                                   Coro.

 

                                                Inganni, prendete licenza!

È giunto quel giorno felice

in cui della pura innocenza

rinasce la bella fenice.

 

 

Il fine.


 

 


Tavola delle abbreviazioni

 

 

Cane di Diogene

Francesco Fulvio Frugoni, Il cane di Diogene, Venezia, Antonio Bosio, 1687-1689, 7 voll.

 

Crusca 

Lessicografia della Crusca in rete, banca dati, https://www.lessicografia.it (ultima consultazione: 04/12/2025); di norma i lemmi sono riscontrati sulla seconda edizione del Vocabolario (1623); nei casi in cui fossero riscontrati sulla terza (1691), è stata indicata la data.

 

Epulone

Francesco Fulvio Frugoni, L’Epulone, opera melo-dramatica, esposta con le prose morali-critiche, Venezia, Combi & La Noù, 1675.

 

Eroina intrepida

Francesco Fulvio Frugoni, L’eroina intrepida, overo La duchessa di Valentinese. Istoria curiosissima del nostro secolo, Venezia, Combi & La Noù, 1673, 4 voll.

 

GDLI

Grande dizionario della lingua italiana (Torino, UTET, 1961-2002; Supplementi, 2004-2009), prototipo di edizione digitale, https://www.gdli.it/ (ultima consultazione: 04/12/2025).

 

Lapucci, Proverbi

Carlo Lapucci, Dizionario dei proverbi italiani, Milano, Mondadori, 2007.

 

Pierio Valeriano, Hieroglyphica

Giovanni Pietro Dalle Fosse, detto Pierio Valeriano, Hieroglyphica, sive De sacris Aegyptiorum aliarumque gentium literis commentarii, Basileae, Per Thomam Guarinum, 1575.

 

Ripa, Iconologia

Cesare Ripa, Iconologia, a cura di Sonia Maffei, testo stabilito da Paolo Procaccioli, Torino, Einaudi, 2012.

 

Ritratti critici

Francesco Fulvio Frugoni, I ritratti critici, abbozzati e contornati, Venezia, Combi & La Noù, 1669, 3 voll.

 

Rohlfs, Grammatica

Gerhard Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, [trad. di Salvatore Persichino, Temistocle Franceschi, Maria Caciagli Fancelli], Torino, Einaudi, 1966-1969.

 

Serianni, Italiano

Luca Serianni, Italiano, con la collaborazione di Alberto Castelvecchi, Glossario di Giuseppe Patota, Milano, Garzanti, 20022.

 

T-B

Niccolò Tommaseo, Bernardo Bellini, Dizionario della lingua italiana, Torino, UTET, 1861-1879, versione elettronica, https://www.tommaseobellini.it (ultima consultazione: 04/12/2025).

 

Tosi, Sentenze

Dizionario delle sentenze latine e greche, a cura di Renzo Tosi, Milano, Rizzoli, 1997.

 

Vergine parigina

Francesco Fulvio Frugoni, La vergine parigina, Venezia, Combi & La Noù, 1661, 3 voll.

 

 


Bibliografia

 

 

Scritti di Francesco Fulvio Frugoni*

 

Il Tribunal della Critica, a cura di Sergio Bozzola e Alberto Sana, Parma, Fondazione Pietro Bembo/Guanda, 2001.

 

La guard’infanteide. Poema giocoso di Flaminio Filauro, Perugia, Pietro Tomassi, 1643.

 

Le vittorie di Minerva, overo La virtù trionfante de’ vizi. Gran balletto di madama la Duchessa di Valentinese, danzato in Monaco l’anno 1655, Genova, Benedetto Guasco, s. d.

 

 

Scritti su Francesco Fulvio Frugoni

 

Bozzola, Sergio, Contributo alla storia dell’ortografia. F. F. Frugoni e il secondo Seicento, «Studi di grammatica italiana», XVI, 1996, pp. 75-118.

_______________, Glossario frugoniano, «Studi di lessicografia italiana», XIV, 1997, pp. 153-282.

Canova, Matteo, Francesco Fulvio Frugoni librettista: commento a Innocenza riconosciuta (1653), Le vittorie di Minerva (1655), Epulone (1675), in Teatro e teatralità a Genova e in Liguria: drammaturghi, registi, attori, scenografi, impresari e organizzatori, a cura di Federica Natta, Bari, Edizioni di Pagina, 2014, vol. III, pp. 47-73.

Conrieri, Davide, Scritture e riscritture secentesche, Lucca, Pacini Fazzi, 2005.

Marini, Quinto, Frati barocchi. Studi su A.G. Brignole Sale, G.A. De Marini, A. Aprosio, F.F. Frugoni, P. Segneri, Modena, Micchi, 2000.

Raimondi, Ezio, Letteratura barocca. Studi sul Seicento italiano, Firenze, Olschki, 19822.

Zandrino, Barbara, Il mondo alla rovescia. Saggi su Francesco Fulvio Frugoni, Firenze, Alinea, 1984.

 

 

Altri scritti

 

Allacci, Leone, Drammaturgia accresciuta e continuata fino all’anno mdcclv, Venezia, Giambattista Pasquali, 1755.

Aubert, Roger, Geneviève de Brabant, in Dictionnaire d’histoire et de géographie ecclésiastiques, XX, Paris, Letouzey et Ané, 1984, coll. 454-455.

Bergh, Karel van den, Genoveffa, in Bibliotheca sanctorum, Città del Vaticano/Roma, Istituto Giovanni XXIII della Pontificia Università Lateranense/Città Nuova Editrice, vol. 6, 1965, col. 156.

Bibliothèque de la Compagnie de Jésus, nouvelle édition par Carlos Sommervogel, II, Bruxelles-Paris, Schepens-Picard, 1891.

Bisi, Monica, Il velo di Alcesti. Metafora, dissimulazione e verità nell’opera di Emanuele Tesauro, Pisa, ETS, 2011.

___________, Poetica della metamorfosi e poetica della conversione: scelte formali e modelli del divenire nella letteratura, Bern, Lang, 2012.

Caussin, Nicolas, La cour sainte, vol. IV, L’empire de la raison sur les passions, Paris, Sebastien Chappelet, 1642.

Ceriziers, René de, L’innocenza riconosciuta, descritta in lingua francese dal p. Renato Ceriziers della Compagnia di Giesù, tradotta nell’italiana da Lodovico Cadamosto, Milano, per Filippo Ghisolfi, ad instanza di Gio. Battista Cerri, 1644.

Coens, Maurice Geneviève de Brabant, une sainte? Le terroir de sa légende, «Bulletins de l’Académie Royale de Belgique», 46, 1960, pp. 345-363.

Dinaux, Arthur, Les trouvères brabançons, hainuyers, liégois et namurois, Paris/Bruxelles, Techener/Heussner, 1863.

Frare, Pierantonio, Leggere «I promessi sposi», Bologna, il Mulino, 2016.

Genoveffa di Brabante. Dalla tradizione popolare a Erik Satie, a cura di Alfonso Cipolla, Torino, Edizioni SEB27, 2004.

Gigliucci, Roberto, Tragicomico e melodramma. Studi secenteschi, Milano-Udine, Mimesis, 2011.

Maira Niri, Maria, La tipografia a Genova e in Liguria nel XVII secolo, Firenze, Olschki, 1998.

Mioli, Piero, Recitar cantando. Il teatro d’opera italiano, I, Il Seicento, Palermo, L’epos, 2008.

Molanus, Jan, Natales Sanctorum Belgii, Duaci, Typis viduae Petri Borremans, 1616.

Morando, Simona, Modernità e affetti nel Seicento letterario, in Moderno e modernità: la letteratura italiana, Atti del XII Congresso dell’Associazione degli Italianisti, Roma, 17-20 settembre 2008, a cura di Clizia Gurreri, Angela Maria Jacopino, Amedeo Quondam, redazione elettronica di Emilio Bartoli, Roma, Sapienza Università, 2009, https://www.italianisti.it/pubblicazioni/atti-di-congresso/moderno-e-modernita-la-letteratura-italiana/Morando%20Simona.pdf .

Noero, Raffaella, Le destin d’Aurelia Spinola, une aristocrate du XVIIe siècle partagée entre Gênes, Monaco et la France, «Annales monégasques», I, 32, 2008, pp. 79-118 e II, 33, 2009, pp. 98-130.

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Staffieri, Gloria, «Versi, macchine e canto»: il teatro in musica del Seicento, in Musiche nella storia. Dall’età di Dante alla Grande Guerra, a cura di Andrea Chegai, Franco Piperno, Antonio Rostagno, Emanuele Senici, Roma, Carocci, 2017, pp. 131-187.

Weaver, Robert Lamar - Weaver, Norma Wright, A chronology of music in the Florentine theater, 1590-1750. Operas, prologues, intermezzos and plays with incidental music, Detroit, Information coordinators, 1978.

 



 



[1] Cfr. Claudio Sartori, I libretti italiani a stampa dalle origini al 1800, III, cit., p. 461.

[2] Cfr. Ritratti critici, III, p. 698; Cane di Diogene, VII, p. 855.

[3] https://www.usc.gal/goldoni/bancadati/142 [ultima consultazione: 02/12/2025].

[4] Come da convenzione per i testi pubblicati nella «Banca dati del teatro pregoldoniano», le norme editoriali riprendono quelle dell’Edizione Nazionale delle Opere di Carlo Gozzi.

[5] L’Innocenza entra in scena e si fa riconoscere come messo celeste inviato a sollecitare una lettura morale del dramma (vv. 23-24: «io ne vegno / da quel beato regno a farvi accorti / de l’altrui crudeltà, de’ nostri torti»), imperniato, come già anticipa il titolo, sull’«innocenza» della moglie prima perseguitata e infine «riconosciuta» dal marito e trionfante. La prosopopea della virtù nel prologo svolge dunque la funzione di fornire una chiave di lettura morale agli spettatori. I concetti relativi alla descrizione dell’Innocenza verranno ripresi nel Prologo dell’Epulone, vv. 190-223, e commentati da Frugoni nei relativi Moralizzamenti critici, ivi, pp. 420-430.

