Pompilio Miti

 

Ottaviano trionfante di

 Marcantonio

 

 

a cura di

Anna Scannapieco

 

 

 

 

Biblioteca Pregoldoniana

 

lineadacqua

 

2026

 

 

 

Pompilio Miti

Ottaviano trionfante di Marcantonio

a cura di Anna Scannapieco

 

Cuadro de texto:

© 2026 Anna Scannapieco

© 2026 lineadacqua edizioni

 

Biblioteca Pregoldoniana, nº 44

Collana diretta da Javier Gutiérrez Carou

Supervisori per i dialetti: Piermario Vescovo e Luca D’Onghia

Comitato scientifico: Beatrice Alfonzetti, Francesco Cotticelli, Andrea Fabiano, Javier Gutiérrez Carou, Simona Morando, Marzia Pieri, Anna Scannapieco e Piermario Vescovo

Editing: Paula Gregores Pereira

www.usc.gal/goldoni

javier.gutierrez.carou@usc.gal

Venezia - Santiago de Compostela

 

lineadacqua edizioni

san marco 3717/d

30124 Venezia

www.lineadacqua.com

 

ISBN: 979-12-81350-60-1

 

La presente edizione è risultato dalle attività svolte nell’ambito dei progetti di ricerca Archivio del teatro pregoldoniano (FFI2011-23663), Archivio del teatro pregoldoniano II: banca dati e biblioteca pregoldoniana (FFI2014-53872-P), Archivio del teatro pregoldoniano III: biblioteca pregoldoniana, banca dati e archivio musicale (PGC2018-097031-B-I00) e Archivio del teatro pregoldoniano IV: biblioteca teatrale, archivio musicale e banca dati (PID2023-148944NB-I00), finanziati dal Ministerio de Ciencia e Innovación spagnolo e dal FEDER. Lettura, stampa e citazione (indicando nome della curatrice, titolo e sito web) con finalità scientifiche sono permesse gratuitamente. È vietato qualsiasi utilizzo o riproduzione del testo a scopo commerciale (o con qualsiasi altra finalità differente dalla ricerca e dalla diffusione culturale) senza l’esplicita autorizzazione della curatrice e del direttore della collana.

 

 

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Biblioteca Pregoldoniana, nº 44

 

 

 

Nota al testo

La tradizione testuale di Ottaviano trionfante di Marcantonio è monotestimoniale, non riscontrandosi alcuna stampa oltre la princeps veneziana del 1735, di cui – allo stato attuale della documentazione – sono sopravvissuti sette esemplari:[1]

OTTAVIANO / TRIONFANTE/ DI / MARCANTONIO. / MELOLEPIDODRAMAMUSICALE / Da rappresentarsi nel Teatro / prope San Salvatore / IL CARNOVALE 1735./ DEDICATO / Al Signor / ODMUAPONARCEMDO / MIROP. / [IMPRESA] / IN VENEZIA. / Per Alvise Valvasense, / CON LICENZA DE’ SUPERIORI.

 

Alle pp. 3-4, in corsivo, la parodica dedica a ignoto (Signor mio Riveritissimo), firmata con la forma anagrammata di Pompilio Miti ((Itmipolimipo); a p. 5 la Lettera dell’Autore al Signor Compasso- / rio de’ Sicuri Agrimensore dignissimo; alle pp. 5-7 la Risposta del Signor Compassorio de’ Sicuri / al Signor Itmipolimipo Ronzelo; alle pp. 7-8 l’Argomento; a p. 9 una breve avvertenza Al lettore; a p. 10 l’elenco dei personaggi, cui fa seguito – in pagina distinta non numerata – l’illustrazione dei luoghi, satiricamente assemblati in immagine unitaria, in cui si svolge l’azione. Il melolepidodramamusicale, costituito di un atto unduterzo e suddiviso quindi solo in scene, occupa le pp.11-23.

 

 

 

[Pompilio Miti]

 

 

 

 

ottaviano

trionfante

di

marcantonio

melolepidodramamusicale[2]

Da rappresentarsi nel Teatro prope

San Salvatore

il carnovale 1735

dedicato

Al signor

odmuaponarcemdo

mirop

 

in venezia

Per Alvise Valvasense

con licenza de’ superiori

 

 

 

Signor mio Riveritissimo.

 

Giacché la vostra modestia m’insegna a lasciare li titoli, dirò che al vostro patrocinio raccomando questa mia debole fatica, perché so quanto sia il vostro merito, dallo universale degli uomini rispettato. Per impegnarvi a favorirmi, non starò qui a descrivere le vostre gesta, la nobiltà del vostro sangue, l’antichità della vostra stirpe, già si sa che da voi sono sortiti tanti eroi, in guerra, in pace, ed in belle Lettere, e si prevede che ne sortiranno ancora, e perciò a voi la raccomando, ed a’ vostri posteri, che così sarà sicura da ogni pungente critica. Io poi mi protesto tutto vostro, e. per conseguenza a’ vostri comandi, e mi dico

 

            Di voi mio Signore

 

            Di casa il giorno d’oggi del mese che siamo, dell’anno che corre.

 

 

                                    Devotissimo obbligatissimo affezionato servitore

                                                           Itmipolimipo Ronzello[3]

                                                                                                   detto il brillante

                                                           pecoraro della selva

 

 

 

 

Lettera dell’autore al signor Compassorio de’ Sicuri agrimensore dignissimo[4]

 

Compatite vi prego se v’incommodo con questa mia, avendovi trovato fuori di città, con essa trovarete una mia composizione, che vi mando, acciò mi favorite dirmi la vostra oppinione, sapendo quanto siate provetto nell’arte dell’agricoltura, ed aritmetica; se vi è cosa da mutarsi, avendo gran concetto del vostro spirito, attendo subita risposta, e con le vostre censure, che mi saranno care, benché son più sicuro della vostra approvazione, e lode, e mi rassegno

 

            Di voi spiritosissimo padrone

                        servo, ed amico

                        Itmipolimipo Ronzelo

 

 

Risposta del signor Compassorio de’ Sicuri al signor Itmipolimipo Ronzelo[5]

 

