Tomaso Mondini
Gl’amori sfortunati di Pantalone
a cura di
Maria João Almeida e José Camões
(con la collaborazione di
Enma Rodríguez Mayán e Paula Gregores Pereira)
Biblioteca Pregoldoniana
lineadacqua
2026
Tomaso Mondini
Gl’amori sfortunati di
Pantalone
Tomaso
Mondini
Gl’amori sfortunati di Pantalone
a cura di Maria João Almeida e José Camões (con la collaborazione di Enma
Rodríguez Mayán e Paula Gregores Pereira)
©
2026 Maria João Almeida
©
2026 José Camões
©
2026 lineadacqua edizioni
Biblioteca
Pregoldoniana, nº 45
Collana
diretta da Javier Gutiérrez Carou
Supervisori per i dialetti: Piermario
Vescovo e Luca D’Onghia
Comitato scientifico: Beatrice Alfonzetti, Francesco
Cotticelli, Andrea Fabiano, Javier Gutiérrez Carou, Simona Morando, Marzia Pieri,
Anna Scannapieco e Piermario Vescovo
Editing: Enma Rodríguez Mayán
www.usc.gal/goldoni
javier.gutierrez.carou@usc.gal
Venezia
- Santiago de Compostela
lineadacqua edizioni
san marco 3717/d
30124 Venezia
www.lineadacqua.com
ISBN:
979-12-81350-62-5
La presente edizione è risultato dalle attività svolte
nell’ambito dei progetti di ricerca Archivio
del teatro pregoldoniano (FFI2011-23663), Archivio del teatro pregoldoniano
II: banca dati e biblioteca pregoldoniana (FFI2014-53872-P),
Archivio del teatro pregoldoniano
III: biblioteca pregoldoniana, banca dati e archivio
musicale (PGC2018-097031-B-I00)
e Archivio del teatro pregoldoniano IV: biblioteca teatrale, archivio musicale e banca
dati (PID2023-148944NB-I00),
finanziati dal Ministerio de Ciencia
e Innovación spagnolo e dal FEDER. Lettura, stampa e citazione
(indicando nome della curatrice, titolo e sito web) con finalità scientifiche sono
permesse gratuitamente. È vietato qualsiasi utilizzo o riproduzione del testo a
scopo commerciale (o con qualsiasi altra finalità differente dalla ricerca e dalla
diffusione culturale) senza l’esplicita autorizzazione dei curatori e del direttore
della collana.
Tomaso Mondini
Gl’amori sfortunati di Pantalone
a cura di
Maria João Almeida e José Camões
(con la collaborazione di
Enma Rodríguez Mayán
e Paula Gregores Pereira)
Biblioteca Pregoldoniana,
nº 45
Nota al testo
I testimoni
De Gl’amori
sfortunati si ha notizia di soli due testimoni, entrambi edizioni veneziane
pubblicate dallo stampatore Lovisa e databili probabilmente nella seconda metà del
xvii secolo o, tenendo conto degli
anni in cui il tipografo è attivo, nei primi anni del Settecento. Si deve considerare
che T2 presenta manoscritta, d’epoca, la data di 1693:
Edizione siglata T1
GL’AMORI / SFORTVNATI / DI / PANTALONE
/ COMEDIA / DI / SIMON TOMADONI / [filetto] / CONSACRATA / All’illustrissimo
Signor / MARCO MIANI / Nobile Veneto. [vignetta] / In Venetia, Per il Lovisa
à Rialto. / [filetto] / Con Licenza de’ Superiori.
Esemplare
custodito presso la Biblioteca Statale di Baviera (di cui seguiamo la riproduzione
presente su Google books), collocazione (OCoLC) 16592206,
P.o.it. 1057.[1]
Descrizione:
A-C12, 70, [2] p.; 12º. Fra le carte 2r e 3v è presente la dedica a Marco Miani. La
carta successiva, 4r, contiene l’elenco
di personaggi. La commedia inizia nel folio 4v e conclude
nel 35v. Nel 36r si include una lista di titoli venduti presso la
libreria del Lovisa, contenente sia testi drammatici, sia opere di altre tipologie
testuali. L’esemplare presenta diverse macchie, fenomeno che si accentua nelle carte
iniziali e finali. Inoltre, particolarmente dannati si mostrano i margini inferiori
del testimone, anche se non riescono a interessare il testo. Leggermente consumati
si rivelano invece alcuni dei caratteri tipografici, il che rende difficoltosa la
lettura di determinate parole. Tuttavia, non si riscontrano danni o lacune che impediscano
la comprensione testuale.
Impronta:
eian n.on
hepo mapr (3) 0000 (Q).
Edizione siglata T2
GL’AMORI / SFORTVNATI / DI / PANTALONE
/ COMEDIA / DI / SIMON TOMADONI. / [vignetta] / [1693 (manoscritto)] / In
Venetia, Per il Lovisa à Rialto. / Con Licenza de’ Superiori.
Esemplare
custodito presso la Biblioteca Braidense di Milano, di cui seguiamo la copia digitale
presente sul sito web della succitata biblioteca; appartiene alla Raccolta Drammatica
Corniani Algarotti, collocazione RACC.DRAM.0673.[2]
Descrizione:
A-B12, 45, [3]; 12º. La carta 2r contiene le dramatis personae. La commedia occupa dalla 2v
fino alla 23r. Nella carta 23v si trova un elenco di altre commedie
stampate dall’editore, a cui segue, dalla 24r alla 24v, una seconda
lista di opere di varia tipologia stampate sempre dal Lovisa. La data «1693» è un’aggiunta
manoscritta situata in calce. L’esemplare si presenta in uno stato di conservazione
complessivamente buono, senza macchie o perforazioni di particolare rilievo.
Impronta:
o.o. hedi lae- miGi (3) 1693 (Q).
Tomaso Mondini
Gl’amori sfortunati di Pantalone
RECITANTI
dottore.
angela, sua figlia.
spinetta, sua serva.
pantalone.
celio, suo figlio.
flaminio, suo figlio.
arlichino, suo servo.
ATTO
PRIMO
SCENA I[3]
Pantalon ed Arlichin.
pantalone No
gh’è altro, la xe cusì. No cade, sier
Arlichin, che me vegnì a dir
made sì qua de là, se’ vecchio, se’ cotecchio, amor no
xe per vu, l’è vero tutto quel che ve piase, ma mi son inamorào, ghe vòi ben, la xe fenìa. Quel ladro de quel Cupido
m’ha dào de ponta, el m’ha ciappào defettivo int’el cuor, muoro, ranco, sospiro e spasemo per
la mia cara Anzola, sior sì, missier sì e madonna sì.[4]
arlichino Siur patron, avì rason, volighe ben che la merita,
l’è bella quant un bel pez de
formai, besogna volirghe ben
per forza.[5]
pantalone Che
diséu, non ha-lla una bella
bellezza? O che caro trenta quaranta! Orsù vien qua alle curte,
batti e ciamela zó, che gh’ho una vogia de vederla che per vardarla farìa una cavriola, una tombola e
un salto mortal.
arlichino Le cordelline se romperave
siur patron, se fes sta robba.[6]
5 pantalone Via,
via, sier zucche cimole, no
ve ne vien tante savéu, battè a quella porta se ve piase.[7]
arlichino Zucche cimole el me dis? Verament
son po ben una bella zucchetta zentil;
bat, bat signora, tic toc.
SCENA II
Angela
e detti.
angela Chi è là, chi batte? Arlichino,
coss’è che vuoi?
pantalone O cara, vella là, oh bella, oh siéstu benedìa la mia cocoletta.[8]
arlichino Mi per mi no vòi nient signora.
angela Che senza
creanza che sei, e perché vieni a batter se non vuoi niente? (torna dentro)
5 arlichino Sior patron.
pantalone Coss’è Arlichin; perché è-lla tornada via?
arlichino La m’ha dit senza creanza
e l’è fuzida.
pantalone Mo caro ti, no ti gh’averà
savesto dir; abbi giudizio, fa’ pulito, torna a batter; e co la vien fuora, dighe quel
che te digo mi e cusì no ti fallerà.
arlichino Che ghe diga quel che
me dirì vu?
10 pantalone Sì, da bravo, via.
arlichino Bon, ho intes. Tic toc,
o de casa.
angela Sei qui un’altra volta tu, e che vuoi? Parla.
arlichino Ades, che ’l parla lu.
pantalone Signora son qua mi.
15 arlichino Signora son qua mi.
pantalone Ma per mi qua
no son.
arlichino Ma per mi qua no son.
pantalone Ghe son per
el patron.
arlichino Ghe son per el patron.
20 pantalone Savéu perché?
arlichino Savéu perché?
pantalone El vorrave a
tu per tu.[9]
arlichino El vorrave a tu per tu.
pantalone Orsù el lo dirà lu.
25 arlichino Orsù el lo dirà lu.
pantalone Basta, basta cusì.
arlichino Basta, basta cusì.
pantalone Càvete.
arlichino Càvete.
