Tomaso Mondini

 

Gl’amori sfortunati di Pantalone

 

a cura di

Maria João Almeida e José Camões

 

(con la collaborazione di

Enma Rodríguez Mayán e Paula Gregores Pereira)

 

 

 

 

 

 

Biblioteca Pregoldoniana

 

lineadacqua

2026

 


 

 


Tomaso Mondini

Gl’amori sfortunati di Pantalone

 


Tomaso Mondini

Gl’amori sfortunati di Pantalone

a cura di Maria João Almeida e José Camões (con la collaborazione di Enma Rodríguez Mayán e Paula Gregores Pereira)

 

© 2026 Maria João Almeida

© 2026 José Camões

© 2026 lineadacqua edizioni

 

Biblioteca Pregoldoniana, nº 45

Collana diretta da Javier Gutiérrez Carou

Supervisori per i dialetti: Piermario Vescovo e Luca D’Onghia

Comitato scientifico: Beatrice Alfonzetti, Francesco Cotticelli, Andrea Fabiano, Javier Gutiérrez Carou, Simona Morando, Marzia Pieri, Anna Scannapieco e Piermario Vescovo

Editing: Enma Rodríguez Mayán

www.usc.gal/goldoni

javier.gutierrez.carou@usc.gal

Venezia - Santiago de Compostela

 

lineadacqua edizioni

san marco 3717/d

30124 Venezia

www.lineadacqua.com

 

ISBN: 979-12-81350-62-5

 

La presente edizione è risultato dalle attività svolte nell’ambito dei progetti di ricerca Archivio del teatro pregoldoniano (FFI2011-23663), Archivio del teatro pregoldoniano II: banca dati e biblioteca pregoldoniana (FFI2014-53872-P), Archivio del teatro pregoldoniano III: biblioteca pregoldoniana, banca dati e archivio musicale (PGC2018-097031-B-I00) e Archivio del teatro pregoldoniano IV: biblioteca teatrale, archivio musicale e banca dati (PID2023-148944NB-I00), finanziati dal Ministerio de Ciencia e Innovación spagnolo e dal FEDER. Lettura, stampa e citazione (indicando nome della curatrice, titolo e sito web) con finalità scientifiche sono permesse gratuitamente. È vietato qualsiasi utilizzo o riproduzione del testo a scopo commerciale (o con qualsiasi altra finalità differente dalla ricerca e dalla diffusione culturale) senza l’esplicita autorizzazione dei curatori e del direttore della collana.


 

 

Tomaso Mondini

 

Gl’amori sfortunati di Pantalone

 

a cura di

Maria João Almeida e José Camões

(con la collaborazione di

Enma Rodríguez Mayán e Paula Gregores Pereira)

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Biblioteca Pregoldoniana, nº 45

 

 


 

 

           


Nota al testo

I testimoni

De Gl’amori sfortunati si ha notizia di soli due testimoni, entrambi edizioni veneziane pubblicate dallo stampatore Lovisa e databili probabilmente nella seconda metà del xvii secolo o, tenendo conto degli anni in cui il tipografo è attivo, nei primi anni del Settecento. Si deve considerare che T2 presenta manoscritta, d’epoca, la data di 1693:

 

Edizione siglata T1

GL’AMORI / SFORTVNATI / DI / PANTALONE / COMEDIA / DI / SIMON TOMADONI / [filetto] / CONSACRATA / All’illustrissimo Signor / MARCO MIANI / Nobile Veneto. [vignetta] / In Venetia, Per il Lovisa à Rialto. / [filetto] / Con Licenza de’ Superiori.

            Esemplare custodito presso la Biblioteca Statale di Baviera (di cui seguiamo la riproduzione presente su Google books), collocazione (OCoLC) 16592206, P.o.it. 1057.[1]

            Descrizione: A-C12, 70, [2] p.; 12º. Fra le carte 2r e 3v è presente la dedica a Marco Miani. La carta successiva, 4r, contiene l’elenco di personaggi. La commedia inizia nel folio 4v e conclude nel 35v. Nel 36r si include una lista di titoli venduti presso la libreria del Lovisa, contenente sia testi drammatici, sia opere di altre tipologie testuali. L’esemplare presenta diverse macchie, fenomeno che si accentua nelle carte iniziali e finali. Inoltre, particolarmente dannati si mostrano i margini inferiori del testimone, anche se non riescono a interessare il testo. Leggermente consumati si rivelano invece alcuni dei caratteri tipografici, il che rende difficoltosa la lettura di determinate parole. Tuttavia, non si riscontrano danni o lacune che impediscano la comprensione testuale.

            Impronta: eian n.on hepo mapr (3) 0000 (Q).

 

Edizione siglata T2

GL’AMORI / SFORTVNATI / DI / PANTALONE / COMEDIA / DI / SIMON TOMADONI. / [vignetta] / [1693 (manoscritto)] / In Venetia, Per il Lovisa à Rialto. / Con Licenza de’ Superiori.

            Esemplare custodito presso la Biblioteca Braidense di Milano, di cui seguiamo la copia digitale presente sul sito web della succitata biblioteca; appartiene alla Raccolta Drammatica Corniani Algarotti, collocazione RACC.DRAM.0673.[2]

            Descrizione: A-B12, 45, [3]; 12º. La carta 2r contiene le dramatis personae. La commedia occupa dalla 2v fino alla 23r. Nella carta 23v si trova un elenco di altre commedie stampate dall’editore, a cui segue, dalla 24r alla 24v, una seconda lista di opere di varia tipologia stampate sempre dal Lovisa. La data «1693» è un’aggiunta manoscritta situata in calce. L’esemplare si presenta in uno stato di conservazione complessivamente buono, senza macchie o perforazioni di particolare rilievo.

            Impronta: o.o. hedi lae- miGi (3) 1693 (Q).

 

 

 

 


Tomaso Mondini

 

Gl’amori sfortunati di Pantalone

 

 


RECITANTI

 

dottore.

angela, sua figlia.

spinetta, sua serva.

pantalone.

celio, suo figlio.

flaminio, suo figlio.

arlichino, suo servo.

 

 

 


                  ATTO PRIMO

 

 

 

                                    SCENA I[3]

 

                                         Pantalon ed Arlichin.

 

            pantalone           No gh’è altro, la xe cusì. No cade, sier Arlichin, che me vegnì a dir made sì qua de là, se’ vecchio, se’ cotecchio, amor no xe per vu, l’è vero tutto quel che ve piase, ma mi son inamorào, ghe vòi ben, la xe fenìa. Quel ladro de quel Cupido m’ha dào de ponta, el m’ha ciappào defettivo int’el cuor, muoro, ranco, sospiro e spasemo per la mia cara Anzola, sior sì, missier sì e madonna sì.[4]

 

            arlichino  Siur patron, avì rason, volighe ben che la merita, l’è bella quant un bel pez de formai, besogna volirghe ben per forza.[5]

 

            pantalone           Che diséu, non ha-lla una bella bellezza? O che caro trenta quaranta! Orsù vien qua alle curte, batti e ciamela , che gh’ho una vogia de vederla che per vardarla farìa una cavriola, una tombola e un salto mortal.

 

            arlichino  Le cordelline se romperave siur patron, se fes sta robba.[6]

 

5          pantalone           Via, via, sier zucche cimole, no ve ne vien tante savéu, battè a quella porta se ve piase.[7]

 

            arlichino  Zucche cimole el me dis? Verament son po ben una bella zucchetta zentil; bat, bat signora, tic toc.

 

 

                                    SCENA II

 

                                    Angela e detti.

 

            angela       Chi è là, chi batte? Arlichino, coss’è che vuoi?

 

            pantalone           O cara, vella là, oh bella, oh siéstu benedìa la mia cocoletta.[8]

 

            arlichino  Mi per mi no vòi nient signora.

 

            angela       Che senza creanza che sei, e perché vieni a batter se non vuoi niente? (torna dentro)

 

5          arlichino  Sior patron.

 

            pantalone           Coss’è Arlichin; perché è-lla tornada via?

 

            arlichino  La m’ha dit senza creanza e l’è fuzida.

 

            pantalone           Mo caro ti, no ti gh’averà savesto dir; abbi giudizio, fa’ pulito, torna a batter; e co la vien fuora, dighe quel che te digo mi e cusì no ti fallerà.

 

            arlichino  Che ghe diga quel che me dirì vu?

 

10        pantalone           Sì, da bravo, via.

 

            arlichino  Bon, ho intes. Tic toc, o de casa.

 

            angela       Sei qui un’altra volta tu, e che vuoi? Parla.

 

            arlichino  Ades, che ’l parla lu.

 

            pantalone           Signora son qua mi.

 

15        arlichino  Signora son qua mi.

 

            pantalone           Ma per mi qua no son.

 

            arlichino  Ma per mi qua no son.

 

            pantalone           Ghe son per el patron.

 

            arlichino  Ghe son per el patron.

 

20        pantalone           Savéu perché?

 

            arlichino  Savéu perché?

 

            pantalone           El vorrave a tu per tu.[9]

 

            arlichino  El vorrave a tu per tu.

 

            pantalone           Orsù el lo dirà lu.

 

25        arlichino  Orsù el lo dirà lu.

 

            pantalone           Basta, basta cusì.

 

            arlichino  Basta, basta cusì.

 

            pantalone           Càvete.

 

            arlichino  Càvete.

 

30        pantalone           Mo no, va’ via de là.

 

            arlichino  Mo no, va’ via de là

 

            pantalone           O che bestia!

            arlichino  O che bestia!

 

            pantalone           Potenzia delle potenzie![10]

 

35        arlichino  Polenta delle polente?[11]

 

            pantalone           O animalaccio che sei; cossa ciarli, cossa dici?

