Pompilio Miti
Ottaviano trionfante di
Marcantonio
a cura di
Anna Scannapieco
Biblioteca Pregoldoniana
lineadacqua
2026
Pompilio Miti
Ottaviano trionfante di Marcantonio
a cura di Anna Scannapieco

© 2026 Anna Scannapieco
© 2026 lineadacqua edizioni
Biblioteca Pregoldoniana, nº 44
Collana diretta da Javier Gutiérrez
Carou
Supervisori per i dialetti: Piermario Vescovo e Luca D’Onghia
Comitato scientifico: Beatrice
Alfonzetti, Francesco Cotticelli, Andrea Fabiano, Javier Gutiérrez Carou,
Simona Morando, Marzia Pieri, Anna Scannapieco e Piermario Vescovo
Editing: Paula
Gregores Pereira
www.usc.gal/goldoni
javier.gutierrez.carou@usc.gal
Venezia - Santiago de Compostela
lineadacqua edizioni
san marco 3717/d
30124 Venezia
www.lineadacqua.com
ISBN: 979-12-81350-60-1
La presente
edizione è risultato dalle attività svolte nell’ambito dei progetti di ricerca Archivio del teatro pregoldoniano (FFI2011-23663),
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Biblioteca
Pregoldoniana, nº 44
Nota
al testo
La tradizione testuale di Ottaviano trionfante di Marcantonio è monotestimoniale, non riscontrandosi alcuna stampa oltre la princeps veneziana del 1735, di cui – allo stato attuale della documentazione – sono sopravvissuti sette esemplari:[1]
OTTAVIANO / TRIONFANTE/ DI /
MARCANTONIO. / MELOLEPIDODRAMAMUSICALE /
Da rappresentarsi nel Teatro / prope San Salvatore / IL CARNOVALE 1735./ DEDICATO
/ Al Signor / ODMUAPONARCEMDO / MIROP. / [IMPRESA] / IN VENEZIA. / Per
Alvise Valvasense, / CON LICENZA DE’ SUPERIORI.
Alle pp. 3-4, in corsivo, la parodica dedica a ignoto (Signor mio
Riveritissimo), firmata con la forma anagrammata di Pompilio Miti ((Itmipolimipo);
a p. 5 la Lettera dell’Autore al Signor Compasso- / rio de’ Sicuri
Agrimensore dignissimo; alle pp. 5-7 la Risposta del Signor Compassorio
de’ Sicuri / al Signor Itmipolimipo Ronzelo; alle pp. 7-8 l’Argomento;
a p. 9 una breve avvertenza Al lettore; a p. 10 l’elenco dei personaggi,
cui fa seguito – in pagina distinta non numerata – l’illustrazione dei luoghi,
satiricamente assemblati in immagine unitaria, in cui si svolge l’azione. Il melolepidodramamusicale, costituito di un atto unduterzo e suddiviso quindi solo in scene, occupa le pp.11-23.
[Pompilio Miti]
ottaviano
trionfante
di
marcantonio
melolepidodramamusicale[2]
Da rappresentarsi nel Teatro prope
San Salvatore
il carnovale 1735
dedicato
Al signor
odmuaponarcemdo
mirop
in venezia
Per Alvise Valvasense
con licenza de’ superiori
Signor mio Riveritissimo.
Giacché la vostra modestia m’insegna a lasciare li titoli, dirò che al vostro patrocinio raccomando questa mia debole fatica, perché so quanto sia il vostro merito, dallo universale degli uomini rispettato. Per impegnarvi a favorirmi, non starò qui a descrivere le vostre gesta, la nobiltà del vostro sangue, l’antichità della vostra stirpe, già si sa che da voi sono sortiti tanti eroi, in guerra, in pace, ed in belle Lettere, e si prevede che ne sortiranno ancora, e perciò a voi la raccomando, ed a’ vostri posteri, che così sarà sicura da ogni pungente critica. Io poi mi protesto tutto vostro, e. per conseguenza a’ vostri comandi, e mi dico
Di voi mio Signore
Di casa il giorno d’oggi del mese che siamo, dell’anno che corre.
Devotissimo obbligatissimo affezionato servitore
Itmipolimipo
Ronzello[3]
detto il brillante
pecoraro della selva
Lettera dell’autore al signor
Compassorio de’ Sicuri agrimensore dignissimo[4]
Compatite vi prego se v’incommodo con questa mia, avendovi trovato fuori di città, con essa trovarete una mia composizione, che vi mando, acciò mi favorite dirmi la vostra oppinione, sapendo quanto siate provetto nell’arte dell’agricoltura, ed aritmetica; se vi è cosa da mutarsi, avendo gran concetto del vostro spirito, attendo subita risposta, e con le vostre censure, che mi saranno care, benché son più sicuro della vostra approvazione, e lode, e mi rassegno
Di voi spiritosissimo padrone
servo, ed amico
Itmipolimipo Ronzelo
Risposta del signor Compassorio de’
Sicuri al signor Itmipolimipo Ronzelo[5]
Mi giunse la vostra cara lettera, con l’opera intitolata Ottaviano trionfante di Marcantonio, e mi giunse l’altra sera, in tempo che io era tornato da un campo, ove feci certi lavori, e cavamenti singolari; e siccome si facevano delle frittelle, così stando del foco in bona compagnia la lessi, e se devo dire il vero, non ho mai letta cosa più graziosa, e sia detto a gloria della vostra modestia mai tanto virtuosa; tutti quelli che si trovorono presenti ne ebbero un gusto matto; il fattore, la gastalda, il gastaldo, la cucciniera, ed il boaro, che sapete quanto sia facceto costui, e che sona così bene il caliscione, tutti l’ammirorono; io poi, che per grazia del Cielo ho più intelligenza (quasi direi di tutti questi), ho considerato il vostro talento, la rarità dell’invenzione, la facilità del verso, li sali, le sentenze, e le belle figure non più poste in