Mi giunse la vostra cara lettera, con l’opera intitolata Ottaviano trionfante di Marcantonio, e mi giunse l’altra sera, in tempo che io era tornato da un campo, ove feci certi lavori, e cavamenti singolari; e siccome si facevano delle frittelle, così stando del foco in bona compagnia la lessi, e se devo dire il vero, non ho mai letta cosa più graziosa, e sia detto a gloria della vostra modestia mai tanto virtuosa; tutti quelli che si trovorono presenti ne ebbero un gusto matto; il fattore, la gastalda, il gastaldo, la cucciniera, ed il boaro, che sapete quanto sia facceto costui, e che sona così bene il caliscione, tutti l’ammirorono; io poi, che per grazia del Cielo ho più intelligenza (quasi direi di tutti questi), ho considerato il vostro talento, la rarità dell’invenzione, la facilità del verso, li sali, le sentenze, e le belle figure non più poste in vista, e dirò alla sfuggita ciò che mi ha fatto stupire, ed è da stimarsi quel Marcantonio, che fra tanti rumori dorme saporitamente; questa è una finezza di spirito grande, e tutta vostra, e affatto nova, e ben si capisce, che quello dormendo si sottrae dalli impegni, e sta in insogno, pensando a soggiogar Ottaviano. Bella bella per certo. L’invenzione di nascondersi Marcantonio nel pozzo, è la più bella cosa che sia mai stata esposta, e con grazia, e con brio. È degno di lode il sentimento di Marcantonio, e degno di lode quando tutto accorda ad Ottaviano per non morire, ho ammirato il verso, che dice Ottavia qui sei, e non ti vedo, che nella disinenza moro di freddo, avete levato quella doppia lettera d, perché la rima non sconsoni, stava anche bene se l’aveste aggiunto al vedo due dd, tutto però benissimo, unendovi all’asioma gaudent brevitate moderni. È poi lodevolissima cosa l’esservi levato dal solito costume usato da’ poeti nella figura della rondinella, tortorella, facendo comparire con nuovo stupore un quagliotto sulla scena, né mai v’è stato come voi, ch’abbia fatto credere che parlino le rane. Vi esorto a darla subito alle stampe, per non fare ingiuria a voi, agli uomini di spirito, che sanno, e a quelli che non sanno, mi rallegro con voi, e poi con voi mi rallegro, che meritate ogni lode, e con ringraziarvi tanto sono di voi stimatissimo signore ed amico[6]

 

                        devotissimo cordialissimo servitore e amico

                                    Compassorio de’ Sicuri

 

 

 

 

 

Argomento

 

 

Quindi è, che partitosi Ottaviano da dov’era, e portatosi dove giunse, nel qual loco stava la bella Cleopatra amata da Marcantonio marito d’Ottavia, che essendo di un animo pacifico non si sdegna che Cleopatra corrispondi a Marcantonio, il quale in segno di buon cuore amava tutte due. Allo improvviso giunse questo Ottaviano, quello del triumvirato, come già si sa, e se non si sapesse, si può leggere l’istoria, o farsela raccontare per servizio da qualche amico, perché qui non è tempo da mettere un tale paragrafo, che parrebbe piuttosto fillastrocca, che necessario parlamento, come appunto uno che di mezogiorno, quando Febo con li raggi più luci sopra l’orbe risplende, accendesse un lume in chiarissima camera, per scrivere. Il lume è fuori di proposito, quando però non servisse per bollare a cera spagna la lettera, o biglietto; così Marcantonio soprafatto mentre dormiva fugge, Ottaviano gli corre dietro, il fuggitivo salta in un pozzo, il vincitor lo trova, lo condanna a morte. Moglie, ed amata lo dimandano in grazia, Marcantonio sprezza la morte, ma perché gli dispiace di morire, cede Cleopatra ad Ottaviano, e nascono molti accidenti, come si vede. Il fatto è tolto dal scrittore in Historia Universali lib. 5 de factis transactis Cap. de triumphis vigore beli acquisitis, epistola Carissime mi.[7]

 

 

 

Al lettore

 

Gradisci caro, ed amato Lettore la presente mia fatica, perché il tuo aggradimento mi farà coraggio a migliori cose. Io di te mi fido, perché so che sei galante, e garbato, e mi ti dichiaro tuo servo.

Le parole fato, destino, sorte, ec. ec. sono tutti vocaboli della poesia, ma chi ha scritto si protesta vero cattolico per grazia di Dio.

 

 

 

Personaggi

 

ottaviano romano, poi Cesare

cleopatra, ultima regina d’Egitto

marcantonio, eroe romano marito di Ottavia

ottavia, sorella di Ottaviano

oronte, capitan generale di Cleopatra

trespolo, pescatore, e barbiere confidente di Marcantonio[8]

guardie

 

La scena è in campagna, città, atrio, arcova, gabinetto, prigione tutto insieme.[9]

 

 

 

                                    ATTO UNDUTERZO[10]

 

                                    Campagna spaziosa, da una parte un letto sotto ad un albero; specchio attaccato ad un ramo dell’albero, sedia, tavolino con da scrivere. Pozzo dall’altra parte con girella, e corda; in lontananza fiume, con padiglioni, porta di una camera dalla parte del letto.[11]

 

 

                                    SCENA PRIMA

 

                                    marcantonio dormendo sul letto, cleopatra agitata esce dalla porta.[12]

 

            cleopatra Oh me infelice! dove

                                    a questa vita troverò mai scampo?

                                    Se di nemiche squadre

                                    mi spaventa il furor, ond’io ne tremo,

5                                  e cerco il diffensor che me assicuri[13]

                                    dall’insolente vincitor superbo.

                                    Già Ottaviano s’avvanza,

                                    e di veder già parmi

                                    cingere il piede mio d’aspre cattene,

10                                e accrescer al mio cor tormenti, e pene.[14]

                                                Marcantonio dove sei?

                                                Io ti cerco; e non ti trovo.

 

            marcantonio                   Chi mi sveglia, oh Cieli! oh Dèi!

                                                Oh che sonno mai io provo!

 

15        cleopatra            Dove sei rispondi, e di’.

 

            marcantonio                   Chi mi chiama? oh Ciel! son qui.

 

            cleopatra Ah mia vita ti vedo,

                                    che lode al Ciel guercia non son, né cieca,

                                    gran cose dirti deggio.

 

20        marcantonio       Ed io d’udirle mi farò gran preggio.