 

            arlichino  O animalaccio che sei, ciarli, dici? (a Pantalon)

 

            pantalone           Sior’Anzola, son qua mi, compatì, cara fia, sto spropositào. Mi vegno via alla bona con sinceritàe. Savé quanto che per vu patisso; ve vogio tutto el mio ben. Se vu me corrisponderè, sarò felice mi e sarè felice anca vu e faremo un bel matremonio; ché, sottosora, si vu se’ bella, gnanca mi no son brutto.[12]

 

            angela       Signor Pantalone, il mio decoro non mi permette discorrervi in strada a lungo. Io vi dico in poche parole i miei sentimenti liberi. Non applicate alla mia persona, che io non vi voglio per niente. Invece di perder tempo con me, è meglio che andiate a canto al foco a bagolare con il gatello ed a narrar delle favole con la serva. E tu sai, Narciso salvatico, non venir più per quest’effetto alla mia porta, che ti giuro se vi torni, di gettarti in capo una caldaia d’aqua bollente. (parte)[13]

 

40        pantalone           Bona. Se poderà po metter su peruca alla pagiarina, savéu sier Arlichin. Ah cossa voléu far; abbié pazienza anca vu, un puoco peromo le case no va in malora; la ghe sbalerà sì, non forsi.[14]

 

            arlichino  Sior patron, mi cert no vag più a batter che son ben macaron, ma no vog esser cusì prest brovad, più tost informaiad.[15]

 

 

                                    SCENA III

 

                                    Spinetta, Pantalon ed Arlichin.

 

            spinetta     Signor Pantalone, li faccio riverenza, che vuol dire questi strepiti?

 

            pantalone           Bondì, Spinetta. Ah Spinetta, Spinetta; la to siora parona me vuol far desperar.

 

            arlichino  Spinettina carina; bondì le mie vissoline tenerine.[16]

 

            spinetta     Buon giorno caro, il mio caro Arlichino, buon giorno. Sentite signor Pantalone, volete entrare in grazia della signora Angela? Bisogna che siate generoso; mandate a donarli una scuffia, un abito, un anello di diamanti, un paro di manini di perle e che so io.[17]

 

5          pantalone           Saldi, saldi Spinetta; no me far comandaizze troppo alte. Da resto son qua volentiera. Anca mi so come che la va. A bon conto tiò, fia, questa xe una dobla, godila ti per amor mio, vògieme ben, e no te straccar, che so po mi quello che ho da far. Andemo Arlichin.[18]

 

            spinetta     Signor Pantalone li rendo infinite grazie, si assicuri che non mancarò dell’obligo mio.

 

            arlichino  Spinetta, oh che volontà che me bulega de descorrer con ti a scuro in fià![19]

 

            pantalone           Ohè, Arlichin la fenissis-tu?[20]

 

            arlichino  Ah sia maledet, vegn, vegn signor. Bondì Spinetta, bondì.

 

10        spinetta     Va’ a buon viaggio il mio caro Arlichinino, ché si vedremo, sì.[21]

 

            arlichino  Ah matta, mattona.

 

 

                                    SCENA IV

 

                                    Dottor e Spinetta.

 

            dottore    L’è qua el centro delle mie linee, el tarlar dei me colpi, l’oggett delle mie brame, el mio ben, el mio amor; Spinetta, bella Spinetta, buon dì e buon an.[22]

 

            spinetta     (a parte) (O che vecchio insolente!) Signor patron, buon giorno a vostra signoria, vado per un servizio che mi manda la patrona, compatitemi signor che ho fretta.

 

            dottore    Trattient un poc, vien , ascolta na parolina.

 

            spinetta     Non posso certo signor, ho fretta; a rivedersi adesso adesso.

 

 

                                    SCENA V

 

                                    Dottor solo.

 

            dottore    O pover Duttor! La to serva così te sprezza, e te ’l sopporti? E no t’ pensi al to grad, al to stat? No ti refletti al to decor, al to concet? La to serva te sprezza? Ah amor, amor! L’è lu quel che me fa prevaricar mi, che ha fat prevaricar più famosi, i più sapient, i più fort del mond. Cupid, gran frascuncel, oh no me tormentar più, oh fam’aver quel che desider; altrament te zur, per la me laurea dottoral, che te sculazarò e te farò mal.[23]

 

 

                                    SCENA VI

 

                                    Celio e Flaminio.

 

            celio            Molto mi rammarica, caro fratello, vedere il signor padre impiegato nell’affetto di Angela, alla quale sapete che ho consacrato il mio cuore e, lode al cielo, sono egualmente corrisposto con felicità d’amore. Vorrei che con la vostra affettuosa attività vedeste di ritrovare ripiego di rendermi consolato con l’effettuazione di questo matrimonio, che ben vedete essere in tutto adequato al nostro stato onorevole.

 

            flaminio    L’affetto sincero che tra noi vive e la giusta convenienza mi persuadono, o amato fratello, a servirvi in quello che posso, ed io per me assicuratevi che procurerò di fare quanto bramate. E l’ordine che stimo proprio di pratticare è dire al signor padre che volete maritarvi con la signora Angela, e prevenirlo.

 

            celio            Facciamo quel che vi pare; mi trovarete sempre disposto a mettere in esecuzione i vostri avisi prudenti e la celerità mi sarà sempre grata.

 

            flaminio    Andiamo, che quando lo vedemo... ma eccolo a punto.

 

 

                                    SCENA VII

 

                                    Pantalone e detti.

 

            pantalone           L’interesso xe quell’avocato che vadagna tutte le cause, quel miedego che resana tutti i malai, quell’ingrediente che conza ogni piatanza. Anca questa sarà fatta. Ho dào in la spesa e ho speso da par mio. So che la mia cara Anzoletta sarà contenta e che l’accetterà de bon cuor no so che, che gh’ho mandà a donar per Arlichin.

 

            celio                       

            flaminio    Signor padre li facciamo riverenza.

 

            pantalone           Putti, coss’è, che niova?[24]

 

            flaminio    Signore padre, dirò con quella confidenza riverente che mi permette il vostro affetto. Voi sapete che doppo la morte della signora Pandora nostra madre, si fece qualche discorso per maritare Celio mio fratello, che per me non ho genio di applicare al matrimonio. E veramente per il decoro non solo, ma anche per la buona regola de’ nostri affari domestici, è propria, anzi necessaria questa risoluzione.

 

5          pantalone           (a parte) (Ohimei, che ton xe questo?)

 

            flaminio    Ora essendosi aperta congiontura adequata e perfetta per tutte le circostanze che in tali affari si richiedono, stimiamo bene rappresentare unitamente alla vostra prudenza auttorevole i nostri sentimenti, perché cooperando voi con l’assenso doùto e con quel più che in tali interessi ricercasi, si stabilisca con reciproca sodisfazione e contento questo matrimonio.[25]

 

            pantalone           Fioli cari, mi per mi incontrerò sempre el vostro genio, quando la balanza vaga dretta e no se descaza dal numero de quell’onor che se ha sempre mantegnùo, lode al cielo, in la famosa famegia Bisognosi. Che sappia, chi e co e quomodo e po anca mi ve dirò la mia opinion e la mia volontàe.[26]

 

            celio            Già sapete signor padre che il mio genio è diretto alla signora Angela figlia del signor dottor Grazian, giovane ornata di tutte le qualità riguardevoli, illustre di sangue, nobile di tratti e ben accompagnata dalla dote che in buona summa l’attende.

 

            pantalone           (a parte) (Pantalon, stiche, nasa sto fior. Saldi però, non forsi. Cabale a capitolo.) Sentì putti, mi per veritàe no dessento che quella putta vegna in casa nostra; da resto savé ben che bisogna incontrar el genio de so’ sior pare; che poderia esser che lu avesse più genio a uno che all’altro de nu altri. co’ l’è in casa, a quel che disé vu, el basta perché la stabilissa le cose nostre e la tenda a regolar i nostri interessi.[27]

 

10        flaminio    Dite bene signor padre; parlaremo dunque al signor Dottore e ricavaremo la sua volontà.

 

 

                                    SCENA VIII

 

                                    Arlichino e detti.

 

                                    Arlichino con scatola.

 

            arlichino  Chi ha drappi vecchi da vender?

 

            pantalone           Es-tu deventào strazzariol? O che senza giudizio![28]

 

            arlichino  Bas la man, siori patroni; l’è qua tutta la patronaria.

 

            flaminio    Che hai, Arlichino, in quella scatola? Mostra un poco.

 

5          pantalone           (ad Arlichino) No, , no, ; no ghe dir gnente.[29]

 

            arlichino  Avé troppa curiosità, signor. cont che no ghe sippia negotta.[30]

 

            celio            Lascia, lasciami vedere.

 

            arlichino  Oibò, no , no .

 

            flaminio    Viva il cielo, la lascierai per forza.

 

10        arlichino  Ai, ai, lasseme, signor, lasseme. Son scappat, la fe’. (fugge)[31]

 

            flaminio    Mi ha posto in curiosità. Seguiamolo un poco. Con grazia, signor padre. (partono)

 

            pantalone           Andè pur a bon viazo, siori fioli.

 

 

                                    SCENA IX

 

                                    Pantalone e Dottore.

 

            pantalone           Veramente quell’Arlichin sol esser el quint’essenza dei pampalughi, ma sta volta l’ha bùo del giudizio.[32]

 

            dottore    Amor, dolce amor, amaro amor; non inquietar el gran Dottor.

 

            pantalone           Sior Dottor caro, bondì a vostra signoria eccellentissima, me rallegro de vederve san e in ton e me despiase de vederve appassionào.[33]

 

            dottore    Pant’lon el me amig amatissim a’ ve saludi.

 

5          pantalone           Coss’è, sior Dottor, com’è-lla, come va-lla?

 

            dottore    La va mal, la va mal Pant’lon.

 

            pantalone           Ah cossa voléu far? Confidarse int’el ciel e consolarse che co la se volterà l’anderà ben.