vista, e dirò alla sfuggita ciò che mi ha fatto stupire, ed è da stimarsi quel Marcantonio, che fra tanti rumori dorme saporitamente; questa è una finezza di spirito grande, e tutta vostra, e affatto nova, e ben si capisce, che quello dormendo si sottrae dalli impegni, e sta in insogno, pensando a soggiogar Ottaviano. Bella bella per certo. L’invenzione di nascondersi Marcantonio nel pozzo, è la più bella cosa che sia mai stata esposta, e con grazia, e con brio. È degno di lode il sentimento di Marcantonio, e degno di lode quando tutto accorda ad Ottaviano per non morire, ho ammirato il verso, che dice Ottavia qui sei, e non ti vedo, che nella disinenza moro di freddo, avete levato quella doppia lettera d, perché la rima non sconsoni, stava anche bene se l’aveste aggiunto al vedo due dd, tutto però benissimo, unendovi all’asioma gaudent brevitate moderni. È poi lodevolissima cosa l’esservi levato dal solito costume usato da’ poeti nella figura della rondinella, tortorella, facendo comparire con nuovo stupore un quagliotto sulla scena, né mai v’è stato come voi, ch’abbia fatto credere che parlino le rane. Vi esorto a darla subito alle stampe, per non fare ingiuria a voi, agli uomini di spirito, che sanno, e a quelli che non sanno, mi rallegro con voi, e poi con voi mi rallegro, che meritate ogni lode, e con ringraziarvi tanto sono di voi stimatissimo signore ed amico[6]
devotissimo cordialissimo servitore e amico
Compassorio de’ Sicuri
Argomento
Quindi è, che partitosi Ottaviano da dov’era, e portatosi dove giunse, nel qual loco stava la bella Cleopatra amata da Marcantonio marito d’Ottavia, che essendo di un animo pacifico non si sdegna che Cleopatra corrispondi a Marcantonio, il quale in segno di buon cuore amava tutte due. Allo improvviso giunse questo Ottaviano, quello del triumvirato, come già si sa, e se non si sapesse, si può leggere l’istoria, o farsela raccontare per servizio da qualche amico, perché qui non è tempo da mettere un tale paragrafo, che parrebbe piuttosto fillastrocca, che necessario parlamento, come appunto uno che di mezogiorno, quando Febo con li raggi più luci sopra l’orbe risplende, accendesse un lume in chiarissima camera, per scrivere. Il lume è fuori di proposito, quando però non servisse per bollare a cera spagna la lettera, o biglietto; così Marcantonio soprafatto mentre dormiva fugge, Ottaviano gli corre dietro, il fuggitivo salta in un pozzo, il vincitor lo trova, lo condanna a morte. Moglie, ed amata lo dimandano in grazia, Marcantonio sprezza la morte, ma perché gli dispiace di morire, cede Cleopatra ad Ottaviano, e nascono molti accidenti, come si vede. Il fatto è tolto dal scrittore in Historia Universali lib. 5 de factis transactis Cap. de triumphis vigore beli acquisitis, epistola Carissime mi.[7]
Al lettore
Gradisci caro, ed amato Lettore la presente mia fatica, perché il tuo aggradimento mi farà coraggio a migliori cose. Io di te mi fido, perché so che sei galante, e garbato, e mi ti dichiaro tuo servo.
Le parole fato, destino, sorte, ec. ec. sono tutti vocaboli della poesia, ma chi ha scritto si protesta vero cattolico per grazia di Dio.
Personaggi
ottaviano romano, poi Cesare
cleopatra, ultima regina d’Egitto
marcantonio, eroe romano marito di Ottavia
ottavia, sorella di Ottaviano
oronte, capitan generale di Cleopatra
trespolo, pescatore, e barbiere confidente di Marcantonio[8]
guardie
La scena è in campagna, città, atrio, arcova, gabinetto, prigione tutto insieme.[9]
ATTO UNDUTERZO[10]
Campagna spaziosa, da una parte un letto sotto ad un albero; specchio attaccato ad un ramo dell’albero, sedia, tavolino con da scrivere. Pozzo dall’altra parte con girella, e corda; in lontananza fiume, con padiglioni, porta di una camera dalla parte del letto.[11]
SCENA PRIMA
marcantonio dormendo sul letto, cleopatra agitata esce dalla porta.[12]
cleopatra Oh me infelice! dove
a questa vita troverò mai scampo?
Se di nemiche squadre
mi spaventa il furor, ond’io ne tremo,
5 e cerco il diffensor che me assicuri[13]
dall’insolente vincitor superbo.
Già Ottaviano s’avvanza,
e di veder già parmi
cingere il piede mio d’aspre cattene,
10 e accrescer al mio cor tormenti, e pene.[14]
Marcantonio dove sei?
Io ti cerco; e non ti trovo.
marcantonio Chi mi sveglia, oh Cieli! oh Dèi!
Oh che sonno mai io provo!
15 cleopatra Dove sei rispondi, e di’.
marcantonio Chi mi chiama? oh Ciel! son qui.
cleopatra Ah mia vita ti vedo,
che lode al Ciel guercia non son, né cieca,
gran cose dirti deggio.
20 marcantonio Ed io d’udirle mi farò gran preggio.
cleopatra Sappi dunque, che il superbo Ottaviano...
marcantonio Che gli venga il malanno.
cleopatra ... con squadre furibonde
questa reggia minaccia,
25 priggioniera farammi.
Ah dal timor questo mio cor si sface!
marcantonio Vano è il timor, lascia ch’io dorma in pace.
cleopatra Di dormir non c’è tempo anima mia.
marcantonio Digli che dormo, e che sen vada via.