 

            cleopatra Sappi dunque, che il superbo Ottaviano...

 

            marcantonio       Che gli venga il malanno.

 

            cleopatra ... con squadre furibonde

                                    questa reggia minaccia,

25                                priggioniera farammi.

                                    Ah dal timor questo mio cor si sface!

 

            marcantonio       Vano è il timor, lascia ch’io dorma in pace.

 

            cleopatra Di dormir non c’è tempo anima mia.

 

            marcantonio       Digli che dormo, e che sen vada via.

 

30        cleopatra Del vincitor io temo la presenza.

 

            marcantonio       Questa l’ora non è di dargli udienza.

 

            cleopatra Ogni scampo ci toglie, o asillo serra.[15]

 

            marcantonio       Lascia ch’io dorma, e poi farò la guerra.

 

            cleopatra No... non dormir... ascolta.

35                                Ohimè! che in dolce sonno

                                    dorme il mio ben, né di svegliarlo ho core.

                                    Che far dovrò, tu mi consiglia amore.

                                    Olà miei servi, e serve

                                    tosto accorrete e le mie voci udite.

40                                Alcuni non risponde?

                                    Ma colui chiamerò, che sta in distanza.

                                    Ei... tu... costui... al cenno mio s’avvanza.[16]

 

 

                                    SCENA SECONDA

 

                                    trespolo, che sta pescando con arnesi pescarecci, e cleopatra.

 

            trespolo   Mi chiamate signora?

 

            cleopatra Sì, ho bisogno di te, non far dimora.[17]

 

            trespolo   Non posso affé, non posso,[18]

                                    che pescar deggio il pranso

5                                  per Marcantonio mio signore, e vostro.

 

            cleopatra Oh Dèi! Superni Dèi![19]

                                    sì abbandonata sono;

                                    odimi, per pietà dammi soccorso.

 

            trespolo   Del danno mio, farete voi lo sborso?[20]

 

10        cleopatra Io tutto pagherò, non ti sgomenta.

 

            trespolo   A me basta per premio una polenta;[21]

                                    eccomi, che volete?

 

            cleopatra Tu vanne tosto a ritrovare Oronte

                                    capitan general delle mie genti,

15                                digli che a me ne venga,

                                    e d’ubbidir al cenno mio li piaccia.

            trespolo   E dove mai sarà?

 

            cleopatra                            Sarà alla caccia.

 

            trespolo   Sì che vedrassi in questa nostra terra[22]

                                    straggi, morte, furor con aspra guerra.

20                                            Ancor io d’armi finito[23]

                                                fatto ardito

                                                l’inimico abbatterò.

                                                Non più tenche,[24]

                                                non più anguille:

25                                            rane, o schille[25]

                                                con la rete piglierò.

                                                Ancor io ec. (parte)[26]

 

            cleopatra Giacché il mio ben riposa

                                    in guardia veglierò della sua vita,

30                                che lo sdegno, ed amor mi fanno ardita.

                                                Da’ nemici, dall’amante

                                                è quest’anima agitata,

                                                questa fronte coronata

                                                la corona perderà.

35                                            Ma nel periglio

                                                pronto consiglio

                                                tosto si prenda,

                                                e si diffenda

                                                questo mio impero,

40                                            scudo e cimiero,

                                                e lancia, e spada

                                                per ogni stradda

                                                questa mia destra – impugnerà.

                                                Da’ nemici ec. (parte)

 

 

                                    SCENA TERZA

 

                                    trespolo, ed oronte.

 

            trespolo   Vi chiama Cleopatra la regina.

 

            oronte       Oronte è pronto, e a lei fedel s’inchina.

 

            trespolo   Altro che riverenze,

                                    io vi so dire; fra poco Ottaviano

5                                  qui ne verrà con furibonda armata,

                                    e vol far di noi tutti una frittata.[27]

 

            oronte       Del mio valor a fronte

                                    resister non potrà; io sono Oronte.

                                                Venga l’altero

10                                            superbo, e fiero,

                                                la sua fierezza

                                                io vincerò.

                                                Questo mio core

                                                non ha timore

15                                            tutto furore – l’ucciderò.

                                                Venga l’altero etc.[28]

 

            trespolo               Tutto puol essere,

                                                ma questo no.

 

 

                                    SCENA QUARTA

 

                                    ottaviano entra per la porta, guardie, e detti.

 

            ottaviano           Olà, chiunque siate

                                    miei priggionieri siete.

                                    e perché nota sia        

                                    la condizione mia,

5                                  e la nascita, e il nome;

                                    diròvi il che, il come,

                                    facendovi saper ch’Ottavian sono

                                    il vincitor romano

                                    inflessibil nemico

10                                del vostro Marcantonio,

                                    seco vengo a pugnar con gioia e fasto.[29]

 

            trespolo   Vi credea signor l’asin col basto.[30]

 

            oronte       Tal cosa non contendo,[31]

                                    che il generale son della regina.

 

15        ottaviano           Se tale sei, io vo’ la tua rovina.

 

            oronte       Ciance sono le tue

                                    ti disfido alla pugna.

 

            ottaviano                                            Ed io al cimento.

 

            trespolo   Di fuggire ho il pensier, e non mi pento. (parte)[32]

 

            ottaviano           Non più temerario. (snuda la spada)[33]

 

20        oronte       Per te nuvolo dice il mio lunario. (si battono)[34]

 

 

                                    SCENA QUINTA[35]

 

                                    marcantonio sul letto si sveglia, e detti.

 

            marcantonio       Che creanza è mai questa

                                    di far rumore e non lasciar dormire.

                                    Olà non si risponde? (s’alza dal letto).

 

            ottaviano           Cedi fellon.

 

5          oronte       Ch’io ceda, o questo no.

 

            ottaviano           Cadrai sì sì.

 

                                    (intanto Marcantonio si alza dal letto, si pulisce gl’occhi, e si distira, e si specchia)

 

            oronte       Cader, no, no.

 

            marcantonio       Olà dico, e poi un’altra volta olà.

 

            ottaviano           Sento a parlar, chi sei tu? Voltati in qua.

 

10        marcantonio       Aspetta pur, aspetta,

                                    che la perucca accomodata sia,[36]

                                    e poi dirotti l’oppinione mia.

 

            ottaviano           Che oppinion? che perucca?