 

            dottore    L’è una bella consolazion. Avé qualche novità Pant’lon, dsì su.[34]

 

            pantalone           Sior sì, mi, che gh’ho da parlarve e incomodarve, si volessi contentarve de scoltarme.

 

10        dottore    Dsì pur su liberament senza tante arve Pant’lon, che v’ascolt attent.[35]

 

            pantalone           Sentì caro sior Dottor, in confidenza, voléu maridar quella vostra fia?

 

            dottore    Siben che la vòi maridar; perché?

 

            pantalone           Mi ve dirò. Gh’ho do parti, tutti do boni e perfetti per quel che riguarda la qualità e bontà delle persone e delle famegie. Tutti do bei e boni e de bone case. Ghe xe mo sta deferenza che uno gh’ha un puoco de aneti de più dell’altro; ma el più veccio se contenta de puoca dota e anca de gnente; ma el più zovene vuol della monea onestamente; questo xe ’l negozio lu.

 

            dottore    Pant’lon, mi ve dirò s’ciet. El non spender m’ha semper pias estremament; onde che me par che volentiera. Me intendive?

 

15        pantalone           Via, v’ho cattào alla prima. A un bon intenditor poche parole basta. Vegnimo donca al particolar. Dottor caro, mi me vòi maridar e se vol maridar anca mio fio Celio. Tutti do vorressimo vostra fia. Si ghe la a lu, mi vòi che ghe siemille ducati de dota. Si me la a mi, ve farò la ricevuta de averli bùi; siben che no me gnente. Che diséu, ve sona ben sto cantin?[36]

 

            dottore    Sentì Pant’lon; vòi far el negozi con vu come che me ’l disì; e no credé che ’l sia l’interes che me mova, che anzi ho semper più volontà de dar la me fiola a un om repossà che a un zovenot che no se sa dove l’abbi da andar a fermarse con le so applicazion.[37]

 

            pantalone           O caro el mio Dottor. Ciolé sto baseto in verigola; mo quanto che m’avé consolào; quanto che ve son obligào. Andemo delongo a far quel che bisogna e a far fuora robba. Za co l’è fatta, l’è fatta, e in ultima se agiusta tutto. Andemo, che la descorreremo.[38]

 

            dottore    Andem Pant’lon, andem el me zenerin zentil.

 

            pantalone           Credo de sì che sia zentil. Son lesto co’ è un fuso.[39]

 

20        dottore    Cancaraz! Se tratta de guadagnar, de avanzar denari? Vaga in bordel ogn’alter respet.[40]

 

                                    Fine dell’atto primo.

 


                                    ATTO SECONDO

 

 

 

                                    SCENA I

 

                                    Celio e Flaminio.

 

            celio            Che dite di quel furbazzo di Arlichino?

 

            flaminio    Io per me giudico che quello fosse qualche donativo inviato dal signor padre alla signora Angela. Ma sapete quello che avete da fare? Operate con cautela ed assicuratevi dell’affetto di Angela e della sua serva; nel resto non dubitate di niente.

 

            celio            Io son più che sicuro che Angela mi vuol tutto il suo bene e farà tutto quello che io li dirò. E Spinetta anche lei mi porta affetto che ha meco qualche obligazione.

 

            flaminio    Se così è; quando il signor Dottore mostri renitenza in darvela e voi pigliatevela da per voi. Già quando il negozio è fatto, è fatto, e poi si agiusta tutto.[41]

 

5          celio            Fratello amato, son molto tenuto alla sincerità del vostro affetto. Seguirò in tutto il vostro consiglio con la sicurezza d’essere da voi assistito.

 

 

                                    SCENA II

 

                                    Dottor, Celio e Flaminio.

 

            dottore    Pant’lon è vecch; la fiola resterà prest vedova per rason della so natura; la s’averà fat da so posta un bon capital senza aver fatto dan a so pader; l’è mei; ho fat ben.[42]

 

            flaminio    Signor Dottore, umilissimo servo al merito suo.

 

            celio            Faccio riverenza devotissima al mio caro signor Dottore.

 

            dottore    Patroni e patronazzi nostri, bas la man all’un e l’alter.[43]

 

5          flaminio    Signor Dottore, siamo a supplicare con tutto l’ossequio affettuoso la bontà sua di permetterci una confidente e breve sessione.

 

            dottore    Le commandi pur liberament. (a parte) (Siemille non dati e ricevuti, stem’ ben a memoria vdì).[44]

 

            flaminio    Abbiamo notizia che lei voglia accompagnare in matrimonio la signora Angela sua figliola con quella dote onorevole che il suo stato richiede. Quando la persona del signor Celio mio fratello, e suo servo, sodisfacesse al genio suo, credo si incontrarebbe per parte di tutti noi con ogni contento questa congiontura.

 

            dottore    Signori mi ve parlarò schiettament. La fiola è promessa a persona che no ghe pos mancar. Vostra signoria è venud tardi a commandarm, per alter avràu sentid con tutta la sodisfazion el loro invid. Benché vogh creder che quand le savrà chi è el bel spos, le sarà egualment content.[45]

 

            celio            Non occorre altro, signor Dottore. Se è maritata, sia con felicità. Prego il cielo che dia sempre ogni contento e concedi ogni prosperità alla signora Angela ed al signor suo sposo. La riveriamo signor Dottore. (mostrano di partire)

 

10        dottore    Bon viaz, signori. I se ha quietad con facilità, poveri zovenotti senza cervel. No i sa cossa sippiainteres, né amor. Iuvenilis ardor impetu primo furit. Ma no i fonda, no i fonda.[46]

 

 

                                    SCENA III

 

                                    Celio, Flaminio ed Angela.

 

            celio            Subito, subito senza perder tempo. Tic toc.

 

            angela       Chi è? O Celio amato, e perché tanta dilazione a lasciarvi riverire da chi tanto v’adora?

 

            celio            Signora Angela, non è tempo di complimenti; questa sera venirò a discorrervi il tutto ed a stabilire quello che voi commandarete.

 

            angela       Che vuol dire? Vi è forse qualche novità che frastorni i nostri contenti?

 

5          celio            Questa sera la discorreremo; lasciateci partire che non vorressimo esser veduti.

 

            angela       Andate in pace. Prego il cielo che ci assisti e sia favorevole alle nostre brame.

 

            flaminio    Signora Angela, umilissimo servo.

 

            angela       La riverisco, signor Flaminio; la supplico della sua assistenza al fratello.

 

            flaminio    La servirò con tutto il genio.

 

 

                                    SCENA IV

 

                                    Pantalone ed Arlichino con la scatola.

 

            pantalone           Ve digo de sì, caro sier Arlichin, ve avé portào straben. Se’ un omo de quei che ghe ne vuol noma sie pera a far una dozena. Cossa voléu che ve diga de più?[47]

 

            arlichino  Cancaro, so ben anca mi far d’una man un pugno e cazzarghelo int’el muso sior patron, quand faghe el besogn.[48]

 

            pantalone           Ve credo, ve credo; ve stimo capomistro senza che la prova; no gh’è altro che se ve poderave responder del ziogo, savéu sier Francatrippe. Orsù a monte le ciacole; batti da sior’Anzola, e sporzeghe el servizio.[49]

 

            arlichino  Me darà-lla la bonaman?[50]

 

5          pantalone           Credo de sì; almanco sie doble.[51]

 

            arlichino  Me basta tre gazette da bever una grossa.[52]

 

            pantalone           Ti gh’ha l’anemo troppo vil, caro ti. Una soggetta de quella sorte, un presente de quella ricchezza, tre gazette? Batti, batti che ti vederà minchion.[53]

 

            arlichino  Che la sia po così. Tic toc.

 

 

                                    SCENA V

 

                                    Spinetta e detti.

 

            spinetta     O Arlichino bello, caro il mio caro amante che hai di bello qui?

 

            arlichino  Bondì Spinettina; robba per la to patronzina.

 

            spinetta     Per la Patrona? Ben ben. Tu non ti lasci vedere; e sai quanti giorni sono che ti ho preparato un piatto di maiolica da cappon de macaroni?

 

            arlichino  Di-t davira? Andem de curto a magnarli, andem.[54]

 

5          spinetta     Adesso no caro Arlichino, non voglio che nissun ci veda.

 

            arlichin     Che vegna donca sta sera?

 

            pantalone           El fa mo le soe. Ah sier marmeo, avéu fenìo gnancora de squaquarar?[55]

 

            arlichino  Parle-lo con ti Spinetta, el me patron?

 

            spinetta     O signor Pantalone, mi compatisca che mi son trattenuta un poco con questo suo servo, che è tanto ridicolo.

 

10        pantalone           Siora sì, siora sì, bondìsioria,[56] el fa po’ da rider vedè, chi vol dir el vero l’è un caro buffon.

 

            arlichino  No ghe creder , che son un om de proposit. E po vardem’in la ciera.[57]

 

            spinetta     Sì, sì, certo hai una cierina da..., fate in là che cuso.[58]

 

            pantalone           O via, Spinetta, ciama la to patrona, che vòi darghe quella scatola.

 

            spinetta     O, adesso è troppo tardi, non venirà in strada sicuro.

 

 

                                    SCENA VI

 

                                    Dottor e detti.

 

            dottore    Ades, ades farò a servirv’.

 

            spinetta     El patron, el patron; dami, dami la scatola a rivedersi. (li tol la scatola e parte)

 

            arlichino  (a parte) (E le sie doble? Dottor razza porca, gnanca le tre gazette?)

 

            pantalone           Sior dottor, per dove, per dove sior? Se’ infacendào.[59]

 

5          dottore    Pant’lon, son ; a’ i ho un poc de daffar; ades licenziem che l’ora è tarda; ve basta che v’ diga che ’l negozi è fat e d’man se vorrì, concluderem el tutt.[60]

 

            pantalone           Sì, sior Dottor, bravo; tutto quel che ve piase; doman piasando al cielo, daremo fuogo al pezzo. Tendé, tendé sior, ai fatti vostri; bondì a vostra signoria eccellentissima.[61]

 

            dottore    A riveders, a riveders Pant’lon.