[6] eterea magion: l’Empireo; ma il sintagma è classico (cfr. l’«aetheria domo» di Orazio, Carm. I, 3, 29).

[7] ingemma: ‘illumina’ nel senso di ‘nobilita’, con riferimento alla teoria delle virtù celesti provenienti dalle stelle.

[8] primavera: come si legge nei Moralizzamenti critici, XLVIII (in Epulone, p. 423), l’Innocenza «è somigliata alla Primavera, che suol rider tra le tempeste che la flagellano» (metafora dell’innocenza trionfante sulle calunnie).

[9] conoscete: ‘riconoscete’, rivolto al pubblico; regge una subordinata strumentale nella forma a + sostantivo (cfr. Rohlfs, Grammatica, 798), che a sua volta regge una relativa; segue un tricolon che ripete il modulo, specificando i «fiori» che caratterizzano la figura dell’Innocenza, «amaranti», «ligustri», «gigli», simboli di purezza e di immortalità. Cfr. l’immagine dell’Innocenza descritta da Ripa, Iconologia, 201.1: «Verginella, vestita di bianco, in capo tiene una ghirlanda di fiori».

[10] disumani petti: ‘duri cuori’.

[11] mortal ... tradita: [innocenza] spesso tradita da una malvagità (fellonia) che mette in pericolo di morte (mortal).

[12] Regnator: «nella tradizione cristiana, come titolo dato a Dio o a Cristo» (GDLI); monarca sarà apposizione.

[13] suburbani alberghi: ‘dimore periferiche’; Treviri era tra le principali città della Renania, nonché città imperiale sotto Carlo Magno; nella finzione del dramma, Sifrido abita un palazzo nella cerchia suburbana della città. Da notare la gerarchizzazione alto-basso tra l’«alto soglio» di Dio e i «suburbani alberghi» umani, a indicare una subordinazione del potere umano al potere divino.

[14] de l’altrui ... torti: il parallelismo sottolinea la funzione morale del dramma, per cui riconoscere la «crudeltà» degli altri deve allenarci a riconoscere i nostri «torti».

[15] errori: nel senso di ‘peccati’; l’omoteleuto con amori lascia intendere la peccaminosità del sentimento e il male che vi si annida

[16] vedrommi uccidere: ‘mi vedrò assassinata, mi capiterà di essere assassinata’, cioè a prevalere sarà l’inganno, l’apparente tradimento della moglie verso il marito.

[17] vv.29-31 ma d’un’anima ... ridere: ‘ma, diventata pura stella di un’anima bella (cioè resasi manifesta l’innocenza di Geneviefa), sarà poi mia sorte gioire (ridere)’.

[18] Longi: ‘lungi’, vale ‘lontano da me’ e indica una «ripulsa di fatti spiacevoli» (GDLI).

[19] mondani: ‘peccatori’.

[20] tortore e cigni: animali che simboleggiano, per il bianco delle loro penne, purezza e innocenza (corrispondono, come significato, ai fiori elencati ai vv. 5-10).

[21] anime felle: evidente la connotazione infernale, e quindi peccaminosa (cfr. Dante, Inf. VIII 10, ma anche Tasso, Ger. lib. XIII 7, 5).

[22] pure colombelle: la colomba è tradizionalmente simbolo di purezza, sinonimo di innocenza (cfr. Ripa, Iconologia, 318.2).

[23] serbate ... insania: ‘riservate solamente alla follia d’amore’; invito a rivolgere l’attenzione non a ordire inganni, ma a ‘catturare’ la propria follia amorosa. Memoria ariostesca, da Orl. fur. XXIV 1, 1-4: «Chi mette il piè su l’amorosa pania, / cerchi ritrarlo, e non v’inveschi l’ale; / che non è in somma amor, se non insania».

[24] I.1. Il colloquio tra padrone e servo si svolge sotto il segno del contrasto tra registri, come da tradizione tragicomica: al tono lirico e iperbolico di Golo, che rappresenta la figura dell’amante tormentato da un amore impossibile e poi respinto, si contrappone il tono grottesco, umile e arguto di Rampino, che mina, con la sua saggezza popolare, il castello di macchinazioni adulterine costruito dall’antagonista. Il discorso di Golo, e poi anche, di rimando, le risposte di Rampino, travalicano dal lessico amoroso a quello religioso, idealizzando la donna amata e cercando di giustificare come provvidenziale il desiderio lussurioso.

[25] I.1.1-4 Già ... luna: metafora astronomica iniziale, di gusto dantesco, per indicare che sono passati nove mesi, ossia nove completamenti di una fase lunare, dall’allontanamento di Sifrido. Il monologo iniziale è volutamente sofisticato e liricheggiante.

[26] oste: forma latineggiante per ‘esercito’.

[27] I.1.4-6 per debellar ... Turena: l’esercito cristiano guidato da Carlo Martello affrontò i musulmani nella celebre battaglia di Tours, nella regione della Turena, nel 732; è storicamente attendibile che al suo seguito ci fossero comandanti delle regioni germaniche, come il mitico Sifrido. ♦ e cento, e mille: sottinteso ‘volte’ (cfr. v. 1).

[28] ver’: ‘verso’ (cfr. Serianni, Italiano, I.81).

[29] lasciommi a servir: ‘mi incaricò di servire’. ♦ schiva e ritrosa: endiadi; cfr. il calzante precedente di Michelangelo Buonarroti il Giovane, La Tancia, II.5.43-44: «La villanella mia schiva e ritrosa / goderò pur al fin fatta mia sposa».

[30] martìre: «tormento» (Crusca).

[31] Cruccioso: «stizzito» (Crusca), per la ritrosia dell’amata.

[32] per vezzi: ‘al posto di vezzi, di lusinghe’.

[33] vibrò: metaforico, ‘proferì’.

[34] diaspro: pietra nota per la sua durezza e simbolo di continenza; cfr. la rappresentazione del «Carro della Castità» in Ripa, Iconologia, 46.5b, che riprende Petrarca, Tr. Pud. 120; la rima diaspro/aspro è in Dante, Rime 1 De Robertis, vv. 1-5.

[35] I.1.28-29 ebbe ... fedel: cioè ‘un desiderio così devoto è nato da poco’.

[36] I.1.32-33. le stelle ... belle: giustificazione della speranza di Golo di vedere corrisposto il proprio desiderio.

[37] nel laccio ... darà: ‘finirà nella trappola’; serie di luoghi comuni misogini sulla cedevolezza delle donne.

[38] pianti: ‘semini’; riprende il proverbio di origine biblica Chi semina nelle lacrime miete nella consolazione (Lapucci, Proverbi, S 954, da Ps 126,5).

[39] in effetto: «infine, in conclusione» (Crusca).

[40] timor: causato dalla reazione sdegnata di Geneviefa; per ipallage, è palpitante al posto del cuore.

[41] salterello: «danza originaria dell’Italia centrale, con ritmo ternario, di andamento vivace, imperniata sul passo saltato» (GDLI).

[42] lagrimose note: ‘lamenti’; amorosi già in Marino, Sampogna, Orfeo, 154, da modello dantesco (Inf. V 25).

[43] la cote: ‘la durezza’ (cote indica «pietra abrasiva, molto dura [...] usata per affilare lame», GDLI).

[44] il ...: parola censurata; forse ‘mortorio’.

[45] caldi sospiri: tessera petrarchesca, da Rvf 180, 1.

[46] ghignetto: ‘sorrisino’, che insinua malizia.

[47] mi guatò: ‘mi guardò’.

[48] mi fecero ... chimere: cioè ‘mi lasciarono immaginare tutte le possibili conseguenze’.

[49] stremire: «atterrire» (GDLI).

[50] mel ... ceffo: ‘me lo gettò in faccia’.

[51] sarà ... rigori: ‘sarà motivo (scopo) delle giuste punizioni di Dio’.

[52] d’un tuon: ‘del solito tenore’.

[53] giuleppe: variazione di giulebbe, «bevanda molto dolce a base di zucchero» (GDLI); le parolette candite nel giuleppe saranno allora ‘smancerie, sdolcinature’.

[54] più: ‘meglio’.

[55] brillarin: aggettivo deverbale da ‘brillare’, con sfumatura vezzeggiativa; forse neologismo di Frugoni (anche in Vergine parigina, I, p. 284).

[56] calcagnata: ‘calcio’.

[57] barbaro: «crudele» (Crusca 1691).

[58] che ... sveglia: ‘che non fa dormire’; la metafora della sveglia è continuata nei due versi successivi.

[59] giovenche e tortorelle: termini comici per indicare donne giovani e accondiscendenti. nel mercato: ‘a disposizione’; da notare l’iperbato e l’inversione che lo separano da del Palatinato, la regione tedesca dove si trova Treviri, luogo dell’azione.

[60] a l’incanto: ‘in vendita’, o meglio, ‘all’asta’.

[61] ogni ... canto: complemento di luogo.

[62] vuo: ‘voglio’.

[63] sei...: altra parola censurata.

[64] brutto umoro: ‘cattivo umore’.

[65] vaga: ‘innamorata’ (Crusca).

[66] di gambetto ... farò: ‘gli farò lo sgambetto’Dare il gambetto è dar con la tua nella gamba di chi cammina per farlo cadere», Crusca); risposta arguta giocata sul cader del v. 167.

[67] al fegatel ... pancia: ‘vorrei evitare che il sotto del fegatello si bruci’, vale a dire ‘vorrei evitare di rimanere scottato’.

[68] coratella: le «visceri» o, nello specifico, il «cuore» (GDLI).

[69] finta : ‘finta devozione () amorosa’.

[70] un ritratto ... notomia: cfr. Giovanni Battista Della Porta, La Chiappinaria, I.6.12: «Stai così asciutto e secco, e con la faccia così magra e sgrinza, che mi pari un ritratto dell’usura, l’esame della notomia» (notomia vale anatomia).

[71] Monologhetto di Golo sull’impossibilità di raggiungere la felicità cui agogna soddisfacendo il suo desiderio. È imperniato su diverse metafore e sull’opposizione (inferno/cielo, fiore/spine).