                                    Mio schiavo sei, e ti rompo la zucca.[37]

 

15        marcantonio       Tu menti ribaldo.

 

            ottaviano           Hai tanto ardir, mori. (va per ucciderlo)

 

 

                                    SCENA SESTA

 

                                    ottavia entra furibonda, e detti.

 

            ottavia      Ferma signor, deh non ferir ancora.

 

            marcantonio       Un bel fuggir salva la vita ognora.

 

            ottaviano           Olà guardie seguite

                                    il traditor che fugge,

5                                  e se mai si diffende l’uccidete,

                                    Oronte s’impriggioni.

 

            oronte       Oh perverso destino! (parte con soldati)

 

            ottavia      Sappi ch’ei non intende...

 

            ottaviano           Ben io l’intendo.[38]

10                                So che salvo il vorresti, essendo moglie.

 

            ottavia      Confesso il ver, che salvo lo vorrei.

 

            ottaviano           No, salvo non l’avrai

                                    te lo prometto, e giuro.

                                    Per Cleopatra il so, ei ti tradisce.

 

15        ottavia      All’uso de’ mariti, egli s’unisce.

 

            ottaviano           T’è marito, e per te non ha costanza.

 

            ottavia      Questo è un affar che passa per usanza.[39]

 

            ottaviano           Meco soldati ne venite tosto,

                                    troviam costui, che voglio farlo arosto. (parte, e resta Ottavia sola)[40]

 

20        ottavia      Oh me infelice, e sconsolata donna!

                                    Perdo il marito, ma già lo perdei

                                    nel seno di Cleopatra mia rivale.

                                    Oh eroe sfortunato!

                                    Ch’averse avesti al nascer tuo le stelle,

25                                la tua vita passando in rie procelle.[41]

                                                Quando nacque Marcantonio

                                                era brutto, e contrafatto,

                                                che pareva il gran demonio.

                                                Quando nacque ec.[42]

 

 

                                    SCENA SETTIMA

 

                                    marcantonio fuggendo, salta nel pozzo, e detta.

 

            marcantonio       Me infelice, ove fuggo?

                                    Ah dal timor m’ingozzo,[43]

                                    salto qui dentro, e mi salvo nel pozzo.

 

            ottavia      Questa la voce parmi

5                                  del mio diletto sposo.

                                    Ove sei? rispondi, e di’.

 

            marcantonio       Son qui, son qui. (dal pozzo alzandosi, e nascondendosi)[44]

 

            ottavia                                  E dove? e dove sei?

                                    non ti celar agl’occhi miei così.

 

            marcantonio       Son qui, son qui.

 

            ottavia                                   Qui sei? ma non ti vedo.

 

10        marcantonio       Nel pozzo sono, e mi moro di fredo.

 

            ottavia                  Esci mia vita

                                                consola il mio core,

                                                trionfi l’amore,

                                                trionfi la fé.

 

15        marcantonio                   Gioia gradita

                                                ho troppo timore.

                                                Di morte il dolore

                                                Peggiore non v’è.

 

            ottavia                  Esci mia ec.[45]

20                                Ma il vincitor qui giunge,

                                    dove mi salvo... dove. (affannata guardando)

                                    Ardo, sudo, m’aggiaccio,[46]

                                    e mi confondo. (parte)

 

            marcantonio       Ed io nel pozzo da eroe

25                                m’ascondo. (si nasconde)[47]

 

 

                                    SCENA OTTAVA

 

                                    ottaviano con oronte incatenato, trespolo, e guardie.

 

            ottaviano           Siete ancor ostinati,

                                    né palesar volete

                                    ove nascosto sia

                                    Marcantonio l’ardito?

 

5          oronte       Ei per certo è fuggito,

                                    così almen mi lusingo.[48]

                                    Trespol saprà, e il credo,[49]

                                    ove egli sia, o pur ove s’invola.[50]

 

            trespolo   Io niente so, tu menti per la gola.[51]

 

10        oronte       Signor, giacché trionfi

                                    tu mi doni la vita, e libertade.

                                    Gradisci il servir mio,

                                    che tuo schiavo mi vanto,

                                    e ti prometto intanto

15                                di condur al tuo piede

                                    di Marcantonio la gentil consorte,

                                    forsi da lei saprai[52]

                                    ciò che costui di palesar ricusa.

 

            ottaviano           Quel troppo ardir per traditor l’accusa.

20                                Libertade a te dono. (una guardia li leva le cattene)

                                    Meco farai soggiorno.

 

            oronte       Per Ottavia men vo, e poi ritorno. (parte)

 

            ottaviano           Orsù prò tribunali[53]

                                    m’affiderò giudice indifferente.[54]

25                                Trespol t’avvanza, e dimmi

                                    Marcantonio sai tu dov’egli sia?

 

            trespolo   Il mestiere non so di far la spia.

 

            ottaviano           Così ricusi ardito

                                    di palesar il vero,

30                                olà ministri qui tosto apprestate

                                    li tormenti più crudi

                                    per affligger costui troppo insolente.

 

            trespolo   Voi fallate signor, io non so niente.

 

            ottaviano           Confessa, su confessa,

35                                che grato mi sarà quanto rapporti.[55]

 

            trespolo   Se nulla so, che il diavolo vi porti.

 

            ottaviano           Giacché ostinato sei,

                                    ostinato m’avrai,

                                    ed ora mi protesto,[56]

40                                che di pietà questo mio cor si scorda,

                                    senz’altro più a tardar abbia la corda.[57]

                                                Alla corda s’attacchi costui,

                                                che di poi risolverò.

                                                Troppo buono seco fui,

45                                            Ma fors’io lo impiccherò.

                                                Alla corda ec.[58]

 

            trespolo   Ohimè! che pena è questa? (viene attaccato alla corda)

                                    Un sì fiero dolor soffrir non posso.

 

            marcantonio       Deh per pietà non mi cascate addosso.

 

50        ottaviano           Che voce? chi ha parlato?

                                    sul tormento rispondi a mente sana.[59]

 

            trespolo   Si mosse a compassion per me una rana.

 

            ottaviano           Su gettatelo abbasso, e lo negate.[60]

 

            marcantonio       Tu mi rovini, per pietà non fate.