30 pantalone Mo no, va’ via de là.
arlichino Mo no, va’ via de là
pantalone O che bestia!
arlichino O che bestia!
pantalone Potenzia delle potenzie![10]
35 arlichino Polenta delle polente?[11]
pantalone O animalaccio che sei; cossa ciarli,
cossa dici?
arlichino O animalaccio che sei,
ciarli, dici? (a Pantalon)
pantalone Sior’Anzola, son qua mi, compatì, cara fia,
sto spropositào. Mi vegno via
alla bona con sinceritàe. Savé quanto che per vu patisso; ve vogio tutto el mio ben. Se vu me corrisponderè,
sarò felice mi e sarè felice anca vu e faremo un bel matremonio; ché, sottosora, si vu
se’ bella, gnanca mi no son brutto.[12]
angela Signor Pantalone,
il mio decoro non mi permette discorrervi in strada a lungo. Io vi dico in poche
parole i miei sentimenti liberi. Non applicate alla mia persona, che io non vi voglio
per niente. Invece di perder tempo con me, è meglio che andiate a canto al foco a bagolare con il gatello ed
a narrar delle favole con la serva. E tu sai, Narciso salvatico, non venir più per
quest’effetto alla mia porta, che ti giuro se vi torni, di gettarti in capo una
caldaia d’aqua bollente. (parte)[13]
40 pantalone Bona.
Se poderà po metter su peruca alla pagiarina, savéu sier Arlichin.
Ah cossa voléu
far; abbié pazienza anca vu, un puoco
peromo le case no va in malora;
zà la ghe sbalerà sì, non forsi.[14]
arlichino Sior patron, mi cert
no vag più a batter che son ben macaron, ma no vog esser cusì prest brovad, più tost informaiad.[15]
SCENA III
Spinetta,
Pantalon ed Arlichin.
spinetta Signor Pantalone, li faccio riverenza, che vuol
dire questi strepiti?
pantalone Bondì, Spinetta. Ah Spinetta,
Spinetta; la to siora parona
me vuol far desperar.
arlichino Spinettina carina; bondì le mie vissoline tenerine.[16]
spinetta Buon giorno
caro, il mio caro Arlichino, buon giorno. Sentite signor
Pantalone, volete entrare in grazia della signora Angela? Bisogna che siate generoso;
mandate a donarli una scuffia, un abito, un anello di diamanti, un paro di manini di perle e che so io.[17]
5 pantalone Saldi,
saldi Spinetta; no me far comandaizze
troppo alte. Da resto son qua volentiera. Anca mi so come
che la va. A bon conto tiò, fia,
questa xe una dobla, godila ti per amor mio, vògieme ben, e no te straccar, che so po
mi quello che ho da far. Andemo Arlichin.[18]
spinetta Signor Pantalone
li rendo infinite grazie, si assicuri che non mancarò
dell’obligo mio.
arlichino Spinetta, oh
che volontà che me bulega de descorrer
con ti a scuro in fià![19]
pantalone Ohè, Arlichin la
fenissis-tu?[20]
arlichino Ah sia maledet, vegn, vegn signor. Bondì Spinetta,
bondì.
10 spinetta Va’ a buon viaggio il mio caro Arlichinino, ché si vedremo, sì.[21]
arlichino Ah matta, mattona.
SCENA IV
Dottor
e Spinetta.
dottore L’è qua el centro delle
mie linee, el tarlar dei me colpi, l’oggett delle mie brame, el mio ben,
el mio amor; Spinetta, bella Spinetta, buon dì e buon
an.[22]
spinetta (a parte) (O che vecchio insolente!) Signor
patron, buon giorno a vostra signoria, vado per un servizio che mi manda la patrona,
compatitemi signor che ho fretta.
dottore Trattient un poc, vien zà, ascolta na parolina.
spinetta Non posso certo signor, ho fretta;
a rivedersi adesso adesso.
SCENA V
Dottor
solo.
dottore O pover Duttor!
La to serva così te sprezza, e te ’l sopporti? E no t’ pensi al to grad, al to stat? No ti refletti
al to decor, al to concet? La
to serva te sprezza? Ah amor, amor! L’è lu quel che me fa prevaricar mi, che ha fat
prevaricar più famosi, i più sapient, i più fort del mond. Cupid, gran frascuncel, oh no me tormentar più, oh fam’aver
quel che desider; altrament
te zur, per la me laurea dottoral, che te sculazarò e te farò mal.[23]
SCENA
VI
Celio
e Flaminio.
celio Molto mi rammarica, caro fratello, vedere
il signor padre impiegato nell’affetto di Angela, alla quale sapete che ho consacrato
il mio cuore e, lode al cielo, sono egualmente corrisposto con felicità d’amore.
Vorrei che con la vostra affettuosa attività vedeste di ritrovare ripiego di rendermi
consolato con l’effettuazione di questo matrimonio, che ben vedete essere in tutto
adequato al nostro stato onorevole.
flaminio L’affetto sincero che tra noi vive e la giusta
convenienza mi persuadono, o amato fratello, a servirvi in quello che posso, ed
io per me assicuratevi che procurerò di fare quanto bramate. E l’ordine che stimo
proprio di pratticare è dire al signor padre che volete
maritarvi con la signora Angela, e prevenirlo.
celio Facciamo quel che vi pare; mi trovarete sempre disposto a mettere in esecuzione i vostri avisi prudenti e la celerità mi sarà sempre grata.
flaminio Andiamo, che quando
lo vedemo... ma eccolo a punto.
SCENA VII
Pantalone
e detti.
pantalone L’interesso xe
quell’avocato che vadagna tutte le cause, quel miedego che resana tutti i malai, quell’ingrediente che conza
ogni piatanza. Anca questa sarà fatta. Ho dào in la spesa e ho speso da par mio.
So che la mia cara Anzoletta sarà contenta e che l’accetterà
de bon cuor no so che, che gh’ho
mandà a donar per Arlichin.
flaminio Signor padre li facciamo riverenza.
pantalone Putti, coss’è,
che niova?[24]
flaminio Signore padre,
dirò con quella confidenza riverente che mi permette il vostro affetto. Voi sapete
che doppo la morte della signora Pandora nostra madre, si fece qualche discorso
per maritare Celio mio fratello, che per me non ho genio di applicare al matrimonio.
E veramente per il decoro non solo, ma anche per la buona regola de’ nostri affari
domestici, è propria, anzi necessaria questa risoluzione.
5 pantalone (a
parte) (Ohimei,
che ton xe questo?)
flaminio Ora essendosi
aperta congiontura adequata
e perfetta per tutte le circostanze che in tali affari si richiedono, stimiamo bene
rappresentare unitamente alla vostra prudenza auttorevole
i nostri sentimenti, perché cooperando voi con l’assenso doùto
e con quel più che in tali interessi ricercasi, si stabilisca
con reciproca sodisfazione e contento questo matrimonio.[25]
pantalone Fioli
cari, mi per mi incontrerò sempre el
vostro genio, quando la balanza vaga dretta e no se descaza dal numero
de quell’onor che se ha sempre
mantegnùo, lode al cielo, in la
famosa famegia Bisognosi. Che sappia, chi e co e quomodo e po anca mi ve dirò la mia opinion e la mia volontàe.[26]
celio Già sapete signor padre che il mio genio
è diretto alla signora Angela figlia del signor dottor Grazian, giovane ornata di
tutte le qualità riguardevoli, illustre di sangue, nobile di tratti e ben accompagnata
dalla dote che in buona summa l’attende.
pantalone (a parte) (Pantalon,
stiche, nasa sto fior. Saldi però, non forsi. Cabale a capitolo.) Sentì putti, mi per veritàe no dessento che quella putta
vegna in casa nostra; da resto savé
ben che bisogna incontrar el genio de so’ sior pare; che
poderia esser che lu avesse
più genio a uno che all’altro de nu altri. Zà co’ l’è in casa, a quel che disé vu,
el basta perché la stabilissa
le cose nostre e la tenda a regolar i nostri interessi.[27]
10 flaminio Dite bene signor padre; parlaremo dunque al signor Dottore
e ricavaremo la sua volontà.
SCENA VIII
Arlichino e detti.
Arlichino con scatola.
arlichino Chi ha drappi vecchi da vender?
pantalone Es-tu deventào
strazzariol? O che senza giudizio![28]
arlichino Bas la man, siori patroni;
l’è qua tutta la patronaria.
flaminio Che hai, Arlichino,
in quella scatola? Mostra un poco.
5 pantalone (ad
Arlichino) No, vè, no, vè; no ghe dir gnente.[29]
arlichino Avé troppa curiosità,
signor. Fè cont che no ghe sippia negotta.[30]
celio Lascia, lasciami vedere.
arlichino Oibò, no vè, no vè.
flaminio Viva il cielo, la lascierai
per forza.
10 arlichino Ai,
ai, lasseme, signor, lasseme.
Son scappat, la fe’. (fugge)[31]
flaminio Mi ha posto
in curiosità. Seguiamolo un poco. Con grazia, signor padre. (partono)
pantalone Andè pur a bon
viazo, siori fioli.
SCENA IX
Pantalone
e Dottore.
pantalone Veramente
quell’Arlichin sol esser el
quint’essenza dei pampalughi, ma sta
volta l’ha bùo del giudizio.[32]
dottore Amor, dolce amor, amaro amor; non inquietar el gran Dottor.
pantalone Sior
Dottor caro, bondì a vostra signoria eccellentissima,
me rallegro de vederve san e in ton e me despiase de vederve appassionào.[33]
dottore Pant’lon el me amig amatissim
a’ ve saludi.
5 pantalone Coss’è, sior
Dottor, com’è-lla, come va-lla?
dottore La va mal, la va mal Pant’lon.
pantalone Ah cossa voléu far? Confidarse int’el ciel e consolarse che co la se volterà l’anderà ben.
dottore L’è una bella consolazion.
Avé qualche novità Pant’lon,
dsì su.[34]
pantalone Sior
sì, mi, che gh’ho da parlarve
e incomodarve, si volessi contentarve
de scoltarme.