30 cleopatra Del vincitor io temo la presenza.
marcantonio Questa l’ora non è di dargli udienza.
cleopatra Ogni scampo ci toglie, o asillo serra.[15]
marcantonio Lascia ch’io dorma, e poi farò la guerra.
cleopatra No... non dormir... ascolta.
35 Ohimè! che in dolce sonno
dorme il mio ben, né di svegliarlo ho core.
Che far dovrò, tu mi consiglia amore.
Olà miei servi, e serve
tosto accorrete e le mie voci udite.
40 Alcuni non risponde?
Ma colui chiamerò, che sta in distanza.
Ei... tu... costui... al cenno mio s’avvanza.[16]
SCENA SECONDA
trespolo, che sta pescando con arnesi pescarecci, e cleopatra.
trespolo Mi chiamate signora?
cleopatra Sì, ho bisogno di te, non far dimora.[17]
trespolo Non posso affé, non posso,[18]
che pescar deggio il pranso
5 per Marcantonio mio signore, e vostro.
cleopatra Oh Dèi! Superni Dèi![19]
sì abbandonata sono;
odimi, per pietà dammi soccorso.
trespolo Del danno mio, farete voi lo sborso?[20]
10 cleopatra Io tutto pagherò, non ti sgomenta.
trespolo A me basta per premio una polenta;[21]
eccomi, che volete?
cleopatra Tu vanne tosto a ritrovare Oronte
capitan general delle mie genti,
15 digli che a me ne venga,
e d’ubbidir al cenno mio li piaccia.
trespolo E dove mai sarà?
cleopatra Sarà alla caccia.
trespolo Sì che vedrassi in questa nostra terra[22]
straggi, morte, furor con aspra guerra.
20 Ancor io d’armi finito[23]
fatto ardito
l’inimico abbatterò.
Non più tenche,[24]
non più anguille:
25 rane, o schille[25]
con la rete piglierò.
Ancor io ec. (parte)[26]
cleopatra Giacché il mio ben riposa
in guardia veglierò della sua vita,
30 che lo sdegno, ed amor mi fanno ardita.
Da’ nemici, dall’amante
è quest’anima agitata,
questa fronte coronata
la corona perderà.
35 Ma nel periglio
pronto consiglio
tosto si prenda,
e si diffenda
questo mio impero,
40 scudo e cimiero,
e lancia, e spada
per ogni stradda
questa mia destra – impugnerà.
Da’ nemici ec. (parte)
SCENA TERZA
trespolo, ed oronte.
trespolo Vi chiama Cleopatra la regina.
oronte Oronte è pronto, e a lei fedel s’inchina.
trespolo Altro che riverenze,
io vi so dire; fra poco Ottaviano
5 qui ne verrà con furibonda armata,
e vol far di noi tutti una frittata.[27]
oronte Del mio valor a fronte
resister non potrà; io sono Oronte.
Venga l’altero
10 superbo, e fiero,
la sua fierezza
io vincerò.
Questo mio core
non ha timore
15 tutto furore – l’ucciderò.
Venga l’altero etc.[28]
trespolo Tutto puol essere,
ma questo no.
SCENA QUARTA
ottaviano entra per la porta, guardie, e detti.
ottaviano Olà, chiunque siate
miei priggionieri siete.
e perché nota sia
la condizione mia,
5 e la nascita, e il nome;
diròvi il che, il come,
facendovi saper ch’Ottavian sono
il vincitor romano
inflessibil nemico
10 del vostro Marcantonio,
seco vengo a pugnar con gioia e fasto.[29]
trespolo Vi credea signor l’asin col basto.[30]
oronte Tal cosa non contendo,[31]
che il generale son della regina.
15 ottaviano Se tale sei, io vo’ la tua rovina.
oronte Ciance sono le tue
ti disfido alla pugna.
ottaviano Ed io al cimento.
trespolo Di fuggire ho il pensier, e non mi pento. (parte)[32]
ottaviano Non più temerario. (snuda la spada)[33]
20 oronte Per te nuvolo dice il mio lunario. (si battono)[34]
SCENA QUINTA[35]
marcantonio sul letto si sveglia, e detti.
marcantonio Che creanza è mai questa
di far rumore e non lasciar dormire.
Olà non si risponde? (s’alza dal letto).
ottaviano Cedi fellon.
5 oronte Ch’io ceda, o questo no.
ottaviano Cadrai sì sì.
(intanto Marcantonio si alza dal letto, si pulisce gl’occhi, e si distira, e si specchia)
oronte Cader, no, no.
marcantonio Olà dico, e poi un’altra volta olà.
ottaviano Sento a parlar, chi sei tu? Voltati in qua.
10 marcantonio Aspetta pur, aspetta,
che la perucca accomodata sia,[36]
e poi dirotti l’oppinione mia.
ottaviano Che oppinion? che perucca?
Mio schiavo sei, e ti rompo la zucca.[37]
15 marcantonio Tu menti ribaldo.
ottaviano Hai tanto ardir, mori. (va per ucciderlo)
SCENA SESTA
ottavia entra furibonda, e detti.
ottavia Ferma signor, deh non ferir ancora.
marcantonio Un bel fuggir salva la vita ognora.
ottaviano Olà guardie seguite
il traditor che fugge,
5 e se mai si diffende l’uccidete,
Oronte s’impriggioni.
oronte Oh perverso destino! (parte con soldati)
ottavia Sappi ch’ei non intende...
ottaviano Ben io l’intendo.[38]
10 So che salvo il vorresti, essendo moglie.
ottavia Confesso il ver, che salvo lo vorrei.
ottaviano No, salvo non l’avrai
te lo prometto, e giuro.
Per Cleopatra il so, ei ti tradisce.
15 ottavia All’uso de’ mariti, egli s’unisce.
ottaviano T’è marito, e per te non ha costanza.
ottavia Questo è un affar che passa per usanza.[39]
ottaviano Meco soldati ne venite tosto,
troviam costui, che voglio farlo arosto. (parte, e resta Ottavia sola)[40]
20 ottavia Oh me infelice, e sconsolata donna!