 

55        ottaviano           Qui nascosto è il nemico, oh quanto è scaltro. (guarda nel pozzo)

                                    A me d’avanti venga e l’uno, e l’altro.

                                                Vittoria, vittoria

                                                ho trovato Marcantonio.

 

            marcantonio                   Veramente, che gran gloria,

60                                            oh che faccia da demonio.

 

            trespolo               Ma la colpa mia non è.

 

            ottaviano                       Alla morte ti condanno.

 

            marcantonio                   È per me quest’un malanno.

 

            ottaviano                       Tu la merti scellerato.

 

65        marcantonio                   Oh che colpo inaspettato!

 

            trespolo               Che perturba ancora me.

 

            marcantonio                   Non dovuto alla mia fé.

 

            ottaviano                       Meritato sol da te.

                                                Vittoria, vittoria ec.[61]

 

 

                                    SCENA NONA

 

                                    cleopatra in disparte, e detti.

 

            cleopatra Che ascolto, condannato

                                    Marcantonio alla morte!

                                    Ah che il mio cor nol soffre,

                                    signor, ecco a’ tuoi piedi

5                                  la real Cleopatra,

                                    che umil ti chiede Marcantonio in dono,

                                    la grazia della vita, e del perdono.

 

            ottaviano           Oh di soverchio ardita

                                    vorresti Marcantonio?

10                                Vo’ che mora l’indegno,

                                    alzati, non t’ascolto

                                    di senno fuora dall’amor sei tratta.

 

            trespolo   Più non serve il parlar la grazia è fatta.

 

            cleopatra Alzati... fuor di senno...

15                                sei tratta... e non regina!

                                    Sì rispettata sono?

                                                Dèi fulminate,

                                                Furie uccidete,

                                                mostri assalite

20                                            il tiranno, il superbo, il vincitore.[62]

                                    Disperata mi trovo

                                    entro l’inferno, ed ho le furie al core.

 

 

                                    SCENA DECIMA

 

                                    oronte, ottavia, e detti.

 

            oronte       Ecco signor Ottavia.

 

            ottaviano                                            Oronte aspetta.

 

            oronte       Non ho alcuna fretta.

           

            ottaviano           Smania pur a tuo senno. (a Cleopatra)

                                    Costui deve morir.

 

5          ottavia      Morir lo sposo mio?

 

            ottaviano           Morrà. (Ottaviano, ed Oronte si mettono a sedere sul letto, e bevono il caffè)[63]

 

            cleopatra            Oh Ciel!

 

            ottavia                                Oh Dio!

 

            marcantonio       Quietatevi mie belle,

                                    e vivete felici

                                    il tempo che vi resta,

10                                che sopra di me si deve far la festa.

                                                Vieni o morte

                                               io t’aspetto.

                                                Mio diletto, (a Cleopatra)

                                                mia consorte (ad Ottavia)

15                                            non credea – di morir.[64]

 

            cleopatra

            ottavia (a due)       Fier martir.

 

            marcantonio                   Subito morro

                                                a te mio core. (a Cleopatra)

 

            cleopatra            Oh che dolore!

 

20        marcantonio                   A te mio bene. (ad Ottavia)

 

            ottavia                  Oh Dio che pene!

 

            marcantonio                   Per mio conforto

                                               verrà il mio desir.

 

            cleopatra

            ottavia (a due)       Che languir.

25                                           Cruda morte ec.[65]

 

            cleopatra Vivere più non posso,

                                    pria che il dolor m’uccida

                                    col suo freddo veleno

                                    mi priverà quest’aspide di vita.

 

30        ottavia      Questo pugnal a me darà la morte.

 

            marcantonio       Giacché così vi piace,

                                    da buoni, e veri amici

                                    morriamo tutti tre allegri in pace.

 

            cleopatra Ecco ch’al petto l’aspide m’appresto.[66]

 

35        ottavia      Ed io senza parlar qui faccio il resto.

 

            ottaviano           Sospendete eroine

                                    il genio di morir sì disperato,

                                    oggi m’ispira il fato

                                    d’esser con voi pietoso

40                                di Marcantonio ad obliar le offese

                                    pur che cessin fra noi l’alte contese.

 

            marcantonio       Se la vita io salvo il tutto accordo.

 

            ottaviano           In parola ti prendo.

                                    Tu vivrai alla moglie,

45                                mia sarà Cleopatra

                                    Oronte meco verrà

                                    a trionfar colà nel Campidoglio.

 

            marcantonio       Salva è la vita, quel che vuoi io voglio.

 

            oronte       Al tuo cenno ubbidisco.

 

50        cleopatra Son lieta.[67]

 

            ottavia                      Ed io gioisco.

 

            ottaviano           Si dia bando agli affanni,

                                    godin lieti li cori, e qui d’intorno

                                    venghi la pace ad illustrar il giorno.

 

            coro                         Viva, viva Ottaviano

55                                            viva il saggio,

                                                viva il forte,

                                                viva il nostro vincitor.

                                                All’aspetto tuo sovrano

                                                porge omaggio

60                                            fida sorte

                                                e s’umilia il nostro cor.

                                                Viva viva Ottaviano ec.[68]

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Fonti archivistiche

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Opere a stampa

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[1] Due a Venezia, presso la Biblioteca Marciana e quella di Casa Goldoni; due a Roma, presso la Nazionale e la biblioteca del Conservatorio di Musica; una a Milano presso la Braidense e una Bologna (Biblioteca di Casa Carducci); una copia infine è conservata presso la Music Library dell’University of California (Los Angeles). In questa sede si sono riscontrati gli esemplari di Casa Goldoni e della Marciana.

[2] melolepidodramamusicale: una delle consuete formulazioni scherzose per classificare questo genere di componimenti, basato sulla ridondanza (melo- e musicale) e sulla altisonante complessità lessicale; in sostanza, ‘dramma giocoso per musica’. prope: latinismo, ‘vicino, accanto’. dedicato al Signor Odmuaponarcemdo Mirop: non è stato possibile sciogliere l’anagramma, ma è comunque altamente probabile che l’astrusa denominazione nasconda un dedicatario inesistente.

[3] Itmipolimipo Ronzello: mentre il secondo (in forma scempia nelle due successive occorrenze) è un cognome di fantasia (forse imparentato con ronzino, nell’accezione figurata di «Persona mediocre, di limitate capacità, che deve lavorare accanitamente», gdli), il primo nome è l’anagramma di Pompilio Miti.