10 dottore Dsì pur su liberament senza tante arve Pant’lon, che v’ascolt attent.[35]
pantalone Sentì caro sior Dottor, in confidenza,
voléu maridar quella vostra
fia?
dottore Siben che la vòi maridar; perché?
pantalone Mi ve
dirò. Gh’ho do parti, tutti do boni e perfetti per quel
che riguarda la qualità e bontà delle persone e delle famegie.
Tutti do bei e boni e de bone case. Ghe xe mo sta
deferenza che uno gh’ha un puoco
de aneti de più dell’altro; ma el più veccio se contenta de puoca dota e
anca de gnente; ma el più zovene vuol della monea onestamente;
questo xe ’l negozio lu.
dottore Pant’lon, mi
ve dirò s’ciet. El non spender m’ha semper pias estremament;
onde che me par che volentiera. Me intendive?
15 pantalone Via,
v’ho cattào alla prima. A un bon intenditor poche parole
basta. Vegnimo donca al particolar.
Dottor caro, mi me vòi maridar
e se vol maridar anca mio fio
Celio. Tutti do vorressimo vostra fia.
Si ghe la dè a lu, mi vòi che ghe dè siemille
ducati de dota. Si me la dè a mi,
ve farò la ricevuta de averli bùi; siben che no me dè gnente. Che diséu, ve sona ben sto
cantin?[36]
dottore Sentì Pant’lon; vòi
far el negozi con vu come che me ’l disì; e no credé che ’l sia l’interes
che me mova, che anzi ho semper
più volontà de dar la me fiola a un om repossà che a un zovenot che no se sa dove l’abbi da andar a fermarse con le so applicazion.[37]
pantalone O caro
el mio Dottor. Ciolé sto baseto in verigola; mo quanto che m’avé consolào; quanto che ve son obligào.
Andemo delongo a far quel che
bisogna e a far fuora robba. Za co l’è fatta, l’è fatta, e in ultima se agiusta tutto. Andemo, che la descorreremo.[38]
dottore Andem Pant’lon, andem el me zenerin zentil.
pantalone Credo de sì che sia zentil. Son lesto co’ è un fuso.[39]
20 dottore Cancaraz! Se tratta de guadagnar, de avanzar denari? Vaga in
bordel ogn’alter respet.[40]
ATTO SECONDO
SCENA I
Celio
e Flaminio.
celio Che dite di quel
furbazzo di Arlichino?
flaminio Io per me giudico che quello fosse qualche donativo
inviato dal signor padre alla signora Angela. Ma sapete quello che avete da fare?
Operate con cautela ed assicuratevi dell’affetto di Angela e della sua serva; nel
resto non dubitate di niente.
celio Io son più che sicuro che Angela mi vuol tutto il suo
bene e farà tutto quello che io li dirò. E Spinetta anche lei mi porta affetto che
ha meco qualche obligazione.
flaminio Se così è; quando il signor Dottore mostri renitenza
in darvela e voi pigliatevela da per voi. Già quando il negozio è fatto, è fatto,
e poi si agiusta tutto.[41]
5 celio Fratello amato, son molto tenuto alla sincerità del
vostro affetto. Seguirò in tutto il vostro
consiglio con la sicurezza d’essere da voi assistito.
SCENA II
Dottor,
Celio e Flaminio.
dottore Pant’lon è vecch; la fiola resterà prest vedova per rason della so natura; la s’averà
fat da so posta un bon capital senza aver fatto dan a so pader; l’è mei; ho fat ben.[42]
flaminio Signor Dottore, umilissimo servo al merito suo.
celio Faccio riverenza
devotissima al mio caro signor Dottore.
dottore Patroni e patronazzi
nostri, bas la man all’un e l’alter.[43]
5 flaminio Signor Dottore,
siamo a supplicare con tutto l’ossequio affettuoso la bontà sua di permetterci una
confidente e breve sessione.
dottore Le commandi pur liberament. (a parte)
(Siemille non dati e ricevuti, stem’ ben a memoria vdì).[44]
flaminio Abbiamo notizia che lei voglia accompagnare in
matrimonio la signora Angela sua figliola con quella dote onorevole che il suo stato
richiede. Quando la persona del signor Celio mio fratello, e suo servo, sodisfacesse
al genio suo, credo si incontrarebbe per parte di tutti
noi con ogni contento questa congiontura.
dottore Signori mi
ve parlarò schiettament. La
fiola è promessa a persona che no ghe
pos mancar. Vostra signoria è venud
tardi a commandarm, per alter avràu
sentid con tutta la sodisfazion
el loro invid. Benché vogh creder che quand le savrà chi è el bel spos, le sarà egualment content.[45]
celio Non occorre altro, signor Dottore. Se
è maritata, sia con felicità. Prego il cielo che dia sempre ogni contento e concedi
ogni prosperità alla signora Angela ed al signor suo sposo. La riveriamo signor
Dottore. (mostrano di partire)
10 dottore Bon viaz, signori. I se ha quietad con
facilità, poveri zovenotti senza cervel.
No i sa cossa sippia né interes, né amor. Iuvenilis ardor impetu primo furit. Ma no i fonda, no i fonda.[46]
SCENA III
Celio,
Flaminio ed Angela.
celio Subito, subito senza perder tempo. Tic
toc.
angela Chi è? O
Celio amato, e perché tanta dilazione a lasciarvi riverire da chi tanto v’adora?
celio Signora
Angela, non è tempo di complimenti; questa sera venirò
a discorrervi il tutto ed a stabilire quello che voi commandarete.
angela Che vuol
dire? Vi è forse qualche novità che frastorni i nostri contenti?
5 celio Questa
sera la discorreremo; lasciateci partire che non vorressimo
esser veduti.
angela Andate
in pace. Prego il cielo che ci assisti e sia favorevole alle nostre brame.
flaminio Signora Angela, umilissimo servo.
angela La riverisco,
signor Flaminio; la supplico della sua assistenza al fratello.
flaminio La servirò con tutto il genio.
SCENA
IV
Pantalone
ed Arlichino con la scatola.
pantalone Ve digo de sì, caro sier Arlichin, ve avé portào straben. Se’ un omo de quei
che ghe ne vuol noma sie pera
a far una dozena. Cossa voléu
che ve diga de più?[47]
arlichino Cancaro, so ben anca
mi far d’una man un pugno e cazzarghelo int’el muso sior patron, quand faghe el besogn.[48]
pantalone Ve
credo, ve credo; ve stimo capomistro senza che fé la prova; no gh’è altro che se
ve poderave responder del ziogo, savéu sier
Francatrippe. Orsù a monte le ciacole; batti da sior’Anzola, e sporzeghe el servizio.[49]
arlichino Me darà-lla la bonaman?[50]
5 pantalone Credo de sì; almanco sie doble.[51]
arlichino Me basta tre gazette
da bever una grossa.[52]
pantalone Ti
gh’ha l’anemo troppo vil, caro
ti. Una soggetta de quella sorte, un presente de quella ricchezza, tre gazette? Batti, batti che ti vederà
minchion.[53]
arlichino Che la sia po così. Tic
toc.
SCENA V
Spinetta
e detti.
spinetta O Arlichino bello,
caro il mio caro amante che hai di bello qui?
arlichino Bondì Spinettina; robba
per la to patronzina.
spinetta Per la Patrona? Ben ben. Tu
non ti lasci vedere; e sai quanti giorni sono che ti ho preparato un piatto di maiolica
da cappon de macaroni?
arlichino Di-t davira? Andem de curto a magnarli, andem.[54]
5 spinetta Adesso no caro Arlichino, non voglio che nissun ci veda.
arlichin Che vegna donca sta sera?
pantalone El fa mo le
soe. Ah sier marmeo, avéu fenìo gnancora de squaquarar?[55]
arlichino Parle-lo con ti Spinetta, el me patron?
spinetta O signor Pantalone,
mi compatisca che mi son trattenuta un poco con questo suo servo, che è tanto ridicolo.
10 pantalone Siora sì, siora sì, bondìsioria,[56] el
fa po’ da rider vedè, chi vol
dir el vero l’è un caro buffon.
arlichino No ghe creder vè, che son un om de proposit. E po vardem’in la ciera.[57]
spinetta Sì, sì, certo hai una cierina
da..., fate in là che cuso.[58]
pantalone O via,
Spinetta, ciama zó la to patrona,
che vòi darghe quella scatola.
spinetta O, adesso è troppo tardi, non venirà in strada sicuro.
SCENA VI
Dottor
e detti.
dottore Ades, ades farò a servirv’.
spinetta El patron,
el patron; dami, dami la scatola a rivedersi. (li tol la scatola e
parte)
arlichino (a parte)
(E le sie doble? Dottor razza porca, gnanca le tre gazette?)
pantalone Sior dottor, per dove, per dove sior?
Se’ infacendào.[59]
5 dottore Pant’lon, son
zà; a’ i ho un poc de daffar; ades licenziem che l’ora è tarda;
ve basta che v’ diga che ’l negozi è fat e d’man se vorrì, concluderem el tutt.[60]
pantalone Sì,
sior Dottor, bravo; tutto quel che ve piase; doman piasando al cielo, daremo fuogo al
pezzo. Tendé, tendé sior, ai
fatti vostri; bondì a vostra signoria eccellentissima.[61]
dottore A riveders, a riveders Pant’lon.
pantalone Andemo a repossar Arlichin, che anca nu semo mezi stracchi.[62]
arlichino Andé pur là; andem’ a ca’ a bonora, che no me vegna tolt le sie
doble.[63]
10 pantalone E tasi minchion, che te ne cascherà adosso pì de quel che ti pensi.[64]
SCENA VII
Celio
solo. Notte.
celio L’impazienza delle mie brame amorose
mi fa anticipare il tempo. Grand’inquietezza d’un animo amante. Gran forza d’un
genio affettuoso. I travagli non lo molestano, i patimenti non lo trattengono, i
pericoli non lo spaventano. Tutto li par facile, a tutto
si cimenta. O potessi almeno raccogliere con sicurezza quei dolci frutti d’amore
che amor mi promette. Speranze lusinghiere non mi tradite. Arditi pensieri, costanza.