Perdo il marito, ma già lo perdei
nel seno di Cleopatra mia rivale.
Oh eroe sfortunato!
Ch’averse avesti al nascer tuo le stelle,
25 la tua vita passando in rie procelle.[41]
Quando nacque Marcantonio
era brutto, e contrafatto,
che pareva il gran demonio.
Quando nacque ec.[42]
SCENA SETTIMA
marcantonio fuggendo, salta nel pozzo, e detta.
marcantonio Me infelice, ove fuggo?
Ah dal timor m’ingozzo,[43]
salto qui dentro, e mi salvo nel pozzo.
ottavia Questa la voce parmi
5 del mio diletto sposo.
Ove sei? rispondi, e di’.
marcantonio Son qui, son qui. (dal pozzo alzandosi, e nascondendosi)[44]
ottavia E dove? e dove sei?
non ti celar agl’occhi miei così.
marcantonio Son qui, son qui.
ottavia Qui sei? ma non ti vedo.
10 marcantonio Nel pozzo sono, e mi moro di fredo.
ottavia Esci mia vita
consola il mio core,
trionfi l’amore,
trionfi la fé.
15 marcantonio Gioia gradita
ho troppo timore.
Di morte il dolore
Peggiore non v’è.
ottavia Esci mia ec.[45]
20 Ma il vincitor qui giunge,
dove mi salvo... dove. (affannata guardando)
Ardo, sudo, m’aggiaccio,[46]
e mi confondo. (parte)
marcantonio Ed io nel pozzo da eroe
25 m’ascondo. (si nasconde)[47]
SCENA OTTAVA
ottaviano con oronte incatenato, trespolo, e guardie.
ottaviano Siete ancor ostinati,
né palesar volete
ove nascosto sia
Marcantonio l’ardito?
5 oronte Ei per certo è fuggito,
così almen mi lusingo.[48]
Trespol saprà, e il credo,[49]
ove egli sia, o pur ove s’invola.[50]
trespolo Io niente so, tu menti per la gola.[51]
10 oronte Signor, giacché trionfi
tu mi doni la vita, e libertade.
Gradisci il servir mio,
che tuo schiavo mi vanto,
e ti prometto intanto
15 di condur al tuo piede
di Marcantonio la gentil consorte,
forsi da lei saprai[52]
ciò che costui di palesar ricusa.
ottaviano Quel troppo ardir per traditor l’accusa.
20 Libertade a te dono. (una guardia li leva le cattene)
Meco farai soggiorno.
oronte Per Ottavia men vo, e poi ritorno. (parte)
ottaviano Orsù prò tribunali[53]
m’affiderò giudice indifferente.[54]
25 Trespol t’avvanza, e dimmi
Marcantonio sai tu dov’egli sia?
trespolo Il mestiere non so di far la spia.
ottaviano Così ricusi ardito
di palesar il vero,
30 olà ministri qui tosto apprestate
li tormenti più crudi
per affligger costui troppo insolente.
trespolo Voi fallate signor, io non so niente.
ottaviano Confessa, su confessa,
35 che grato mi sarà quanto rapporti.[55]
trespolo Se nulla so, che il diavolo vi porti.
ottaviano Giacché ostinato sei,
ostinato m’avrai,
ed ora mi protesto,[56]
40 che di pietà questo mio cor si scorda,
senz’altro più a tardar abbia la corda.[57]
Alla corda s’attacchi costui,
che di poi risolverò.
Troppo buono seco fui,
45 Ma fors’io lo impiccherò.
Alla corda ec.[58]
trespolo Ohimè! che pena è questa? (viene attaccato alla corda)
Un sì fiero dolor soffrir non posso.
marcantonio Deh per pietà non mi cascate addosso.
50 ottaviano Che voce? chi ha parlato?
sul tormento rispondi a mente sana.[59]
trespolo Si mosse a compassion per me una rana.
ottaviano Su gettatelo abbasso, e lo negate.[60]
marcantonio Tu mi rovini, per pietà non fate.
55 ottaviano Qui nascosto è il nemico, oh quanto è scaltro. (guarda nel pozzo)
A me d’avanti venga e l’uno, e l’altro.
Vittoria, vittoria
ho trovato Marcantonio.
marcantonio Veramente, che gran gloria,
60 oh che faccia da demonio.
trespolo Ma la colpa mia non è.
ottaviano Alla morte ti condanno.
marcantonio È per me quest’un malanno.
ottaviano Tu la merti scellerato.
65 marcantonio Oh che colpo inaspettato!
trespolo Che perturba ancora me.
marcantonio Non dovuto alla mia fé.
ottaviano Meritato sol da te.
Vittoria, vittoria ec.[61]
SCENA NONA
cleopatra in disparte, e detti.
cleopatra Che ascolto, condannato
Marcantonio alla morte!
Ah che il mio cor nol soffre,
signor, ecco a’ tuoi piedi
5 la real Cleopatra,
che umil ti chiede Marcantonio in dono,
la grazia della vita, e del perdono.
ottaviano Oh di soverchio ardita
vorresti Marcantonio?
10 Vo’ che mora l’indegno,
alzati, non t’ascolto
di senno fuora dall’amor sei tratta.
trespolo Più non serve il parlar la grazia è fatta.
cleopatra Alzati... fuor di senno...
15 sei tratta... e non regina!
Sì rispettata sono?
Dèi fulminate,
Furie uccidete,
mostri assalite
20 il tiranno, il superbo, il vincitore.[62]
Disperata mi trovo
entro l’inferno, ed ho le furie al core.