[4] La giocosa ipertrofia paratestuale associa alla canonica richiesta di patrocinio rivolta a un non meglio identificato protettore influente, cui viene dedicata-raccomandata l’opera, una miriade di altri testi di corredo, tra cui una breve lettera interlocutoria rivolta a una sedicente autorità giudicante (che dietro l’altisonante designazione rinvia a una dimensione contadina), e la lunga risposta della medesima. Non mancheranno, sempre giocati in chiave ironica, l’esposizione dell’argomento e l’avviso al lettore. ♦ Compassorio de’ Sicuri: l’«agrimensore» (alla lettera ‘il misuratore di terreni’) «dignissimo» viene burlescamente denominato con un neologismo derivato da compasso o dal veneziano compassar («misurare col compasso [...] pesare», boerio); nell’insieme la denominazione vale ‘che sa valutare con sicurezza, con giudizio ponderato’.

[5] Coerentemente con il contestuale registro stilistico, la risposta del Signor Compassorio de’ Sicuri è tutta bilanciata su un rovesciamento parodico dei cenacoli accademici (qui contraffatti nella discussione e nell’apprezzamento ad opera di fattore, gastaldi, cucciniera, e boaro mentre mangiano frittelle davanti al fuoco) e nell’esibizione narcisistica della propria «intelligenza» esegetica, divorata in realtà da insulse minuzie stilistiche e da motivi topici della satira stile Benedetto Marcello. In questa Risposta Gerardo Guccini ha voluto scorgere un più circoscritto bersaglio satirico: «Probabilmente, la satira di Miti si riferì, oltre che alle generiche espressioni di compiacimento in uso fra i poeti aulici, anche a un testo preciso, vale a dire, alla lettera di Pier Jacopo Martello che circa due anni prima il letterato Sebastiano degli Antonij aveva pubblicato in testa alla sua tragedia La congiura di Bruto figliuolo di Cesare (Vicenza 1733). L’incipit della risposta di Martello al drammaturgo vicentino è pressoché identico a quello della lettera – ovviamente immaginaria – «del Signor Compassorio de Sicuri Agrimensore dìgnissimo al Signor ltmipolimipo Ronzello». Nella prima leggiamo: «Giorni sono mi vidi arrivar certo Rolo [...] che da me aperto, fu trovato contenere una Tragedia a me da V. S. Illustrissima indirizzata». E nella seconda: «Mi giunge la vostra cara Lettera, con l’opera intitolata Ottaviano trionfante di Marcantonio [...]». Martello afferma poi di aver letto la tragedia nel corso di una riunione notturna. «[...] portatomi da lì a pochi momenti ad una dotta e notturna conversazione, alla quale pochi ma scelti amici intervenivano, da chi per felicità di pronuncia e per chiarezza di voce è destinato ivi a leggere, feci recitare i primi due Atti della Tragedia [...]». Esattamente lo stesso fa l’agrimensore immaginato da Miti» (Guccini, Dall’innamorato all’autore, cit., pp. 281-282).

[6] cavamenti: «Agric. Zappatura» (gdli). ♦ la gastalda, il gastaldo: la prima è la moglie del castaldo, l’‘amministratore di un’azienda agricola’, o, per dirla col boerio, «quegli che ha a cura ai negozii e alle possessioni altrui». ♦ caliscione: ‘colascione’, «strumento musicale simile al liuto, di sonorità aspra, provvisto di tre o quattro corde e di sedici tasti sul manico (in uso specialmente nel napoletano durante il xvii secolo), in senso figurato «Strumento suonato sgarbatamente». ♦ Poeta da colascione: «di scarso valore, da strapazzo» (gdli). ♦ ho ammirato il verso: il riferimento va a 7.9b-10, «ottavia Qui sei? ma non ti vedo. / marcantonio Nel pozzo sono, e mi moro di fredo» ♦ sconsoni: verbo denominale non attestato da scononanza, «Ant. Contrasto, disaccordo» (ivi); ♦ gaudent brevitate moderni: era espressione propria del linguaggio giuridico (da una glossa di Accursio con riferimento a un frammento di Ulpiano dove si parlava della semplificazione di un capitolo dell’Editto Pretorio), ma anche teologico e musicale; oggetto di ironia da parte degli umanisti, fu interpretato come un invito a eliminare «etiam syllabam unam non necessariam» e, in riferimento alla ‘modernità’, un proverbio medievale recitava «metrificant quoniam gaudent brevitate moderni» («i moderni fanno versi perché a loro piace la stringatezza»). Nel nostro contesto, appare del tutto surreale l’impiego della massima, per quanto usurata, a giustificare un banale fenomeno di scempiamento, peraltro con ironia (suggerendo la soluzione di un ipercorretto veddo). Si veda anche di seguito, p. 47. ♦ È poi lodevolissima cosa l’esservi levato dal solito costume usato da’ poeti nella figura della rondinella, tortorella, facendo comparire con nuovo stupore un quagliotto sulla scena: in realtà nel melolepidodrammamusicale non appare alcun quagliotto, e tanto meno rane che parlino (tranne un pallido riferimento alla battuta di Trespolo in 8.52: «Si mosse a compassion per me una rana»; a giustificare buffonescamente la voce di Marcantonio uscita dal pozzo); ma la trovata serve a sfruttare uno dei motivi parodici più diffusi del Teatro alla moda, quello relativo all’inflazione di rondinelle e tortorelle sulla scena musicale.

[7] come già si sa, e se non si sapesse, si può leggere l’istoria, o farsela raccontare per servizio da qualche amico, perché qui non è tempo da mettere un tale paragrafo, che parrebbe piuttosto fillastrocca, che necessario parlamento: perfettamente intonata alla decostruzione delle paludate esibizioni erudite delle pubblicazioni teatrali “serie”, la vis satirica si spinge sino a una giocosa “aggressività” verso il lettore, tanto più grottesca in quanto, in effetti, l’istoria da cui trarrebbe spunto il dramma melolepidomusicale non è mai esistita; l’iperbolica similitudine che fa seguito (come appunto uno che di mezogiorno, quando Febo con li raggi più luci sopra l’orbe risplende, accendesse un lume in chiarissima camera) non fa che rafforzare l’effetto surreale della deformazione. ♦ parlamento: ‘discorso’. ♦ cera spagna: propriamente cera di Spagna, ‘ceralacca’ (cfr. gdli) ♦ Il fatto è tolto [...]: naturalmente, del tutto fantasioso e parodico il riferimento alla fonte.