Chi sa? Che d’amor ne’ perigli, sono i più audaci gl’ottimi
consigli.
SCENA VIII
Arlichino, Celio.
arlichino No vedeva l’ora che quel vecc
porch andas sotto la pieta.[65]
celio Mi par di sentir gente.
arlichino Me sent a bulegar el cervel int’el
cuor, che le gambe me tremola per amor.[66]
celio Vorrei avvicinarmi alla casa di Angela,
ma...
5 arlichino Amor, gran amor. No l’è
maraveia che Arlichin tant zentilin ama Spinetta zentiletta. Tutt’è amor, tutti se ama.[67]
celio Poco vi vorebbe
che non li tagliassi la testa.
arlichino Se ama in aria el celego e la celega, el quagioto e la quagiota, el merlo e la merla. Se
ama in terra il toro e la toressa, el becco e la becca, el luserto e la luserta. Se ama in aqua el cievolo
e la cievola, el sfogio e la sfogia, el sardello e la sardella. O amor,
o gran amor![68]
celio Parmi di conoscer
la voce. È meglio andar cauto.
SCENA IX
Pantalone
e detti.
pantalone Amor, quell’altra cossa
e Venere, le xe tre cosse tenere.
arlichino M’ha pars de sentir a parlar una vos.
pantalone Tanto tenere che ’l cuor se m’ha liquefatto
e debotto desfatto.[69]
celio Non vorrei che costui fosse qualche amante
di Angela.
5 pantalone Sior’Anzola, sior’Anzoletta, el mio ben, le mie viscere. Vogio
provar si me volé più ben a scuro de quel che me vogié al chiaro.
celio Ohimè che sento?
arlichino L’è una vos sigura; son intrigad la fe’, no vorràu che ’l fos qualch moros de Spinetta.[70]
pantalone Vegno
no tanto per véderve vu, quanto per véder si gh’è nissun che vegna a rondar ste contràe: che si ’l catto, al cospetto de tre lire e do soldi,
che ghe vogio tagiar i garetoli e mandarlo a casa
int’una cariola.[71]
celio Ah povero Celio, che senti? Chi è costui
che tanto ardisce? Olà, chi è là, chi va là?
10 arlichino Ohimè, ohimè; son mi signor, aiut, vardeve, vardeve.
pantalone Ohé in quanti semio?
Coss’è qua, chi è là; a nu, alla larga qua.[72]
celio Partiti tu lontano da queste parti, se
non vuoi perder la vita.
arlichino Ah pover Arlichin, saldi,
non aver paura vè.[73]
pantalone La vita? A nu, sier
canapiolo. (si danno)[74]
Fine
dell’atto secondo.
ATTO TERZO
SCENA I
Pantalon solo.
pantalone Cancaro, manco mal che in mia zoventù
son stào a scuola a imparar a trar de scrimia; da resto credo de sì, che sta volta
i me trova in canèo. I giera
in quindese, o vinti, né pì,
né manco me par de aver fatto molto ben el fatto mio.
Bisogna certo che ghe ne abbia mazzào
sette o otto alle gran pacche che ho menào. Ancora me
cola el cinquedea. Son pur curioso
de saver chi xe i mazzài. Ve digo el vero, che sta notte
no gh’ho serrào un occhio da
passion de no esser stào cognossùo e aver da travagiar.[75]
SCENA II
Arlichin e detto.
arlichino O che brav’Arlichin che
son stad! Ancora me par impossibil
esser stad cusì brav. El me pistolesin ha laorad.[76]
pantalone Ohè, sier Arlichin per dove?[77]
arlichino Bondì vostra signoria, sior patron.
pantalone Coss’è che niova gh’has-tu? Has-tu sentìo quel susurro sta notte?
5 arlichino Ho sentid qualche cossa. El sarà stad qualch canon, qualche zerbinot che averà fat la braùra in credenza.[78]
pantalone Quanti ghe n’è
de morti che se diga?
arlichino Dove mo’? In Levante o in Ongaria?[79]
pantalone Te digo de quei che sta notte, mi, e no de Levante; ha-llo
mo cattào?[80]
arlichino E no gh’è morti, no,
che la zente no è matta a lassarse mazzar no.
10 pantalone No, no gh’è
gnente de mal, no ti ha sentìo gnente?
arlichino Oibò nient, guarda el Ciel.[81]
pantalone Mo za,
che l’è cusì te la voi contar mi. Sàs-tu
chi è stào el bravo che ha dào sta notte?[82]
arlichino Chi?
pantalone Vardeme mo’.
15 arlichino Ve vard.
pantalone Mo’.
arlichino Cossa?
pantalone Mo’.
arlichino Cossa
mo’?
20 pantalone Che pampalugo!
Mo’ védis-tu mi?[83]
arlichino Sigura che ve vedo.
pantalone Mo’
mi son stào el bravo e gh’ho dào delle pacche e bone vè; sàs-tu mo’ a chi?[84]
arlichino A chi? Sta a véder, ve’.
pantalone A un
licardin moroso della sior’Anzola,
che te dago parola mi che no ghe vuol pì vegnir volontàe
de lassarse trovar in ste bande![85]
25 arlichin Ah ah ah.
pantalone Ti ridi? Cossa ridis-tu
mumia di’?
arlichino Rid, a la fe’ che rid, ah ah ah.[86]
pantalone Coss’è sto scuffonar, disé sier magna bestie.[87]
arlichino No, no, sior patron, a’
rid cusì da per mi, che i vol venir a contenderla
co un par voster.
30 pantalone Digo ben; intendessimo.
arlichino O che vecc porc, el fa el brav
e gh’ho dad tante pacche.
pantalone Come, come, coss’has-tu
ditto?
arlichino Dighe che cert se’ brav; che no vorrav aver, guarda ’l
Ciel, do delle vostre pacche.
pantalone Bona,
bona; orsù Arlichin andemo,
che vòi trovar el Dottor e destrigar ancuò sta facenda e che stemo allegramente e
che la vaga. Che vedo ben mi che ogni indusia porta pericolo.[88]
35 arlichino Andem, andem. Se saveva che l’era lu sto vecc cuch,
ghe dava la bona mesura, la
fe’.[89]
SCENA III
Celio,
poi Angela e Spinetta.
celio Non più dimore, non più; ho inteso il
tutto. Qui vi vuole subita e violente risoluzione. Alon,
alon. Tic toc.[90]
spinetta Chi è? Oh signor Celio,
che commanda?
celio Presto,
Spinetta, chiama la signora Angela, che venga giù che molto mi preme il parlargli.
spinetta La servo subito subito, signor.
5 celio Mi
fai favore. Che sarà? Ho l’affetto del fratello sopra il quale molto mi confido.
angela Eccomi a’ commandi dell’amato mio Celio.
celio Signora Angela, li son servo umilissimo. Sentite in grazia, mi amate da dovero?
angela E che dimande son queste? Ancora ne bramate
attestazioni?
celio Sì, mia bella, l’ultimo segno del vostro affetto ve lo chiedo in questo punto.
10 angela Commandate pure
liberamente che avete sopra di me tutta l’auttorità.
celio Ditemi, volete essere mia consorte?
angela Piuttosto morire che fare altramente.
celio Se così è, questa è l’unica strada; venite
meco e non temete. (li dà mano)
angela Come signor Celio? E poi il padre, l’onore?
15 celio Niente, non dubitare
di niente, venite meco e non temete.
angela Ecco, mi consegno nelle vostre mani al vostro
arbitrio.
spinetta Ah signora patrona, ed io? Come?
celio Spinetta,
taci; resta e metti buone parole; narrali il tutto al signor Dottor, e non cercar
altro. Andiamo mio bene.
spinetta Buon viaggio.
Affé che questa è bella. Voglio andar in casa a pensar anch’io qualche rimedio per
me.[91]
SCENA
IV
Pantalon, Dottor ed Arlichin.
pantalone Sia ringraziào
chi ha fatto el manego alle
ceriese. Anca questa sarà fenìa,
gh’avé la ricevuta, gh’avé tutte
le vostre cauzion; ciamèla dabasso e feme sporzer quella cara manina e destrighemola.[92]
dottore Che car Pant’lon, l’è lusurios come un gat surian; no ’l ved l’ora de far el bec all’oca. Sì, sì, ades la ciam: Anz’lina, Anz’lina vien zó la mie puttina.[93]
arlichino Che bel sponzo che ghe tocca.[94]
pantalone Batté, batté caro Dottor, che no la ghe sente.
5 dottore Avì la gran fretta.
Anz’lina, Anz’lina, vien zò Anz’linetta.
pantalone Arlichin, va là, caro ti, batti. È-lla
mo’ bella de quel Dottor, che no ’l vuol batter?
arlichino Volentiera sior patron
novizzal. Tic toc.[95]
SCENA V
Spinetta
e detti.
spinetta Chi
è lá? O Arlichinetto bello,
buon giorno.
arlichino Bondì Spinettina, le
mie care carne.
pantalone Ciàmela, ciàmela, fia.
dottore Ciam’la, ciam’la prest.
5 spinetta Chi signor, chi?
pantalone La sior’Anzola,
fia, la sior’Anzola.
spinetta O, la signora Anzola.
dottore Che, che?
pantalone Cossa, cossa?