 

            pantalone           Andemo a repossar Arlichin, che anca nu semo mezi stracchi.[62]

 

            arlichino  Andé pur là; andem’ a ca’ a bonora, che no me vegna tolt le sie doble.[63]

 

10        pantalone           E tasi minchion, che te ne cascherà adosso de quel che ti pensi.[64]

 

 

                                    SCENA VII

 

                                    Celio solo. Notte.

 

            celio            L’impazienza delle mie brame amorose mi fa anticipare il tempo. Grand’inquietezza d’un animo amante. Gran forza d’un genio affettuoso. I travagli non lo molestano, i patimenti non lo trattengono, i pericoli non lo spaventano. Tutto li par facile, a tutto si cimenta. O potessi almeno raccogliere con sicurezza quei dolci frutti d’amore che amor mi promette. Speranze lusinghiere non mi tradite. Arditi pensieri, costanza. Chi sa? Che d’amor ne’ perigli, sono i più audaci gl’ottimi consigli.

 

 

                                    SCENA VIII

 

                                    Arlichino, Celio.

 

            arlichino  No vedeva l’ora che quel vecc porch andas sotto la pieta.[65]

 

            celio            Mi par di sentir gente.

 

            arlichino  Me sent a bulegar el cervel int’el cuor, che le gambe me tremola per amor.[66]

 

            celio            Vorrei avvicinarmi alla casa di Angela, ma...

 

5          arlichino  Amor, gran amor. No l’è maraveia che Arlichin tant zentilin ama Spinetta zentiletta. Tutt’è amor, tutti se ama.[67]

 

            celio            Poco vi vorebbe che non li tagliassi la testa.

 

            arlichino  Se ama in aria el celego e la celega, el quagioto e la quagiota, el merlo e la merla. Se ama in terra il toro e la toressa, el becco e la becca, el luserto e la luserta. Se ama in aqua el cievolo e la cievola, el sfogio e la sfogia, el sardello e la sardella. O amor, o gran amor![68]

 

            celio            Parmi di conoscer la voce. È meglio andar cauto.

 

 

                                    SCENA IX

 

                                    Pantalone e detti.

 

            pantalone           Amor, quell’altra cossa e Venere, le xe tre cosse tenere.

 

            arlichino  M’ha pars de sentir a parlar una vos.

 

            pantalone           Tanto tenere che ’l cuor se m’ha liquefatto e debotto desfatto.[69]

 

            celio            Non vorrei che costui fosse qualche amante di Angela.

 

5          pantalone           Sior’Anzola, sior’Anzoletta, el mio ben, le mie viscere. Vogio provar si me volé più ben a scuro de quel che me vogié al chiaro.

 

            celio            Ohimè che sento?

 

            arlichino  L’è una vos sigura; son intrigad la fe’, no vorràu che ’l fos qualch moros de Spinetta.[70]

 

            pantalone           Vegno no tanto per véderve vu, quanto per véder si gh’è nissun che vegna a rondar ste contràe: che si ’l catto, al cospetto de tre lire e do soldi, che ghe vogio tagiar i garetoli e mandarlo a casa int’una cariola.[71]

 

            celio            Ah povero Celio, che senti? Chi è costui che tanto ardisce? Olà, chi è là, chi va là?

 

10        arlichino  Ohimè, ohimè; son mi signor, aiut, vardeve, vardeve.

 

            pantalone           Ohé in quanti semio? Coss’è qua, chi è là; a nu, alla larga qua.[72]

 

            celio            Partiti tu lontano da queste parti, se non vuoi perder la vita.

 

            arlichino  Ah pover Arlichin, saldi, non aver paura .[73]

 

            pantalone           La vita? A nu, sier canapiolo. (si danno)[74]

 

                                    Fine dell’atto secondo.

 

 


                                    ATTO TERZO

 

 

 

                                    SCENA I

 

                                    Pantalon solo.

 

            pantalone           Cancaro, manco mal che in mia zoventù son stào a scuola a imparar a trar de scrimia; da resto credo de sì, che sta volta i me trova in canèo. I giera in quindese, o vinti, né , né manco me par de aver fatto molto ben el fatto mio. Bisogna certo che ghe ne abbia mazzào sette o otto alle gran pacche che ho menào. Ancora me cola el cinquedea. Son pur curioso de saver chi xe i mazzài. Ve digo el vero, che sta notte no gh’ho serrào un occhio da passion de no esser stào cognossùo e aver da travagiar.[75]

 

 

                                    SCENA II

 

                                    Arlichin e detto.

 

            arlichino  O che brav’Arlichin che son stad! Ancora me par impossibil esser stad cusì brav. El me pistolesin ha laorad.[76]

 

            pantalone           Ohè, sier Arlichin per dove?[77]

 

            arlichino  Bondì vostra signoria, sior patron.

 

            pantalone           Coss’è che niova gh’has-tu? Has-tu sentìo quel susurro sta notte?

 

5          arlichino  Ho sentid qualche cossa. El sarà stad qualch canon, qualche zerbinot che averà fat la braùra in credenza.[78]

 

            pantalone           Quanti ghe n’è de morti che se diga?

 

            arlichino  Dove mo’? In Levante o in Ongaria?[79]

 

            pantalone           Te digo de quei che sta notte, mi, e no de Levante; ha-llo mo cattào?[80]

 

            arlichino  E no gh’è morti, no, che la zente no è matta a lassarse mazzar no.

 

10        pantalone           No, no gh’è gnente de mal, no ti ha sentìo gnente?

 

            arlichino  Oibò nient, guarda el Ciel.[81]

 

            pantalone           Mo za, che l’è cusì te la voi contar mi. Sàs-tu chi è stào el bravo che ha dào sta notte?[82]

 

            arlichino  Chi?

 

            pantalone           Vardeme mo’.

 

15        arlichino  Ve vard.

 

            pantalone           Mo’.

 

            arlichino  Cossa?

 

            pantalone           Mo’.

 

            arlichino  Cossa mo’?

 

20        pantalone           Che pampalugo! Mo’ védis-tu mi?[83]

 

            arlichino  Sigura che ve vedo.

 

            pantalone           Mo’ mi son stào el bravo e gh’ho dào delle pacche e bone ; sàs-tu mo’ a chi?[84]

 

            arlichino  A chi? Sta a véder, ve’.

 

            pantalone           A un licardin moroso della sior’Anzola, che te dago parola mi che no ghe vuol vegnir volontàe de lassarse trovar in ste bande![85]

 

25        arlichin     Ah ah ah.

 

            pantalone           Ti ridi? Cossa ridis-tu mumia di’?

 

            arlichino  Rid, a la fe’ che rid, ah ah ah.[86]

 

            pantalone           Coss’è sto scuffonar, disé sier magna bestie.[87]

 

            arlichino  No, no, sior patron, a’ rid cusì da per mi, che i vol venir a contenderla co un par voster.

 

30        pantalone           Digo ben; intendessimo.

 

            arlichino  O che vecc porc, el fa el brav e gh’ho dad tante pacche.

 

            pantalone           Come, come, coss’has-tu ditto?

 

            arlichino  Dighe che cert se’ brav; che no vorrav aver, guarda ’l Ciel, do delle vostre pacche.

 

            pantalone           Bona, bona; orsù Arlichin andemo, che vòi trovar el Dottor e destrigar ancuò sta facenda e che stemo allegramente e che la vaga. Che vedo ben mi che ogni indusia porta pericolo.[88]

 

35        arlichino  Andem, andem. Se saveva che l’era lu sto vecc cuch, ghe dava la bona mesura, la fe’.[89]

 

 

                                    SCENA III

 

                                    Celio, poi Angela e Spinetta.

 

            celio            Non più dimore, non più; ho inteso il tutto. Qui vi vuole subita e violente risoluzione. Alon, alon. Tic toc.[90]

 

            spinetta     Chi è? Oh signor Celio, che commanda?

 

            celio            Presto, Spinetta, chiama la signora Angela, che venga giù che molto mi preme il parlargli.

 

            spinetta     La servo subito subito, signor.

 

5          celio            Mi fai favore. Che sarà? Ho l’affetto del fratello sopra il quale molto mi confido.

 

            angela       Eccomi a’ commandi dell’amato mio Celio.

 

            celio            Signora Angela, li son servo umilissimo. Sentite in grazia, mi amate da dovero?

 

            angela       E che dimande son queste? Ancora ne bramate attestazioni?

 

            celio            Sì, mia bella, l’ultimo segno del vostro affetto ve lo chiedo in questo punto.

 

10        angela       Commandate pure liberamente che avete sopra di me tutta l’auttorità.

 

            celio            Ditemi, volete essere mia consorte?

 

            angela       Piuttosto morire che fare altramente.

 

            celio            Se così è, questa è l’unica strada; venite meco e non temete. (li dà mano)

 

            angela       Come signor Celio? E poi il padre, l’onore?

 

15        celio            Niente, non dubitare di niente, venite meco e non temete.

 

            angela       Ecco, mi consegno nelle vostre mani al vostro arbitrio.

 

            spinetta     Ah signora patrona, ed io? Come?

 

            celio            Spinetta, taci; resta e metti buone parole; narrali il tutto al signor Dottor, e non cercar altro. Andiamo mio bene.

 

            spinetta     Buon viaggio. Affé che questa è bella. Voglio andar in casa a pensar anch’io qualche rimedio per me.[91]

 

 

                                    SCENA IV

 

                                    Pantalon, Dottor ed Arlichin.