[72] sul bel ... piantò: fuori di metafora, ‘sul bell’aspetto che vi donò’.

[73] lumi: ‘occhi’.

[74] mia vita: ‘la donna che amo’, ma è evidente l’equivoco.

[75] Forse una delle sequenze più ingegnose del dramma, il monologo della vecchia nutrice Malisarda sulla caducità della bellezza si sdoppia, dal v. 35 al v. 80, in voce principale e nel suo eco: ne emerge un intermezzo comico, dopo il monologhetto tragico di Golo, in cui il personaggio crede di ricevere risposte argute da una voce invisibile (un «oracolo celeste», v. 101), che la ammonisce sulla vanità di una vecchiaia che dovrebbe dedicarsi alla saggezza, non alla lussuria. La parodia dei dialoghi vezzosi tra innamorati segna lo scambio di battute con il falso spasimante Rampino (vv. 84-155), che si conclude con un ‘a parte’ del servitore che rovescia e disillude l’idillio matrimoniale, fomentato per soddisfare l’«interesse» (v. 166) del padrone.

[76] lustri: «anni d’età» (GDLI) ♦ invidi, cioè ‘invidiosi’, della giovinezza e della bellezza. Il bianco e il rosso del colorito giovanile sono resi tradizionalmente con i fiori di ligustro e di rosa.

[77] vendemmiar: fig. «razziare, portare via ogni cosa da luogo» (GDLI).

[78] cataletto: «bara» (Crusca).

[79] lena: «vigore» (Crusca).

[80] pensier: nel senso di pensieri amorosi.

[81] barbare stelle: sembra che sia la prima attestazione di un accostamento che avrà una certa fortuna nel melodramma (nel repertorio di bibliotecaitaliana.it figurano, ad es., i nomi di Orsini, Metastasio, Da Ponte).

[82] Ollà: meno frequente di olà, «esprime sorpresa, stupore, meraviglia» (GDLI).

[83] contenti: ‘gioie, piaceri’ (Crusca).

[84] conveniente: «di convenienza corporea; nella quale però può essere il pregio intrinseco della bellezza» (T-B).

[85] Sogno: cfr. il proverbio Quel che la vecchia voleva sempre in sogno lo vedeva (Lapucci, Proverbi, S 1438).

[86] sogno ... stretto: variazione del proverbio latino Habes somnum imaginem mortis (cfr. Tosi, Sentenze, 725).

[87] bel agio: ‘con calma, senza fretta’.

[88] Denti: cfr. il proverbio Persi i denti, finiti gli ardimenti (Lapucci, Proverbi, D 194).

[89] I.3.67-68. che mal ... trattarmi: ‘che male pensi che io abbia per trattarmi’.

[90] rogna: si consideri che rogna, in senso fig., vale sia «sofferenza spirituale (in partic. riferimento alla pena amorosa)» sia «smania sessuale» (GDLI).

[91] che: ‘chi’.

[92] gentil: qui con valore avverbiale, ‘dolcemente’.

[93] in buonora: «di grazia; sorta di preghiera» (Crusca 1691).

[94] vorrei pescar: metafora nata dal significato di ‘rampino’ quale strumento simile all’amo da pesca.

[95] sapore: «condimento o salsa [...] usata in cucina per insaporire e accompagnare le vi

vande»; ma è anche probabilmente «allusione oscena» (GDLI).

[96] grinze pellucce: ‘pelle raggrinzita’; ma la sfumatura vezzeggiativa (forse un neologismo) lo fa sembrare un complimento.

[97] va con le grucce: ‘non ragiona più’ (andar con le grucce significa propriamente «essere inconcludente, non avere fondamento (un ragionamento, un giudizio, ecc.)», GDLI).

[98] canuta: ‘inargentata’. non ha ... mese: perché a ogni ciclo mensile ‘rinasce’ come luna nuova.

[99] Perù: «quantità immensa di denaro o di mezzi economici», «dal nome dello stato sudamericano (spagn. Perú) con allusione alla leggendaria ricchezza di metalli preziosi» (GDLI).

[100] il Ciel ... dimora: ‘il Cielo, che ti ha concesso a me, non vuole che si indugi’.

[101] zoppo: «preso dallo sconforto, incapace di reagire a una situazione dolorosa, difficile» (GDLI).

[102] mezzo: «aiuto, interposizione, mediazione» (T-B).

[103] sol ...: altra parola censurata.

[104] I.3.143-144. sia … accenderà: ‘sia pure indifferente (gelo) se ne è a conoscenza (se sa, riferito all’amore di Golo), tanto alle vostre parole (fiati) si innamorerà (si accenderà)’.

[105] ragionette: diminutivo di ragioni già attestato nella letteratura precedente (cfr. GDLI, s. v. Ragione).

[106] seminar in sabbia: cfr. il proverbio Chi semina nella sabbia fa magri raccolti, ovvero «non combina nulla» (Lapucci, Proverbi, S 12).

[107] ranticosa: più raro di rantacosa, ‘catarrosa’; nell’espressione ingiuriosa ‘vecchia rantacosa’ vale ‘assai vecchia, decrepita’ (GDLI).

[108] mi ... tumulo: ‘farebbero del letto una tomba’.

[109] Monologo introduttivo del personaggio di Geneviefa, che si sviluppa sotto forma di preghiera a Dio, perché la preservi dalle insidie dei malvagi, e al marito, perché torni a casa e svolga il suo ruolo. Ne emerge fin da subito il profilo di santa martire e protettrice dell’innocenza e della fedeltà matrimoniale (cfr. l’identificazione con gli animali che simboleggiano, rispettivamente, le due virtù: l’agnello, al v. 14, e la tortora, al v. 35) che il dramma intende celebrare.

[110] vomitati da Stige: provenienti dall’inferno.

[111] orrore: l’infamia dell’adulterio.

[112] qual innocente ... lupo: espressione proverbiale, del tipo Non bisogna dare le pecore in guardia al lupo (Lapucci, Proverbi, C 1220), che nel teatro comico antico assumevano già una connotazione erotica (cfr. Tosi, Sentenze, 2099, Lupos apud oves... linquere). Ma la similitudine biblica dell’agnello, con il quale si indica tradizionalmente Cristo, richiama il ‘martirio’ di Geneviefa in quanto figura dell’innocenza perseguitata (cfr. Ripa, Iconologia, 201.1).

[113] giusto scempio: cfr. il calzante precedente di T. Tasso, Rime 1442 (ed. Basile), v. 8: «de’ nemici sì giusto scempio», riferito al marito; anche per casto tempio, al v. 18, cfr. ivi, v. 13: «farli tempio il petto».

[114] vi aggirate: nella stampa ci aggirate, privo di senso; la versione emendata significa ‘cambiate la vostra influenza’ dunque ‘la mia sorte’.

[115] mesti lumi: ‘occhi tristi’; in bibliotecaitaliana.it il solo precedente di Marino, Adone, IV, 70, 2.

[116] I.4.30-31 se ... averete: cioè se Geneviefa esaudirà i propri desideri, di vedere tornare il marito, i cattivi momenti, diventati anche troppo lunghi, potranno passare rapidamente.

[117] tortora: simbolo di castità matrimoniale e di pudicizia (cfr. Ripa, Iconologia, 49.3 e 315.3), smarrita perché insidiata dall’adulterio; varrà anche il ricordo di proverbi del tipo La tortora non resta sette giorni vedova (Lapucci, Proverbi, T 798).

[118] Geneviefa confida al paggio Fiorino il proprio dolore per la lontananza del marito; insieme allora intonano una preghiera a Dio per chiedere il ritorno dell’amato signore. L’invocazione a Dio segue uno schema triadico, adatto alla materia, per cui sei terzine di versi irregolari sono organizzate in modo da formare tre strofe cantate da Fiorino a cui risponde ogni volta il ritornello cantato da entrambi.

[119] vel: nel senso di ‘velo di nubi’, che oscura la mente con pensieri tristi.

[120] Palatin: Sifrido, elettore del Palatinato.

[121] alma di latte: cioè dolce.

[122] Motor sovrano: Dio, che muove tutto nell’universo, «il sol e l’altre stelle» (Dante, Par. XXXIII 145); l’espressione sembra provenire però da Marino, Adone, XV, 44, 7.

[123] D’allori ... fronte: come spiega Ripa, Iconologia, 406.4, «il lauro, l’olivo, e la palma, furono da gl’antichi usate per segno di onore, il quale volevano dimostrare doversi a coloro che avessero riportato vittoria de’ nemici in beneficio della Patria».

[124] conte: Sifrido, conte palatino.

[125] dimore: ‘indugi’.

[126] I.5.29-32 Il ciel ... cortese: il canto dei due supplicanti agisca sull’armonia delle sfere, accelerando il passare del tempo.

[127] lasciame: ‘lasciami’ (la forma me del pronome oggettivo atono è tipica del Settentrione; cfr. Rohlfs, Grammatica, 454).

[128] ristagnar la vena: ‘ridurre l’abbondanza’; la metafora è continuata da Geneviefa.

[129] Malisarda cerca di convincere Geneviefa che Sifrido, lontano da casa, è ormai dedito all’adulterio e alla lussuria, per cui lei dovrebbe «rendergli la pariglia», cedendo a Golo; tuttavia, Geneviefa rimane salda nella sua fedeltà e vitupera la nutrice. Da rilevare le due sequenze, fortemente erotiche e concettose, cantate da Malisarda.

[130] figlia ... mio: perché ne è la nutrice.

[131] torbidi baleni: ossimoro che indica un pallore delle guance, naturalmente rosse (ostri), causato da occhiatacce (tobidi baleni). Da notare il lessico metaforico della lirica amorosa manierista (lumi, baleni, ostri) a rendere le lusinghe e la captatio benevolentiae di Malisarda.

[132] chi ... solo: tipica professione di fede del salmista (cfr. Ps 24[25],3: «universi qui sustinent te, non confundentur»).