10 spinetta La signora Angela, signor patron.
dottore De che? Cossa gh’è?
Cossa rasone-t?
pantalone Coss’è, cossa muteghéu? Parlé s’cietto. Se gh’ha forsi inversià la mare?[96]
spinetta Volete che ve la dica alla prima, signor Pantalone
e signor Dottore?
dottore Sì, sì.
15 pantalone Di’ mo’, di’ mo’.
spinetta La signora Angela è fuggita.
pantalone Ohimei, ohimei, agiuto, fuogo, visinanza.
dottore O cancaraz! Com, quand, con chi, dov?[97]
spinetta Questa mattina con il signor Celio, e dove io
non lo so.
20 pantalone Con
Celio! Ohimei, oh che ladro da carne. A so’ pare cussì? Ah can, sassin,
nemigo della giustizia.[98]
dottore Ah Pant’lon, cussì
voster fiol maltratta la me
ca’?
arlichino L’è andad al merit alla prima, lu.[99]
pantalone O Dio,
Dottor, tasé, no me disé altro.
Son mortificào davanzo. Ah desgraziadazzo, infame.[100]
SCENA VI
Flaminio
e detti.
flaminio Signor padre, che vuol dire questi lamenti, questi
susurri?
pantalone Ah, sior fio! El vostro sior fradello xe la ruina de casa mia,
la origine del mio desonor, la causa della mia morte.
arlichino L’ha ciappà el trat avanti la fe’.[101]
flaminio Come? Può mai
essere che Celio operi così perversamente, se si è sempre fatto conoscere tutto
prudenza?
5 pantalone Prudenza,
sì, prudenza. Ohè, conteghela
vu varé, sior Dottor, che cusì
el la crederà.[102]
dottor Siur Flamini,
el siur Celi ha fallà de gros; l’ha menà via della
me ca’ onorata la me onorata fiola.[103]
arlichino E mi ghe ne son bon testonio.[104]
flaminio Questa cossa ha fatto
mio fratello?
pantalone Giusto questa, da che saor ve sa-lla? Che diséu?[105]
10 flaminio E non ha fatto altro?
pantalone Nana ve par puoco?[106]
dottore Cospetton! E no l’ha fat alter, la dis?[107]
flaminio Signor Dottore,
io vi dirò. Se la signora Angela non avesse voluto andare, sarebbe ancora a casa
sua e tanto basti.
dottore Cossa vorrav-la
dir?
15 flaminio Vorrei dire che se l’ha presa per moglie; che
lui è mio fratello, uomo onorato, benestante e civile, che come è tutto di genio
della signora Angela, cusì non dovrebbe a lei esser discaro.
Tanto più che non se li dà quel danno per la dote che forse con altri pratticarebbe.[108]
dottore L’è vera, la dis ben,
ma la forma.
arlichino Mei
de cussì no s’ pol far.[109]
flaminio È vero signor
Dottore, è vero tutto; ma la gioventù si compatisce. Che
dite signor padre, che dite?
pantalone Cossa
che digo? Digo che adesso ve cognosso, che m’avé ciolto in mezo
e che ghe vorria puoco che no dasse in le scartàe.[110]
20 flaminio Eh caro signor padre usate prudenza; fate riflesso
al stato vostro, alla vostra età, a qualche impegno che
tra loro correva, siate benigno, compatite la gioventù, perdonate il trascorso ed
accettate e lui per figliolo e la signora Angela per figlia affettuosa, che sarete
sempre commendato e dal signor Dottore e da tutti. Olà, venite, venite.[111]
arlichino Cancaro el la conta ben.[112]
SCENA VII
Tutti.
celio Signor
padre e signor Dottore. Eccomi riverente umiliato a’ vostri
piedi, a chiedervi perdono di questo lieve e necessario errore. Condonatelo alla
violenza dell’affetto, al privilegio dell’età ed assicuratevi che le rassegnate
operazioni in avenire emenderanno qualsisia nostro fallo
e meriterano da voi tutto l’affetto.[113]
angela Così anche io.
dottore Ti te sbrighi prest,
ti furbazza ah?[114]
arlichino Via via, chi ha bù, ha
bù.[115]
5 pantalone Ah,
sier fio d’un omo da ben, cusì,
è vero, se tratta? Va là che mi no so; ti gh’ha qualche gran protettor che te vuol ben. Ti me fa muar in sto momento tutta la natura.
Agiustela col sior Dottor che nu po
se parlaremo con più comodo.[116]
flaminio Già il signor Dottore è d’animo nobile e generoso
e concorrerà a concederci un giorno tutto letizia e contento con questo matrimonio.
dottore La faz liè, la faz liè.
Za ved che l’ha le man in pasta.[117]
celio In doùto ringraziamento
si contentino, che prendi l’impegno di mantenere eterna in me la memoria dell’obligazione che in questo punto ho contratta. E si assicurino
che non ometterò parte alcuna di farmi sempre conoscere genero riverente ed obediente
figlio.[118]
angela Così anche io.
10 pantalone Bella, bella, quella liesena. Ve n’accorzè?[119]
dottore Me pias, me pias.
flaminio Orsù, andiamo tutti in casa nostra, se così permette
il signor padre, che là concluderemo con allegrezza le nozze.
pantalone Via,
via za che l’è cussì, destrighessimo.
Cossa voléu far Dottor? Le strazze va
all’agiare vedé.[120]
dottore Ghe vuol pazienza per
forza. Andem.
15 arlichino Ah, signori, signori. Anca mi, anca mi.
pantalone Cossa te casca anca ti?[121]
arlichino Spinetta mi ghe vòi del ben fis; e liè me vol ben a
mi tant e po ac...[122]
pantalone Cossa vorréssis-tu
dir?
dottore Sta a vèder vè, sta a vèder vè.
20 arlichino La vorràu per me moier, cari signori, le fazza sta carità.
pantalone Per mi son persuaso; parla pur col so
paron.
dottore Busogna parlar con
liè; vèder se la te vol.[123]
spinetta Signor sì, signor sì, che io lo torrò, signor sì.
pantalone Cancaro la xe lesta. Andemo via, andemo in casa, che vederemo de agiustar anca questa.
E intanto, patroni, le compatissa, se no le xe stà, servide
come le merita; le scusa la debolezza e le gradissa el bon genio che avemo de servirle.[124]
25 arlichino Se voli e, se no voli, lassé
star.
Il fine.
Bibliografia
Bibliografia citata nell’introduzione
Alberti, Carmelo, La scena veneziana nell’età
di Goldoni, Roma, Bulzoni, 1990.
Garosi, Linda, scheda su Tomaso Mondini, Le scioccherie di Gradellino, in Archivio del Teatro Pregoldoniano
(https://www.usc.gal/goldoni/bancadati/171).
Lasagna, Paula, Mondini. Tommaso,
in Dizionario Biografico degli Italiani (https://www.treccani.it/enciclopedia/tommaso-mondini_(Dizionario-Biografico)/)
Mangini, Nicola, Alle origini del teatro moderno
e altri saggi, Modena, Mucchi, 1989.
Mariti, Luciano, Commedia ridicolosa. Comici
di professione dilettanti editoria teatrale nel Seicento, Roma, Bulzoni, 1978.
Mascarell Garcia, Maria, scheda
su Tomaso Mondini, Le nuove pazzie del Dottore, in Archivio del Teatro
Pregoldoniano (https://www.usc.gal/goldoni/bancadati/169).
Padoan, Giorgio, L’esordio di Goldoni: la conquista
della moralità, in Putte, zani, rusteghi. Scena e testo nella commedia goldoniana, a cura
di Ilaria Crotti, Gilberto Pizzamiglio, Piermario Vescovo, Ravenna, Longo, 2001,
pp. 11-44.
Spezzani, Pietro, Dalla commedia dell’arte a Goldoni,
Padova, Esedra, 1997.
Tomadoni, Simon [=Tomaso Mondini], Gl’amori sfortunati di Pantalone, Venezia, Lovisa,
s. d.
Tomadoni, Simon [=Tomaso Mondini], Le nuove pazzie del Dottore, comedia faticosa e curiosissima, Venezia, Lovisa, 1689.
Tomadoni, Simon [=Tomaso Mondini], Le scioccherie di Gradellino,
accresciute dall’astuzie di Fenocchio, sturbatore de’ matrimoni, Venezia, Lovisa, 1689.
Vescovo, Piermario, Introduzione, in Tomaso Mondini, Pantalone mercante fallito.,
a cura di Maria Ghelfi, Venezia - Santiago di Compostela, lineadacqua
edizioni, 2019 (www.usc.es/goldoni).
————————-, Introduzione, in Giovanni Bonicelli, Pantalon
spezier con le metamorfosi d’Arlechino
per amore, a cura di Maria Ghelfi, Venezia - Santiago di Compostela, lineadacqua edizioni, 2018 (www.usc.es/goldoni).
————————, Introduzione,
in Tomaso Mondini, Pantalone mercante
fallito, a cura di Maria Ghelfi, Venezia - Santiago di Compostela, lineadacqua edizioni, 2019 (www.usc.es/goldoni).
Bibliografia citata in modo abbreviato nelle
note
Boerio = Giuseppe Boerio, Dizionario del dialetto
veneziano, Venezia, Giovanni Cecchini, 1856.
Coronedi Berti = Carolina
Coronedi Berti, Vocabolario bolognese italiano,
Bologna, G. Monti, 1869-1974 (ristampa anastatica: Milano, Aldo Martello editore,
1969).
Ferrari = Claudio Ermanno Ferrari, Vocabolario-Bolognese-Italiano colle voci francesi
corrispondenti, Bologna: Della Volpe, 1835 [2ª ed.].