[8] Trespolo è nome parlante: in accezione metaforica vale ‘membro virile’; con valore aggettivale ‘molto magro, scarno’ (cfr. Gdli): a rimarcare la natura buffonesca del personaggio, la sua funzione di ‘zanni’ all’interno del disegno drammaturgico eroicomico la Drammaturgia di Allacci registra due stampe bolognesi (una s. d. e l’altra del 1683) che designano con questo nome il protagonista eponimo di una commedia (Trespolo podestà di Greve) e di un dramma burlesco in prosa (Trespolo tutore). ♦ barbiere: sarebbe come dire il ‘medico personale’ («un tempo (e ancor oggi, in certe regioni) il barbiere praticava anche la bassa chirurgia (faceva il cavadenti e il cavasangue)», gdli).

[9] La scena è [...] tutto insieme: la vis satirica irrompe anche nei ristretti spazi dell’indicazione di luogo, estremizzando con gusto surreale il rispetto della fatidica unità e giungendo beffardamente a riproporre in un’apposita illustrazione (riprodotta supra, p. 32) gli elementi che ‘unitariamente’ compongono l’ambientazione.

[10] atto unduterzo: altra staffilata parodica nei confronti di prassi drammaturgiche ‘ortodosse’; c’è solo un altro libretto – per quanto a mia conoscenza – che fa ricorso a un simile divertissement, e cioè il Nerone detronato dal tronfo di Sergio Galba (San Luca,1725): «Atto primo, e per brevità secondo, e terzo. Perché Gaudent brevitate moderni» (p. 10). Anche per il ricorso alla medesima espressione, gauden brevitate moderni, presente nella Risposta, mi pare altamente verosimile che la paternità del Nerone detronato, anonimo, vada ricondotta a Pompilio Miti, come d’altronde aveva a suo tempo, per altre ragioni, ipotizzato Weiss, Venetian Commedia dell’Arte “Operas” in the Age of Vivaldi, cit., pp. 214-215. Quanto al detto latino, ricorre anche in Bacco usurpatore di Parnaso o sia Arlichino poeta tragico alla moda (Venezia, 1724), attribuito a Michelangelo Boccardi, nel cui avviso ai lettori ricorre la seguente protesta: «Io non t’importunerò d’avantaggio con una lunga, e noiosa prefazione, sapendo che, gaudent brevitate moderni» (p. 6 n.n.)

[11] girella: «Ruota della carrucola; la carrucola stessa» (gdli)

[12] dormendo sul letto, [...] agitata esce dalla porta: di grande impatto, la scena incipitaria delinea con sapienza drammaturgica le polarità inedia-agitazione entro cui si muoveranno il protagonista e le sue controparti femminili.

[13] e cerco il diffensor che me assicuri: la regolarità metrica del verso va a scapito di quella sintattica (per evitare l’anacoluto non avrebbe dovuto figurare la congiunzione iniziale).

[14] Cleopatra irrompe in scena con un recitativo (a consueta alternanza endecasillabi-settenari), con rima baciata conclusiva, che poi sfocia in un canto di ottonari (vv. 11-16), intonato a due con Marcantonio.

[15] asillo: per asilo, nel significato di «luogo che la legge riconosceva inviolabile (tempio, chiesa, convento, sede vescovile, ecc.) e che dava l’immunità a chiunque vi si rifugiasse» (gdli); il timore è che tale riparo sia serrato, cioè ‘chiuso’, ‘impedito’.

[16] 1.17-43: recitativo in cui si distende l’invincibile ed esilarante sonnolenza dell’eroe romano. Ha giustamente rilevato Weiss (Venetian Commedia dell’Arte “Operas” in the Age of Vivaldi, cit., pp. 209-210) la non casuale ricorrenza del motivo del sonno che in questo genere di componimenti coglie, in forme per lo più parodiche, l’‘eroe’ scoronato: esso infatti è presente anche in Nerone detronato dal trionfo di Sergio Galba (San Luca, 1725) e ne La fama dell’onore, della virtù, dell’innocenza in carro trionfale (San Samuele, 1727). Nel nostro caso, tuttavia, le caratteristiche dell’‘anti-eroe’ sono piegate a un’iperbole inedita, in quanto il personaggio non è reduce da una, sia pur parodica, stanchezza ‘belligerante’, bensì appare afflitto da una congenita voluptas dormiendi, radicale rovesciamento dell’attitudine dinamica e guerriera del personaggio storico.

[17] non far dimora: ‘non indugiare, non star lì fermo’.

[18] affé: ‘in fede, in verità’.

[19] superni: ‘celesti’.

[20] sborso: ‘pagamento, rimborso’.

[21] A me basta per premio una polenta: sintomo espresso della natura zannesca (per l’esattezza di secondo zanni) del personaggio.

[22] vedrassi: ‘si vedrà’.

[23] finito nell’accezione di «fornito, provveduto» (gdli).

[24] tenche: per tinche, ‘pesce d’acqua dolce’ (cfr. ivi).

[25] schille: per squille, ‘crostaceo commestibile’, la cui specie più diffusa è nota sotto il nome di ‘canocchia’ o ‘cicala di mare’ (cfr. ivi).

[26] 2.20-27: Trespolo intona un’aria eroicomica prima di uscire di scena (per l’esattezza, preceduta da due versi – vv.19-20 – di recitativo), formata da ottonari e quadrisillabi, e conclusa con un ottonario tronco, v. 27, che sembra ribadire la buffa determinazione guerriera del personaggio; analogamente, di seguito gli farà eco Cleopatra, con più energica dignità regale (vv. 31-44, ottonari e quinari; il v. 43 è un doppio quinario).

[27] armata... frittata: classico espediente di sfruttamento della rima per fini di abbassamento eroicomico.

[28] 3.9-16: aria fiera di Oronte (quinari, di cui il v. 15 con raddoppio, come in 2.43), con clausola affidata a Trespolo (quinario sdrucciolo + quinario tronco).