[133] saggia: grazie all’equivoco, Malisarda può ribaltare sofisticamente le ragioni del dolore di Geneviefa.

[134] in erba: ‘prematuramente, appena all’inizio del matrimonio’ (cfr. la sentenza Messis in herba est, «a proposito di qualcosa che è solo agli inizi»: Tosi, Sentenze, 992); evidente il bisticcio fior/erba, che nasconde un sotteso erotico che anticipa l’argomento di un Sifrido marito insoddisfatto facile preda delle tentazioni (cfr. il v. 22: «si sarà trattenuto a coglier rose»).

[135] I.6.15-16 Ma ... ferì: insinua (forse) che più che alle armi, Sifrido si sia dedicato alle donne; il suo bell’aspetto (il suo bel) gli sarà servito per conquistare (guerriero/ferì) i loro cuori.

[136] chi ... sete: cioè ‘chi sta per troppo tempo esposto alla tentazione, alla fine cede’.

[137] I.6.28-31. a que’ ... severa: ragionamento concettoso, basato sulla metafora della bellezza delle donne francesi come un sole che fa sudare anche il marito più fedele (cfr. v. 27), cioè che lo rende cedevole (con probabile sotteso erotico nel v. 30: «già le fibre accese stillano»).

[138] gigli: la pelle di Sifrido.

[139] del suo ... rose: cioè le ragazze (rose) si dimenticano della loro famiglia (del suo bel giardino).

[140] se ben ... paci: topos della guerra d’amore.

[141] rendergli ... pariglia: ‘contraccambiarlo’ (T-B).

[142] provvidi consigli: cfr. Metastasio, Il convitto degli dei, v. xxx.

[143] cogliete i fior: verso ripetuto in modo ossessivo, quasi come una malia, per convincere Geneviefa ad approfittare della giovinezza per godere dei piaceri dell’amore.

[144] algor: «freddo» (Crusca), ma metaforicamente ‘la bruttezza’; la nevosa età è la vecchiaia.

[145] I.6.93-94. una chimera ... sfera: ‘un’illusione che si insedia e domina nella mente umana’.

[146] a man salva: «sicuramente, senza pericolo» (Crusca 1691).

[147] l’occasione è calva: raffigurazione proverbiale dell’occasione (cfr. Ripa, Iconologia, 264, che annota: «l’occasione si deve prevenire aspettandola al passo, e non seguirla per pigliarla quando ha volto le spalle, perché passa velocemente»).

[148] fiamma ... cori: lusinga per dipingere Golo come un amante molto apprezzato.

[149] martorizato: ‘martirizzato’. ♦ morendo vive: ossimoro che indica tradizionalmente il peccatore di lussuria (cfr. Michelangelo Buonarroti, Rime [ed. Corsaro-Masi], Frammenti e abbozzi, 14, v. 1).

[150] come: «per qual cagione; e dinota maraviglia» (Crusca).

[151] parti: ‘vattene’ (forma arcaica dell’Italia settentrionale: cfr. Rohlfs, Grammatica, 605).

[152] né ... ferma: ‘e non ti fermare più’; la proclisi del pronome davanti a imperativo era diffusa in antico (cfr. Rohlfs, Grammatica, 470).

[153] aloè: pianta medicinale dalla quale si ricava «un succo denso, opaco, assai amaro» (GDLI); l’antitesi con il dolce è proverbiale (cfr. Tosi, Sentenze, 2219, Plus aloes quam mellis habet).

[154] Secondo monologo di Geneviefa nella forma di invocazione a Dio per ricevere la forza di resistere al male.

[155] si curva: ‘si inginocchia, si sottomette’; cfr. Phil 2,10: «in nomine Iesu omne genu flectatur caelestium, terrestrium et infernorum».

[156] conculcar: «calpestare, oppressare» (Crusca). ♦ gigli: simbolo di pudicizia (cfr. Pierio Valeriano, Hieroglyphica, 402e).

[157] paraninfo: letteralmente «colui che accompagnava la sposa», qui nel senso di «guida spirituale o morale, consigliere» (GDLI); i tre attributi rispecchiano le tre persone della Trinità, Spirito santo, Padre e Figlio.

[158] di mente ... rubella: complemento di specificazione da riferire ad artigli indegni; rubella vale ‘ribelle’.

[159] Più presto: «piuttosto» (T-B).

[160] Il confronto tra Golo e Geneviefa avviene sotto il segno di due simulazioni: il primo simula la morte di Sifrido, per ottenere l’affetto della donna; la seconda simula di credere alla fandonia e di cedere alle lusinghe; i frequenti a parte mettono al corrente il pubblico delle vere intenzioni dei personaggi. Il ricorso a iperboli informa sull’alto gradiente retorico del dialogo, dove i due cercano di persuadersi a vicenda.

[161] torbido pensier: sarà il tormento d’amore; ma torbido annuncia già le cattive intenzioni (le astute frodi del v. 3) di Golo. ♦ qui ... raggira: ‘mi conduce qui’.

[162] le viscere: «per metaf., l’intimo del cuore» (Crusca).

[163] sembiante: l’aspetto, a cui si riferisce Messaggero infelice del v. precedente.

[164] per ... clima: ‘per visitare, incuriosito, nuove terre’.

[165] descritta: ‘scritta’.

[166] mesta tortorella: cfr. I.4.35.

[167] trambasciar: «angosciarsi, angustiarsi, affliggersi» (GDLI).

[168] Violette: colorito dato dal languore, che deturpa il pallore naturale (gigli). Cfr. Chiabrera, Canzonette, XXXV, Che la beltà presto finisce.

[169] cinabri: ‘rossi’.

[170] I.8.87-88 sopportar ... flutti: tipica metafora biblica delle difficoltà della vita come mare in tempesta.

[171] I.8.95-96. qual ... avete: metafora proverbiale del matrimonio, o anche dell’unione carnale, usata come argomento per persuadere l’amata in Catullo, Carmina, 62, 49-54.

[172] sete: ‘siete’ (cfr. Rohlfs, Grammatica, 540).

[173] gele: per la desinenza -e nei verbi della prima coniugazione al congiuntivo presente, cfr. ivi, 105.

[174] beate: ‘rendete felice’ (Crusca).

[175] mia stella: ‘mia sorte propizia’.

[176] amata amante: la figura etimologica rende il convincimento di Golo che Geneviefa ricambi il suo amore.

[177] ceffate: ‘prendete a schiaffi’ (GDLI, unica attestazione in Cecco d’Ascoli).

[178] petto gelato: ‘cuore privo d’amore’; cfr. Stigliani, Canzoniere [ed. 1625], p. 42, Malattia, vv. I.8.1-2: «In quel gelato petto / in cui fiamma d’amor non ebbe loco».

[179] Monologo di Malisarda che riprende il lamento per la bellezza passata di I.3. Originale la scelta di presentarla mentre si contempla in un ritratto giovanile, sul modello del soggetto lirico barocco della donna che si specchia, così da inserire nella narrazione la genesi del sentimento che la porterà dalla parte degli antagonisti e dei persecutori di Geneviefa, cioè l’invidia: la sua figlioccia rappresenta ciò che lei non può più avere, cioè giovinezza, bellezza, amore, perciò la sua volontà è inclinata, dalla competizione, a farle del male. La figura della «donna vecchia, brutta, e pallida» è appunto tipica dell’iconografia dell’Invidia (cfr. Ripa, Iconologia, 209); anche l’insistenza sui denti e sulla fame è traccia della passione che consuma l’invidioso (cfr. v. 18: «ho ben la fame ancor, se manca il dente»; v. 35: «fama, nome ed onor ti morderò»).

[180] I.9.2-3. la rode ... dell’età: variazione del proverbio Il tempo consuma ogni cosa, secondo la versione di Simonide: «il tempo dagli aguzzi denti tutto logora, anche le cose più forti» (cfr. Tosi, Sentenze, 640). In Ritratti critici, III, p. 395, Frugoni rimanda invece a Ovidio, Metamorphoses, XV, 234-236: «Tempus edax rerum, tuque, invidiosa vetustas, / omnia destruitis vitiataque dentibus aevi / paulatim lenta consumitis omnia morte».

[181] larva fugace: ‘apparenza fuggitiva’; cfr. Cane di Diogene, VII, p. 95: «La bellezza fucata, larva fugace, / fugge, quando più è stretta, quando anco giace».

[182] I.9.12-13. chi ... tempo: metafora proverbiale, per cui cfr. la conclusione del celebre canto del pappagallo in Tasso, Ger. lib. XVI, 15.

[183] ho ... dente: cfr. I.3.66.

[184] strapazzata: ‘maltrattata’.

[185] zerbinotti: ‘damerini, bellimbusti’ (GDLI, parola ricorrente nelle opere di Frugoni).

[186] chi ... ingrata: Geneviefa. mi nodrii: ‘nutrii’; il pronome personale ha funzione di dativo etico (cfr. Rohlfs, Grammatica, 482) e dona una sfumatura affettiva.

[187] fai ... Rebecca: non mi è noto il modo dire; sarà di origine biblica, riferito alla vergine Rebecca, anch’essa fornita di nutrice, che Isacco colma di ricchezza e onori per poterla prender ein moglie (cfr. Gen 24).

[188] Breve dialogo tra Malisarda e Rampino, che va a replicare così, contando il monologo precedente, la lunga sequenza I.3. Il registro è ancora comico e scherzoso, con frequenti beffe da parte di Rampino.

[189] trescando: ‘agendo, operando, brigando, anche con l’inganno e per fini disonesti’ (GDLI). ♦ brilla: nel senso di «avere ghiribizzi, fantasie strane» (ivi).

[190] camamilla: ‘camomilla’; il fiore della camomilla ha la proprietà di lenire le malattie degli occhi, in questo caso, ironicamente, il presunto accecamento d’amore.

[191] far chimera: «fantasticare, far castelli in aria» (GDLI).

[192] Greghetto: il pittore genovese Giovanni Benedetto Castiglione, detto il Grechetto (1609-1664), che annovera nelle sue prime opere ritratti di animali (per le giovenche, cfr. gli Studi per tre teste di vitello, oggi ai Musei di Strada Nuova di Genova); esempio di anacronismo storico.