 

            pantalone           Sia ringraziào chi ha fatto el manego alle ceriese. Anca questa sarà fenìa, gh’avé la ricevuta, gh’avé tutte le vostre cauzion; ciamèla dabasso e feme sporzer quella cara manina e destrighemola.[92]

 

            dottore    Che car Pant’lon, l’è lusurios come un gat surian; no ’l ved l’ora de far el bec all’oca. Sì, sì, ades la ciam: Anz’lina, Anz’lina vien la mie puttina.[93]

 

            arlichino  Che bel sponzo che ghe tocca.[94]

 

            pantalone           Batté, batté caro Dottor, che no la ghe sente.

 

5          dottore    Avì la gran fretta. Anz’lina, Anz’lina, vien Anz’linetta.

 

            pantalone           Arlichin, va là, caro ti, batti. È-lla mo’ bella de quel Dottor, che no ’l vuol batter?

 

            arlichino  Volentiera sior patron novizzal. Tic toc.[95]

 

 

                                    SCENA V

 

                                    Spinetta e detti.

 

            spinetta     Chi è ? O Arlichinetto bello, buon giorno.

 

            arlichino  Bondì Spinettina, le mie care carne.

 

            pantalone           Ciàmela, ciàmela, fia.

 

            dottore    Ciam’la, ciam’la prest.

 

5          spinetta     Chi signor, chi?

 

            pantalone           La sior’Anzola, fia, la sior’Anzola.

 

            spinetta     O, la signora Anzola.

 

            dottore    Che, che?

 

            pantalone           Cossa, cossa?

 

10        spinetta     La signora Angela, signor patron.

 

            dottore    De che? Cossa gh’è? Cossa rasone-t?

 

            pantalone           Coss’è, cossa muteghéu? Parlé s’cietto. Se gh’ha forsi inversià la mare?[96]

 

            spinetta     Volete che ve la dica alla prima, signor Pantalone e signor Dottore?

 

            dottore    Sì, sì.

 

15        pantalone           Di’ mo’, di’ mo’.

 

            spinetta     La signora Angela è fuggita.

 

            pantalone           Ohimei, ohimei, agiuto, fuogo, visinanza.

 

            dottore    O cancaraz! Com, quand, con chi, dov?[97]

 

            spinetta     Questa mattina con il signor Celio, e dove io non lo so.

 

20        pantalone           Con Celio! Ohimei, oh che ladro da carne. A so’ pare cussì? Ah can, sassin, nemigo della giustizia.[98]

 

            dottore    Ah Pant’lon, cussì voster fiol maltratta la me ca’?

 

            arlichino  L’è andad al merit alla prima, lu.[99]

 

            pantalone           O Dio, Dottor, tasé, no me disé altro. Son mortificào davanzo. Ah desgraziadazzo, infame.[100]

 

 

                                    SCENA VI

 

                                    Flaminio e detti.

 

            flaminio    Signor padre, che vuol dire questi lamenti, questi susurri?

 

            pantalone           Ah, sior fio! El vostro sior fradello xe la ruina de casa mia, la origine del mio desonor, la causa della mia morte.

 

            arlichino  L’ha ciappà el trat avanti la fe’.[101]

 

            flaminio    Come? Può mai essere che Celio operi così perversamente, se si è sempre fatto conoscere tutto prudenza?

 

5          pantalone           Prudenza, sì, prudenza. Ohè, conteghela vu varé, sior Dottor, che cusì el la crederà.[102]

 

            dottor       Siur Flamini, el siur Celi ha fallà de gros; l’ha menà via della me ca’ onorata la me onorata fiola.[103]

 

            arlichino  E mi ghe ne son bon testonio.[104]

 

            flaminio    Questa cossa ha fatto mio fratello?

 

            pantalone           Giusto questa, da che saor ve sa-lla? Che diséu?[105]

 

10        flaminio    E non ha fatto altro?

 

            pantalone           Nana ve par puoco?[106]

 

            dottore    Cospetton! E no l’ha fat alter, la dis?[107]

 

            flaminio    Signor Dottore, io vi dirò. Se la signora Angela non avesse voluto andare, sarebbe ancora a casa sua e tanto basti.

 

            dottore    Cossa vorrav-la dir?

 

15        flaminio    Vorrei dire che se l’ha presa per moglie; che lui è mio fratello, uomo onorato, benestante e civile, che come è tutto di genio della signora Angela, cusì non dovrebbe a lei esser discaro. Tanto più che non se li dà quel danno per la dote che forse con altri pratticarebbe.[108]

 

            dottore    L’è vera, la dis ben, ma la forma.

 

            arlichino  Mei de cussì no s’ pol far.[109]

 

            flaminio    È vero signor Dottore, è vero tutto; ma la gioventù si compatisce. Che dite signor padre, che dite?

 

            pantalone           Cossa che digo? Digo che adesso ve cognosso, che m’avé ciolto in mezo e che ghe vorria puoco che no dasse in le scartàe.[110]

 

20        flaminio    Eh caro signor padre usate prudenza; fate riflesso al stato vostro, alla vostra età, a qualche impegno che tra loro correva, siate benigno, compatite la gioventù, perdonate il trascorso ed accettate e lui per figliolo e la signora Angela per figlia affettuosa, che sarete sempre commendato e dal signor Dottore e da tutti. Olà, venite, venite.[111]

 

            arlichino  Cancaro el la conta ben.[112]

 

 

                                    SCENA VII

 

                                    Tutti.

 

            celio            Signor padre e signor Dottore. Eccomi riverente umiliato a’ vostri piedi, a chiedervi perdono di questo lieve e necessario errore. Condonatelo alla violenza dell’affetto, al privilegio dell’età ed assicuratevi che le rassegnate operazioni in avenire emenderanno qualsisia nostro fallo e meriterano da voi tutto l’affetto.[113]

 

            angela       Così anche io.

 

            dottore    Ti te sbrighi prest, ti furbazza ah?[114]

 

            arlichino  Via via, chi ha , ha .[115]

 

5          pantalone           Ah, sier fio d’un omo da ben, cusì, è vero, se tratta? Va là che mi no so; ti gh’ha qualche gran protettor che te vuol ben. Ti me fa muar in sto momento tutta la natura. Agiustela col sior Dottor che nu po se parlaremo con più comodo.[116]

 

            flaminio    Già il signor Dottore è d’animo nobile e generoso e concorrerà a concederci un giorno tutto letizia e contento con questo matrimonio.

 

            dottore    La faz liè, la faz liè. Za ved che l’ha le man in pasta.[117]

 

            celio            In doùto ringraziamento si contentino, che prendi l’impegno di mantenere eterna in me la memoria dell’obligazione che in questo punto ho contratta. E si assicurino che non ometterò parte alcuna di farmi sempre conoscere genero riverente ed obediente figlio.[118]

 

            angela       Così anche io.

 

10        pantalone           Bella, bella, quella liesena. Ve n’accorzè?[119]

 

            dottore    Me pias, me pias.

 

            flaminio    Orsù, andiamo tutti in casa nostra, se così permette il signor padre, che là concluderemo con allegrezza le nozze.

 

            pantalone           Via, via za che l’è cussì, destrighessimo. Cossa voléu far Dottor? Le strazze va all’agiare vedé.[120]

 

            dottore    Ghe vuol pazienza per forza. Andem.

 

15        arlichino  Ah, signori, signori. Anca mi, anca mi.

 

            pantalone           Cossa te casca anca ti?[121]

 

            arlichino  Spinetta mi ghe vòi del ben fis; e liè me vol ben a mi tant e po ac...[122]

 

            pantalone           Cossa vorréssis-tu dir?

 

            dottore    Sta a vèder , sta a vèder .

 

20        arlichino  La vorràu per me moier, cari signori, le fazza sta carità.

 

            pantalone           Per mi son persuaso; parla pur col so paron.

 

            dottore    Busogna parlar con liè; vèder se la te vol.[123]

 

            spinetta     Signor sì, signor sì, che io lo torrò, signor sì.

 

            pantalone           Cancaro la xe lesta. Andemo via, andemo in casa, che vederemo de agiustar anca questa. E intanto, patroni, le compatissa, se no le xe stà, servide come le merita; le scusa la debolezza e le gradissa el bon genio che avemo de servirle.[124]

 

25        arlichino  Se voli e, se no voli, lassé star.

 

                                    Il fine.


 

 

Bibliografia

 

Bibliografia citata nell’introduzione

Alberti, Carmelo, La scena veneziana nell’età di Goldoni, Roma, Bulzoni, 1990.

Garosi, Linda, scheda su Tomaso Mondini, Le scioccherie di Gradellino, in Archivio del Teatro Pregoldoniano (https://www.usc.gal/goldoni/bancadati/171).

Lasagna, Paula, Mondini. Tommaso, in Dizionario Biografico degli Italiani (https://www.treccani.it/enciclopedia/tommaso-mondini_(Dizionario-Biografico)/)

Mangini, Nicola, Alle origini del teatro moderno e altri saggi, Modena, Mucchi, 1989.

Mariti, Luciano, Commedia ridicolosa. Comici di professione dilettanti editoria teatrale nel Seicento, Roma, Bulzoni, 1978.

Mascarell Garcia, Maria, scheda su Tomaso Mondini, Le nuove pazzie del Dottore, in Archivio del Teatro Pregoldoniano (https://www.usc.gal/goldoni/bancadati/169).

Padoan, Giorgio, L’esordio di Goldoni: la conquista della moralità, in Putte, zani, rusteghi. Scena e testo nella commedia goldoniana, a cura di Ilaria Crotti, Gilberto Pizzamiglio, Piermario Vescovo, Ravenna, Longo, 2001, pp. 11-44.

Spezzani, Pietro, Dalla commedia dell’arte a Goldoni, Padova, Esedra, 1997.

Tomadoni, Simon [=Tomaso Mondini], Gl’amori sfortunati di Pantalone, Venezia, Lovisa, s. d.

Tomadoni, Simon [=Tomaso Mondini], Le nuove pazzie del Dottore, comedia faticosa e curiosissima, Venezia, Lovisa, 1689.