SCENA DECIMA
oronte, ottavia, e detti.
oronte Ecco signor Ottavia.
ottaviano Oronte aspetta.
oronte Non ho alcuna fretta.
ottaviano Smania pur a tuo senno. (a Cleopatra)
Costui deve morir.
5 ottavia Morir lo sposo mio?
ottaviano Morrà. (Ottaviano, ed Oronte si mettono a sedere sul letto, e bevono il caffè)[63]
cleopatra Oh Ciel!
ottavia Oh Dio!
marcantonio Quietatevi mie belle,
e vivete felici
il tempo che vi resta,
10 che sopra di me si deve far la festa.
Vieni o morte
io t’aspetto.
Mio diletto, (a Cleopatra)
mia consorte (ad Ottavia)
15 non credea – di morir.[64]
cleopatra
ottavia (a due) Fier martir.
marcantonio Subito morro
a te mio core. (a Cleopatra)
cleopatra Oh che dolore!
20 marcantonio A te mio bene. (ad Ottavia)
ottavia Oh Dio che pene!
marcantonio Per mio conforto
verrà il mio desir.
cleopatra
ottavia (a due) Che languir.
25 Cruda
morte ec.[65]
cleopatra Vivere più non posso,
pria che il dolor m’uccida
col suo freddo veleno
mi priverà quest’aspide di vita.
30 ottavia Questo pugnal a me darà la morte.
marcantonio Giacché così vi piace,
da buoni, e veri amici
morriamo tutti tre allegri in pace.
cleopatra Ecco ch’al petto l’aspide m’appresto.[66]
35 ottavia Ed io senza parlar qui faccio il resto.
ottaviano Sospendete eroine
il genio di morir sì disperato,
oggi m’ispira il fato
d’esser con voi pietoso
40 di Marcantonio ad obliar le offese
pur che cessin fra noi l’alte contese.
marcantonio Se la vita io salvo il tutto accordo.
ottaviano In parola ti prendo.
Tu vivrai alla moglie,
45 mia sarà Cleopatra
Oronte meco verrà
a trionfar colà nel Campidoglio.
marcantonio Salva è la vita, quel che vuoi io voglio.
oronte Al tuo cenno ubbidisco.
50 cleopatra Son lieta.[67]
ottavia Ed io gioisco.
ottaviano Si dia bando agli affanni,
godin lieti li cori, e qui d’intorno
venghi la pace ad illustrar il giorno.
coro Viva, viva Ottaviano
55 viva il saggio,
viva il forte,
viva il nostro vincitor.
All’aspetto tuo sovrano
porge omaggio
60 fida sorte
e s’umilia il nostro cor.
Viva viva Ottaviano ec.[68]
BIBLIOGRAFIA
Fonti archivistiche
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Ivi, Archivio Vendramin, 42 F 1/7, Scritture attenenti alli accordi con li signori Comici per dover recitare nel Teatro di San Salvador
Opere a stampa
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Francesco, Notizie
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[1] Due a Venezia, presso la Biblioteca Marciana e quella di Casa Goldoni; due a Roma, presso la Nazionale e la biblioteca del Conservatorio di Musica; una a Milano presso la Braidense e una Bologna (Biblioteca di Casa Carducci); una copia infine è conservata presso la Music Library dell’University of California (Los Angeles). In questa sede si sono riscontrati gli esemplari di Casa Goldoni e della Marciana.
[2] melolepidodramamusicale: una delle consuete
formulazioni scherzose per classificare questo genere di componimenti, basato
sulla ridondanza (melo- e musicale) e sulla altisonante complessità lessicale;
in sostanza, ‘dramma giocoso per musica’. ♦ prope: latinismo, ‘vicino, accanto’. ♦ dedicato
al Signor Odmuaponarcemdo Mirop: non è stato possibile sciogliere l’anagramma, ma
è comunque altamente probabile che l’astrusa denominazione nasconda un
dedicatario inesistente.
[3] Itmipolimipo Ronzello: mentre il
secondo (in forma scempia nelle due successive occorrenze) è un cognome di
fantasia (forse imparentato con ronzino, nell’accezione figurata di
«Persona mediocre, di limitate capacità, che deve lavorare accanitamente», gdli), il primo nome è l’anagramma di
Pompilio Miti.
[4] La giocosa ipertrofia paratestuale associa
alla canonica richiesta di patrocinio rivolta a un non meglio identificato
protettore influente, cui viene dedicata-raccomandata l’opera, una miriade di
altri testi di corredo, tra cui una breve lettera interlocutoria rivolta a una
sedicente autorità giudicante (che dietro l’altisonante designazione rinvia a
una dimensione contadina), e la lunga risposta della medesima. Non mancheranno,
sempre giocati in chiave ironica, l’esposizione dell’argomento e l’avviso
al lettore. ♦ Compassorio de’ Sicuri: l’«agrimensore» (alla
lettera ‘il misuratore di terreni’) «dignissimo» viene burlescamente denominato
con un neologismo derivato da compasso o dal veneziano compassar
(«misurare col compasso [...] pesare», boerio);
nell’insieme la denominazione vale ‘che sa valutare con sicurezza, con giudizio
ponderato’.