[193] la mummia ... medicinale: credenza antica che la polvere ricavata dalle mummie avesse proprietà medicinali; evidente frecciata ironica contro la vecchiezza di Malisarda.

[194] cerasta: serpente velenoso; cfr. Poliziano, Stanze, II, 30, 7: «e ’l rabbioso fischiar delle ceraste».

[195] Scena di raccordo che contribuisce a formare un’unica sequenza narrativa di tre scene (I.9-11), in cui le macchinazioni di Golo e Rampino, con Malisarda che lega la sua invidia personale al risentimento del primo, trovano finalmente un motivo per attuarsi.

[196] pelarella: lo stesso che pelatina, nel senso di «perdita di peli», «alopecia» (GDLI).

[197] ingemmaste: cfr. Prologo v.2.

[198] Breve scena che serve ad avviare l’azione alla fine del primo atto, con la cattura di Geneviefa e di Drogane con la scusa di adulterio. Frugoni anticipa nelle parole di Malisarda la causa scatenante il rovesciamento delle sorti (‘catastrofe’) che si avvera tra I.11 (fuga di Geneviefa dalla persecuzione di Golo) e I.14 (imprigionamento di Geneviefa da parte di Golo): si tratta di un paralogismo, cioè di una «fallace deduzione», come la definisce Aristotele (Poetica, 24, 1460a23, trad. Gallavotti), per cui la fuga dei perseguitati viene scambiata, forse maliziosamente dall’invidiosa Malisarda, per una fuga di amanti.

[199] I.12.14-15. ch’avean ... affamate: metafora biblica (cfr. Mt 7,15) diventata proverbiale per indicare «chi sotto un’apparenza positiva maschera una sordida realtà» (Tosi, Sentenze, 262); probabile che qui assumi anche una sfumatura erotica (cfr. il valore, più volte ribadito nelle note, che la ‘fame’ riveste per Malisarda).

[200] drudo: ‘amante’.

[201] che ... sol: ‘che risplendi soltanto’.

[202] un tono: ‘un fulmine’.

[203] sèguiti ... fuge: ‘i piedi vadano dietro all’anima che fugge’; fuge ha valore transitivo.

[204] l’orgoglioso ... ruge: Golo, che presenta gli attributi negativi del leone, rabbia, ferocia, sensualità, spirito di vendetta (cfr. Ripa, Iconologia, 57a, Colerico per il fuoco; 139.5, Furore superbo ed indomito; 396.1, Vendetta).

[205] I.13.15-17 vuol ... l’alme: ‘vuole guidare (scorgere) alla bonaccia (calme) del Paradiso (empireo riposo) le anime tormentate (afflitte) dentro alle tempeste (in grembo alle procelle)’; Geneviefa invita Drogane ad accettare il martirio.

[206] I.13.21. Del ... dove: ‘ancora più lontano dal malvagio’; la battuta deve essere attribuita a Drogane, non a Geneviefa, come nella stampa antica.

[207] santi romei: ‘pellegrini devoti’.

[208] Galizia: regione spagnola dove si trova Santiago de Compostela, luogo di pellegrinaggio fin dal Medioevo.

[209] degna: in figura etimologica con sdegno; ho corretto il maschile degno, nella stampa, per rispettare la concordanza con il soggetto (malizia).

[210] I.14.5-6. lasciva ... schiva: l’accusa di adulterio con il cuoco Drogane, accennata da Malisarda (I.12.15-16), ora diventa esplicita.

[211] ruginosaccia: dispregiativo da rugginosa, forse neologismo, che indica probabilmente una vecchia spada arrugginita.

[212] da terminar ... dì: ‘che potrebbe mettere fine alla mia vita tormentata, che potrebbe uccidermi’.

[213] e che sii: ‘che non sei altro’.

[214] e fia con questo: ‘e sarà (fia) con tale avvenimento (questo, cioè il ritorno di Sifrido)’.

[215] opache: ‘ombrose’ (Crusca 1691); espressione che ritorna nell’Eroina intrepida, I, p. 480. lacci: ‘ceppi, catene’.

[216] ceffo di Pasquino: vorrà dire ‘buffone’; la statua di Pasquino, a Roma, era diventata celebre per accogliere i versi satirici nei confronti dell’autorità papale o politica.

[217] colli torti: «chi ostenta una religiosità insincera, un’umiltà falsa e untuosa» (GDLI, in cui è registrato in forma univerbata).

[218] fastello: «fardello, fagotto, grosso involto» (GDLI).

[219] II.1. Il monologo iniziale di Golo ragguaglia sul nuovo motore delle azioni che interessano l’atto secondo: il ritorno di Sifrido, da cui deriva la macchinazione del tranello di Medusea. Golo ormai ha assunto le spoglie del tipo morale del vendicativo, caratterizzato da «furore» (v. 22). Dal palazzo di Sifrido ora l’azione si è spostata un miglio lontano, in un «picciol borgo» (v. 8).

[220] contenti: ‘felicità’.

[221] II.1.1-4 Per corriero ... m’agghiaccia: ‘il Palatino innamorato (amante), dalla fermata (in su le poste), avvisa del suo ritorno la crudele (barbara) che mi fa ardere d’amore e che mi pietrifica con il suo rifiuto (soliti tasselli petrarcheschi, che indicano l’amore infelice di Golo per Geneviefa) per mezzo di un messaggero veloce (corriero volante)’.

[222] furore: passione tipica del vendicativo; cfr. Ripa, Iconologia, 139.2, Furore: «sedente sopra un monte d’armi di più sorte, quasi che in tempo di guerra le somministri a coloro che hanno l’animo acceso alla vendetta».

[223] Golo incontra Medusea, che gli offre i suoi servigi di strega e che è proiezione del suo lato maligno. Modello di Frugoni è la Falsirena di Marino, debitrice, a sua volta, della strega tessala Erittone, nei Farsalia di Lucano: si delinea, insomma, una genealogia del gusto per il macabro e per l’infernale tipici del Barocco.

[224] consuolo: variazione di consolo, «consolazione, conforto; soccorso» (GDLI).

[225]di Flegetonte: per metonimia, ‘dell’inferno’.

[226] II.2.14-21. Ho ... inarrivabili: imitazione dell’elenco di ingredienti mostruosi usati dalla strega Falsirena per i suoi malefici, in Marino, Adone, XIII, 47-49; cfr. le seguenti tessere: «di Cariddi il vomito canino» (47, 6, da intendersi il vortice marino causato dal mostro), «Il cerebro de l’aspido» (49, 1, dove cerebro è latinismo per ‘cervello’), «la pupilla / del basilisco» (49, 5-6), «de l’iena la spina e la membrana / de la cerasta orribile africana» (49, 7-8, dove cerasta è «serpente cornuto», Crusca), «Ciò che di mostruoso unqua o di tristo / partorisce Natura entro v’ha misto» (46, 7-8).

[227] felle: ‘malvage’ (Crusca).

[228] ne rifremono: ‘ne vibrano insieme’, nel senso di ‘fremere di rabbia’ (nel GDLI, termine

attestato per la prima volta in Frugoni).

[229] selce: pietra focaia; indica «durezza e insensibilità» (GDLI).

[230] ceffata: ‘schiaffo’.

[231] cieco: ‘accecato’. ♦ rimprocciai: ‘accusai’.

[232] Scena spettacolare, che vede l’apparizione di un drago alato e di due Furie infernali (cfr. l’«iscenica magnificenza di machine, di mutazioni, di volate» di cui parla Frugoni nell’Eroina intrepida). Simile scena di invocazione demoniaca era già nel canto quarto del poema giocoso La Guard’infanteide (1643), dove il diavolo Libicocco richiama i suoi compari infernali. Dato che Golo deve compiere la sua vendetta, le aiutanti più adeguate risultano essere le Furie, che nella mitologia classica erano appunto le dee della vendetta.

[233] pallid’Orco: tessera da Lucano, Pharsalia, VI, 714-15: «pallentis [...] Orci».

[234] veloci ancelle: anche in Dante, Inf. IX, le Furie appaiono come ‘ancelle’ di Medusa, se non che lì sono loro a invocare la loro ‘sorella’ infernale.

[235] i vostri giri: forse indicazione scenica, delle due Furie che dovevano ‘girare’ attorno a Medusea.

[236] Ite ... suore: ‘andate, mie fedeli sorelle’.

[237] fra ... momenti: ‘velocemente’.

[238] II.3.20-25 portatemi ... rabbia: ancora tessere provenienti da Marino, Adone, XIII, 47-52: «del pigro asfalto i fervidi bitumi» (52, 4); «l’osso / del libico chelidro anco vi trita» (50, 3-4, ancora un serpente velenoso); «di Flegra i zolfi» (52, 2, la Solfatara di Pozzuoli, nei Campi Flegrei); «la bava quando in rabbia entra il mastino» (47, 2); solo la sabbia del Mar Nero manca nella fonte.

[239] Monologo introduttivo di Sifrido, che pregusta l’incontro con la moglie fedele: si prospetta dunque ancora più forte la disillusione che gli causerà Golo.

[240] brilla: indica «un certo risentimento di spiriti per gioja o giocondità» (T-B).

[241] palma: equivoco tra il ramo dell’omonima pianta, simbolo di vittoria (cfr. I.5.21), e il ‘palmo’ della mano, che si toccava, nella classicità, per stringere l’unione matrimoniale (cfr. v. 12: «per cui la destra mia sol trionfò»).

[242] casti baci: formula riferita a Maria Maddalena da Marino, Galeria, Pitture, Istorie, Madalena di Tiziano, 11, v. 8.

[243] colomba: cfr. I.4.35.

[244] Dialogo tra Golo e Sifrido, dove l’inganno ha inizio. Il continuo ricorso alla reticenza da parte di Golo è strumento retorico per accrescere l’attesa di Sifrido e la sua esasperazione, facendolo giungere alle conclusioni sbagliate (v. 69: «ditelo pure: adulterò»); l’inganno emerge da un momento di confusione tre verità e menzogna (v. 53: «Od io sogno, o sognaste»), preparato ad hoc dal servitore, per esempio con una paradossale figura etimologica che nasconde un equivoco (v. 46: «voi lasciaste... vi lasciò...»).