Folena = Gianfranco Folena, Vocabolario del veneziano
di Carlo Goldoni, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni
Treccani., 1993.
GDLI = Grande dizionario della lingua
italiana, a cura di Salvatore Battaglia e Giorgio Bàrberi Squarotti, Torino,
Utet, 1961-2002.
Ghelfi 2013
= Giovanni Bonicelli, Pantalone
bullo overo La pusillanimità
coverta, a cura di Maria Ghelfi, Santiago de Compostela - Venezia, lineadacqua, 2013.
Ghelfi 2019 = Tomaso Mondini, Pantalone mercante fallito,
a cura di Maria Ghelfi con un’introduzione di Piermario Vescovo, Santiago de Compostela
- Venezia, lineadacqua, 2019.
Muazzo = Francesco Zorzi Muazzo, Raccolta de’ proverbii,
detti, sentenze, parole e frasi veneziane, arricchita d’alcuni esempii ed
istorielle,
a cura di Franco Crevatin, s. l., Costabissara, Angelo Colla,
2008.
Nini= Ettore
Nini, Octavia,
ne Le tragedie di Anneo Seneca.
Traduzione con note, Venezia, Giuseppe Antonelli Ed., 1845.
Patriarchi
= Gasparo Patriarchi, Vocabolario veneziano e padovano co’
termini e modi corrispondenti toscani, Padova, Topografia del Seminario, 1821.
Tommaseo-Bellini = Dizionario della lingua italiana
nuovamente compilato dai signori Nicolò Tommaseo e cav. professore Bernardo Bellini,
Torino, Unione Tipografico-Editrice, 1865, 4 voll.
Toselli = Ottavio Mazzoni
Toselli, Origine della lingua italiana. Bologna, Della Volpe, 1831.
Valeriano = Leo Valeriano, La tradizione
delle maschere, Roma, Rai-ERI, 2004.
Zappettini = Stefano Zappettini,
Vocabolario bergamasco-italiano per ogni classe di persona e specialmente per
la gioventù, Bergamo, Pagoncelli, 1859.
[1] Sono stati identificati altri esemplari
dell’edizione nella Biblioteca comunale dell’Archiginnasio di Bologna (BVEE024259),
la Biblioteca Statale di Lucca (inventario LIA 45452 e collocazione B.ta 377.6), la Biblioteca comunale
Augusta di Perugia (inventario 249950 e collocazione ANT I.O 1335) e la Biblioteca
Nazionale Centrale di Roma (BVEE024159).
[2] Esiste un altro esemplare della stessa
edizione preservato nella Biblioteca Universitaria di Bologna (MILE021519).
[3] I.1 I nomi dei personaggi di Dottore [Graziano] e Pantalone [dei Bisognosi] sono
assai frequenti nei canovacci dell’Arte nelle parti dei due vecchi, l’uno bolognese
e l’altro veneziano, mentre quello d’Arlichino corrisponde
al secondo zanni. Serpinetta porta un nome derivato morfologicamente
da Serpina (anch’esso associato al ruolo di servetta nell’opera buffa).
[4] made
sì: made «dell’antico italiano Madie […] era
un modo di affermazione o di giuramento»; la espressione Made sì «sarebbe
quanto dire Sì per Giove» (Boerio,
s. v. madè). ♦ cotecchio: «vecchio, rancido, decrepito»
(Folena, p. 154) ♦ m’ha dào de ponta:
‘m’ha ferito’ (cfr. Boerio, p. 520). ♦ m’ha ciappào: ‘mi ha pigliato’
o ‘mi ha colpito’. ♦ ranco: «Sbilenco, strambo» (Patriarchi,
p. 157).
[5] trenta quaranta: «Con valore puramente fonico in una filastrocca» (GDLI, s. v. trenta). ♦ vien qua alle curte: ‘concludiamo’ (cfr. Folena, s. v. curto). ♦ cavriola: capriola. ♦ tombola: «capriola, capitombolo» (Folena, s. v.); cavriola, tombola e salto mortal sembrano accennare alla festa del carnevale veneziano.
[6] cordelline: diminutivo di ‘cordella’: nastri, appiattiti o rotondi per allacciare indumenti.
[7] sier zucche cimole: è noto il detto della zucca vuota o cava come metafora di una testa senza cervello, senza giudizio; i cimoli, però, assicurano che la testa di Arlichino non è vuota del tutto, ossia Pantalone nel suo motteggiare riconosce le buone trovate del servo.
[8] cocoletta:
«donnina deliziosa» (Folena,
s. v.).
[9] a
tu per tu: a faccia a faccia.
[10] Potenzia delle potenzie!: esclamazione iperbolica che esprime stupore (cfr. Boerio, s. v. potenza). Arlichin, volontaria o involontariamente, ha continuato a ripetere delle battute di Pantalone indirizzate ad Angela tramite la sua propria elocuzione, quando il padron aveva già cambiato, invece, di destinatario: non più la sua morosa, ma il servo sconveniente
[11] Polenta delle polente?: ricorrendo ad una interrogazione retorica, anch’essa iperbolica, Arlichin mette in scena un gioco di quiproquo mirato allo scopo di fingere di non aver capito il suo padrone. In quest’operazione, il significato di «potenzia» (I.2.32) è reindirizzato verso la triviale polenta, e frutto della rima in «-en» nelle due battute consecutive (I.2.32 e I.2.33) viene rafforzato il carattere ripetitivo ed esagerato dell’eco, di sicuro effetto comico.
[12] sottosora: «pressappoco» (Folena, s. v.). Indica Muazzo (s. v. sora, p. 1019) che «per significar una cosa né ben né mal se dise sotto sora».
[13] bagolare: ‘trastullarsi’.
[14] peruca alla pagiarina: parrucca di colore giallo chiaro. ♦ peromo
«Sembra voce corrotta dal latino barbaro pro homine o
pro omni e vale per ‘cadauno’: A cadauno [...]» (Boerio, s. v.). ♦ in
malora: ‘in rovina’ ♦ non forsi: ‘senza dubbio’.
[15] macaron: «Moccione, vale Uomo dappoco, quasi non sappia nettare
il naso da’mocci» (Boerio, s. v.). ♦ brovad:
‘scottato’ e, in senso figurato, «Deluso, mortificato, scornato, spennacchiato,
confuso» (Patriarchi, s.
v. broà). ♦ informaiad: «formagià o informagià dicesi scherzosamente
per agg. a persona, che abbia un abito gallonato, per allusione al color giallo»
(Boerio, s.
v. informagià).
[16] vissoline:
diminutivo di ‘vissere’.
[17] scuffia:
«Forma ant. e pop. (in varie regioni)
per cuffia» (Treccani,
s. v.), copricapo femminile.
[18] Saldi, saldi: ‘stare ferma’ nel senso di ‘trattenersi’.
♦ far comandaizze: «raccomandare
alcuno ovvero dare un comando, un ordine» (Boerio, s. v. comandaizza).
♦ come che la va: ‘cosa deve
essser fatta’, ‘cosa occorre fare’
(cfr. Folena, s. v. andar).
♦ tiò: forma del v. tor
(/tior/tiore) con il significato
di prendere, pigliare (cfr. Folena,
s. v. tor). ♦ dobla: «[...] Moneta d’oro coniata nel regno di
Castiglia a partire dal XIV secolo, poi nel regno
di Spagna (e anche nei suoi
domini e in
altri Stati italiani fino al secolo XVIII). - Per estens.: moneta d’oro in genere» (GDLI,
s. v.). ♦ no te straccar: non ti stancare, o affaticare (cfr. Folena, s. v.).
[19] me bulega: forma del verbo bulegar: «Brulicare e brullicare,
muoversi ma non di moto violento» (Boerio,
s. v.). ♦ in fià: sottovoce
(Folena, s. v. fià).
[20] Ohè:
«inter. ehi!, ehilà, con significato di semplice richiamo,
o di avvertimento, o di meraviglia» (Folena,
s. v. oe).
[21] si:
manteniamo il ‘si’ che compare
nei testimoni al posto di ‘ci’ per influsso dialettale.
[22] tarlar:
‘corrodere’ (cfr. GDLI, s. v. tarlare).
[23] frascuncel:
‘schioccherello’ (cfr. Folena, s. v. frasconcela). ♦ sculazarò: ‘sculaccerò’; «[...] Colpire ripetutamente sul
sedere con la mano aperta, per lo più come punizione inferta ai bambini»
(GDLI, s. v. sculacciare).
[24] niova:
‘notizia’, ‘novità’ (cfr. Folena,
s. v. niovo).
[25] doùto: ‘dovuto’, influsso
dialettale.
[26] descaza: ‘scaccia’, ‘allontana’, in senso figurato.
[27] stiche: «sticar/sticcar: godere» (Folena, s. v.).♦ Cabale a capitolo: l’espressione potrebbe tradursi come ‘parliamone’ o ‘bisogna che ne parliamo’. ♦ tenda a: tender a: «Aver la mira, volgere il pensiero [...] attendere, badare» (Boerio, s. v. tender).
[28] strazzariol: ‘stracciaiuolo’, venditore di vestimenti e di masserizie usate.
[29] No, vè, no, vè: «Ve pur pronunziato aperto è interiezione di minaccia, che corrisponde al Voe dei latini [...] ‘Mi no ve’, Io no, ve, affermazione negativa come se dicese Guai a me» (Boerio, s. v. ve).