[29] 4.1-11: l’entrata in scena di Ottavio è affidata a un recitativo vibrante di umori bellicosi.

[30] basto: «sella di legno (grossa e rozza) che s’impone alle bestie da soma (per portarvi ceste e bigonci)» (ivi). La risposta irriverente di Trespolo interviene a smorzare la solennità del momento.

[31] contendo: ‘discuto’.

[32] Di fuggire ho il pensier, e non mi pento: tipica battuta da zanni, ancora una volta mirata a ‘raffreddare’ con lazzo buffonesco la gravità del momento.

[33] settenario anomalo, con dieresi (te-me-ra-ri-o).

[34] lunario: ‘oroscopo’; ‘per te presagisco il peggio’ (nuvolo).

[35] l’unità metrica della scena è fortemente irregolare: solo i vv. 1-3 e 10-14 hanno la struttura del recitativo, mentre i rimanenti hanno un andamento molto anomalo (in particolare i vv. 4, 6 e 7 sono quinari tronchi; del tutto atipici i vv. 8-9 e 15-16).

[36] perucca: variante di ‘parrucca’, «capigliatura posticcia usata per travestimenti in costume, per truccature teatrali [...]» (ivi); ma qui è, con evidente anacronismo comico, riferimento alle parrucche in uso nel Sei-Settecento.

[37] ti rompo la zucca: anche l’eloquio di Ottaviano si tinge di tonalità grossolane e ‘plebee’.

[38] verso metricamente non inquadrabile nel recitativo in corso.

[39] affar: qui nell’accezione di ‘faccenda’.

[40] che voglio farlo arosto: come già in precedenza, scelte espressive basse e gergali deformano buffonescamente la fisionomia dell’eroe.

[41] rie procelle: ‘dolorose tempeste’.

[42] 6.23-28: l’‘assolo’ di Ottavia appare ispirato alla più goffa e grossolana deformazione storica: se è vero che la vita di Antonio passò anche per vie procelle, del tutto destituito di fondamento il ricondurle al suo essere nato «brutto, e contrafatto, / che pareva il gran demonio». Anche a tacere del fatto che proprio la sua prestanza fisica fu per antonomasia all’origine del longevo termine marcantonio (‘persona grande e grossa, dall’aspetto florido e robusto’), valga la testimonianza di Plutarco: «Aveva un’aria nobile e una bella barba, un’ampia fronte e un naso aquilino che gli davano un aspetto gagliardo simile a quello di Eracle, quale appare nei dipinti e nelle statue» (Plutarco, Demetrio e Antonio. Vite parallele, a cura di Osvalda Andrei e Rita Scuderi, Milano, bur, 202311, p. 315). È chiaro che qui Ottavia, nel rovesciare iperbolicamente una realtà tanto nota da divenire proverbiale, va ben al di là della parodia, restituendo al pubblico una reinvenzione farsesca del repertorio storico e mitologico.

[43] m’ingozzo: ingozzarsi, qui nell’accezione di «provare una sensazione di soffocamento» (gdli).

[44] dal pozzo alzandosi, e nascondendosi: questo dialogo tra marito e moglie, con Marcantonio che fa su e giù dal pozzo per farsi e non farsi vedere, costituisce uno dei momenti più esilaranti del testo.

[45] 7.11-19: duetto di vari metri.

[46] m’aggiaccio: ant. per ‘mi agghiaccio’.

[47] 7.22-25: si è sciolta qui in due settenari e in due quinari la configurazione originaria dei versi (cfr. Nota al testo, anche per l’intervento su 7.13). ♦ Ed io nel pozzo da eroe / m’ascondo: è il sugello più efficace della dissacrazione parodica esercitata sull’eroe romano.

[48] mi lusingo: qui nell’accezione di «indursi, per lo più con eccessivo ottimismo, a credere, a sperare, a confidare» (gdli).

[49] 8.1-7: anomali per un recitativo, la scena si apre con sette settenari consecutivi.

[50] s’invola: involarsi, «allontanarsi furtivamente, partire precipitosamente; andarsene, fuggire» (ivi).

[51] tu menti per la gola: espressione che percorre il linguaggio letterario da Boccaccio a Pirandello, ma che attinge alla lingua parlata del Medioevo, dove il suo uso appare documentato in incartamenti processuali per oltraggio (sul tema, cfr. Giuseppe Patota, «Mentire per la gola», «Lingua e Stile», xlviii, 2013, pp. 155-176).

[52] forsi: forma antica per ‘forse’.

[53] prò: «Dall’alto di una posizione elevata (nell’espressione Pro tribunale, che traduce il lat. prò tribunali, per indicare la solennità con cui viene emesso un giudizio)» (gdli).

[54] m’affiderò: oggi desueto, il riflessivo del verbo ha il significato di «confidare, fare assegnamento». ♦ indifferente: «che giudica in modo obiettivo e impersonale; imparziale, neutrale» (ivi).

[55] quanto rapporti: ‘quanto riferirai’.

[56] mi protesto: ‘mi dichiaro’.

[57] la corda: intesa come strumento di tortura e ancor più, nel caso specifico, come strumento di impiccagione (cfr. v. 45).

[58] 8.42-46: aria composta da un decasillabo e tre ottonari.

[59] a mente sana: «con l’animo sereno, non turbato da passioni o pregiudizi; equamente, imparzialmente» (gdli).

[60] negate: ‘annegate’.

[61] 8.57-69: aria a tre voci, composta di ottonari.

[62] 9.17-20: aria di quinari, sigillata da un endecasillabo.

[63] Ottaviano, ed Oronte si mettono a sedere sul letto, e bevono il caffè: incongruo quanto esilarante il comportamento, peraltro anacronistico, dei due uomini nel mezzo della scena della disperazione delle due donne.

[64] 10.11-15: aria di quadrisillabi, di cui il penultimo doppio (come evidenziato dalla lineetta, che non è nell’originale).

[65] 10.17-25: l’aria procede con versi quinari.

[66] m’appresto: apprestarsi, «prepararsi; accingersi a una determinata azione» (ivi).

[67] Son lieta: l’incongruenza drammaturgica della reazione di Cleopatra non fa che evidenziare in maniera eclatante la surreale inverosimiglianza dell’happy ending.

[68] 10.53-61: aria di ottonari e quadrisillabi.