[245] Acate: nell’Eneide, compagno troiano di Enea, esempio di fedeltà

[246] non ... sarà: da notare come Golo infrange le speranze di Sifrido attraverso un’opposizione alle sue parole dei vv. 7-8 complicata da chiasmo (mia vita... mio core... / non più cor, non più vita).

[247] ov’è?: così Petrarca a proposito di Laura morta, in Rvf 299.

[248] colei ... adoro: come non ricordare il petrarchesco «colei che sola a me par donna» di Rvf 126.

[249] che v’annoia: ‘che vi tormenta’.

[250] scommosso: «gravemente turbato, sconvolto» (GDLI).

[251] proterve: ‘ostinate e compiaciute nel male’ (GDLI).

[252] puon: ‘possono’ (cfr. Serianni, Italiano, XI.155).

[253] ebbi petto: «aver petto a una cosa» vale «esser da tanto, poter farla» (T-B).

[254] invan ... soggetto: luogo comune sull’incostanza femminile, per cui cfr. la sentenza latina Varium et mutabile semper femina (cfr. Tosi, Sentenze, 1803).

[255] scempio: «crudel tormento» (Crusca).

[256] La scena si sposta nelle prigioni del castello di Sifrido, dove Geneviefa e Drogane, da due celle diverse, pregano Dio e si preparano ad accettare il martirio. Entrambi sono figura Christi, poiché si affidano alla Provvidenza accettando la morte per i peccati non commessi (Drogane) e sperando nella resurrezione dei giusti (Geneviefa); a rafforzare il parallelo, le prigioni vengono definite con termini che richiamano l’inferno.

[257] svelta: ‘scaltra, smaliziata’ (GDLI).

[258] II.6.15-16. si dormono ... culmini: il soggetto è fulmini.

[259] II.6.31-32. giusti ... pagar: è il momento in cui Drogane accetta il suo martirio imminente; parole simili saranno quelle ritrovate da Manzoni nelle testimonianze di Gasparo Migliavacca, tra gli innocenti torturati e condannati come untori l’unico a dimostrare una tenacia da «martire» (cfr. Storia della Colonna infame, VI, §§ 5-8); l’archetipo è, ovviamente, la Passione di Cristo.

[260] o casta: l’epiteto vale a riconoscere l’innocenza e la fedeltà di Geneviefa.

[261] ai: introduce una causale.

[262] cor ... cerasta: Golo; per cerasta, cfr. I.11.36.

[263] smarrir: nel senso di ‘perdere la fede in Dio’.

[264] appella: ‘rivendica giustizia’, in senso giuridico.

[265] felice stella: tipico epiteto mariano, per cui basti il rimando all’Ave Maris Stella, che funziona bene come sottotesto a tutta la battuta.

[266] cielo: qui nel senso di ‘universo’.

[267] amari: per iperbato, da riferire a sospiri.

[268] vieni, vieni: cfr. l’inno liturgico Veni Creator Spiritus.

[269] Scena dell’incantesimo di Medusea, che con effetti spettacolari evoca una falsa immagine del tradimento di Geneviefa e che suscita, grazie anche alle menzogne di Golo, la furia vendicativa di Sifrido. I sentimenti di odio e di vendetta sono connessi simbolicamente con gli inferi, di cui Medusea è intermediaria. Da notare l’immagine della vipera, simbolo di ingratitudine coniugale, che si oppone a quella precedente della colomba (II.4.21), simbolo di fedeltà.

[270] contro: non è chiaro il significato del termine; forse un errore di stampa per antro o centro.

[271] II.7.3-5. dove ... languisce: cioè ha il potere di ritardare il sorgere del giorno.

[272] sdegnosi: ‘oltraggiosi’.

[273] Cocito: per sineddoche, gli inferi; il suo re sarà Lucifero.

[274] tristi: «in quanto annunziano tristezza o ispirano tristi pensieri» (T-B).

[275] omei: «invocazioni, preghiere» (GDLI).

[276] testimonio fido: l’espressione è in Ariosto, Orl. fur., XIX, 35, 8.

[277] individuo: «indivisibile» (Crusca).

[278] stigi: aggettivo sostantivato; indicherà le divinità infere, le quali già sapranno, secondo Golo, del peccato di tradimento di Geneviefa; si noti l’antitesi chiaro/negri.

[279] al vostro fato: ‘sul vostro destino’.

[280] pregni: ‘pieni’, nel senso di parole che premono per uscire.

[281] Tartaro cortese: ossimoro, che esprime la dimestichezza di Medusea con gli inferi.

[282] mar ondoso: l’espressione è in Tasso, Ger. lib., II, 96, 3. L’idea che gli spiriti infernali fossero responsabili delle tempeste è tradizionale e già impiegata nella Guard’infanteide.

[283] atri e funesti: endiadi, con significato di ‘dannosi, nocivi’; cfr. Sannazaro, Sonetti, 77, 12.

[284] ingenui: ‘sinceri, schietti’ (Crusca).

[285] ombre querule: ‘anime lamentose’; l’espressione ritorna, a indicare i dannati dell’inferno, in Cane di Diogene, VI, p. 555.

[286] non è ... rosa: il suo atteggiamento non è più riservato e pudico.

[287] l’adora: ‘ne è fortemente innamorato’; l’uso del verbo in questo senso è in Ariosto e in Tasso.

[288] s’invipera: ‘s’infuria, si sdegna’ (GDLI).

[289] cor di vipera: qui ‘vipera’ è metafora non solo per la crudeltà, ma per l’ingratitudine, specificamente della moglie verso il marito (cfr. Ripa, Iconologia, 196.3).

[290] ogni ... intridere: ‘rovinare interamente la mia reputazione’ (intridere vale ‘insozzare, sporcare’, Crusca).

[291] vui: ‘voi’ (cfr. Rohlfs, Grammatica, 71).

[292] vuol: forma impersonale, ‘si vuole’.

[293] spenta: ‘uccisa’ (cfr. Dante, Purg. XII, 39).

[294] II.7.87-89. vi darò ... uguali: ‘vi darò gli ordini adatti [a punire] un simile tradimento’. 

[295] tra ... involto: ‘agitato dai demoni della vendetta’.

[296] s’incammina: ‘si sta realizzando’.

[297] Breve scena di confronto teologico: Fiorino, quasi bestemmiando la Provvidenza, invoca la vendetta di Dio contro i persecutori dell’innocenza, mentre Geneviefa invita a chiedere pietà per i perseguitati.

[298] fondi rigidi: ‘fredde caverne’; le prigioni.

[299] Intermezzo comico che presenta il bravo Tagliavento (con nome che richiama i diavoli danteschi), alle prese con una schermaglia di battute con Rampino. Lo scambio di epiteti ingiuriosi, secondo un espediente della commedia classica, non degenera nella violenza, ma nel gioco (la tradizionale morra) e nella gozzoviglia comune.

[300] poltrona e saporita: ‘oziosa e indaffarata’; antitesi.

[301] Straborgo: Strasburgo.

[302] protomastro: qui nel senso di ‘maggiordomo, reggente del palazzo’.

[303] chi ... apprende: ‘colui che impara a spese altrui’.

[304] dar ... errori: ‘sbagliare’.

[305] sruginator ... corzaletti: ‘tu che fai arrugginire le armature’; epiteto ingiurioso che ridicolizza la propensione al vino del bravo e la sua oziosità.

[306] mazzo di stecchi: per la magrezza e dunque per la fame continua che caratterizza il parassita.

[307] mangia ... micche: cioè millantatore, perché gli sono attribuite azioni impossibili.   micche: ‘minestre’ (Crusca).

[308] tracche tricche: parola onomatopeica per indicare uno strumento musicale popolare (cfr. GDLI); fuor di metafora, le ‘busse’, le ‘botte’.

[309] aloè: cfr. I.6.118.

[310] scamonea: pianta che ha «energiche proprietà purgative» (GDLI); lo sguardo di Tagliavento allora incuterà paura, producendo un effetto simile a quello della pianta.

[311] non ... agresta: ‘non ti scaldare’ (agresta indica una salsa piccante ricavata da una qualità di uva).

[312] fachin: proverbialmente, individui della più bassa lega.

[313] Dopo l’intermezzo comico, comincia la sequenza più propriamente tragica del dramma; qui i due prigionieri sono lasciati senza cibo e ingiuriati dai carcerieri crudeli, precorrendo la loro esecuzione.

[314] stecco: qualcosa di molto sottile, dunque di poco valore.

[315] chi ... ha: proverbio del tipo Chi troppo dice niente fa o Molte parole, pochi fatti (Lapucci, Proverbi, P 582 e 583).

[316] trasse ... fuoco: cioè trovò il suo amante in cucina.

[317] Asinara: nome di località scelto per il richiamo ad asino, animale simbolo di pigrizia (cfr. Ripa, Iconologia, 299.2).

[318] ange: ‘stringe’ (GDLI).

[319] non governo: ‘non mi occupo’, ‘non mi prendo cura’.

[320] Nabuzardan: secondo un’antica lettura del testo biblico (Ier. 52,12), che ebbe un certo successo nella patristica, il babilonese Nabuzardan era «princeps coquorum» («capo dei cuochi»).

[321] II.10.35-36 Altri ... delitti: cioè ‘hai finito di commettere crimini’.

[322] II.10.36-37 entro ... buonanotte: ha lo stesso significato dell’espressione precedente.

[323] chi ... piume: cioè ‘chi ha commesso un crimine paghi per le sue colpe’; il cappone, pietanza rinomata, sta per ‘crimine grave’ (cfr. anche il proverbio Chi ha mangiato il cappone, mangi anche le penne, in Lapucci, Proverbi, M 375).