[5] Coerentemente con il contestuale registro
stilistico, la risposta del Signor Compassorio de’ Sicuri è tutta
bilanciata su un rovesciamento parodico dei cenacoli accademici (qui
contraffatti nella discussione e nell’apprezzamento ad opera di fattore,
gastaldi, cucciniera, e boaro mentre mangiano frittelle
davanti al fuoco) e nell’esibizione narcisistica della propria «intelligenza»
esegetica, divorata in realtà da insulse minuzie stilistiche e da motivi topici
della satira stile Benedetto Marcello. In questa Risposta Gerardo
Guccini ha voluto scorgere un più circoscritto bersaglio satirico:
«Probabilmente, la satira di Miti si riferì, oltre che alle generiche
espressioni di compiacimento in uso fra i poeti aulici, anche a un testo
preciso, vale a dire, alla lettera di Pier Jacopo Martello che circa due anni
prima il letterato Sebastiano degli Antonij aveva pubblicato in testa alla sua
tragedia La congiura di Bruto figliuolo di Cesare (Vicenza 1733). L’incipit
della risposta di Martello al drammaturgo vicentino è pressoché identico a
quello della lettera – ovviamente immaginaria – «del Signor Compassorio de
Sicuri Agrimensore dìgnissimo al Signor ltmipolimipo Ronzello». Nella prima
leggiamo: «Giorni sono mi vidi arrivar certo Rolo [...] che da me aperto, fu
trovato contenere una Tragedia a me da V. S. Illustrissima indirizzata». E
nella seconda: «Mi giunge la vostra cara Lettera, con l’opera intitolata
Ottaviano trionfante di Marcantonio [...]». Martello afferma poi di aver letto
la tragedia nel corso di una riunione notturna. «[...] portatomi da lì a pochi
momenti ad una dotta e notturna conversazione, alla quale pochi ma scelti amici
intervenivano, da chi per felicità di pronuncia e per chiarezza di voce è
destinato ivi a leggere, feci recitare i primi due Atti della Tragedia [...]».
Esattamente lo stesso fa l’agrimensore immaginato da Miti» (Guccini, Dall’innamorato all’autore,
cit., pp. 281-282).
[6] cavamenti: «Agric. Zappatura» (gdli). ♦ la gastalda, il gastaldo:
la prima è la moglie del castaldo, l’‘amministratore di un’azienda agricola’,
o, per dirla col boerio, «quegli
che ha a cura ai negozii e alle possessioni altrui». ♦ caliscione:
‘colascione’, «strumento musicale simile al liuto, di sonorità aspra, provvisto
di tre o quattro corde e di sedici tasti sul manico (in uso specialmente nel
napoletano durante il xvii
secolo), in senso figurato «Strumento suonato sgarbatamente». ♦ Poeta
da colascione: «di scarso valore, da strapazzo» (gdli). ♦ ho ammirato il verso: il riferimento va
a 7.9b-10, «ottavia Qui sei? ma
non ti vedo. / marcantonio Nel
pozzo sono, e mi moro di fredo» ♦ sconsoni: verbo
denominale non attestato da scononanza, «Ant. Contrasto, disaccordo»
(ivi); ♦ gaudent brevitate moderni: era espressione propria
del linguaggio giuridico (da una glossa di Accursio con riferimento a un
frammento di Ulpiano dove si parlava della semplificazione di un capitolo dell’Editto
Pretorio), ma anche teologico e musicale; oggetto di ironia da parte degli
umanisti, fu interpretato come un invito a eliminare «etiam syllabam unam non
necessariam» e, in riferimento alla ‘modernità’, un proverbio medievale
recitava «metrificant quoniam gaudent brevitate moderni» («i moderni fanno
versi perché a loro piace la stringatezza»). Nel nostro contesto, appare del
tutto surreale l’impiego della massima, per quanto usurata, a giustificare un
banale fenomeno di scempiamento, peraltro con ironia (suggerendo la soluzione
di un ipercorretto veddo). Si veda anche di seguito, p. 47. ♦ È
poi lodevolissima cosa l’esservi levato dal solito costume usato da’ poeti
nella figura della rondinella, tortorella, facendo comparire con nuovo stupore
un quagliotto sulla scena: in realtà nel melolepidodrammamusicale non
appare alcun quagliotto, e tanto meno rane che parlino (tranne un pallido riferimento
alla battuta di Trespolo in 8.52: «Si mosse a compassion per me una rana»; a
giustificare buffonescamente la voce di Marcantonio uscita dal pozzo); ma la
trovata serve a sfruttare uno dei motivi parodici più diffusi del Teatro
alla moda, quello relativo all’inflazione di rondinelle e tortorelle
sulla scena musicale.
[7] come già si sa, e se non si sapesse, si
può leggere l’istoria, o farsela raccontare per servizio da qualche amico,
perché qui non è tempo da mettere un tale paragrafo, che parrebbe piuttosto
fillastrocca, che necessario parlamento: perfettamente intonata alla
decostruzione delle paludate esibizioni erudite delle pubblicazioni teatrali
“serie”, la vis satirica si spinge sino a una giocosa “aggressività”
verso il lettore, tanto più grottesca in quanto, in effetti, l’istoria
da cui trarrebbe spunto il dramma melolepidomusicale non è mai esistita; l’iperbolica
similitudine che fa seguito (come appunto uno che di mezogiorno, quando Febo
con li raggi più luci sopra l’orbe risplende, accendesse un lume in chiarissima
camera) non fa che rafforzare l’effetto surreale della deformazione. ♦
parlamento: ‘discorso’. ♦ cera spagna: propriamente cera
di Spagna, ‘ceralacca’ (cfr. gdli)
♦ Il fatto è tolto [...]: naturalmente, del tutto fantasioso e
parodico il riferimento alla fonte.
[8] Trespolo è nome parlante: in accezione
metaforica vale ‘membro virile’; con valore aggettivale ‘molto magro, scarno’
(cfr. Gdli): a rimarcare la
natura buffonesca del personaggio, la sua funzione di ‘zanni’ all’interno del
disegno drammaturgico eroicomico la Drammaturgia di Allacci registra due
stampe bolognesi (una s. d. e l’altra del 1683) che designano con questo nome
il protagonista eponimo di una commedia (Trespolo podestà di Greve) e di
un dramma burlesco in prosa (Trespolo tutore). ♦ barbiere:
sarebbe come dire il ‘medico personale’ («un tempo (e ancor oggi, in certe regioni)
il barbiere praticava anche la bassa chirurgia (faceva il cavadenti e il
cavasangue)», gdli).