[30] negotta: «Negotta, dice il
Veroni, è parola bergamasca, e significa nulla» (Toselli, p. 778). ‘Negota’,
come indica Muazzo (s. v., p. 737) è termine tipico
delle maschere bergamasche: «qua a Venezia l’ò senti adoperar solamente da Truffaldin in comedia, come anca el
dise fomena, invece de femena».
[32] quintessenza dei pampalughi:
‘il migliore fra i sciocchi’, ovviamenre
iperbolizzando la stupidaggine di Arlichin. ‘Pampalugo’ sta in veneziano per ‘pippione’ o ‘scioccone’ (cfr.
Boerio, s. v.).
[33] in ton: ‘stare bene’,
«[...] fresco e in buono stato» (Boerio,
s. v. fede).
[34] dsì su: «Dsì sú. Parlate» (Ferrari, p. 511).
[35] arve: ipotiziamo che possa
essere un sostantivo, dato il ‘tante’ precedente – forse da ricondurre a arvuiar ‘avvolgere, inviluppare’,
per cui si potrebbe congetturare che arve abbia
il significato di ‘ghirigori’, ‘giri di parole’. Nel dizionario della Coronedi Berti il sostantivo non compare, ma c’è il verbo (Coronedi Berti, s. v. arvuiar), e il sostantivo
arveia (Coronedi Berti, s. v.): qui solo con il significato letterale di
‘pianta di pisello’’ ma nella nostra battuta avrebbe significato metaforico – e
se si seguisse questa strada sarebbe da stampare senz’altro con accento: «arvè»). Ringaziamo Luca D’Onghia per
i suggerimenti di interpretazzione.
[36] v’ho cattào: v. cattar con il significato di ‘trovare’; Pantalone ha subito afferrato il senso delle parole del suo interlocutore. ♦ A un bon intenditor poche parole basta: il proverbio conosce anche una versione più concisa una volta esclusa la forma verbale (cfr. Boerio, s. v. intenditor). ♦ averli bùi: ‘averli avuti’. ♦ ve sona ben sto cantin?: il ricorso all’ isotopia musicale (cantin: «la corda più sottile del violino», Folena, s. v.), diventa curiosamente il mezzo per segnalare la riservatezza complice del ‘negozio’ che occupa i due senex.
[37] repossà: «Riposato o posato» (Boerio, s. v.).
[38] Ciolé: forma di ‘tiolè’, da togliere, prendere con c palatale iniziale. ♦ delongo: ‘di seguito’. ♦ a far fuora robba: «lasciar correre» (GDLI, s. v. fare). ♦ che la descorreremo: ‘che la discuteremo’ (cfr. Folena, s. v. descorer).
[39] Son lesto co’ è un fuso: ‘sono agile come l’arnese di legno usato
nella filatura’.
[40] Cancaraz: «interiezione tipica del bergamasco» (Ghelfi 2019, p. 95). ♦ Vaga in bordel: andare «in conquasso, in rovina» (Ferrari, p. 145).
[41] già quando il negozio è fatto, è fatto, e poi si agiusta tutto: questo enunciato e la conclusione della battuta di Pantalone (I.9.17, Za co l’è fatta, l’è fatta, e in ultima se agiusta tutto) costituiscono un parallelismo in forma di sentenza che svolge la funzione di elemento di connessione tra il primo e il secondo atto e nell’ottica dei sensi prodotti dal testo mettono in evidenza, in questo caso, l’uniformità e la continuità di pensiero tra i personaggi del padre e di suo figlio.
[42] mei: «meglio» (Coronedi Berti, s. v.).
[43] bas: «Bacio. L’atto del baciare, o l’aver baciato» (Coronedi Berti, s. v.); bas la man è una forma codificata di saluto reverenziale.
[44] stem’ ben a memoria: ‘loro si ricordano’ (cfr. Coronedi Berti, s. v. memoria).
[45] invid: ‘invito’.
[46] Iuvenilis ardor impetu primo furit: «Il giovenil ardor s’infuria solo nell’impeto primiero» (Ninni, col. 1488); il verso appartiene alla pseudosenecana tragedia intitolata Octaviar. ♦ Ma no i fonda, no i fonda: ‘niente da fare, sono ancora immaturi’.
[47] straben: «Molto bene, benissimo» (Boerio,
s. v.). ♦ noma: «Appena; se non; solamente» (Boerio, s. v.). ♦ pera: plurale di ‘per’, «paio, coppia di cose» (Folena, s. v. pèr).
[48] Cancaro: «interiezione tipica [...] delle parlate pseudo-bergamasche» (Ghelfi 2013, p. 36). ♦ cazzarghelo: «Cazzarghela a qualcun, ficcargliela; accoccargliela, vale corbellarlo» (Boerio, s. v. cazzàr).
[49] capomistro: «Capo maestro, cioè il sopraintendente di qualche cosa, arcimastro» (Patriarchi, s. v.); il patrone prende il servo in giro, senza acrimonia. ♦ Francatrippe: o Francatrippa, è una delle parti della Commedia dell’Arte «[...] creata dal bolognese Giovanni Panzanini, della compagnia dei Gelosi [...] nel 1593. Egli la presentò con le caratteristiche ecletticiche di un ballerino funambulo sempre affamato» (Valeriano, p. 102) ♦ a monte: «[...] Finiamola; finitela [...] tacete; silenzio» (Boerio, s. v. monte). ♦ ciacole «chiacchiera, parlantina» (Folena, s. v. chiacola). ♦ sporzeghe el servizio: v. ‘sporzer’, che si traduce per ‘offrire’, ‘esibire’ (cfr. Boerio, s. v.); Arlichino deve esibire ad Angela il regalo di Pantalone.
[50] bonaman: «Mancia o buona mancia e paraguanto» (Boerio, s. v.).
[52] gazette: plurale di gazetta, «Antica moneta veneziana equivalente a due soldi veneti (Boerio, s. v.). ♦ una grossa: «Quantità o misura di vino che usasi nelle osterie di Venezia, e ch’è circa un terzo di boccale» (Boerio, s. v.).
[54] Di-t
davira?: ‘dici davvero?’.
♦ de curto:
‘con celerità’.
[55] mo: «1.
Avv. Di tempo, ora, adesso [...] 2. più spesso usato come “particella riempitiva”
(Bo.)» (Folena, s. v.) che può assumere differenti contenuti semantici in modo simile
a quanto occorre nella nostra commedia. ♦ marmeo: sciocco, uccellone. ♦ gnancora: «non ancora»
(Folena,
s. v.). ♦ squaquarar: in senso figurativo «Spiattellare [...] svelare;
disvelare» (Boerio,
s. v.).
[56] bondìsioria; «dicesi
famil. per schiao [...] modo
di salutare altrui
con molta confidenza» (Boerio, s.
v. bondissioria).
[58] che cuso: cosare, «verbo di senso indeterminato con cui nell’uso fam. si indica qualsiasi azione per la quale non viene in mente lì per lì il verbo proprio» (Treccani, s. v.).
[59] infacendào: ‘impegnato’.
[60] daffar:
«Dafar, affare, faccenda» (Coronedi Berti, s. v, dafar).
[61] daremo fuogo al pezzo: «Dar fogo
al pezzo [...] venire a risoluzione» (Boerio,
s. v. fogo).
[63] a bonora: ‘presto’ (cfr. Folena, s. v. bonora).
[64] minchion: vedi
II.4.7.
[65] andas sotto la pieta: «Andar in letto; coricarsi» (Boerio, s. v. pieta). ‘pieta’ fa riferimento alle coperte che stanno sul letto (Tiraboschi, s. v.).
[66] bulegar.
vedi I.3.7.
[67] maraveia: ‘meraviglia’ (cfr. Folena, s. v.).
[68] celega: «Nome region. (veneto) di varie specie di
uccelli» (Treccani, s. v. celega) ♦ quagioto:
il maschio della
quaglia, coturnice (Boerio,
s. v.). ♦ cievolo: «detto ceve nell’Istria, cefalo o muggine. Pesce di mare notissimo,
comune, che vive anche nell’acqua dolce e che da noi si conserva ed alleva nelle
valli dell’Estuario» (Boerio,
s. v.). ♦ sfogio:
«sfogio nostran [...] soglia o sogliola e lingua, detto nella
Sardegna palaia, pesce di mare che abbonda» (Boerio, s. v.). ♦
sardella: ‘sardina’ nella designazione popolare.
[69] debotto: «quasi, a momenti» (Folena, s. v.).
[70] la fe’: vedi I.8.10.
[71] al cospetto de
tre lire e do soldi:
le monete sono convocate per formulare il giuramento di un mercante di mestiere.
♦ tagiar i garetoli:
‘sgarrettare’, espressione di minaccia. ♦ mandarlo
a casa in una cariola: tenendo conto del contesto enunciativo, la frase avrà
senso figurato, «veicolo, e spec. autovettura, malandata,
sgangherata» (Treccani, s. v. carriola).
[72] Ohé: vedi I.3.8. ♦ alla larga: «lontano» (Folena, s. v. largo).
[73] ve’: «Ve, pronunziato aperto, corrisponde al ve’ accorciato di vedi, ed è per noi un riempitivo del discorso, ma che dà qualche forza» (Boerio, s. v. ve).
[74] Sier canapiolo: «Signorino galante, ridicolo, sguaiato» (Boerio, s. v. canapiolo).