Tomadoni, Simon [=Tomaso Mondini], Le scioccherie di Gradellino, accresciute dall’astuzie di Fenocchio, sturbatore de’ matrimoni, Venezia, Lovisa, 1689.

Vescovo, Piermario, Introduzione, in Tomaso Mondini, Pantalone mercante fallito., a cura di Maria Ghelfi, Venezia - Santiago di Compostela, lineadacqua edizioni, 2019 (www.usc.es/goldoni).

————————-, Introduzione, in Giovanni Bonicelli, Pantalon spezier con le metamorfosi d’Arlechino per amore, a cura di Maria Ghelfi, Venezia - Santiago di Compostela, lineadacqua edizioni, 2018 (www.usc.es/goldoni).

————————, Introduzione, in Tomaso Mondini, Pantalone mercante fallito, a cura di Maria Ghelfi, Venezia - Santiago di Compostela, lineadacqua edizioni, 2019 (www.usc.es/goldoni).

 

 

Bibliografia citata in modo abbreviato nelle note

Boerio = Giuseppe Boerio, Dizionario del dialetto veneziano, Venezia, Giovanni Cecchini, 1856.

Coronedi Berti = Carolina Coronedi Berti, Vocabolario bolognese italiano, Bologna, G. Monti, 1869-1974 (ristampa anastatica: Milano, Aldo Martello editore, 1969).

Ferrari = Claudio Ermanno Ferrari, Vocabolario-Bolognese-Italiano colle voci francesi corrispondenti, Bologna: Della Volpe, 1835 [2ª ed.].

Folena = Gianfranco Folena, Vocabolario del veneziano di Carlo Goldoni, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani., 1993.

GDLI = Grande dizionario della lingua italiana, a cura di Salvatore Battaglia e Giorgio Bàrberi Squarotti, Torino, Utet, 1961-2002.

Ghelfi 2013 = Giovanni Bonicelli, Pantalone bullo overo La pusillanimità coverta, a cura di Maria Ghelfi, Santiago de Compostela - Venezia, lineadacqua, 2013.

Ghelfi 2019 = Tomaso Mondini, Pantalone mercante fallito, a cura di Maria Ghelfi con un’introduzione di Piermario Vescovo, Santiago de Compostela - Venezia, lineadacqua, 2019.

Muazzo = Francesco Zorzi Muazzo, Raccolta de’ proverbii, detti, sentenze, parole e frasi veneziane, arricchita d’alcuni esempii ed istorielle, a cura di Franco Crevatin, s. l., Costabissara, Angelo Colla, 2008.

Nini= Ettore Nini, Octavia, ne Le tragedie di Anneo Seneca. Traduzione con note, Venezia, Giuseppe Antonelli Ed., 1845.

Patriarchi = Gasparo Patriarchi, Vocabolario veneziano e padovano co’ termini e modi corrispondenti toscani, Padova, Topografia del Seminario, 1821.

Tommaseo-Bellini = Dizionario della lingua italiana nuovamente compilato dai signori Nicolò Tommaseo e cav. professore Bernardo Bellini, Torino, Unione Tipografico-Editrice, 1865, 4 voll.

Toselli = Ottavio Mazzoni Toselli, Origine della lingua italiana. Bologna, Della Volpe, 1831.

Valeriano = Leo Valeriano, La tradizione delle maschere, Roma, Rai-ERI, 2004.

Zappettini = Stefano Zappettini, Vocabolario bergamasco-italiano per ogni classe di persona e specialmente per la gioventù, Bergamo, Pagoncelli, 1859.

 



 



[1] Sono stati identificati altri esemplari dell’edizione nella Biblioteca comunale dell’Archiginnasio di Bologna (BVEE024259), la Biblioteca Statale di Lucca (inventario LIA 45452 e collocazione B.ta 377.6), la Biblioteca comunale Augusta di Perugia (inventario 249950 e collocazione ANT I.O 1335) e la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma (BVEE024159).

[2] Esiste un altro esemplare della stessa edizione preservato nella Biblioteca Universitaria di Bologna (MILE021519).

[3] I.1 I nomi dei personaggi di Dottore [Graziano] e Pantalone [dei Bisognosi] sono assai frequenti nei canovacci dell’Arte nelle parti dei due vecchi, l’uno bolognese e l’altro veneziano, mentre quello d’Arlichino corrisponde al secondo zanni. Serpinetta porta un nome derivato morfologicamente da Serpina (anch’esso associato al ruolo di servetta nell’opera buffa).

[4] made sì: made «dell’antico italiano Madie […] era un modo di affermazione o di giuramento»; la espressione Made sì «sarebbe quanto dire Sì per Giove» (Boerio, s. v. madè). ♦ cotecchio: «vecchio, rancido, decrepito» (Folena, p. 154) ♦ m’ha dào de ponta: ‘m’ha ferito’ (cfr. Boerio, p. 520). m’ha ciappào: ‘mi ha pigliato’ o ‘mi ha colpito’. ranco: «Sbilenco, strambo» (Patriarchi, p. 157).

[5] trenta quaranta: «Con valore puramente fonico in una filastrocca» (GDLI, s. v. trenta). ♦ vien qua alle curte: ‘concludiamo’ (cfr. Folena, s. v. curto). cavriola: capriola. tombola: «capriola, capitombolo» (Folena, s. v.); cavriola, tombola e salto mortal sembrano accennare alla festa del carnevale veneziano.

[6] cordelline: diminutivo di ‘cordella’: nastri, appiattiti o rotondi per allacciare indumenti.

[7] sier zucche cimole: è noto il detto della zucca vuota o cava come metafora di una testa senza cervello, senza giudizio; i cimoli, però, assicurano che la testa di Arlichino non è vuota del tutto, ossia Pantalone nel suo motteggiare riconosce le buone trovate del servo.

[8] cocoletta: «donnina deliziosa» (Folena, s. v.).

[9] a tu per tu: a faccia a faccia.

[10] Potenzia delle potenzie!: esclamazione iperbolica che esprime stupore (cfr. Boerio, s. v. potenza). Arlichin, volontaria o involontariamente, ha continuato a ripetere delle battute di Pantalone indirizzate ad Angela tramite la sua propria elocuzione, quando il padron aveva già cambiato, invece, di destinatario: non più la sua morosa, ma il servo sconveniente

[11] Polenta delle polente?: ricorrendo ad una interrogazione retorica, anch’essa iperbolica, Arlichin mette in scena un gioco di quiproquo mirato allo scopo di fingere di non aver capito il suo padrone. In quest’operazione, il significato di «potenzia» (I.2.32) è reindirizzato verso la triviale polenta, e frutto della rima in «-en» nelle due battute consecutive (I.2.32 e I.2.33) viene rafforzato il carattere ripetitivo ed esagerato dell’eco, di sicuro effetto comico.

[12] sottosora: «pressappoco» (Folena, s. v.). Indica Muazzo (s. v. sora, p. 1019) che «per significar una cosa né ben né mal se dise sotto sora».

[13] bagolare: ‘trastullarsi’.

[14] peruca alla pagiarina: parrucca di colore giallo chiaro. peromo «Sembra voce corrotta dal latino barbaro pro homine o pro omni e vale per ‘cadauno’: A cadauno [...]» (Boerio, s. v.). in malora: ‘in rovina’ non forsi: ‘senza dubbio’.

[15] macaron: «Moccione, vale Uomo dappoco, quasi non sappia nettare il naso da’mocci» (Boerio, s. v.). brovad: ‘scottato’ e, in senso figurato, «Deluso, mortificato, scornato, spennacchiato, confuso» (Patriarchi, s. v. broà). informaiad: «formagià o informagià dicesi scherzosamente per agg. a persona, che abbia un abito gallonato, per allusione al color giallo» (Boerio, s. v. informagià).

[16] vissoline: diminutivo di ‘vissere’.

[17] scuffia: «Forma ant. e pop. (in varie regioni) per cuffia» (Treccani, s. v.), copricapo femminile.

[18] Saldi, saldi: ‘stare ferma’ nel senso di ‘trattenersi’. far comandaizze: «raccomandare alcuno ovvero dare un comando, un ordine» (Boerio, s. v. comandaizza). come che la va: ‘cosa deve essser fatta’, ‘cosa occorre fare’ (cfr. Folena, s. v. andar). ♦ tiò: forma del v. tor (/tior/tiore) con il significato di prendere, pigliare (cfr. Folena, s. v. tor). ♦ dobla: «[...] Moneta d’oro coniata nel regno di Castiglia a partire dal XIV secolo, poi nel regno di Spagna (e anche nei suoi domini e in altri Stati italiani fino al secolo XVIII). - Per estens.: moneta d’oro in genere» (GDLI, s. v.). no te straccar: non ti stancare, o affaticare (cfr. Folena, s. v.).

[19] me bulega: forma del verbo bulegar: «Brulicare e brullicare, muoversi ma non di moto violento» (Boerio, s. v.). in fià: sottovoce (Folena, s. v. fià).

[20] Ohè: «inter. ehi!, ehilà, con significato di semplice richiamo, o di avvertimento, o di meraviglia» (Folena, s. v. oe).

[21] si: manteniamo il si’ che compare nei testimoni al posto di ‘ci’ per influsso dialettale.

[22] tarlar: ‘corrodere’ (cfr. GDLI, s. v. tarlare).

[23] frascuncel: ‘schioccherello’ (cfr. Folena, s. v. frasconcela). sculazarò: ‘sculaccerò’; «[...] Colpire ripetutamente sul sedere con la mano aperta, per lo più come punizione inferta ai bambini» (GDLI, s. v. sculacciare).

[24] niova: ‘notizia’, ‘novità’ (cfr. Folena, s. v. niovo).

[25] doùto: ‘dovuto’, influsso dialettale.

[26] descaza: ‘scaccia’, ‘allontana’, in senso figurato.