[9] La scena è [...] tutto insieme:
la vis satirica irrompe anche nei ristretti spazi dell’indicazione di
luogo, estremizzando con gusto surreale il rispetto della fatidica unità e
giungendo beffardamente a riproporre in un’apposita illustrazione (riprodotta supra,
p. 32) gli elementi che ‘unitariamente’ compongono l’ambientazione.
[10] atto
unduterzo: altra staffilata parodica nei confronti di prassi
drammaturgiche ‘ortodosse’; c’è solo un altro libretto – per quanto a mia
conoscenza – che fa ricorso a un simile divertissement, e cioè il Nerone
detronato dal tronfo di Sergio Galba (San Luca,1725): «Atto primo, e per
brevità secondo, e terzo. Perché Gaudent brevitate moderni» (p. 10).
Anche per il ricorso alla medesima espressione, gauden brevitate moderni,
presente nella Risposta, mi pare altamente verosimile che la paternità
del Nerone detronato, anonimo, vada ricondotta a Pompilio Miti, come d’altronde
aveva a suo tempo, per altre ragioni, ipotizzato Weiss, Venetian Commedia dell’Arte “Operas” in the Age of
Vivaldi, cit., pp. 214-215. Quanto al detto latino, ricorre anche in Bacco
usurpatore di Parnaso o sia Arlichino poeta tragico alla moda (Venezia,
1724), attribuito a Michelangelo Boccardi, nel cui avviso ai lettori ricorre la
seguente protesta: «Io non t’importunerò d’avantaggio con una lunga, e noiosa
prefazione, sapendo che, gaudent brevitate moderni» (p. 6 n.n.)
[11] girella: «Ruota della carrucola; la carrucola
stessa» (gdli)
[12] dormendo sul letto, [...] agitata
esce dalla porta: di grande impatto, la scena incipitaria delinea con
sapienza drammaturgica le polarità inedia-agitazione entro cui si muoveranno il
protagonista e le sue controparti femminili.
[13] e cerco il diffensor che me assicuri:
la regolarità metrica del verso va a scapito di quella sintattica (per evitare
l’anacoluto non avrebbe dovuto figurare la congiunzione iniziale).
[14] Cleopatra irrompe in scena con un recitativo (a consueta alternanza endecasillabi-settenari), con rima baciata conclusiva, che poi sfocia in un canto di ottonari (vv. 11-16), intonato a due con Marcantonio.
[15] asillo: per asilo, nel significato di «luogo che la legge riconosceva inviolabile (tempio, chiesa, convento, sede vescovile, ecc.) e che dava l’immunità a chiunque vi si rifugiasse» (gdli); il timore è che tale riparo sia serrato, cioè ‘chiuso’, ‘impedito’.
[16] 1.17-43: recitativo in cui si distende l’invincibile
ed esilarante sonnolenza dell’eroe romano. Ha giustamente rilevato Weiss (Venetian Commedia dell’Arte
“Operas” in the Age of Vivaldi, cit., pp. 209-210) la non casuale
ricorrenza del motivo del sonno che in questo genere di componimenti coglie, in
forme per lo più parodiche, l’‘eroe’ scoronato: esso infatti è presente anche
in Nerone detronato dal trionfo di Sergio Galba (San Luca, 1725) e ne La
fama dell’onore, della virtù, dell’innocenza in carro trionfale (San
Samuele, 1727). Nel nostro caso, tuttavia,
le caratteristiche dell’‘anti-eroe’ sono piegate a un’iperbole inedita, in
quanto il personaggio non è reduce da una, sia pur parodica, stanchezza ‘belligerante’,
bensì appare afflitto da una congenita voluptas
dormiendi, radicale rovesciamento dell’attitudine dinamica e guerriera del
personaggio storico.
[17] non far dimora: ‘non indugiare, non star lì fermo’.
[18] affé: ‘in fede, in verità’.
[19] superni: ‘celesti’.
[20] sborso: ‘pagamento, rimborso’.
[21] A me basta per premio una polenta:
sintomo espresso della natura zannesca (per l’esattezza di secondo zanni) del
personaggio.
[22] vedrassi: ‘si vedrà’.
[23] finito nell’accezione di «fornito, provveduto» (gdli).
[24] tenche: per tinche, ‘pesce d’acqua
dolce’ (cfr. ivi).
[25] schille: per squille, ‘crostaceo commestibile’, la cui specie più diffusa è nota sotto il nome di ‘canocchia’ o ‘cicala di mare’ (cfr. ivi).
[26] 2.20-27: Trespolo intona un’aria eroicomica
prima di uscire di scena (per l’esattezza, preceduta da due versi – vv.19-20 –
di recitativo), formata da ottonari e quadrisillabi, e conclusa con un
ottonario tronco, v. 27, che sembra ribadire la buffa determinazione guerriera
del personaggio; analogamente, di seguito gli farà eco Cleopatra, con più
energica dignità regale (vv. 31-44, ottonari e quinari; il v. 43 è un doppio
quinario).
[27] armata... frittata: classico espediente di sfruttamento della rima per fini di abbassamento eroicomico.
[28] 3.9-16: aria fiera di Oronte (quinari, di cui
il v. 15 con raddoppio, come in 2.43), con clausola affidata a Trespolo (quinario
sdrucciolo + quinario tronco).
[29] 4.1-11: l’entrata in scena di Ottavio è
affidata a un recitativo vibrante di umori bellicosi.
[30] basto: «sella di legno (grossa e rozza) che s’impone alle bestie da soma (per portarvi ceste e bigonci)» (ivi). La risposta irriverente di Trespolo interviene a smorzare la solennità del momento.
[31] contendo: ‘discuto’.
[32] Di fuggire ho il pensier, e non mi pento: tipica battuta da zanni, ancora una volta mirata a ‘raffreddare’ con lazzo buffonesco la gravità del momento.