[324] Seconda parte della sequenza ambientata nelle prigioni; ora Tagliavento arriva con gli ordini di uccidere Geneviefa e Drogane; la prima sarà condotta, fuori di scena, nel bosco da Tagliavento, mentre al secondo sarà somministrato un vino avvelenato da Rampino. Seguita qui il dibattito teologico sull’innocenza perseguitata e sulla vendetta verso i persecutori: come sempre, Geneviefa si fa portavoce di un sentimento autenticamente cristiano, invitando Drogane ad accettare il martirio e a confidare nella giustizia divina.

[325] raspante: «frizzante (il vino)» (GDLI).

[326] festi gabbo: ‘ti prendesti gioco’; per la forma festi, cfr. Serianni, Italiano, IX.136.

[327] sprigionar: «cavar di prigione, scarcerare» (Crusca).

[328] allon, monsiù: ‘andiamo, signore’; inserto in francese per un ostento di ironica cortesia.

[329] a : «posto avverbialm. sorta di giurare, per la fede» (Crusca 1691). ♦ vallone: propriamente un abitante della ragione francofona del Belgio, forse qui nel senso (ironico) di brava persona.

[330] tempelli: ‘indugi, vacilli’ (Crusca).

[331] claretto: «sorta di vino» (Crusca 1691).

[332] Breve monologo in cui Golo maledice Geneviefa e si dichiara trionfatore sullo sdegno della donna oggetto dei suoi desideri. Probabilmente ha la funzione di intermezzo, per permettere l’allestimento della scena successiva, ambientata nei boschi, e per preparare al capovolgimento narrativo.

[333] che: ‘chi’.

[334] Va’ ... ingrata: riprende la fine dell’«alma sdegnosa» di Rodomonte in Ariosto, Orl. fur. XLVI, 140, 5-8. il tuo bel: ‘la tua bellezza’.

[335] La scena finale del secondo atto porta la tragedia di Geneviefa al culmine e poi al capovolgimento che porterà alla risoluzione felice del dramma. Le parole della donna e la sua offerta in sacrificio agiscono su Tagliavento, che si converte e rinuncia a uccidere la donna; di conseguenza la simulazione di Golo è scoperta e l’innocenza di Geneviefa riconosciuta per la prima volta.

[336] risecarti il dì: ‘porre fine alla tua vita’.

[337] senza dimora: ‘senza indugio’.

[338] s’innanima: ‘si fa coraggio’ (GDLI).

[339] sgozzata ... morire: la gola sarà la sede del sozzo amore perché il presunto amante di Geneviefa è identificato in un cuoco; si tratta di una sorta di pena per contrappasso.

[340] opachi ... nidi: ‘rifugi ombrosi e solitari’; saranno i recessi del bosco.

[341] rinselvatevi: ‘rintanatevi’

[342] II.13.69-70. il fier ... la lingua: motivo presente nella versione principale della storia (cfr. Ceriziers, L’innocenza riconosciuta, cit., p. 97); tuttavia è espediente già presente nelle leggende medievali (cfr. Maurice Coens, Geneviève de Brabant, une sainte? Le terroir de sa légende, «Bulletins de l’Académie Royale de Belgique», 46, 1960, pp. 345-363: 354).

[343] di due volti: rappresentazione tradizionale del tradimento, che «dipingesi con due teste, per la dimostrazione di due passioni distinte, una che inclina alla benevolenza finta, l’altra alla malevolenza vera, che tiene celata nel cuore per dimostrarla con l’occasione della ruina altrui» (Ripa, Iconologia, 387.1).

[344] abbiti ... core: entimema arguto; qui doppio ha valore di «simulato, finto» (Crusca), ma gioca con il riferimento ai due volti del v. 72; cfr. Cane di Diogene, III, p. 437, sui cortigiani che «hanno d’ordinario due lingue, come due volti, et in risulta due cuori come due intenzioni», con rimando a Ps 11, 3: «Vana locuti sunt unusquisque ad proximum suum; labia dolosa, in corde et corde locuti sunt».

[345] Sifrido torna a Treviri e, in un breve soliloquio, maledice Geneviefa, che crede morta, e il suo tradimento.

[346] tetti: per sineddoche, il palazzo di Treviri. 

[347] nel centro dei dolori: ‘nel fondo dell’inferno’, dove trovano posto, secondo Dante, i traditori.

[348] Intermezzo comico, da commedia dell’arte, in cui Malisarda rincorre con un bastone il giovane Fiorino, che lamenta le disavventure della padrona Geneviefa e offende la vecchia.

[349] abbiti: ‘subisci’ ♦ maggio sta per ‘primavera, giovinezza’.

[350] libar ... favi: ‘gustare nell’anima il dolce miele (suavi favi) di un amore discreto (perché adatto all’età, in contrasto con i deformi amori del v. 13, probabilmente rivolto a Dio)’.

[351] torbida face: ‘fiaccola fumosa’; così nell’iconografia del Dolore: «l’uomo addolorato è simile ad un torchio ammorzato di fresco, il quale non ha fiamma, ma solo tanto caldo che basta a dar il fumo che puote, servendosi della vita, l’addolorato per nodrire il dolore istesso» (Ripa, Iconologia, 100.2).

[352] se ben tramonto ... stella: ‘anche nelle avversità sarà sempre raggiante’.

[353] scorno di natura: ‘offesa alla natura’, per bruttezza e cattiveria; cfr. Cane di Diogene, VII, p. 518.

[354] Tagliavento consegna a Golo la lingua di cane e mente sulla morte di Geneviefa; Golo deplora la crudeltà della donna (designata più volte come un serpente) con termini assunti dal repertorio petrarchesco e cerca di pagare il servizio del bravo; Tagliavento, ormai convertito, rifiuta il denaro. Da notare i due richiami biblici, alla morte di Cristo e al tradimento di Giuda, che avvicinano la presunta morte di Geneviefa alla Passione.

[355] Così ... spirò: evidente il richiamo agli ultimi momenti di Cristo in croce: «dixit: Consummatum est. Et inclinato capite tradidit spiritum» (Gv 19,30).

[356] III.3.16-17. Nel fiume ... essangue: ‘affondai nel fiume il corpo ancora vivo (ancor spirante), ma prossimo a morire per dissanguamento (nel sangue essangue)’.

[357] Il fantasma di Drogane appare, come deus ex machina, a rovesciare il trionfo dei malvagi: i tre vizi in cui sono colti, Rampino ad appagare la sua gola, Malisarda ad assecondare la sua lussuria, Golo ad esprimere la sua superbia, sono denunciati e condannati. La vicenda si indirizza, grazie al miracolo, verso lo scioglimento.

[358] moscatel di Taggia: rinomato vino ligure; anacronismo rispetto alla vicenda storica.

[359] calascione: colascione, «strumento musicale simile al liuto» (GDLI); in senso figurato, «facoltà versificatoria d’ingegno triviale» (T-B).

[360] Taglia ... mosca: ‘rende deboli le gambe e fa venire l’ubriacatura’.

[361] gabban: «mantello, ma con maniche» (Crusca); il vino è il gabban dei galeotti, cioè dei carcerati, perché è ciò che li riscalda; similmente, baston de’ vecchiotti sarà ciò che li sostiene. 

[362] Eccoti ... sai: anche il fantasma di Don Gonzalo stringe simbolicamente la mano a Don Giovanni per vincolarlo alla promessa che fa, in El burlador de Sevilla III.2432-2435.

[363] sanerai: ‘guarirai’.

[364] III.4.23-24. la tortora ... vedrai: quando Geneviefa tornerà a casa e sarà riconosciuta innocente.

[365] III.4.25-26. Or ... Rampino: cfr. I.1.

[366] sei fieno ... fiori: ‘sei vecchia e tuttavia vai sempre dietro i giovani’; riprende i termini metaforici del proverbio Oggi fiore e domani fieno (Lapucci, Proverbi, F 949).

[367] col mondo lubrica: ‘cedevole ai piaceri mondani’.

[368] Ti ravvolgi: ‘ti rendi schiava delle passioni’ (GDLI, senso attestato per la prima volta in Frugoni).

[369] già ... noia: ‘passati ormai i fastidi [del mondo]’.

[370] Sifrido esprime i suoi tormenti di coscienza (ancora non svelati, per cui si esprimono nel sogno) a Golo, che manipola abilmente la situazione a suo favore e incolpa ancora una volta Drogane. Da notare che le battute sono speculari, di botta e risposta, per cui Golo attira la benevolenza di Sifrido e lo convince a seguire la sua versione dei fatti.

[371] III.5.8-9. la perfidia ... ria: ‘la mia crudeltà, benché sia già passata [perché l’omicidio di Geneviefa è già stato ordinato], è dannosa alla mia tranquillità’; in altre parole, è tormentato da inquietudine e rimorso.

[372] sensibilmente: ‘concretamente’.

[373] III.5.15-17. Sogni ... padri: riprende un monito classico a non fidarsi dei sogni (cfr. Tosi, Sentenze, 1091), ma declinato in forme barocche, con il chiasmo figli dell’ombre/di menzogne son padri.

[374] fier dragone: rappresenta le minacce all’innocenza; figura biblica che richiama Satana.

[375] cor di smalto: privo di pietà; immagine petrarchesca.

[376] Il dragone ... Drogane: Golo ribalta l’avvertimento a suo favore, usando la retorica (dragone è anagramma di Drogane) per falsificare la realtà (l’espediente è già nel Ceriziers).

[377] L’ombra di Drogane stavolta appare a Sifrido e svela l’innocenza di Geneviefa e le colpe di Golo.

[378] compatibil: ‘degno di compassione’.

[379] m’ingemman: termine che rimanda al Paradiso dantesco (XV, 86 e XVIII, 117), così come fa l’espressione gloriose stelle (XXII, 112).

[380] Semplice ... canto: ‘o sempliciotto, non sai chi è, eppure lo tieni al tuo fianco’.

[381] rigioire: ‘rallegrarmi’, per il ritorno in Paradiso; sarà storpiatura di ringioire.

[382] Monologo del pentimento di Sifrido.