[27] stiche: «sticar/sticcar: godere» (Folena, s. v.). Cabale a capitolo: l’espressione potrebbe tradursi come ‘parliamone’ o ‘bisogna che ne parliamo’. tenda a: tender a: «Aver la mira, volgere il pensiero [...] attendere, badare» (Boerio, s. v. tender).

[28] strazzariol: ‘stracciaiuolo’, venditore di vestimenti e di masserizie usate.

[29] No, , no, : «Ve pur pronunziato aperto è interiezione di minaccia, che corrisponde al Voe dei latini [...] ‘Mi no ve’, Io no, ve, affermazione negativa come se dicese Guai a me»  (Boerio, s. v. ve).

[30] negotta: «Negotta, dice il Veroni, è parola bergamasca, e significa nulla» (Toselli, p. 778). ‘Negota’, come indica Muazzo (s. v., p. 737) è termine tipico delle maschere bergamasche: «qua a Venezia l’ò senti adoperar solamente da Truffaldin in comedia, come anca el dise fomena, invece de femena».

[31] la fe’: ‘in fede’, modo di giuramento (cfr. Boerio, s. v. fede).

[32] quintessenza dei pampalughi: ‘il migliore fra i sciocchi’, ovviamenre iperbolizzando la stupidaggine di Arlichin. ‘Pampalugo’ sta in veneziano per ‘pippione’ o ‘scioccone’ (cfr. Boerio, s. v.).

[33] in ton: ‘stare bene’, «[...] fresco e in buono stato» (Boerio, s. v. fede).

[34] dsì su: «Dsì . Parlate» (Ferrari, p. 511).

[35] arve: ipotiziamo che possa essere un sostantivo, dato il ‘tante’ precedente – forse da ricondurre a arvuiar ‘avvolgere, inviluppare’, per cui si potrebbe congetturare che arve abbia il significato di ‘ghirigori’, ‘giri di parole’. Nel dizionario della Coronedi Berti il sostantivo non compare, ma c’è il verbo (Coronedi Berti, s. v.  arvuiar), e il sostantivo arveia (Coronedi Berti, s. v.): qui solo con il significato letterale di ‘pianta di pisello’’ ma nella nostra battuta avrebbe significato metaforico – e se si seguisse questa strada sarebbe da stampare senz’altro con accento: «arvè»). Ringaziamo Luca D’Onghia per i suggerimenti di interpretazzione.

[36] v’ho cattào: v. cattar con il significato di ‘trovare’; Pantalone ha subito afferrato il senso delle parole del suo interlocutore. A un bon intenditor poche parole basta: il proverbio conosce anche una versione più concisa una volta esclusa la forma verbale (cfr. Boerio, s. v. intenditor). averli bùi: ‘averli avuti’. ve sona ben sto cantin?: il ricorso all’ isotopia musicale (cantin: «la corda più sottile del violino», Folena, s. v.), diventa curiosamente il mezzo per segnalare la riservatezza complice del ‘negozio’ che occupa i due senex.

[37] repossà: «Riposato o posato» (Boerio, s. v.).

[38] Ciolé: forma di ‘tiolè’, da togliere, prendere con c palatale iniziale. delongo: ‘di seguito’. a far fuora robba: «lasciar correre» (GDLI, s. v. fare). che la descorreremo: ‘che la discuteremo’ (cfr. Folena, s. v. descorer).

[39] Son lesto co’ è un fuso: ‘sono agile come l’arnese di legno usato nella filatura’.

[40] Cancaraz: «interiezione tipica del bergamasco» (Ghelfi 2019, p. 95). Vaga in bordel: andare «in conquasso, in rovina» (Ferrari, p. 145).

[41] già quando il negozio è fatto, è fatto, e poi si agiusta tutto: questo enunciato e la conclusione della battuta di Pantalone (I.9.17, Za co l’è fatta, l’è fatta, e in ultima se agiusta tutto) costituiscono un parallelismo in forma di sentenza che svolge la funzione di elemento di connessione tra il primo e il secondo atto e nell’ottica dei sensi prodotti dal testo mettono in evidenza, in questo caso, l’uniformità e la continuità di pensiero tra i personaggi del padre e di suo figlio.

[42] mei: «meglio» (Coronedi Berti, s. v.).

[43] bas: «Bacio. L’atto del baciare, o l’aver baciato» (Coronedi Berti, s. v.); bas la man è una forma codificata di saluto reverenziale.

[44] stem’ ben a memoria: ‘loro si ricordano’ (cfr. Coronedi Berti, s. v. memoria).

[45] invid: ‘invito’.

[46] Iuvenilis ardor impetu primo furit: «Il giovenil ardor s’infuria solo nell’impeto primiero» (Ninni, col. 1488); il verso appartiene alla pseudosenecana tragedia intitolata Octaviar. Ma no i fonda, no i fonda: ‘niente da fare, sono ancora immaturi’.

[47] straben: «Molto bene, benissimo» (Boerio, s. v.). noma: «Appena; se non; solamente» (Boerio, s. v.). pera: plurale di ‘per’, «paio, coppia di cose» (Folena, s. v. pèr).

[48] Cancaro: «interiezione tipica [...] delle parlate pseudo-bergamasche» (Ghelfi 2013, p. 36). cazzarghelo: «Cazzarghela a qualcun, ficcargliela; accoccargliela, vale corbellarlo» (Boerio, s. v. cazzàr).

[49] capomistro: «Capo maestro, cioè il sopraintendente di qualche cosa, arcimastro» (Patriarchi, s. v.); il patrone prende il servo in giro, senza acrimonia. Francatrippe: o Francatrippa, è una delle parti della Commedia dell’Arte «[...] creata dal bolognese Giovanni Panzanini, della compagnia dei Gelosi [...] nel 1593. Egli la presentò con le caratteristiche ecletticiche di un ballerino funambulo sempre affamato» (Valeriano, p. 102) a monte: «[...] Finiamola; finitela [...] tacete; silenzio» (Boerio, s. v. monte).ciacole «chiacchiera, parlantina» (Folena, s. v. chiacola). sporzeghe el servizio: v. ‘sporzer’, che si traduce per ‘offrire’, ‘esibire’ (cfr. Boerio, s. v.); Arlichino deve esibire ad Angela il regalo di Pantalone.

[50] bonaman: «Mancia o buona mancia e paraguanto» (Boerio, s. v.).

[51] almanco: «Se non altro; per lo meno» (Boerio, s. v.). doble: vedi I.3.5.

[52] gazette: plurale di gazetta, «Antica moneta veneziana equivalente a due soldi veneti (Boerio, s. v.). una grossa: «Quantità o misura di vino che usasi nelle osterie di Venezia, e ch’è circa un terzo di boccale» (Boerio, s. v.).

[53] minchion: «detto di persona, sciocco, stolto, poco furbo, minchione» (Folena, p. 367).

[54] Di-t davira?: ‘dici davvero?’. de curto: ‘con celerità’.

[55] mo: «1. Avv. Di tempo, ora, adesso [...] 2. più spesso usato come “particella riempitiva” (Bo.)» (Folena, s. v.) che può assumere differenti contenuti semantici in modo simile a quanto occorre nella nostra commedia. marmeo: sciocco, uccellone. gnancora: «non ancora» (Folena, s. v.).squaquarar: in senso figurativo «Spiattellare [...] svelare; disvelare» (Boerio, s. v.).

[56] bondìsioria; «dicesi famil. per schiao [...] modo di salutare altrui con molta confidenza» (Boerio, s. v. bondissioria).

[57] de proposit: «serio, affidable» (Folena, s. v. proposito). ciera: ‘viso’.

[58] che cuso: cosare, «verbo di senso indeterminato con cui nell’uso fam. si indica qualsiasi azione per la quale non viene in mente lì per lì il verbo proprio» (Treccani, s. v.).

[59] infacendào: ‘impegnato’.

[60] daffar: «Dafar, affare, faccenda» (Coronedi Berti, s. v, dafar).

[61] daremo fuogo al pezzo: «Dar fogo al pezzo [...] venire a risoluzione» (Boerio, s. v. fogo).

[62] stracchi: ‘stanchi’ (cfr. Folena, s. v. straco).

[63] a bonora: ‘presto’ (cfr. Folena, s. v. bonora).

[64] minchion: vedi II.4.7.

[65] andas sotto la pieta: «Andar in letto; coricarsi» (Boerio, s. v. pieta). ‘pieta’ fa riferimento alle coperte che stanno sul letto (Tiraboschi, s. v.).

[66] bulegar. vedi I.3.7.

[67] maraveia: ‘meraviglia’ (cfr. Folena, s. v.).

[68] celega: «Nome region. (veneto) di varie specie di uccelli» (Treccani, s. v. celega) quagioto: il maschio della quaglia, coturnice (Boerio, s. v.). cievolo: «detto ceve nell’Istria, cefalo o muggine. Pesce di mare notissimo, comune, che vive anche nell’acqua dolce e che da noi si conserva ed alleva nelle valli dell’Estuario» (Boerio, s. v.). sfogio: «sfogio nostran [...] soglia o sogliola e lingua, detto nella Sardegna palaia, pesce di mare che abbonda» (Boerio, s. v.). sardella: ‘sardina’ nella designazione popolare.

[69] debotto: «quasi, a momenti» (Folena, s. v.).

[70] la fe’: vedi I.8.10.

[71] al cospetto de tre lire e do soldi: le monete sono convocate per formulare il giuramento di un mercante di mestiere. tagiar i garetoli: ‘sgarrettare’, espressione di minaccia. mandarlo a casa in una cariola: tenendo conto del contesto enunciativo, la frase avrà senso figurato, «veicolo, e spec. autovettura, malandata, sgangherata» (Treccani, s. v. carriola).

[72] Ohé: vedi I.3.8. alla larga: «lontano» (Folena, s. v. largo).

[73] ve’: «Ve, pronunziato aperto, corrisponde al ve’ accorciato di vedi, ed è per noi un riempitivo del discorso, ma che dà qualche forza» (Boerio, s. v. ve).