[75] cancaro: vedi II.4.2 ♦
scrimia: ‘scherma’. ♦ in canèo: ‘nascosto’ (cfr. Folena, s. v. canèo). ♦
habbia mazzào: ‘mazzare’ è forma antica e settentrionale per ‘ammazzare’. ♦ pacche:
percosse o colpi dati con la mano aperta. ♦ che
ho menào: il verbo menar ha qui il significato di
‘picchiare’. ♦ me cola: ‘mi gocciola’;
fa riferimento al sangue della persona ferita con il pugnale. ♦cinquedea:
tipo di pugnale, abitualmente
portato da Pantalone (si veda l’uso da parte della maschera nel Pantalone Bullo di Bonicelli; cfr. Ghelfi
2013). ♦ mazzài
‘ammazzati’. ♦ travagiar: «provare
dolore, soffrire» (Folena, s. v.).
[76] pistolesin: «sorta d’arma bianca ch’usavasi una volta, ed era una specie di coltello largo in lana, somigliante alla figura d’una lingua vaccina o già quella specie d’arma che usa portare il Pantalone in commedia, il quale la chiama scherzevolmente Lengua de vaca» (Boerio, s. v. pistolese).
[77] Ohè: vedi I.3.8.
[78] canon: ‘cannone’. ♦ zerbinot: zerbinotto diminutivo di zerbino che ha il significato di «giovane tutto attillato e galante, preso da un personaggio di questo nome nell’Ariosto [Orlando furioso]» (Tommaseo-Bellini, s. v. zerbino). ♦braùra «Bravùra о braùra [...] bravura» (Boerio, s. v. braùra). ♦ in credenza: «a credito» (Folena, s. v. credenza).
[79] In Levante o in Ongaria?: Arlicchino fa riferimento a due territori coinvolti nella Grande Guerra Turca che ha avuto la durata di sedici anni (1683-1699), opponendo la Lega Santa (composta da Sacro Impero Romano-Germanico e, tra altri nazioni, Ungheria, Polonia-Lituania, Impero Russo e Repubblica di Venezia) all’Impero Ottomano.
[80] ha-llo mo cattào: v. catar che ha come significato più comune ‘trovare’.
[81] Oibò: «inter., ohibò esprime in genere sdegno» (Folena, s. v.).
[82] che ha dào: il verbo dar prende qui il significato di ‘bastonare’ (cfr. Folena, s. v.).
[83] pampalugo: «sciocco, stoldo, stupido» (Folena, s. v.).
[84] pacche: vedi
III.1.1.
[85] licardin: «spasimante, vagheggino» (Folena, s. v
[86] a la fe’: «in fede mia» (Folena,
s. v. a).
[87] scuffonar: «Scofonàr o scufonàr, burlare; deridere; beffeggiare alcuno» (Boerio, s. v. scofonar).
[88] destrigar: «sbrigare, portare a termine» (Folena, s. v.). ♦ e che la vaga: «che vada come deve andare» (Ghelfi 2019, p. 113). ♦ indusia: «Voce antiq. Indugio o indugia, tardanza» (Boerio, s. v. indusia).
[89] vecc cuch:
«vecchio cucco, balordo» (Ghelfi 2019, p. 93). ♦ ghe dava la bona mesura: colpir abbondantemente Pantalone per ripagargli le pacche ricevute; come avviene
nei canovacci dell’Arte, Arlecchino nel suo ruolo ancillare al servizio del vecchio
mercante veneziano, non rispetta né riverisce il padrone, anzi lo deride. ♦
la fe’: vedi I.8.10.
[90] Alon, alon: inter. fr. [allons] «andiamo, suvvia» (Folena, s. v. allon).
[91] Affé: interiezione, ‘in fede’, ‘in verità’.
[92] fare
il manego alle ceriese:
«lode a quel che fece il manico alle fusa, e vale sia benedetto Iddio» (Boerio, s. v. zaresa).
♦ destrighemola:
vedi III.2.35.
[93] l’è lusurios come un gat surian: la dicitura proverbiale si attiene all’analogia con il gatto soriano noto appunto per il suo forte istinto di conquistatore in modo da esprimere l’idea di colui che cerca con accanimento e diligenza la sua ‘morosa’. ♦ far el bec all’oca: «Conchiudere e terminare il negozio che si ha fra mano» (Coronedi Berti, s. v. bech).
[94] sponzo: scherzo di Arlichino. Boerio (s. v. sponza) raccoglie «la se fa la sponza, dicesi per ischezo o equivoco di parola e vuol dire Si fa sposa, si marita».
[95] sior patron novizzal: Arlecchino motteggia il suo padrone facendosi creatore di un neologismo; l’aggettivo novizzial è coniato dal sostantivo novizzo che «nell’uso ven., anche con il sign. di sposo novello, o di fidanzato, promesso sposo» (Treccani, s. v.).
[96] mutheghéu: mutegar, «borbottare» (Folena, s. v.). ♦ parlé s’cietto: francamente. ♦ inversià la mare: «Avèr la mare per traverso, che anticamente dicevasi aver la mare inversià, lo stesso che avèr la smara [...] [smara: malinconia]. Il confronto e il consenso di questi due dettati fanno ragionevolmente supporre, che il primo (il quale esprime un fatto impossibile in natura) sia stato detto scherzevolmente per l’equivoco delle voci consonanti smara e mare, e che in vece di dire avèr la smara, parlandosi di donna, siasi detto avèr la mare cogli aggiunti sopraccennati» (Boerio, s. v. mare).
[97] cancaraz: vedi I.9.20
[98] che ladro da carne: ‘che furfante’. Non siamo riusciti a trovare una definizione concreta dell’espressione, ma abbiamo trovato in un giornale ottocentesco ‘ladro da carne’ come traduzione del termine olandese frutdieve, che significa ‘ladro da fruta’ e viene adoperato come termine spreggiativo (cfr. Il lume a gas. Giornale della sera, I/15, 1847, p. 59), per cui possiamo ipotizzare (attendendo anche al contesto testuale in cui viene adoperato in questo testo) che l’espressione ‘ladro da carne’ fosse adoperata in italiano come sinonimo di ‘furfante’.
[99] L’è andad al merit alla prima lu: Celio si è procurata la sposa (il merit nel senso di ricompensa) prima dell’atto matrimoniale.
[100] desgraziadazzo: accrescitivo iperbolico di desgrazià, ‘sfortunato’.
[101] L’ha ciappà el trat avanti la fe’: «Chiapàr o tor el trato avanti, pigliar l’avvantaggio» (Boerio, s. v. trato), prima di maritarsi, nel caso di Celio. Questa battuta insieme alla penultima della scena anteriore, tutte e due pronunciate dallo stesso personaggio, concorrono a comporre una ripetizione formale de sostanza semantica equivalente che assicura la connessione tra le due scene e rafforza, peraltro, il ruolo di commentatore malizioso delle vicende svolto da Arlichino.
[102] Ohè: vedi I.3.8.
[103] ha fallà de gros: ‘ha commesso un grosso errore.
[104] testonio: probabile deturpazione
del sostantivo ‘testimonio’ da parte della maschera di
Arlecchino.
[105] da che saor ve sa-lla?: che odore ha?, che
ve ne pare?
[106] Nana: «espressione di meraviglia, dicesi per ironia di cosa rilevante» (Ghelfi 2013, p. 102).
[107] Cospetton: «Cospetòn, vale bestemmia» (Boerio, s. v. cospetòn).
[108] cusì: manteniamo il venezianismo presente in T1, anche se è doveroso notare che T2 legge «così».
[109] Mei: «meglio, in modo più adatto, migliore, più conveniente» (Folena, s. v. mègio).
[110] avé ciolto in mezo: tòr in mezo qualcun vale per «Meter in mezo qualcun; mettere in mezzo, vale ingannare, gabbare» (Boerio, s. v. mezo). ♦ dasse in le scartàe «Dar una scartàda, dar nelle scartate, dar nelle furie — far una sfuriata, dire una quantità di parole ingiuriose, provenienti per lo più da collera o sdegno» (Boerio, s. v. scartàda).
[111] Olà: inter., si usa per richiamare, con tono autoritario o scherzoso, l’attenzione altrui.
[112] Cancaro:
vedi II.4.2.
[113] meriterano:
forma di ‘meriteranno’ deturpata per influsso dialettale. Manteniamo la forma, anche
se in T2 compare già nella sua versione corretta.
[114] furbazza: «agg. accr. furbone, briccone, furfante» (Folena, s. v. furbazzo).
[115] chi ha bù, ha bù: proverbio che esprime l’irreversibilità di un atto («ch’è fatto è fatto»).
[116] se
tratta: trattare, comportarsi.
[117] liè: ‘lei’ ♦ l’ha le man in pasta: la locuzione verbale ‘avere le mani in pasta’ viene utilizzata per esprimere l’idea di qualcuno che è coinvolto in modo assai attivo in un affare o un’attività.
[118] doùto: vedi I.7.6.
[119] liesena: ‘lesina’, che nel testo sembra avere il significato figurato corrispondente a ‘sobrietà’, ‘contenutezza’, ‘misura’.
[120] destrighessimo: vedi III.2.34. ♦ Le strazze va all’agiare: gli stracci (cfr. Folena, s. v. strazza) vanno in aria (Boerio, s. v. àgere).
[121] Cossa
te casca anca ti?:
«Cossa te casca?
Maniera libera fam. Che cosa v’accasca? cioè che cosa v’accade, che
cosa volete?» (Boerio, s. v. cascar).
[122] e po ac...: si aggiungono i puntini per risolvere il problema di comprensione. ‘ac’ probabilmente corrisponda a una parola interrotta dall’immediata domanda di Pantalone.
[123] busogna: ‘bisogna’ con la restituzione della vocale caduta
per sincope (bisogna > bsogna > busogna). È possibile che si tratti anche di un’allusione secondaria
a bus (‘buco’). Ringraziamo Luca D’Onghia per averci
segnalato quest’interpretazione.
[124] Cancaro: vedi II.4.2.