[383] eclissati: ‘oscurati della loro luce’, cioè di Geneviefa; ma riprende anche l’immagine del cieco di fronte alla verità di III.6.8.

[384] conquidete: ‘abbattete, schiantate’ (GDLI).

[385] III.7.14-15. Di pudicizia ... fiore: ‘il fiore di pudicizia giace (languisce) tagliato (reciso) e rinsecchito a causa mia’; fuori di metafora, ‘Geneviefa, che era fedele, ora è morta per causa mia’.

[386] III.7.16-17. Da me ... l’onore: ‘da me (con l’uccisione della moglie innocente) è stato distrutto l’onore conquistato con le imprese militati’.

[387] rigidi affetti: ‘la passione intransigente’, che lo ha spinto a uccidere la moglie.

[388] coccodrillo: cioè simulatore; cfr. l’espressione «lacrime di coccodrillo», che si basa sulle antiche credenze che l’animale «divori l’uomo e poi lo pianga a calde lacrime, ed è così divenuto l’emblema dell’ipocrisia» (Lapucci, Proverbi, C 1685).

[389] La sequenza del capovolgimento dell’animo di Sifrido, iniziata in III.5, trova conclusione e l’azione si avvia, con il cambio di scenario, verso l’agnizione finale dell’innocenza di Geneviefa. Altro ipotesto biblico per Geneviefa, nell’immagine del sangue innocente di Abele che grida vendetta. La conversione di Sifrido non è ancora completa, poiché dovrà passare dal sentimento di vendetta verso il traditore a quello propriamente cristiano del perdono.

[390] III.8.32-33. Vendetta ... innocente: cfr. Gen 4,10: «vox sanguinis fratris tui clamat ad me de terra».

[391] del puro ... mio: il sangue di Geneviefa, che però è sangue umano al pari di quello di Sifrido.

[392] Comincia qui la sequenza di tre scene (III.9-11) di estasi mistica di Geneviefa con Cristo, in cui le sofferenze sono trasfigurate nella felicità della Redenzione, preludendo al passaggio simbolico dalla Passione alla Risurrezione della donna, al riconoscimento dell’innocenza e della verità. Il modello è, soprattutto per questa scena, le notti mistiche dell’anima, come quella di san Giovanni della Croce, ispirate al Cantico dei Cantici.

[393] dove ... giace: nel cuore del bosco, dove non trapela la luce per il fitto degli alberi.

[394] inique corti: topos della poesia bucolica, qui declinato in senso cristiano.

[395] III.9.25-30. Colombetta ... frodi: elementi ricavati dal Cantico dei Cantici.

[396] Gli elementi dell’estasi si fanno qui più espliciti (cfr. III.10.4: «recarti d’amor un dolce dardo», III.10.24: «Con questo dolce tuo tutta t’unisci»): l’angelo ricorda a Geneviefa le tappe della Passione di Cristo (vv. 5-21), di cui il crocifisso è simbolo, per invitarla a sopportare le sue sofferenze e a sperare nella redenzione del paradiso.

[397] fu confitto: ‘fu crocifisso’.

[398] mai ... aprì: ‘non aprì mai la bocca’.

[399] Con ... t’unisci: ‘unisciti tutta con questo tuo amato’; invito all’estasi.

[400] III.10.29-30. L’anima ... vita: ‘porta con te l’anima tormentata (fastidita) verso una vita più apprezzabile’, cioè in Paradiso.

[401] viso: ‘vista’; il perpetuo viso è la contemplazione eterna di Dio in Paradiso.

[402] cardini: ‘poli’(Crusca).

[403] selvaggi onori: ‘tributi boscherecci’.

[404] Vieni ... Signor: cfr. la preghiera finale di II.6.

[405] ruota: da tradizione, «la ruota significa l’avvenimenti che hanno cagione inferiore et accidentale, cioè di fortuna» (Ripa, Iconologia, 405.6); il complemento di ruota è delle sventure.

[406] III.11.16-18. Del ... fido: cfr. Vittoria Colonna, Rime (ed. Bullock), 69, 5-8: «sento [...] / mancar a l’alma il suo vital conforto / s’ella non entra in quel sicuro porto / de la piaga ch’in croce aperse amore» (ma è immagine ricorrente nella predicazione cinque-secentesca).

[407] venturoso: «felice» (Crusca).

[408] stranamente: «smisuratamente» (Crusca).

[409] III.11.33-34. pegni: nel senso di ‘testimonianze’ (T-B), di segni dell’amore eterno verso gli esseri umani.

[410] Monologo di Sifrido, che presenta il personaggio assalito dai sensi di colpa, mentre cerca di distrarsi con la caccia (luogo comune della poesia amorosa): con un’inversione tipicamente barocca, egli stesso si sente una bestia selvatica braccata dal senso di colpa (cfr. Is 24,17: «Formido, et fovea, et laqueus super te, qui habitator es terrae»).

[411] smacchiar: «stanare un animale da un bosco o dai cespugli» (GDLI).

[412] romito orrore: ‘boschi solitari’; orrore qui vale ‘luogo spaventoso’.

[413] rapito: «trascinato, spinto a forza» (GDLI). ♦ sviscerar: «manifestare apertamente i propri sentimenti» (GDLI, con unica attestazione in Frugoni).

[414] fuste: ‘foste’ (cfr. Serianni, Italiano, XI.57c).

[415] garruletti: non solo ‘che emettono un mormorio sommesso, gorgogliante’, ma anche ‘lamentosi’ nei confronti delle azioni di Sifrido (GDLI); il diminutivo, che coinvolge sostantivo e attributo, serve a trasmettere la commozione che i luoghi della morte di Geneviefa suscitano nell’animo del marito.

[416] aspro e severo: endiadi petrarchesca (Rvf 264, 96).

[417] sasso: altra tipica immagine petrarchesca.

[418] Momento dell’agnizione: Sifrido riconosce Geneviefa come ancora viva, Geneviefa riconosce Sifrido come marito pentito del male che ha provocato.

[419] trova ... porto: cfr. III.10.18-20.

[420] nuda: ‘priva del corpo’; cioè un fantasma.

[421] ch’è il Cielo: ‘poiché c’è la salvezza’, con riferimento alla manifestazione di Cristo nelle scene precedenti.

[422] prendi: ‘accogli’.

[423] III.13.41-42. ancor ... veste: cioè ‘sono ancora viva’.

[424] doraste: ‘illuminaste con la vostra virtù’.

[425] respirar al Ciel: ‘rivolgere il proprio spirito verso il Cielo’. mirti: piante tradizionalmente associate all’amore, in questo caso amore verso Dio.

[426] Con salto temporale e spaziale, la scena si sposta nelle prigioni, dove sono stati rinchiusi per tradimento Golo e Rampino, che, come le anime dell’inferno dantesco, non sanno fare altro che ricordarsi a vicenda le pene e aumentare così il loro tormento.

[427] III.14.10-11 quel ... Dio: ‘colui che non sa porsi Dio come oggetto primario del desiderio’.

[428] zerbinotti: cfr. I.9.26.

[429] contento: ‘felice, soddisfatto’, e non ancora colpevole (cfr. Petrarca, Rvf 231, 1).

[430] Seconda scena della sequenza di pentimento degli antagonisti di Geneviefa: unitasi Malisarda, si accorano nel timore per la vendetta attesa dall’alto.

[431] mille morti: formula iperbolica petrarchesca (Rvf 44, 12).

[432] III.17.14-16. della diletta ... m’accinsi: ‘cercai di raccontare a lui (Sifrido) tradito (da Golo) che la moglie (diletta) non era stata uccisa (non estinta luce)’.

[433] il ben: Geneviefa.

[434] gabrina: per antonomasia, vecchia «disonesta e spregevole» (GDLI); da un personaggio dell’Orlando furioso.

[435] socco: «calzare usato dagli ’strioni antichi nella commedia» (Crusca), in contrasto con coturno (v. 38), «calzare [...] usato nel rappresentar le tragedie» (ivi); metafora continuata per dire che a dominare i pensieri notturni di Rampino non sarà più una gioia scanzonata, ma una tragica mestizia.

[436] zerbini: cfr. I.9.26; come gabrina, proviene dal nome di un personaggio dell’Orlando furioso.

[437] III.17.39-46. Lascio ... vezzi: l’anafora di Lascio struttura un piccolo inserto modellato sul genere medievale del congé o congedo, dove il poeta immagina di doversene andare e di lasciare i beni finora goduti, vicino al Lais di Villon, testo certamente noto al Frugoni, amante della letteratura comica e satirica.

[438] teatro ... santi: ribadisce la fedeltà e l’innocenza della moglie durante la sua assenza; da notare la metafora continuata (e meta-testuale) teatro-anfiteatro-teatro.

[439] donzel: «famigliare, servo» (Crusca).

[440] ci scorse: ‘ci trasportò’.

[441] III.18.28-29. quivi ... piede: riprende l’iconologia della donna (Madonna) trionfante che calpesta il capo del serpente (Satana), secondo l’interpretazione di Gen 3,15.

[442] già ... riede: ‘dal momento che (il piede) è tornato innocente e trionfatore (sulle accuse di Golo)’.

[443] a prender vita: ‘ad attendere da voi la salvezza’.

[444] Madre: usato affettivamente per ‘nutrice’.

[445] al mondo ... foglie: cioè avete dedicato tutte le vostre attenzioni (frutti) ai beni materiali (mondo), lasciando in secondo piano (foglie) quelli spirituali (Iddio); la contrapposizione foglie/frutti è proverbiale (cfr. Lapucci, Proverbi, P 206).

[446] Rampin ruginoso: equivoco giocato su «Rampino» nome proprio e «rampino» nome comune (cfr. III.4), continuato nei due versi seguenti. Dai vv. 71-72 veniamo a sapere che il personaggio ha ancora la mano tramutata in un rampino, per cui, sulla scena, l’equivoco sarà stato rafforzato dalla mimica.

[447] l’ombra: lo spirito di Drogane; cfr. III.4.22-24.

* Includo solo i testi citati nell’Introduzione ma non segnalati nella Tavola delle abbreviazioni.