[74] Sier canapiolo: «Signorino galante, ridicolo, sguaiato» (Boerio, s. v. canapiolo).

[75] cancaro: vedi II.4.2 scrimia: ‘scherma’. in canèo: ‘nascosto’ (cfr. Folena, s. v. canèo). ♦ habbia mazzào: ‘mazzare’ è forma antica e settentrionale per ‘ammazzare’. pacche: percosse o colpi dati con la mano aperta.che ho menào: il verbo menar ha qui il significato di ‘picchiare’. me cola: ‘mi gocciola’; fa riferimento al sangue della persona ferita con il pugnale. cinquedea: tipo di pugnale, abitualmente portato da Pantalone (si veda l’uso da parte della maschera nel Pantalone Bullo di Bonicelli; cfr. Ghelfi 2013). mazzài ‘ammazzati’. travagiar: «provare dolore, soffrire» (Folena, s. v.).

[76] pistolesin: «sorta d’arma bianca ch’usavasi una volta, ed era una specie di coltello largo in lana, somigliante alla figura d’una lingua vaccina o già quella specie d’arma che usa portare il Pantalone in commedia, il quale la chiama scherzevolmente Lengua de vaca» (Boerio, s. v. pistolese).

[77] Ohè: vedi I.3.8.

[78] canon: ‘cannone’. zerbinot: zerbinotto diminutivo di zerbino che ha il significato di «giovane tutto attillato e galante, preso da un personaggio di questo nome nell’Ariosto [Orlando furioso]» (Tommaseo-Bellini, s. v. zerbino). braùra «Bravùra о braùra [...] bravura» (Boerio, s. v. braùra). in credenza: «a credito» (Folena, s. v. credenza).

[79] In Levante o in Ongaria?: Arlicchino fa riferimento a due territori coinvolti nella Grande Guerra Turca che ha avuto la durata di sedici anni (1683-1699), opponendo la Lega Santa (composta da Sacro Impero Romano-Germanico e, tra altri nazioni, Ungheria, Polonia-Lituania, Impero Russo e Repubblica di Venezia) all’Impero Ottomano.

[80] ha-llo mo cattào: v. catar che ha come significato più comune ‘trovare’.

[81] Oibò: «inter., ohibò esprime in genere sdegno» (Folena, s. v.).

[82] che ha dào: il verbo dar prende qui il significato di ‘bastonare’ (cfr. Folena, s. v.).

[83] pampalugo: «sciocco, stoldo, stupido» (Folena, s. v.).

[84] pacche: vedi III.1.1.

[85] licardin: «spasimante, vagheggino» (Folena, s. v

[86] a la fe’: «in fede mia» (Folena, s. v. a).

[87] scuffonar: «Scofonàr o scufonàr, burlare; deridere; beffeggiare alcuno» (Boerio, s. v. scofonar).

[88] destrigar: «sbrigare, portare a termine» (Folena, s. v.). e che la vaga: «che vada come deve andare» (Ghelfi 2019, p. 113). indusia: «Voce antiq. Indugio o indugia, tardanza» (Boerio, s. v. indusia).

[89] vecc cuch: «vecchio cucco, balordo» (Ghelfi 2019, p. 93). ghe dava la bona mesura: colpir abbondantemente Pantalone per ripagargli le pacche ricevute; come avviene nei canovacci dell’Arte, Arlecchino nel suo ruolo ancillare al servizio del vecchio mercante veneziano, non rispetta né riverisce il padrone, anzi lo deride. ♦ la fe’: vedi I.8.10.

[90] Alon, alon: inter. fr. [allons] «andiamo, suvvia» (Folena, s. v. allon).

[91] Affé: interiezione, ‘in fede’, ‘in verità’.

[92] fare il manego alle ceriese: «lode a quel che fece il manico alle fusa, e vale sia benedetto Iddio» (Boerio, s. v. zaresa). destrighemola: vedi III.2.35.

[93] l’è lusurios come un gat surian: la dicitura proverbiale si attiene all’analogia con il gatto soriano noto appunto per il suo forte istinto di conquistatore in modo da esprimere l’idea di colui che cerca con accanimento e diligenza la sua ‘morosa’. far el bec all’oca: «Conchiudere e terminare il negozio che si ha fra mano» (Coronedi Berti, s. v. bech).

[94] sponzo: scherzo di Arlichino. Boerio (s. v. sponza) raccoglie «la se fa la sponza, dicesi per ischezo o equivoco di parola e vuol dire Si fa sposa, si marita».

[95] sior patron novizzal: Arlecchino motteggia il suo padrone facendosi creatore di un neologismo; l’aggettivo novizzial è coniato dal sostantivo novizzo che «nell’uso ven., anche con il sign. di sposo novello, o di fidanzato, promesso sposo» (Treccani, s. v.).

[96] mutheghéu: mutegar, «borbottare» (Folena, s. v.). parlé s’cietto: francamente. ♦ inversià la mare: «Avèr la mare per traverso, che anticamente dicevasi aver la mare inversià, lo stesso che avèr la smara [...] [smara: malinconia]. Il confronto e il consenso di questi due dettati fanno ragionevolmente supporre, che il primo (il quale esprime un fatto impossibile in natura) sia stato detto scherzevolmente per l’equivoco delle voci consonanti smara e mare, e che in vece di dire avèr la smara, parlandosi di donna, siasi detto avèr la mare cogli aggiunti sopraccennati» (Boerio, s. v. mare).

[97] cancaraz: vedi I.9.20

[98] che ladro da carne: ‘che furfante’. Non siamo riusciti a trovare una definizione concreta dell’espressione, ma abbiamo trovato in un giornale ottocentesco ‘ladro da carne’ come traduzione del termine olandese frutdieve, che significa ‘ladro da fruta’ e viene adoperato come termine spreggiativo (cfr. Il lume a gas. Giornale della sera, I/15, 1847, p. 59), per cui possiamo ipotizzare (attendendo anche al contesto testuale in cui viene adoperato in questo testo) che l’espressione ‘ladro da carne’ fosse adoperata in italiano come sinonimo di ‘furfante’.

[99] L’è andad al merit alla prima lu: Celio si è procurata la sposa (il merit nel senso di ricompensa) prima dell’atto matrimoniale.

[100] desgraziadazzo: accrescitivo iperbolico di desgrazià, ‘sfortunato’.

[101] L’ha ciappà el trat avanti la fe’: «Chiapàr o tor el trato avanti, pigliar l’avvantaggio» (Boerio, s. v. trato), prima di maritarsi, nel caso di Celio. Questa battuta insieme alla penultima della scena anteriore, tutte e due pronunciate dallo stesso personaggio, concorrono a comporre una ripetizione formale de sostanza semantica equivalente che assicura la connessione tra le due scene e rafforza, peraltro, il ruolo di commentatore malizioso delle vicende svolto da Arlichino.

[102] Ohè: vedi I.3.8.

[103] ha fallà de gros: ‘ha commesso un grosso errore.

[104] testonio: probabile deturpazione del sostantivo ‘testimonio’ da parte della maschera di Arlecchino.

[105] da che saor ve sa-lla?: che odore ha?, che ve ne pare?

[106] Nana: «espressione di meraviglia, dicesi per ironia di cosa rilevante» (Ghelfi 2013, p. 102).

[107] Cospetton: «Cospetòn, vale bestemmia» (Boerio, s. v. cospetòn).

[108] cusì: manteniamo il venezianismo presente in T1, anche se è doveroso notare che T2 legge «così».

[109] Mei: «meglio, in modo più adatto, migliore, più conveniente» (Folena, s. v. mègio).

[110] avé ciolto in mezo: tòr in mezo qualcun vale per «Meter in mezo qualcun; mettere in mezzo, vale ingannare, gabbare» (Boerio, s. v. mezo). dasse in le scartàe «Dar una scartàda, dar nelle scartate, dar nelle furie — far una sfuriata, dire una quantità di parole ingiuriose, provenienti per lo più da collera o sdegno» (Boerio, s. v. scartàda).

[111] Olà: inter., si usa per richiamare, con tono autoritario o scherzoso, l’attenzione altrui.

[112] Cancaro: vedi II.4.2.

[113] meriterano: forma di ‘meriteranno’ deturpata per influsso dialettale. Manteniamo la forma, anche se in T2 compare già nella sua versione corretta.

[114] furbazza: «agg. accr. furbone, briccone, furfante» (Folena, s. v. furbazzo).

[115] chi ha , ha : proverbio che esprime l’irreversibilità di un atto («ch’è fatto è fatto»).

[116] se tratta: trattare, comportarsi.

[117] liè: ‘lei’ l’ha le man in pasta: la locuzione verbale ‘avere le mani in pasta’ viene utilizzata per esprimere l’idea di qualcuno che è coinvolto in modo assai attivo in un affare o un’attività.

[118] doùto: vedi I.7.6.

[119] liesena: ‘lesina’, che nel testo sembra avere il significato figurato corrispondente a ‘sobrietà’,contenutezza’, ‘misura’.

[120] destrighessimo: vedi III.2.34. Le strazze va all’agiare: gli stracci (cfr. Folena, s. v. strazza) vanno in aria (Boerio, s. v. àgere).

[121] Cossa te casca anca ti?: «Cossa te casca? Maniera libera fam. Che cosa v’accasca? cioè che cosa v’accade, che cosa volete?» (Boerio, s. v. cascar).

[122] e po ac...: si aggiungono i puntini per risolvere il problema di comprensione. ‘ac’ probabilmente corrisponda a una parola interrotta dall’immediata domanda di Pantalone.

[123] busogna: ‘bisogna’ con la restituzione della vocale caduta per sincope (bisogna > bsogna > busogna). È possibile che si tratti anche di un’allusione secondaria a bus (‘buco’). Ringraziamo Luca D’Onghia per averci segnalato quest’interpretazione.

[124] Cancaro: vedi II.4.2.