[33] settenario anomalo, con dieresi (te-me-ra-ri-o).
[34] lunario: ‘oroscopo’; ‘per te presagisco il peggio’ (nuvolo).
[35] l’unità metrica della scena è fortemente irregolare: solo i vv. 1-3 e 10-14 hanno la struttura del recitativo, mentre i rimanenti hanno un andamento molto anomalo (in particolare i vv. 4, 6 e 7 sono quinari tronchi; del tutto atipici i vv. 8-9 e 15-16).
[36] perucca: variante di ‘parrucca’, «capigliatura posticcia usata per travestimenti in costume, per truccature teatrali [...]» (ivi); ma qui è, con evidente anacronismo comico, riferimento alle parrucche in uso nel Sei-Settecento.
[37] ti rompo la zucca: anche l’eloquio di Ottaviano si tinge di tonalità grossolane e ‘plebee’.
[38] verso metricamente non inquadrabile nel recitativo in corso.
[39] affar: qui nell’accezione di ‘faccenda’.
[40] che voglio farlo arosto: come già in precedenza, scelte espressive basse e gergali deformano buffonescamente la fisionomia dell’eroe.
[41] rie procelle: ‘dolorose tempeste’.
[42] 6.23-28: l’‘assolo’ di Ottavia appare
ispirato alla più goffa e grossolana deformazione storica: se è vero che la
vita di Antonio passò anche per vie procelle, del tutto destituito di
fondamento il ricondurle al suo essere nato «brutto, e contrafatto, / che
pareva il gran demonio». Anche a tacere del fatto che proprio la sua
prestanza fisica fu per antonomasia all’origine del longevo termine marcantonio
(‘persona grande e grossa, dall’aspetto florido e robusto’), valga la
testimonianza di Plutarco: «Aveva un’aria nobile e una bella barba, un’ampia
fronte e un naso aquilino che gli davano un aspetto gagliardo simile a quello
di Eracle, quale appare nei dipinti e nelle statue» (Plutarco, Demetrio e Antonio. Vite parallele, a cura
di Osvalda Andrei e Rita Scuderi, Milano, bur,
202311, p. 315). È chiaro che qui Ottavia, nel rovesciare
iperbolicamente una realtà tanto nota da divenire proverbiale, va ben al di là
della parodia, restituendo al pubblico una reinvenzione farsesca del repertorio
storico e mitologico.
[43] m’ingozzo: ingozzarsi, qui nell’accezione di «provare una sensazione di soffocamento» (gdli).
[44] dal pozzo alzandosi, e nascondendosi: questo dialogo tra marito e moglie, con Marcantonio che fa su e giù dal pozzo per farsi e non farsi vedere, costituisce uno dei momenti più esilaranti del testo.
[45] 7.11-19: duetto di vari metri.
[46] m’aggiaccio: ant. per ‘mi agghiaccio’.
[47] 7.22-25: si è sciolta qui in due settenari e
in due quinari la configurazione originaria dei versi (cfr. Nota al testo,
anche per l’intervento su 7.13). ♦ Ed io nel pozzo da eroe / m’ascondo:
è il sugello più efficace della dissacrazione parodica esercitata sull’eroe
romano.
[48] mi lusingo: qui nell’accezione di «indursi, per lo più con eccessivo ottimismo, a credere, a sperare, a confidare» (gdli).
[49] 8.1-7: anomali per un recitativo, la scena si
apre con sette settenari consecutivi.
[50] s’invola: involarsi, «allontanarsi furtivamente, partire precipitosamente; andarsene, fuggire» (ivi).
[51] tu menti per la gola: espressione che percorre il linguaggio letterario da Boccaccio a Pirandello, ma che attinge alla lingua parlata del Medioevo, dove il suo uso appare documentato in incartamenti processuali per oltraggio (sul tema, cfr. Giuseppe Patota, «Mentire per la gola», «Lingua e Stile», xlviii, 2013, pp. 155-176).
[52] forsi: forma antica per ‘forse’.
[53] prò: «Dall’alto di una posizione elevata (nell’espressione Pro tribunale, che traduce il lat. prò tribunali, per indicare la solennità con cui viene emesso un giudizio)» (gdli).
[54] m’affiderò: oggi desueto, il riflessivo del verbo ha il significato di «confidare, fare assegnamento». ♦ indifferente: «che giudica in modo obiettivo e impersonale; imparziale, neutrale» (ivi).
[55] quanto rapporti: ‘quanto riferirai’.
[56] mi protesto: ‘mi dichiaro’.
[57] la corda: intesa come strumento di
tortura e ancor più, nel caso specifico, come strumento di impiccagione (cfr.
v. 45).
[58] 8.42-46: aria composta da un decasillabo e
tre ottonari.
[59] a mente sana: «con l’animo sereno, non turbato da passioni o pregiudizi; equamente, imparzialmente» (gdli).
[60] negate: ‘annegate’.
[61] 8.57-69: aria a tre voci, composta di
ottonari.
[62] 9.17-20: aria di quinari, sigillata da un
endecasillabo.
[63] Ottaviano, ed Oronte si mettono a sedere
sul letto, e bevono il caffè: incongruo quanto esilarante il comportamento,
peraltro anacronistico, dei due uomini nel mezzo della scena della disperazione
delle due donne.
[64] 10.11-15: aria di quadrisillabi, di cui il
penultimo doppio (come evidenziato dalla lineetta, che non è nell’originale).
[65] 10.17-25: l’aria procede con versi quinari.
[66] m’appresto: apprestarsi, «prepararsi; accingersi a una determinata azione» (ivi).
[67] Son lieta: l’incongruenza drammaturgica della reazione di Cleopatra non fa che evidenziare in maniera eclatante la surreale inverosimiglianza dell’happy ending.
[68] 10.53-61: aria di ottonari e quadrisillabi.